Il banchetto del re (Mt 22,1-14)

Per quale motivo gli invitati a nozze (che si presume appar­tenessero a un ceto aristocratico) non andarono al banchetto del re? E perché declinarono l’invito anche quelli vincolati da legami di pa­rentela?

Evidentemente gli invitati a nozze non si sentivano tenuti ad andarci, né legalmente né moralmente. Forse i loro interessi erano del tutto opposti a quelli del re e non volevano celare la diversità ac­cettando un invito che in qualche modo avrebbe indebolito la loro opposizione.

Forse non condividevano quel tipo di matrimonio o erano in cattivi rapporti col figlio del re. La parabola non spiega minimamen­te il motivo del loro atteggiamento, che sembra anticipare di secoli quella che gli storici chiameranno «anarchia feudale».

Di certo gli invitati avevano acquisito, in quanto possidenti di terre e di servi, un potere tale da non temere la reazione del loro monarca. Il racconto vuole comunque equiparare il re a una sorta di «buon padre».

La classe degli aristocratici possidenti e militari, descritta nella parabola (hanno città, campi, affari, armi) è paga di sé e non vuole rispettare l’autorità del re neppure formalmente. È un vero e proprio atto d’insubordinazione: essi hanno approfittato dell’occasio­ne (le nozze del figlio del re) per far valere il loro punto di vista.

Il re, dimostrando molta pazienza, si servì a più riprese dei suoi messi per rinnovare l’invito alle nozze, ma inutilmente: i messi anzi vennero uccisi e il re, per non perdere di credibilità, fu costretto a muover guerra e a giustiziare gli aristocratici assassini, sperando ovviamente che gli altri si convincessero ad accettare l’invito.

Niente fa fare. I sudditi refrattari, dopo l’eccidio dei colleghi, credono di avere una ragione in più per disertare la festa nuziale. Ciò tuttavia non può pregiudicare, agli occhi del re, la riuscita della ceri­monia, tanto più che il figlio è destinato a subentrargli come erede universale e successore al trono.

I nuovi invitati, scelti «ai crocicchi delle strade», sono di­ventati i nuovi rappresentanti della classe sociale che d’ora in avanti otterrà l’appoggio della monarchia: si tratta della piccola e media borghesia, legata ad attività commerciali, artigianali, professionali, in grado di pagarsi un costoso vestito per partecipare alle nozze degli sposi.

Una politica più progressista – dettata anche da fattori indi­pendenti dalla volontà della corona – aveva permesso a quest’ultima di stringere nuove alleanze politiche, nuove intese di classe, per quanto il rischio d’incontrare elementi «pericolosi», «sovversivi» era grande: non tutti i commensali, infatti, erano «buoni».

L’essere invitati a nozze dal monarca implicava inevitabil­mente una nuova responsabilità sociale, di cui bisognava essere ben consapevoli. Una volta accettato, l’invito comportava precise conse­guenze politiche. Colui che non porta l’abito adatto all’occasione (perché pensa di poterne fare a meno) non ha capito questa fonda­mentale regola del potere. Questa la morale esplicita della parabola.

La monarchia romana decadente del periodo repubblicano qui tenta la propria revanche, realizzando l’intesa coll’emergente pic­cola e media borghesia, che vede nella nuova figura dell’imperatore il vessillo democratico contro il vecchio potere aristocratico.

La parabola è stata elaborata in una comunità cristiana im­borghesita, che cercava nell’alleanza col principe il proprio riscatto politico-sociale, badando bene di non mettere in discussione le fon­damenta schiaviste del sistema. Il ruolo del proletariato, infatti, resta subordinato: il suo «regno dei cieli» consisterà semplicemente (come vuole l’etica cristiana) nell’attendere le «elemosine» che la borghesia vorrà elargirgli, a condizione naturalmente ch’esso resti nei «ranghi».

Nella comunità primitiva, dominata da elementi proletari ri­voluzionari, non si sarebbe mai potuta elaborare l’immagine di un potere che invita a nozze i poveri e caccia il ricco. Questo modo di vedere le cose avrebbe peccato di «moralismo» e sarebbe quindi sta­to inconciliabile con le esigenze rivoluzionarie.

Tuttavia l’insegnamento indiretto, cioè «non voluto», della parabola di Matteo, può essere un altro, assai diverso da quello ma­nifesto Chi si compromette su cose essenziali – questa la lezione che il proletariato deve imparare – non può sperare di confondersi tra chi gli è diverso per censo, capacità di rischio, volontà di successo, cer­cando di ottenere il massimo dando il minimo.

Il proletariato che non vuole accettare i compromessi vergo­gnosi col potere che lo sfrutta, non deve neppure accettare i suoi in­viti a nozze: se lo fa, sperando di salvaguardare se stesso, s’illude o rischia comunque di cadere nell’opportunismo. La parabola premia la piccola borghesia che sa approfittare delle buone occasioni per farsi valere, ma indirettamente può essere utilizzata per insegnare al proletariato che è fatica sprecata pensare di poter combattere il siste­ma usando le sue stesse armi, cioè accettando di condividerne la lo­gica, seppure con riserva. Il potere infatti non tollererà il non confor­mismo di chi non ha il vestito come gli altri: esso non può fidarsi di chi non vuole compromettersi sino in fondo. Si tratta invero di un’al­leanza in cui entrambe le parti dovrebbero far valere i loro interessi, ma in realtà le condizioni sono state poste dal monarca e nessuno le può modificare.

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Autore: laicusblog

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