Conclusione sulle lettere di Paolo

La domanda che a questo punto ci si pone è la seguente: si può davvero proseguire in maniera ateistica la teologia paolina? Si può davvero fare con la sua teologia quel che lui fece con la teologia ebraica e con la mitologia pagana? Sì, si può, ma solo a una condizione, che non si abbia timore di farlo, cioè che si voglia andare davvero sino in fondo.

Infatti, quando Paolo afferma che il Cristo è a immagine di dio, bisogna avere il coraggio di aggiungere che se questa immagine è perfetta (adeguata alle esigenze umane), è irrilevante o ininfluente per l’uomo (che s’interfaccia col Cristo), sapere se dio esiste davvero o no.

Paolo usa la parola «immagine» (e„cèn) non solo per indicare un «figlio» che proviene da un «padre» (come «dipendenza originaria»), ma anche per indicare una certa identità di natura, una perfetta uguaglianza.

Una qualunque esegesi laica può sfruttare questa fondamentale debolezza logica della teologia cristiana (che per Paolo era invece un segno di forza, di originalità rispetto sia all’ebraismo che al paganesimo): quella di servirsi di una «persona storica» per dimostrare la fondatezza di un’«entità metafisica» (dio), trasformando inevitabilmente lo stesso Cristo in una «persona metastorica». Si può sfruttare questa debolezza per arrivare a sostenere, in maniera del tutto laica (o atea, che dir si voglia), che se l’uguaglianza tra «padre» e «figlio» è perfetta, allora può anche non esistere alcuna entità astratta chiamata «dio», o che, in ogni caso, essa risulta irrilevante per l’istanza umana di autenticità o di liberazione.

Se vogliamo considerare Cristo un «modello» per l’umanità, facciamolo restando nella storia. Se per la chiesa Cristo è «figlio», per noi è «padre» e se, incarnandosi, ha voluto dimostrare la propria «umanità», allora noi, come lui, abbiamo «natura divina». Dio insomma, come realtà separata dalla nostra umanità, non esiste.

In questa maniera, peraltro, potremmo fare a meno dell’altro aspetto, questa volta di tipo moralistico, che appartiene sempre alla teologia paolina, secondo cui il sacrificio cruento del Cristo ha riscattato agli occhi di dio un’umanità dannata a causa del peccato d’origine, un’umanità incapace di bene, che deve limitarsi ad attendere con fiducia la propria definitiva liberazione al momento del giudizio universale. Occorre liberarsi di questa forma di rassegnazione universale.

Da un lato quindi possiamo arrivare a conclusioni più ateistiche di quelle che Paolo aveva nei confronti del giudaismo e del paganesimo; dall’altro invece possiamo ipotizzare un percorso politico e un impegno umano finalizzati alla liberazione nel presente.

Paolo non s’è reso conto che, volendo dare al termine «immagine» una pregnanza così marcata (manifestare pienamente l’invisibile in maniera visibile) ha involontariamente offerto l’occasione agli esegeti laici di radicalizzare ulteriormente il suo pensiero, facendo dell’immagine non un «riflesso» di altro ma una «fonte» vera e propria.1

Solo adesso è possibile fare questo percorso. Infatti tutte le eresie cristologiche sviluppatesi dopo la morte di Paolo, sino all’iconoclastia, non hanno mai messo in dubbio l’esistenza di un dio-padre, essendosi limitate a definire la natura e l’identità del Cristo. Nei primi sette concili ecumenici l’ateismo si esprimeva unicamente negando al Cristo una piena natura divina; non si arrivò mai a sostenere che se si fosse affermata sino in fondo la sua natura umana, si sarebbe dovuti arrivare a negare l’esistenza a qualunque divinità. Quella volta gli eretici negavano la natura divina al Cristo per contestare il potere politico della chiesa e dello Stato cristiano (nel migliore dei casi preferivano uno Stato che tenesse la chiesa politicamente sottomessa e che permettesse un’ampia libertà di religione).

Oggi invece bisogna affermare la natura umana del Cristo per negare a qualunque «istituzione sovrumana» (chiesa o stato che sia) la pretesa d’essere indispensabile per il genere umano. Oggi l’ateismo non può servire soltanto a «negare dio», ma anche a eliminare dalla storia la pretesa che una qualunque struttura di potere possa comportarsi come una sorta di «divinità». Tutto quanto pretende, con l’uso della forza, una fede cieca, un delega in bianco dei poteri politici, una rinuncia all’autonomia gestionale delle proprie risorse territoriali, una rinuncia alla propria facoltà di scelta, alla propria libertà di coscienza, andrebbe abolito senza se e senza ma.

Se il Cristo è umano e tutte le cose sono state create da lui, non possiamo che rallegrarcene, poiché di fatto partecipiamo attivamente a questa creazione (come «genere umano», non come «credenti»), nella consapevolezza di poterlo fare autonomamente, utilizzando le nostre facoltà volitive e intellettive.

Ciò che ci preoccupa è semmai il fatto che, avendo eliminato tragicamente il prototipo di questa creazione, noi inevitabilmente rischiamo di compiere errori colossali e persino di autodistruggerci, in quanto, col passare dei secoli, pur essendoci state, di tanto in tanto, delle controtendenze, s’indebolisce la memoria degli aspetti che assicurano la vivibilità della nostra umanizzazione.

Il fatto stesso che i vari protagonisti del tentativo di recupero di questa memoria vengano sistematicamente eliminati, è indicativo della nostra impotenza nei confronti del bene, della nostra incapacità a individuare il meglio per la nostra specie. La fine che ci attende, se il trend non cambia, è tragica, come la decisione d’aver voluto eliminare la fonte della nostra umanizzazione.

Il destino che incombe su di noi sembra essere quello di farci provare dei desideri di identità impossibilitati a realizzarsi, dei desideri che vengono sistematicamente contraddetti da atteggiamenti che non fanno che peggiorare la nostra disumanizzazione. E, a quanto sembra, le catastrofi, cui periodicamente andiamo incontro (guerre mondiali, crolli di civiltà, devastazioni ambientali ecc.), non possiedono mai la forza risolutiva per farci cambiare rotta in maniera definitiva.

La storia sembra muoversi come una parabola dall’andamento sinuoso, a onde ricorrenti, senza fine, dove la distruzione è parte organica di ciò che si costruisce. Si raggiunge un picco nell’illusione che il progresso sia inarrestabile, invece poi si sprofonda nel baratro, da cui, con molta fatica, si cerca di risalire la china, ma solo per ripetere, seppure in forme diverse, gli stessi errori di prima. Sembra la maledizione di Sisifo. Paolo avrebbe detto: «Chi ci libererà da questo corpo di morte?».

1 La teologia paolina si poneva anche il compito di superare l’idea filoniana secondo cui il logos va inteso come rappresentazione imperfetta di un’idea astratta, tale per cui al logos viene interdetta la facoltà creazionistica vera e propria, attribuibile solo a dio.

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Autore: laicusblog

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