I talenti maledetti (Mt 25,14-30)

Un commerciante, prima di partire per un lungo viaggio d’af­fari, consegna in gestione una quota delle sue sostanze ai tre servi più fidati, perché ne conseguano un profitto. Divide i suoi beni non in parti uguali ma in base alle loro capacità manageriali: al primo dà cinque talenti, al secondo due e al terzo uno. La scelta del mercante si rivela subito oculata, non solo perché con l’equa distribuzione evi­ta di suscitare gelosie tra i servi, ma anche perché i primi due agisco­no come lui aveva chiesto: investono il capitale e lo raddoppiano. [Chi pensa di avere più capacità ritiene naturale il diritto-dovere di mettersi alla prova. L’aspirazione ad avere mezzi/strumenti propor­zionati alle proprie capacità è tanto più legittima in quanto nel rac­conto è lo stesso mercante che stabilisce personalmente tutte le diffe­renze.]

«Colui invece che aveva ricevuto un solo talento – dice Mat­teo -, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone» (v. 18). La paura di perderlo era stata più forte di lui. Eppu­re il padrone non gli aveva dato di meno perché già sospettava che non avrebbe rispettato l’ordine ricevuto: il primo servo, sotto questo aspetto, non offriva maggiori garanzie. A priori si può mai forse es­sere sicuri di qualcosa?

Perché dunque il terzo servo nascose il talento? A suo dire, per la paura di perderlo e quindi di essere duramente castigato. È giustificata questa paura? Se lo fosse, il padrone non avrebbe fatto la scelta criteriata della ripartizione. La paura, quando s’intraprende un’operazione finanziaria, è inevitabile, in quanto un certo margine di rischio fa parte del «gioco speculativo»: di questo qualunque pa­drone è perfettamente consapevole. Il fatto ch’egli avesse riconosciu­to al servo alcune qualità, attesta appunto che la paura, in qualche modo, poteva essere superata: la prova era per così dire «bilanciata». Il mercante esigente infatti gli farà capire che la sua paura non era frutto di scarse capacità bensì di «cattiva volontà». Il servo cioè non aveva fatto nulla per vincere la paura, per mettere a profitto le pro­prie qualità.

Egli anzi si fa scudo di questa paura e si aspetta da parte del padrone una reazione benevola, comprensiva. Il padrone però, di av­viso contrario, spiega al servo – con molta chiarezza e precisione – che proprio per aver dimostrato di temere la sua autorità, egli avreb­be dovuto rischiare. Certo, investendo il talento avrebbe anche potu­to perderlo, ma la sanzione probabilmente sarebbe stata meno seve­ra. Peraltro, il padrone fa notare al servo che si sarebbe accontentato anche di un interesse modesto, ricavato da un deposito bancario – che è certo la forma d’investimento meno rischiosa, per la quale non occorrono particolari capacità.

Viceversa, il servo, pur sapendo che il padrone è un uomo esigente e interessato quanto mai al profitto, pensa che nei confronti di questa debolezza egli vorrà fare un’eccezione alla regola. Spera cioè di ottenere un privilegio senza alcun merito, proprio in virtù della sua «paura»! Chiede pietà e commiserazione al fine di legitti­mare la propria incapacità di saper rischiare. È proprio questa ipocri­sia che indispettisce l’imprenditore.

Il quale, rifiutando la soluzione proposta dall’operaio, lo pu­nisce con estremo rigore. Perché lo chiama «fannullone» e non «pauroso»? Perché se fosse stato veramente pauroso non gli avrebbe affidato alcun incarico: il rischio che doveva correre era esattamente proporzionato alle sue capacità. Al limite si può pensare che un ser­vo non sicuro di sé, avrebbe dovuto sin dall’inizio rifiutare il talento dichiarando apertamente la propria indisponibilità; oppure, accettan­dolo, perché vinto dal riconoscimento di alcune sue qualità, avrebbe dovuto associarsi con uno degli altri due operai, giocando d’astuzia. In fondo le alternative che aveva non erano poche: investire il talen­to rischiando di perderlo, associarsi col servo più capace, depositare il talento in banca: rischio, astuzia o ragione. Questo servo invece ha accettato la fiducia del padrone per vanagloria e poi l’ha tradito con leggerezza. Di qui gli altri due epiteti di «malvagio e infingardo» che il padrone gli ha lanciato.

Come mai il suo talento viene dato a chi ne aveva di più? Non è forse vero che il primo servo ha semplicemente realizzato un profitto proporzionato alle sue possibilità (o comunque al capitale di cui disponeva)? Perché dunque privilegiarlo, visto che il merito d’es­sersi conformato adeguatamente alla volontà del padrone è identico a quello del secondo servo? Appunto perché le capacità sono mag­giori ed anche perché il mercante, essendo entrato, per così dire, «in società» coi servi, non può lasciarsi sfuggire l’occasione di mettere a frutto la notevole abilità affaristica dimostrata. Non c’è nessuna ra­gione perché questo mercante esoso e astuto non debba scegliere il servo più capace e più autorevole.

*

In questo racconto due immagini di «operaio» si contrappon­gono: quella di chi pensa di riscattarsi facendo leva sulla propria de­bolezza e sulla pietà di chi lo comanda; e quella di chi, pur nella pro­pria condizione servile, cerca di ottenere la stessa cosa sfruttando al massimo l’opportunità offerta dalle circostanze (quest’ultimo avrà poi la possibilità, nella storia dei rapporti servili, di trasformarsi da servo «dipendente» a servo «semi-libero»).

Il padrone che dà fiducia e che alla fine premia chi meglio s’è comportato, altro non rappresenta che l’opportunità favorevole per realizzare un desiderio d’emancipazione: ciò ovviamente nei li­miti dei rapporti di produzione servili. L’interpretazione ecclesiastica tradizionale che vede il premio del padrone-Gesù elargito al di fuori della storia, nel «regno dei cieli», è un’evidente forzatura.

Ma c’è di più. La parabola di Matteo riflette sicuramente un periodo storico in cui nell’ambito della comunità cristiana primitiva erano presenti in maniera accentuata degli elementi della media bor­ghesia: la loro presenza poteva anche essere esigua sul piano nume­rico, ma doveva essere molto influente su quello politico. Lo si nota non tanto perché Matteo vuole identificare la virtù cristiana della fe­deltà o dell’obbedienza con la capacità di incrementare i profitti, quanto perché usa proprio l’esempio dell’investimento finanziario per rendere al meglio l’idea etico-religiosa della fedeltà.

Nel racconto semi-parallelo di Mc 13,34 ss., che è all’origine di quello di Matteo, la fede richiesta dal Cristo è piuttosto quella po­litica, che occorre proprio per attendere il momento propizio della li­berazione. Il cristiano di Marco non ha bisogno dell’esempio del de­naro ricapitalizzato per convincersi a perseverare in questa fiducia. Marco sa benissimo che una fede politica perduta può essere ritrova­ta solo con la stessa fede, e questo nonostante che il suo vangelo sia all’origine del processo di spolicitizzazione del Cristo.

È evidente però che se la parabola di Matteo è stata elabora­ta sotto la spinta della mentalità borghese, ed è rivolta a un cristiano che deve acquisire quella mentalità (in fondo l’insegnamento della parabola è proprio questo: il terzo servo doveva smetterla di conside­rarsi una «vittima» dell’autoritarismo del padrone, doveva anzi reagi­re alla condizione servile non tanto per emanciparsene politicamen­te, quanto per accattivarsi la fiducia e la simpatia di chi lo pagava): se dunque lo scopo della parabola è quello d’insegnare all’operaio come adottare i criteri di vita della mentalità dominante, non siamo forse in presenza, con questa parabola, dei primi rudimenti della co­siddetta ideologia del «cristianesimo borghese»?

In un certo senso si potrebbe dire che il rischio con cui il «cristiano-borghese» realizza i propri affari trova in questa parabola la sua necessaria valorizzazione e legittimazione. Il credente è tale proprio in quanto «borghese», e viceversa naturalmente. Cioè la mancanza di fede politica nella insurrezione popolare lo porta a con­dividere la prassi borghese e tale prassi lo porta a giustificare sempre più quella mancanza.

La parabola, se vogliamo, può essere letta da due punti di vi­sta: quello del «padrone» e quello dei due «servi fedeli» (il servo che non rischia rappresenta una posizione superata, inadatta alla vita del­la società borghese: un servo del genere, che ha già rinunciato allo spirito rivoluzionario, se non ha neppure quello borghese, è un sog­getto inutile, che, come tale, va tenuto ai margini e del processo pro­duttivo e del contesto socioculturale che lo giustifica: in questo caso la comunità cristiana).

Il punto di vista del «padrone» può essere considerato analo­go a quello della chiesa cattolico-romana, per la quale la ricerca del profitto non va mai disgiunta da un rapporto di sudditanza personale. Il punto di vista dei due «servi fedeli» diventerà invece quello della chiesa protestante, la quale saprà liberarsi, nell’epoca moderna, della relativa dipendenza dal «padrone» (simbolo della «tradizione») e sa­prà affermare il principio dell’uguaglianza formale dei cittadini da­vanti alla legge e davanti soprattutto al «denaro»: tutto ciò natural­mente sarà possibile a partire dal momento in cui il cristiano-borghese avrà realizzato un consistente patrimonio economico, in virtù del quale egli, a buon diritto, si sentirà sempre più «borghese» e sempre meno «cristiano».

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Autore: laicusblog

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