I vignaioli omicidi (Mc 12,1-12)

Benché descritta in forma parabolico-allegorica, la vicenda dei vignaioli omicidi può essere vista a partire dalla situazione eco­nomica della Galilea di duemila anni fa, dove il terreno coltivabile era in gran parte nelle mani di grandi proprietari terrieri stranieri, che molto spesso avevano la loro residenza all’estero. Il che però può su­scitare delle perplessità esegetiche che vedremo più avanti.

Il vigneto viene impiantato a regola d’arte dallo stesso agra­rio: la siepe di recinzione serviva per delimitare una proprietà privata e per proteggerla da animali predatori e da ladri; il torchio per lavo­rare l’uva; la torre era il casolare ove si abitava durante la vendem­mia: conteneva il frantoio e il magazzino dell’uva e del vino, mentre sul tetto aveva un punto d’osservazione per la vigilanza. Una volta avviata, la vigna veniva data a mezzadria: era questo il rapporto di lavoro che in genere si stipulava fra proprietari terrieri e fittavoli o coloni ebrei.

Il fatto di risiedere all’estero per un lungo periodo di tempo rendeva necessario l’invio di servi esattori per la riscossione dell’af­fitto pattuito, che in pratica era una quota del raccolto annuale. Se­condo la legge ebraica la prima scadenza avveniva al quinto anno.

Nel testo non appare che il latifondista fosse una persona particolarmente esosa; d’altra parte ciò non è indispensabile saperlo: il rapporto di sfruttamento era oggettivo e doveva sottostare a deter­minate leggi economiche. Né viene detto che il suo primo riscuotito­re avesse trattato con disprezzo gli operai: non ne aveva bisogno.

La condotta dei vignaioli può essere messa in relazione al clima rivoluzionario diffuso tra i contadini della Galilea (soprattutto in virtù dell’attività eversiva degli zeloti), ma ciò non sembra giusti­ficare la prevaricazione su un intermediario che svolge un semplice ruolo esecutivo. È vero che l’intenzione è quella di bastonarlo a titolo dimostrativo, non di ucciderlo, ma è anche vero che in tal modo essi inevitabilmente creano un precedente di cui, prima o poi, dovranno rendere conto. Qui si ha l’impressione che la resistenza all’oppressione colonialistica romana si manifesti in forme istintive e superficiali, tipiche peraltro della Galilea.

Se il maltrattamento al primo esattore poteva sembrare detta­to da quel sentimento di ribellione che si ritrova facilmente in quei coltivatori espropriati della loro terra e costretti a lavorare sotto pa­drone, il secondo maltrattamento appare invece più deciso e razio­nalmente motivato, e quindi, per il tenutario della vigna, ancor più minaccioso del precedente. I contadini infatti non si aspettavano l’in­vio del secondo esattore, ma probabilmente una manifestazione di forza più convincente. Pensano quindi di poterne approfittare: ecco perché al peggioramento delle prepotenze uniscono una pretesa di autolegittimazione («lo coprirono d’insulti»).

Perché mai il proprietario della vigna non era intervenuto su­bito con autorevolezza? Probabilmente perché conosceva la loro vo­lontà di resistenza e sperava, inviando il secondo servitore, ch’essi avrebbero ridimensionato le pretese. Vuole evitare di esasperare i conflitti mediante dure ritorsioni, ben sapendo d’essere proprietario in una terra straniera, e tuttavia vuol far capire di non essere inten­zionato a scendere a compromessi che vanifichino il rapporto di sfruttamento. In sostanza temporeggia ribadendo diplomaticamente il proprio potere.

Nella pericope viene detto che inviò molti esattori, ma ciò appare esagerato o comunque finalizzato dal redattore ad accentuare il comportamento irresponsabile di quei contadini. È probabile che nella versione originaria (confermata dal vangelo apocrifo di Tom­maso) gli esattori fossero soltanto tre, di cui l’ultimo nei panni dello stesso figlio. Se così non fosse, difficilmente si potrebbe spiegare l’atteggiamento lassista del proprietario, il cui permissivismo non può essere giustificato semplicemente col fatto ch’egli risiedeva al­l’estero. Qui il redattore ha voluto accentuare il comportamento visi­bilmente irrazionale tenuto da quei contadini, che non avevano valu­tato bene i rapporti di forza in campo.

La pazienza raggiunge il culmine quando il proprietario de­cide d’inviare suo figlio: cosa che però difficilmente avrebbe fatto se gli operai avessero ucciso tutti i suoi esattori. Limitandosi a bastonarli gli operai potevano anche pensare di risparmiarsi un’immediata e categorica reazione da parte del padrone della vigna, ma dopo aver preso a ucciderli era come se si fosse dichiarata guerra. Qui dunque si ha l’impressione che quel latifondista si stia comportando un po’ ingenuamente, specie in considerazione del fatto che non sembra aver inviato il figlio in condizioni di potersi difendere militarmente. Non dimentichiamo però che la parabola ha lo scopo di dimostrare qualcosa a favore dei cristiani contro gli ebrei.

Il latifondista, inviando un intermediario così importante: il figlio erede universale di tutte le sue risorse, sembrava offrire a quei coltivatori un’ultima possibilità d’intesa, consapevole di non voler sottovalutare la gravità della loro protesta. Spera insomma d’accor­darsi diplomaticamente senza dover ricorrere all’uso della forza.

Il modo di ragionare dei contadini, al veder giungere il fi­glio, non è illogico, ma dettato da un certo senso di superiorità, da una percezione ottimistica delle cose. Se maltrattando, insultando e uccidendo gli esattori essi avevano soltanto sperato di entrare in pos­sesso della vigna (o forse di rientrare in possesso della terra), ora, pensando di uccidere il figlio del padrone, sono certi di poterlo fare pienamente, cioè da una situazione di fatto essi vogliono entrare in una situazione di diritto.

Perché sono così convinti di questo? Proprio perché il pro­prietario fondiario non è intervenuto di persona. La comparsa del fi­glio-erede fa loro supporre o che il padrone sia morto, o che sia trop­po debole per agire. E così, se prima avevano bastonato e insultato chi per loro era indirettamente responsabile del rapporto di sfrutta­mento, ora pensano di uccidere chi per loro è fonte di questo stesso rapporto. Qui si può anche pensare a uno scontro armato, seppure di lieve entità.

Secondo le disposizioni giuridiche di allora, ebraiche e ro­mane, si permetteva a chiunque d’impadronirsi di un bene (anche im­mobile) qualora fosse rimasto senza proprietario. Ecco perché gli operai agricoli pensano di diventare i nuovi padroni della vigna, uc­cidendo chi, secondo loro, ne sarebbe stato l’erede. È talmente gran­de la loro sicurezza che nel testo si ha l’impressione che gli abbiano persino negato la sepoltura (qui la chiesa vedrà addirittura un’allusio­ne alla crocifissione al di fuori delle mura di Gerusalemme!): non si preoccupano di salvare le apparenze perché sanno che nessun concit­tadino li denuncerà per aver ucciso uno sfruttatore e nemico della patria. Senonché la parabola è tutt’altro che favorevole a questa con­clusione eversiva: infatti i contadini verranno eliminati e la vigna data ad altri.

Cerchiamo ora di capire la collocazione semantica di questo testo nel vangelo di Marco. Là dove è molto forte l’opposizione delle autorità nei confronti di Gesù, è facile che questi, in pubblico, si ser­va di strumenti linguistici il cui significato, per essere adeguatamen­te compreso, va spiegato (cosa ch’egli faceva privatamente ai propri discepoli). Qui non solo viene confermata detta opposizione, ma le autorità (Matteo enfaticamente parla di «sommi sacerdoti e farisei») non hanno alcun bisogno che qualcuno spieghi loro il significato di quella parabola, tant’è che, se non fossero state impedite dalla folla, l’avrebbero arrestato immediatamente.

Se si esclude l’inizio del capitolo 11 di Marco, in cui s’illu­stra il trionfale ingresso messianico, tutto il resto non è che una se­quela di minacce in direzione di Gesù, in funzione prolettica della tragedia che sta per compiersi sul Golghota. Dopo quell’ingresso il Cristo può soltanto constatare, a dimostrazione dell’aridità spirituale d’Israele (v. 14), un «fico seccato» (che peraltro maledice); compiuta la purificazione del Tempio, la casta sacerdotale cerca «il modo di farlo morire»(v. 18); sacerdoti, scribi, anziani rifiutano di riconosce­re la sua autorità, esattamente come prima nei confronti del Battista (v. 28); col dibattito sulla questione del tributo a Cesare e della re­surrezione pensano di coglierlo in fallo per denunciarlo o di eversio­ne o di ateismo… Nonostante questa fortissima opposizione, e dopo aver criticato duramente tutta l’ipocrisia di un partito, quello farisai­co, che pur vedendola, non fa nulla per sostenerlo (anche i farisei erano ben consapevoli della corruzione del Tempio), Gesù si accinge ugualmente a entrare a Gerusalemme per autoimmolarsi (è questa la tesi petrina e Marco la registra a livello redazionale).

La parabola non fa che confermare una situazione di grave conflitto. L’esegesi confessionale ha naturalmente visto in essa un’anticipazione di quella che sarà la fine del primato d’Israele, sim­bolizzato dai coltivatori ebrei fatti fuori dal latifondista, e sostituiti da nuovi coltivatori «cristiani». Ma per quale ragione le autorità do­vevano sentirsi prese di mira da una parabola del genere? E in che senso la folla doveva invece sentirsi valorizzata da essa, al punto da prendere le difese del Cristo?

Se il proprietario della vigna appare come uno sfruttatore ro­mano e i contadini come ebrei che vogliono ribellarsi, è assurdo pen­sare che Gesù volesse esaltare la figura dell’oppressore, colonialista e proprietario «privato», e che potesse trovare in questo un consenso popolare. Stava forse criticando il ribellismo infantile dei leader po­litici ebrei, paventando una soluzione di tipo «matteano», cioè met­tendosi esplicitamente dalla parte del nemico? Ma non era stato lui a chiedere a Matteo di smettere di lavorare per Roma e d’impegnarsi seriamente in un progetto contro l’oppressione nazionale?

L’esegesi confessionale qui rischia di cadere in un’assurdità dietro l’altra. Leggere misticamente la parabola (col senno «mistifi­cato» del poi) come se il padrone della vigna fosse dio e suo figlio lo stesso Gesù, e gli operai salariati le autorità che non riconoscono i profeti e li uccidono, fino a eliminare il più grande di loro, al punto che per questo delitto il Cristo si ritiene in diritto-dovere di assicura­re il passaggio del primato storico d’Israele al mondo pagano (che in quel momento rappresentava l’oppressione!), è, a dir poco, molto fantasioso.

Se la folla lì presente ha apprezzato quella parabola, eviden­temente doveva aver capito ch’essa era diretta contro dei leader poli­tici ebrei che non sapevano fare il loro mestiere di oppositori risoluti a Roma. Ma la cosa strana è che nella parabola l’opposizione dei contadini al latifondista c’è ed è anche forte: dunque per quale moti­vo quei leader pensarono ch’essa era diretta contro di loro?

Qui si ha l’impressione che se la parabola è stata davvero detta (esisteva una versione quasi analoga in Is 5,1ss.), non può es­serlo stato così come ci è arrivata. Cioè si ha l’impressione che i vv. 10-11 di Marco, quelli in cui si cita un passo veterotestamentario, usato in maniera apologetica, celino un finale molto diverso. Marco ha compiuto una duplice operazione redazionale: ambigua e tenden­ziosa. Ambigua perché ha voluto far vedere, senza specificarne il motivo, che le autorità gestivano il potere in maniera sbagliata e che la folla era consapevole di questo limite. Tendenziosa perché lascia presupporre che il motivo non fosse affatto di tipo «politico» bensì di tipo «religioso» o comunque di tipo «politico-religioso»: il Cristo non venne riconosciuto né come «messia» né come «figlio di dio».

Di certo questa parabola, se è stata detta, deve esserlo stata in Galilea, la terra di Pietro, che nutriva sentimenti di ostilità nei confronti della Giudea, anche se non ai livelli dei samaritani. Quindi la collocazione in Giudea è del tutto convenzionale. Ma se non è una parabola contro i sommi sacerdoti, gli anziani, i sadducei, che non hanno bisogno dello strumento delle parabole per essere additati come corrotti e collaborazionisti, non è neppure un intervento contro gli scribi e i farisei, altrimenti Marco, sempre molto attento a queste cose, lo avrebbe detto esplicitamente.

Questa è una parabola che non aveva bisogno d’essere inter­pretata per essere capita: qui veniva denunciata l’incapacità dei parti­ti rivoluzionari nell’organizzare una resistenza efficace contro Roma. Il proprietario fondiario doveva apparire nella parabola come uno che fa giustizia di chi s’illude di poter andare avanti con un ribelli­smo spontaneistico e di maniera.

Gesù ce l’aveva con chi stava avallando una resistenza mio­pe, istintiva, che si accontentava di piccoli risultati ma era priva di una strategia di largo respiro e che alla fine rischiava soltanto di fare gli interessi di Roma. Stava insomma accusando gli zeloti residenti in Galilea. Quello che manca in questa parabola è proprio la parte costruttiva, propositiva, mistificata dal riferimento religioso all’Anti­co Testamento.

Il lettore oggi si deve accontentare del fatto che la conclusio­ne resta obiettiva, in quanto, avendo sottovalutato la forza del padro­ne della vigna e sopravvalutato la propria, gli operai agricoli hanno duramente ma giustamente pagato il prezzo del loro infantile estre­mismo: quando si organizza una rivendicazione socioeconomica bi­sogna essere capaci di valutare oggettivamente i fatti, il peso delle forze in campo, bisogna essere capaci di «realismo politico».

La resistenza unilaterale, irriducibile a qualsiasi forma di ne­goziato, di contrattazione, era diventata politicamente perdente, e non perché eticamente ingiusta, ma perché non sostenuta da una for­za equivalente a quella che si voleva combattere.

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Autore: laicusblog

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