La canonicità

Un testo del genere non poteva essere inserito in un canone contrassegnato dall’affermazione della teologia paolina, senza subire una qualche revisione redazionale che ne accentuasse gli aspetti mi­stici. L’Apocalisse non solo è stata scritta prima dei vangeli, ma vuo­le anche porsi come una sorta di contraltare alle lettere paoline, che invitavano a combattere non i romani e i giudei collaborazionisti, bensì i “principati e le potestà che si trovano nell’aria” (Ef 6,12; Col 2,15). Anzi, è da presumere che il “falso profeta” con le corna di agnello e il linguaggio di drago (13,11-18), quello che a Efeso si fa chiamare “apostolo” senza esserlo (2,2), sia lo stesso Paolo di Tarso e che quindi, quando Giovanni parla con disprezzo dei “nicolaiti”, si debba vedere in questi cristiani di origine pagana, dei seguaci del paolinismo.

La revisione principale del testo è stata fatta proprio sul tipo di attesa che i cristiani dovevano mostrare di possedere in relazione alla parusia del Cristo. Bisognava assolutamente inserirvi degli ele­menti di rassegnazione politica, altrimenti sarebbe stato improponi­bile considerarlo canonico. E sappiamo bene con quanta difficoltà esso venne accettato: i dissensi si protrassero sino agli inizi del VI secolo, e si dovettero persino attendere i Concili Fiorentino (1438-45) e Tridentino (1546-63) per sancirne definitivamente la canonici­tà. Prestigiosi padri della Chiesa come Cirillo di Gerusalemme e Giovanni Crisostomo si sono rifiutati di metterlo nell’elenco dei libri autorizzati.

In effetti, a un esegeta laico non può certamente sfuggire il fatto che il riscatto sociale e politico dei giudei non avviene qui per­ché si desidera mettere esplicitamente in atto un’insurrezione armata contro i romani, ma in una maniera più fatalista (soprattutto nella se­conda sezione, quella che parte dal cap. 12): i cristiani devono atten­dere con pazienza che eventi catastrofici di tipo naturale indichino una precisa volontà del Cristo di por fine alle sofferenze degli op­pressi. Il Cristo cioè si servirebbe della Natura per dare alla Storia un nuovo corso, una volta che questa abbia raggiunto il culmine dell’u­mana sofferenza. E se la Natura non fosse sufficiente, si può sempre sperare nella ferocia delle tribù asiatiche dei paesi di Gog e Magog (India? Cina?), che a loro volta saranno annientate da eventi naturali ancora più catastrofici.

La revisione spoliticizzata (molto evidente nella seconda se­zione del testo) doveva necessariamente basarsi su un’ideologia che negasse alla parusia del Cristo un riferimento temporale imminente. Secondo Paolo infatti Cristo era soltanto un mediatore tra dio-padre e gli uomini, i quali, grazie al suo sacrificio sulla croce e alla resur­rezione, avevano ottenuto il perdono sicuro da parte di quel dio che li aveva condannati a sentirsi maledetti e abbandonati sin dai tempi del peccato d’origine. Nella visione apocalittica paolina la fine dei tempi (storico-mondiale) coincide col giudizio cosmico-universale, cioè con il definitivo superamento “celeste” della dimensione “terre­na” dell’esistenza umana.

La revisione ideologica dell’Apocalisse appare in maniera evidente negli ultimi tre capitoli, dove le discordanze e le incoerenze sono così forti che hanno portato persino alcuni esegeti cattolici, sempre molto affezionati all’idea dell’attribuzione univoca all’aposto­lo Giovanni e all’unitarietà del testo, ad ammettere che una prima stesura deve essersi verificata sotto Nerone, prima della morte di Pietro e Paolo, mentre la seconda, quella a partire dal cap. 12, può addirittura essere stata scritta nei primi anni dell’imperatore Domi­ziano, cioè verso il 95.

Tali esegeti però evitano di spiegarne la ragione di fondo, e cioè il fatto che mentre il testo inizia mettendo in rapporto l’insurre­zione antiromana col giudaismo palestinese, finisce invece col tra­sformare questa stessa insurrezione in una sorta di riscatto etico-reli­gioso che avverrà alla fine dei tempi.

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Autore: laicusblog

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