I soldi e la felicità dell’uomo ricco (Mc 10,17-22)

Il racconto dell’uomo ricco, in Mc 10,17-22, è uno dei più indicati per comprendere la differenza tra «coscienza soggettiva» (il desiderio) ed «esperienza oggettiva» (la realtà).

L’uomo che corse incontro a Gesù, mentre questi «usciva per mettersi in viaggio», e che «in ginocchio davanti a lui» gli chiese cosa doveva fare «per avere la vita eterna» (v. 17), è un soggetto usato da Marco simbolicamente, per evidenziare che anche gli uomi­ni di «potere» (in questo caso «economico») possono avere delle «buone intenzioni».

Il simbolismo è evidente per almeno due ragioni:

  • la domanda è di tipo etico (di morale personale) o, se vogliamo, di tipo filosofico-esistenziale, in quanto fondamentalmente astratta, mentre il movimento nazareno, avendo un obiettivo strategico gene­rale (la liberazione d’Israele dall’oppressione e dallo sfruttamento), non era disposto a rispondere alle domande di «senso» in termini va­ghi, idealistici o personalistici, cioè svincolati dall’esigenza di un im­pegno sociale e politico concreto;

  • la domanda viene posta a Gesù in un momento in cui chiunque avrebbe saputo darvi una risposta precisa, circostanziata, anche se non avesse fatto parte del movimento nazareno.

Lo sconosciuto manifesta il suo particolare «idealismo» so­prattutto nell’appellativo con cui ha interrogato Gesù: «Maestro buo­no», che nel linguaggio di allora significava «perfetto».

Con la sua controdomanda Gesù contesta il valore di tale idealismo soggettivo, benché apprezzi l’interesse e la buona fede di quel «notabile» (stando alla definizione di Luca. Matteo invece lo considera un «giovane», ed è la sua versione che è passata nella tra­dizione della chiesa. Il termine «giovane» probabilmente è stato usa­to da Matteo in luogo di «ingenuo» o addirittura di «illuso», ancor­ché per motivi correlati all’età e non alla volontà. Trasformando que­st’uomo in un «giovane», Matteo ha cercato di giustificarne il com­portamento, ma così ha di molto attenuato il dramma psicologico del racconto di Marco).

«Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo»(v. 18) – così risponde Gesù. Qui è evidente che Marco vuole evitare il culto della personalità, ma la sua preoccupazione (o di qualche altro redattore) è anche quella di dimostrare che tale culto può essere superato solo ribadendo il culto esclusivo per la divinità. Il che lascia già presagire che la risposta di Gesù o l’interpretazione che lo stesso vangelo ne vorrà dare – come vedremo -, sarà inficiata da argomentazioni di contenuto religioso.

La prima risposta che Gesù dà è di carattere etico e rappre­senta la soluzione minore, proporzionata a un’esigenza superficiale, spontaneistica, anche se sincera. «Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testi­monianza, non frodare, onora il padre e la padre»(v. 19). L’uomo dunque era «sposato» ed è altresì significativo che un secondo redat­tore abbia aggiunto il divieto di «frodare» a quello di «non rubare», che evidentemente, in considerazione del ruolo sociale ricoperto da quell’uomo, non era parso sufficiente. Quest’aggiunta in realtà ri­specchia un’ideologia spoliticizzata del redattore, secondo cui – al­meno così sembra – il senso etico dell’esistenza consiste non in un impegno fattivo contro le ingiustizie sociali e l’oppressione (che nel­la Palestina di allora dominavano ampiamente), ma semplicemente nella conduzione di un’esistenza la più possibile onesta. Sul piano pedagogico è però interessante la preoccupazione del redattore di ve­rificare, attraverso Gesù, l’effettiva coerenza, nel notabile, tra deside­rio e vita. La comunità cristiana primitiva, benché spoliticizzata, pre­vedeva al suo interno un forte rigorismo morale.

La testimonianza del notabile è comunque positiva, almeno riguardo al dovere di rispettare la legge. «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla giovinezza»(v. 20). Già da questo Matteo avrebbe dovuto capire che l’«uomo» di Marco non poteva essere scambiato per un «giovane». La sua domanda rispecchiava uno stato d’insoddisfazione personale, tipico di quella persona che, dopo esse­re entrata nel mondo degli adulti, si chiede se i suoi progetti giovani­li abbiano qualche possibilità di realizzarsi. Quell’uomo, in pratica, si chiedeva se c’era la possibilità, nella vita adulta, di superare le il­lusioni della gioventù senza rischiare di cadere nel cinismo. Egli in­fatti aveva già maturato l’idea che il rispetto scrupoloso della legge non era bastevole alla realizzazione di sé.

Di qui la seconda risposta di Gesù, che è più impegnativa, in quanto è rivolta sia alla professione dell’uomo che alla sua coscienza sociale e politica. «Una sola cosa ti manca: Vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi»(v. 21).

La risposta è caratterizzata da due elementi: uno costrittivo, la povertà; l’altro propositivo, la sequela. La prima soluzione è una critica indiretta dei limiti della legge. Con essa cioè si vuole dimo­strare che la legge può permettere un’onestà personale puramente formale: sia nel senso che non aiuta l’uomo onesto e virtuoso a tro­vare un senso vero di liberazione, poiché la legge può solo proibire non promuovere (ed è il caso del notabile in questione); sia nel senso ch’essa, di per sé, non può farsi carico di tutti i tentativi disonesti dell’individuo, in quanto se veramente ci fosse la possibilità di utiliz­zarla così, gli uomini non avrebbero bisogno di alcuna legge.

La risposta di Gesù è radicale, non moralistica, poiché si dà per scontato che l’opulenza, se è conciliabile col rispetto della legge (almeno apparentemente, in quanto Gesù, fidandosi, non ha verifica­to l’attendibilità delle affermazioni del notabile), non lo è mai con l’i­stanza umana di liberazione. Di qui la richiesta di seguirlo in un im­pegno politico attivo a favore degli oppressi, uscendo non solo dai li­miti della legge, il cui rispetto non può assolutamente comportare un progresso qualitativo verso la democrazia; ma anche dai condiziona­menti della ricchezza personale, la quale, agli occhi dei ceti margina­li, appariva inevitabilmente come motivo di sospetto.

Occorre in sostanza ribadire che l’aspetto più costruttivo del­la proposta di Gesù sta anzitutto nell’offerta di un discepolato attivo e diretto, vissuto in prima persona. Nessuno infatti rinuncerebbe alla propria sicurezza materiale se non fosse convinto di ottenere, in cambio, la soddisfazione di un’esigenza di giustizia molto più senti­ta. Tuttavia, è significativo come Gesù ponga in stretta correlazione la lotta politica per la giustizia con la rinuncia all’opulenza. L’interdi­pendenza dei due fattori può essere usata non solo per denunciare il limite della prassi dell’elemosina o dell’assistenza a favore dei pove­ri, ma per mettere anche sull’avviso quanti credono possibile restare coerenti con l’obiettivo rivoluzionario vivendo un’esistenza agiata. Da notare che qui – essendo il testo manomesso per motivazioni reli­giose – l’affermazione relativa al «tesoro nel cielo» può contribuire in misura rilevante a cercare un alibi per non impegnarsi politica­mente.

Gesù si rendeva conto che il cospicuo patrimonio che il no­tabile possedeva avrebbe potuto ostacolarlo anche nel caso in cui l’a­vesse conservato in minima parte. In astratto è senza dubbio vero che chi prova un grande desiderio di liberazione deve essere disposto a fare grandi sacrifici, anche da subito; ma nella fattispecie del rac­conto questo è ancora più vero, poiché qui si è in presenza di un «notabile», non di un uomo qualunque.

«Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni»(v. 22). La conclusione è molto amara, ma realistica, anche se – diversamente da come vorrà far credere il com­mento redazionale dei vv. 23ss. – non era inevitabile («Quanto diffi­cilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!»; «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago…»; «Im­possibile salvarsi presso gli uomini, ma non presso Dio!»).

Detto commento è alquanto moralistico, poiché non solo è pregiudizievole nei confronti dei ceti benestanti, condannando la ric­chezza in sé e ritenendo «impossibile» una qualche modifica com­portamentale in direzione della giustizia sociale (cosa però che gli stessi vangeli, in altri racconti, non dicono), ma anche perché si affida interamente alla «divinità» il compito di «salvare» l’individuo. Paradossalmente, proprio questi versetti favoriscono l’accumulo delle ricchezze, in quanto distolgono gli uomini dal compito di combatterne l’uso antisociale.

In realtà, l’insegnamento del racconto di Marco doveva esse­re un altro, quello per cui l’idealismo (sia nella forma oggettiva, con­nessa al rispetto della legge, sia nella forma soggettiva, connessa al bisogno di autorealizzazione) è di per sé inutile ai fini della libera­zione sociale e personale, e che le «buone intenzioni» sono sempre insufficienti quando non si concretano nella prassi quotidiana. I fatti stanno proprio lì a dimostrare che si può essere nello stesso tempo «moralmente giusti» e «politicamente ingiusti».

Dal punto di vista della legge, l’opulenza può non essere in­compatibile con la ricerca della perfezione morale, ma essa è co­munque un impedimento notevole alla realizzazione della giustizia sociale, perché profondamente contraddittoria con la realtà della mi­seria e dello sfruttamento. Solo chi ha coscienza di questa contraddi­zione e avverte forte dentro di sé il bisogno di superarla, è disposto a rifiutare l’idea che opulenza e onestà siano compatibili. Che questa consapevolezza possa maturare anche in una coscienza «borghese», va considerato come un’eventualità remota, ma non impossibile, an­che se non sarà certo dalla speranza che tale eventualità si verifichi che dipenderà la battaglia politica per la giustizia sociale, e tanto meno si dovrà rinunciare a tale battaglia – come invece vuole ogni religione – affidandone l’esito alla volontà divina.

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Autore: laicusblog

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