I quattro cavalieri

Per una filosofia della storia

I quattro cavalieri dell’Apocalisse (cap. 6) che cosa rappre­sentano? Essi portano distruzione e rovina. Non vengono presentati come liberatori di Israele dal giogo romano, ma come flagelli dell’u­manità intera. Quindi sono simboli astratti, che si succedono nel cor­so del processo storico a motivo della diversa tipologia di male che simboleggiano.

Una certa tradizione cristiana ha creduto di ravvisare p. es. nel cavaliere del cavallo bianco la popolazione barbarica dei Parti, grandi esperti nell’uso dell’arco e grandi nemici dei romani nel I sec. Ma questa interpretazione è riduttiva.

La vera novità nel quadro a tinte fosche dipinto dall’autore dell’Apocalisse sta piuttosto nell’aver voluto dare a questi emblemi della negatività una connotazione storica, seppure in chiave di filo­sofia della storia.

Nell’A.T. già i profeti come Ez. 14,21 o Ger. 15,2 avevano individuato le disgrazie peggiori dell’umanità: fame, guerra, peste, bestie feroci e schiavitù. Ma questi mali venivano considerati equi­valenti, tant’è che potevano anche colpire contemporaneamente in luoghi diversi (p. es. le bestie feroci colpivano in genere i lavoratori della terra). Non c’era una vera e propria filosofia o teologia della storia. Quelle figure non erano evocative di processi storici, né rap­presentavano delle categorie metastoriche (che nell’Apocalisse, pe­raltro, vengono in qualche modo standardizzate).

In Zc. 1,8-10 si nota benissimo che l’arrivo dei quattro cava­lieri è simultaneo; peraltro essi hanno semplici funzioni di controllo e non di conquista stricto sensu, in quanto il dominio (in quel caso del sovrano Dario) è già consolidato.

In Lv. 26,14 ss. le sciagure non sono che maledizioni che si susseguono come minacce terribili il cui grado di severità aumenta in misura proporzionale alle forme di disobbedienza nei confronti della legge mosaica. Non c’è filosofia della storia, ma solo ipotesi di castighi severissimi: il paternalismo autoritario e moralistico del Le­vitico è evidente.

Viceversa, nell’Apocalisse si ha la netta sensazione che i mali rappresentati dai quattro cavalieri siano delle realtà inevitabili, imprescindibili, in quanto la perdizione del genere umano appare senza via di scampo. La colpa è priva di remissione e deve essere scontata in mezzo al sangue e a una desolazione infinita.

Il cavallo bianco, in tal senso, sembra rappresentare l’uso della forza pura e semplice, senza ideologia. Il cavaliere è un cam­pione nell’uso dell’arco. Tutti gli riconoscono la supremazia bellica. È il trionfo dell’individualismo basato sull’abilità fisica. Potrebbe rappresentare benissimo gli imperi schiavistici.

Il cavallo rosso invece sembra rappresentare una sofistica­zione dello schiavismo, forse il servaggio. Il cavaliere infatti ha il potere non solo di dominare con la forza delle armi, ma anche di far uccidere tra loro i sudditi che domina. Questo significa che con la sua spada egli difende questa o quella ideologia astratta, per un fine che resta sempre quello del potere politico.

Il terzo cavallo non sembra feroce, in apparenza, poiché il cavaliere ha in mano una bilancia con cui dà un valore alle cose: “una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un de­naro” (6,6). Cose, queste, che, a differenza dell’olio e del vino, ven­gono “danneggiate” – il che porta inevitabilmente alla fame, almeno in una parte dell’umanità. Questo forse significa che l’ideologia si è posta al servizio di interessi meramente economici, coi quali si gesti­sce il potere politico.

Ma il cavallo che fa più paura è il quarto, quello giallastro-verdastro, che rappresenta la morte, quello che domina “sulla quarta parte della terra”, quello che, in virtù del numero incredibile di se­guaci, è in grado di infliggere qualunque pena: spada, fame, malattie, belve feroci. Sembra qui di vedere un riferimento alle moltitudini di origine asiatica.

L’autore dell’Apocalisse è molto scettico sulla possibilità di liberarsi da questi flagelli e fa invocare da parte delle anime cristiane già morte la giustizia inflessibile ovvero la vendetta terribile del “Si­gnore” santo e verace (6,10), che qui si deve presumere sia il Cristo in persona.

Forse anche questo aspetto alquanto truce del messia redivi­vo può aver indotto molti padri orientali della chiesa cristiana a du­bitare dell’effettiva ortodossia di questo testo, che certo in questi pas­si è profondamente semita: vi sono almeno 500 citazioni o riferimen­ti anticotestamentari.

Tuttavia, il Signore-Cristo dice di pazientare ancora, poiché prima si deve raggiungere un numero non meglio precisato di martiri (6,11). Il sesto sigillo, in tal senso, inaugura l’apocalisse vera e pro­pria, perché sanziona la ribellione della natura alle forze malvagie dell’umanità. Cioè proprio nel momento in cui sembrava essere arri­vato il peggio per l’uomo, ecco che si scatenano imponenti catastrofi naturali, nei cui confronti l’uomo è del tutto impotente.

Questo incredibile cataclisma obbliga tutti gli uomini, di qualunque rango o estrazione sociale, a rifugiarsi, al pari di uomini primitivi, presso spelonche e tra le rocce dei monti (6,15).

All’apertura del 7° sigillo non si salverà nessuno. Infatti sarà talmente grande la paura di morire che l’odio reciproco prevarrà su tutto e gli uomini si uccideranno proprio allo scopo di poter vivere. Le riserve di viveri saranno talmente scarse che l’unico modo di so­pravvivere sarà quello di distruggersi a vicenda. Cioè invece di tro­vare un modo razionale di affrontare i cataclismi naturali, gli uomini preferiranno, vittime del loro individualismo e schiavi della logica della forza, di annientarsi a vicenda.

Non solo, ma – dice l’autore dell’Apocalisse – “il resto dell’u­manità che non perì a causa di questi flagelli, non rinunziò alle opere delle sue mani; non cessò di prestar culto ai demòni e agli idoli d’o­ro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né ve­dere, né udire, né camminare; non rinunziò nemmeno agli omicidi, né alle stregonerie, né alla fornicazione, né alle ruberie” (9,20s.).

L’autore dell’Apocalisse esclude categoricamente la possibi­lità di una qualche forma di vera giustizia umana sulla terra. Gli uo­mini tendono inevitabilmente a farsi ingannare dalle apparenze, spe­cie se queste sono un simulacro, una mimesi della vera giustizia.

In tal senso l’Apocalisse rappresenta la disperazione di una rivoluzione fallita e, nel contempo, l’ansia portata all’estremo di ve­der crollare l’impero romano o per cause endogene (la corruzione), o per cause esogene (pressioni barbariche), o in forza di sconvolgi­menti naturali o in virtù di una speranza contro ogni speranza: il ri­torno in vita del Cristo in veste gloriosa, da trionfatore, affinché gli apostoli pos­sano dare un senso al mistero della tomba vuota.

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Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

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