Le tesi dell’Apocalisse

Colpisce il fatto che in questo testo non si parla di rivelazio­ne “su” ma “di” Gesù Cristo, cioè Giovanni non dice di voler scrive­re qualcosa di inedito sulle parole e sulle opere del messia, ma dice che il Cristo gli ha comunicato qualcosa di decisivo attraverso un proprio angelo. Quasi lo stesso escamotage viene usato da Paolo per indicare la propria conversione sulla via di Damasco, ma in questo caso possiamo capirlo: Paolo doveva dimostrare che la sua vita da fariseo militante anticristiano era finita. Giovanni invece che biso­gno aveva di dire che la rivelazione non era sua ma di Cristo in per­sona?

Il motivo è molto semplice: Giovanni non aveva ancora dato per scontato che non ci sarebbe stata alcuna parusia del Cristo, anzi, vedendo l’approssimarsi di una grande e imminente guerra contro Roma, la giudicava assolutamente inevitabile, per cui gli sembrava più facile convincere i propri discepoli a tenersi pronti usando la fin­zione letteraria della testimonianza diretta di colui che avrebbe do­vuto esserne il principale protagonista.

Questo però significa ch’egli, di fronte alla constatazione della tomba vuota, aveva creduto alla tesi petrina della resurrezione, ma interpretandola in maniera diversa. È vero che anche nel vangelo di Marco non si parla mai di “apparizioni del Cristo risorto”, ma è anche vero che la chiusa autentica (non quella posticcia aggiunta successivamente) prospetta un semplice ritorno in Galilea di tutti i principali protagonisti del movimento nazareno, in attesa di chiarirsi sulla nuova strategia da adottare. Cioè si esclude la necessità di pro­seguire l’iniziativa in Giudea in chiave rivoluzionaria.

L’Apocalisse invece parla di “ritorno trionfale e imminente del Cristo crocifisso”, da attendere non passivamente (come predica­va Pietro, negli Atti degli apostoli, con la sua idea di “morte necessa­ria”, secondo la prescienza insondabile della divinità), ma molto atti­vamente, preparandosi cioè a uno scontro armato vero e proprio con l’imperialismo romano e gli elementi collusi del giudaismo.

Giovanni si sente come un profeta disarmato, un visionario, ma non vuole che le sue lettere passino come l’ultimo canto del ci­gno. Siccome parla come un profeta anticotestamentario, è molto difficile pensare che questo autore sia lo stesso del quarto vangelo. Pur essendo entrambi prove­nienti da una cultura giudaica, l’evangeli­sta, che scrive quando la sconfitta della nazione giudaica andava considerata definitiva, appare più sobrio e distaccato e sicuramente molto meno mistico, almeno là dove non è stato manipolato.

L’Apocalisse pare scritta da un disperato che non sa più cosa dire e cosa fare per convincere gli ebrei (in questo caso ebrei-elleni­sti) a lottare contro Roma e i falsi profeti giudaici, tra cui sicuramen­te dovevano annoverarsi Pietro e soprattutto Paolo. Le sette lettere sono soprattutto una denuncia contro l’operato di quest’ultimi e dei loro disce­poli, che, a quanto pare, si sentivano liberi di frequentare le stesse comunità ch’egli aveva fondato, diffondendo un messaggio di­verso dal suo. Giovanni è molto più critico nei confronti di questi ebrei opportunisti che non nei confronti dei pagani oppressori. In tal senso non è da escludere che la parola “nicolaiti” sia stata usata dai manipolatori di questo testo al posto della parola “cristiani”.

Le tesi da lui sostenute nell’Apocalisse si possono ridurre a sette:

  1. Gesù è vero uomo e vero dio, in forza della resur­rezione;
  2. il dio ebraico è insussistente, non c’è nessun altro dio che Cristo (tanto meno possono essere qualificati “dèi” gli impe­ratori romani);
  3. ogni uomo partecipa in qualche modo alla realtà di questa divinità, che quindi non può essere esclusiva del Cri­sto: sal­vezza o dannazione dipendono unicamente dalla vo­lontà umana;
  4. essendo risorto, il Cristo non può essere sconfitto da nessuno e il suo destino è quello di ritornare sulla terra in maniera vittoriosa;
  5. i suoi discepoli non conoscono il momento della parusia, ma sanno con certezza ch’essa avverrà presto: devo­no solo pa­zientare e tenersi pronti alla chiamata decisiva (lo squillo delle trombe), cercando di leggere sapientemente i segni dei tempi;
  6. i nemici principali che i cristiani devono fronteg­giare sono la bestia che viene dal mare (i romani), la bestia che sale dall’abisso (giudei collaborazionisti) e il falso profe­ta (falso cristiano);
  7. la liberazione umana e politica sarà mondiale, non solo na­zionale.

Vediamoli in dettaglio.

Nel testo non s’intravedono le influenze gnostico-ellenistiche così ben visibili nel quarto vangelo: l’Apocalisse è stata manomessa da ambienti cristiani di origine giudaico-essenica, ancora poco in­fluenzati dall’ideologia petro-paolina. È vero infatti che si sostiene che i cristiani sono stati salvati dal sacrificio di Cristo, agnello sgoz­zato. Ma non vi è alcuna traccia del peccato originale, della trinità, dello spirito santo, della circoncisione nello spirito, dei sacramenti, anzi lo stesso dio è strettamente equipa­rato al Cristo, nel senso che non esiste alcun dio che non sia il messia crocifisso.

Quando Giovanni parla di dio usa categorie veterotestamen­tarie (dio è “onnipotente” non “misericordioso”), ma lo fa per poi at­tribuire le stesse categorie al Cristo, il quale comanda il corso degli avvenimenti storici come se fosse Jahvè. Il messia è in grado di uti­lizzare il male da padrone, per mettere alla prova gli eletti, i quali devono tenersi pronti per il suo ritorno glorioso.

È come se si volesse sostenere che, se esiste un dio, il Cristo non gli è da meno, proprio in quanto prototipo dell’essere umano. Questo, per la mentalità giudaica di allora, equi­valeva a fare profes­sione di ateismo, in quanto il fatto di elevare un uomo a dio compor­tava, come conseguenza inevitabile, la riduzione di dio a un esse­re umano.1

Giovanni infatti nega di svolgere una qualunque funzione re­ligiosa: egli si considera “servo di dio”, cioè umile cristiano, al mas­simo “profeta”, anche se è ben consapevole di possedere un’interpre­tazione dei fatti più oggettiva di quella di qualunque altro apostolo: infatti lui solo è in grado di mangiare il libro che gli consegna l’ange­lo, un libro dal sapore dolce in bocca ma amaro nello stomaco, pro­prio perché la rivoluzione del Cristo è stata tradita.

Nell’Apocalisse, quando si parla del messia, non vi è alcuna vera differenza tra uomo e dio. L’unica vera differenza è tra Cristo e i suoi “servi”: gli angeli e gli uomini, che devono sentirsi “fratelli” tra loro. In questo l’antitesi all’ideologia petro-paolina è netta. Alla comunità di Efeso egli scriverà che il Cristo, a chi vince la guerra contro le forze del male, darà da mangiare dell’albero della vita (2,7), lasciando così credere che all’origine della creazione non vi era altro dio che lo stesso Cristo.

Non a caso più volte, nel testo, gli angeli dicono a Giovanni che non deve mai prostrarsi davanti a loro, a testimonianza che non esiste alcun dio oltre a Cristo, qui descritto come “Figlio d’uomo” (1,13; 12,5; 14,14), in maniera analoga alla visione del pro­feta Da­niele (7,13.26), o come “Re dei Re, Signore dei Signori” (6,16; 17,14), in chiave politico-terrena, anzi cosmica. “Il re­gno del mondo è passato al Signore nostro, ed egli regnerà per i se­coli dei secoli” (11,15).

Gesù è descritto con lineamenti che nella tradizione profeti­ca e apocalittica del classico giudaismo venivano attribuiti soltanto a dio: “alfa e omega”, “primo e ultimo”, “il principio e la fine”, “il vi­vente per i secoli dei secoli”, ecc. All’Agnello viene riservata la stes­sa identica adorazione, in quanto siede su un trono regale e divino insieme. Egli è in grado di dare la vita eterna, di comandare gli ange­li, di rendere beato chi vuole.

Nessun testo della Bibbia paragona un uomo a dio in manie­ra così stringente: il Cristo appare non come mediatore tra dio e gli uomini, ma come una sorta di prototipo ance­strale, divino-umano, dell’intera umanità. Cioè gli uomini sono essi stessi dèi, simili agli angeli, per cui non possono materialmente mo­rire, poiché ad ogni morte segue inevitabilmente una resurrezione, personale e generale, provvisoria e definitiva: possono soltanto sal­varsi o dannarsi (la co­siddetta “morte seconda” non è “fisica” ma “spirituale”, è quella di chi, di fronte all’evidenza, si ostina a non vo­lerla ammettere, è la di­sperazione di voler essere negativamente se stessi o di non volerlo essere positivamente).

Quello che Giovanni chiede a quest’uomo-dio è un’afferma­zione di giustizia contro i nemici romani e giudei collaborazionisti che l’hanno crocifisso e contro quanti, tra i cristiani, l’hanno di nuovo tradito rinunciando a proseguire il suo messaggio rivoluzionario: i “falsi profeti” indicano probabilmente gli stessi Pietro e Paolo, che molti esegeti considerano già morti al momento della stesura del te­sto.

1 Quando i cristiani di origine gnostica manipoleranno il suo vangelo, non potranno non tener conto di questa tesi giovannea. Infatti già nel Prologo arriveranno a dire che “nessuno ha mai visto Dio” (1,18) e che solo il Cristo l’ha “rivelato”. Il che però, svolto in maniera conseguente, poteva anche portare a credere che tra Dio e Cristo non ci fosse in realtà alcuna differen­za. D’altra parte nello stesso vangelo esiste un punto che i redattori cristiani non hanno vo­luto o saputo manipolare, nella convinzione ch’esso fosse già favore­vole alla tesi della “divinità” del Cristo: quello del v. 10,34, chiara­mente favore­vole all’ateismo, poiché, all’obiezione che i giudei muovo­no a Gesù di volersi fare come Dio, egli risponde che tutti gli uomini dovrebbero considerarsi degli “dèi”, cioè autonomi da qualunque in­fluenza di tipo reli­gioso. Un’affermazione del genere, per i giudei in­tegralisti, era pari a una bestemmia, e infatti cercarono subito di arre­starlo.

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Autore: laicusblog

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