La concezione della storia

Nell’Apocalisse la concezione della storia è tragica ma a lie­to fine. La prima guerra catastrofica viene condotta sulla terra, da schiere seguaci del “Re dei Re”, che fanno a pezzi il “mostro” e il “falso profeta”, che faceva prodigi per ingannare le masse. Il “mo­stro” ha il potere politico-militare, il “falso profeta” quello ideologi­co e mediatico. Le loro schiere adorano la statua del “mostro” e sono state segnate col suo marchio, come schiavi.

Questa guerra durissima, con enorme spargimento di sangue, si concluderà con l’incatenamento provvisorio (per mille anni) del “mostro” e del “falso profeta”, personificazioni dell’antagonismo so­ciale. Nel corso di questo tempo regneranno quanti erano stati giusti­ziati in precedenza dal “mostro”.

Giovanni qui parla di “prima resurrezione”, quella che ri­guarda soltanto i martiri della libertà, i fautori di giustizia. Tuttavia, poiché la terra rimane la stessa, se non vogliamo presumere che si tratti di una resurrezione semplicemente simbolica, riguardante le idee di verità e giustizia, dobbiamo dire che il testo di Giovanni cade in una contraddizione insostenibile, cui alla fine cercheremo di dare una spiegazione.

Finiti i mille anni, il male riprenderà vigore e questa volta, con le schiere asiatiche di Gog e Magog, dilagherà nel mondo intero. Ma non durerà molto, in quanto un potentissimo fenomeno naturale sconvolgerà l’intero pianeta.

Il giudizio definitivo, per il quale i reprobi non avranno scampo, riguarderà questa volta tutti gli abitanti della terra, di tutti i tempi, ma in un ambiente completamente diverso da quello del cielo e della terra che conosciamo.

Dopo il giudizio universale la nuova dimensione che i giusti potranno vivere sarà completamente diversa dalla precedente, in quanto priva di sofferenze e persino di morte. L’unica morte sarà quella spirituale, che colpirà gli impenitenti, quelli che non vogliono cambiare vita.

Giovanni vuol far capire due cose:

– che la liberazione sulla terra è sì possibile ma non per un tempo indefinito;

– che la liberazione definitiva è possibile solo in un’altra di­mensione (cosmica).

Probabilmente è giunto a queste conclusioni poiché riteneva che i giusti, per vivere il loro ideale di liberazione, avessero bisogno di non essere ostacolati materialmente da forze avverse. La giustizia va costruita nella pace delle condizioni esteriori. Ecco perché parla di liberazione provvisoria di mille anni, cui fa seguito una seconda liberazione in una condizione di vita completamente diversa dalla precedente.

Infatti nel nuovo mondo (“nuovo cielo e nuova terra”) chi vorrà vivere nella verità e nella giustizia potrà farlo tranquillamente, senza doversi continuamente difendere dalle tentazioni del male.

In questa “nuova Gerusalemme” Gesù Cristo è dio, non c’è altro dio all’infuori di lui: non c’è alcun “santuario nella città” (21,22), quindi nessuna religione. Gli stessi uomini sono dèi, poiché non conoscono più lutto, pianto, dolore, morte: “il mondo di prima è scomparso per sempre” (21,4).

La differenza tra le due condizioni di vita è che mentre nella prima la giustizia deve essere esercitata in mezzo a mille condiziona­menti, nella seconda invece non troverà ostacoli di sorta. “Nulla di impuro potrà entrare nella nuova città, nessuno che pratichi la corru­zione o commetta il falso” (21,27).

In mezzo alla piazza della città crescerà l’albero che dà la vita” (22,2), come nel giardino primordiale. Solo che per cogliere tranquillamente i suoi frutti si dovranno superare su questa terra pro­ve d’indicibile sofferenza.

Dove stanno i limiti di questa concezione della storia? Nel fatto che Giovanni attende la “parusia del Cristo”, cioè il suo ritorno trionfale sulla terra, e nel fatto che vuole una liberazione umana e politica in assenza di condizionamenti esterni.

Questi due errori di fondo portano a una conseguenza non meno errata, relativa al fatto che Giovanni vuole assegnare una puni­zione “eterna” al male, negando quindi definitivamente la possibilità del riscatto. È una visione ingenua, schematica, non dialettica del rapporto tra bene e male.

Giovanni offre la possibilità del riscatto nel corso dei primi mille anni di liberazione, poi la nega definitivamente, quando vi sarà la seconda grande guerra contro le schiere di Gog e Magog.

Si percepisce abbastanza bene che questo libro è stato scritto sotto la convinzione, illusoria, che la tomba vuota del Cristo avrebbe dovuto avere per il presente un significato operativo di tipo politico. Invece essa non ne ebbe alcuno, anzi, intorno all’evento della tomba vuota il cristianesimo primitivo costruirà un colossale tradimento nei confronti del proprio leader. I veri nemici da combattere non sono tanto i pagani quanto gli stessi cristiani.

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Autore: laicusblog

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