Il fico sterile e seccato (Mc 11,12-25)

La pericope è stata collocata da Marco tra l’ingresso messia­nico e la purificazione del Tempio, a titolo di anticipazione e insie­me di conferma della tragedia che sarebbe successa di lì a poco. Essa quindi è il frutto di una considerazione filosofica relativa alla morte del Cristo.

Se si dà per scontato che il racconto abbia radici storiche si finisce col cadere in un labirinto interpretativo del tutto artificioso. Le contraddizioni sono talmente tante che sarebbe fatica sprecata ci­mentarsi sopra speculativamente.

Non ci resta dunque che affrontarlo in maniera simbolica, mettendoci nei panni di un redattore cristiano che ha appena rinun­ciato, non senza travaglio, alle proprie origini giudaiche.

Stando a Marco, e questo trova conferma anche in Giovanni, Gesù e i Dodici, nel momento cruciale dell’ultimo ingresso nella ca­pitale, avevano trovato un punto d’appoggio a Betania, a pochi chilo­metri di distanza, presso l’abitazione di Marta e Maria, dove, secon­do il Giovanni interpolato, Gesù avrebbe compiuto il prodigio più importante e più spettacolare di tutta la sua vita: la resurrezione del­l’amico Lazzaro, di cui i Sinottici non sanno assolutamente nulla.

La differenza tra Marco e Giovanni sta nel fatto che quest’ul­timo spiega molto chiaramente che a Betania giunse il solo Gesù, ac­compagnato da un paio di discepoli, uscendo a suo rischio e pericolo dalla clandestinità, al fine di soccorrere l’amico Lazzaro gravemente malato (forse ferito in uno scontro armato con le truppe romane). Successivamente si sarebbero ritrovati tutti presso il Monte degli Ulivi per organizzare l’ingresso pubblico nella capitale. Nonostante tutto tale versione appare la più convincente.

Al v. 12 di Marco vi è la prima contraddizione cronologica: Gesù ha fame appena uscito, di mattina presto, dalla dimora di Marta e Maria. È evidente che qui il redattore intende per «fame» qualcosa di immateriale, il cui cibo non poteva essere trovato nell’umile Beta­nia.

Betania stessa è qui considerata come un villaggio simboli­co. Essa rappresenta il modello ideale della verità soggettiva, i cui esponenti più significativi per Gesù erano appunto Marta, Maria e Lazzaro, dei quali sappiamo pochissimo: gente semplice, di condi­zioni sociali modeste, le cui aspettative di giustizia sociale e di libe­razione nazionale avevano trovato nel movimento nazareno un soli­do punto d’appoggio.

Ciò tuttavia non basta. L’obiettivo del Cristo non era soltanto quello di valorizzare l’interiorità umana, dandole un nuovo contenuto da vivere, ma anche quello di proporre un programma politico a tutta la nazione e il luogo principe dove avrebbe potuto farlo era soltanto uno: Gerusalemme.

Anche questa capitale è nel vangelo di Marco un simbolo: il modello ideale della verità oggettiva. Nonostante tutto, dirà il Cristo alla samaritana, la salvezza viene dai giudei. Finché Gesù non entra come messia nella capitale, proponendo un nuovo modello di socie­tà, la sua missione resta incompiuta. Marco però lo farà entrare pro­prio per dimostrare che i Giudei erano peggiori dei Galilei e che solo per colpa loro Gesù fu crocifisso e Israele distrutta da Roma.

Betania ha compreso la lezione etica, umana del Cristo, ma questo non basta a saziare la sua fame di rivelarsi compiutamente a quegli uomini che la storia ha prescelto come guida della nazione.

A Gerusalemme è più forte l’esigenza della verità assoluta, la necessità di dover prendere delle decisioni strategiche per tutto il paese: qualunque opposizione a questa aspettativa di liberazione è destinata a ripercuotersi gravemente sul destino dell’intera nazione.

Se Gesù non entrasse nella capitale con tutto il seguito di di­scepoli che gli è possibile, e non si proponesse esplicitamente alla guida della rivolta antiromana, tutta l’attività propagandistica con­dotta fino a quel momento andrebbe irrimediabilmente perduta.

È solo a questo punto che Marco introduce l’elemento del fico, traendo in inganno il lettore superficiale sulla vera natura della fame del Cristo.

La descrizione del redattore è realistica e non vi sarebbe mo­tivo apparente per non credervi. Marco fa capire che l’ingresso mes­sianico del Cristo nella capitale fu in realtà un ingresso nel Tempio. La prima volta «dopo aver guardato ogni cosa attorno (cioè dopo aver constatato la corruzione commerciale nel luogo principale del culto religioso), essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici diretto a Betània»(v. 11).

Il mattino dopo lascia Betania per tornare a Gerusalemme e, mentre cammina coi discepoli, egli vede, lontano dalla strada, un fico pieno di foglie; supponendo che abbia dei frutti, gli si avvicina e grande è la sua delusione nel notare che non vi è neppure un frutto. Marco precisa subito che la pianta non poteva averne, non essendo ancora giunto il momento adatto. Nonostante questo Gesù la maledi­ce. Dopodiché egli entra nella capitale e caccia i mercanti dal Tem­pio: a causa di questa iniziativa Marco dice che «i sommi sacerdoti e gli scribi cercano il modo di farlo morire»(v. 18). Gesù, la sera, torna di nuovo a Betania. «La mattina seguente, passando, vedono il fico seccato fin dalle radici»(v. 20).

A Marco serve mostrare un Cristo profeta e moralizzatore proprio per mistificare il lato eversivo della sua politica. Il fico sec­cato rappresenta il giudizio schematico di un redattore moralista. Il senso di questo racconto è la critica unilaterale dell’illusione, o me­glio dell’ipocrisia di chi fa mostra di avere ciò che non ha, di essere ciò che non è.

I profeti veterotestamentari avevano usato la medesima sim­bologia: la delusione attende Jahvè nel giorno della sua visita (Ger 8,13; Mi 7,1; Os 9,10; Ab 3,17). Insieme alla vigna il fico rappresen­ta il popolo d’Israele che porta frutto (Is 5,1-7; 36,17; Dt 8,8; Ct 2,13; Ag 2,20) o che deperisce (Nm 20,5; Ps 105,3; Is 34,4; Ger 5,17), a seconda della sua fedeltà o infedeltà all’alleanza.

I profeti si sono serviti di queste immagini anche per indica­re il giudizio definitivo di dio, che retribuisce ciascuno secondo le sue azioni (Os 2,12; Zc 3,10). In Pr 27,18 il fico viene addirittura pa­ragonato alla Torah.

La differenza tra i profeti e il redattore di questa pericope è che qui non c’è possibilità di ripensamento da parte del Cristo-giudice: il fico d’Israele viene seccato definitivamente, senza solu­zione di continuità. La presenza ingannevole delle foglie, cioè la ma­schera dell’ipocrisia, ha fatto il suo tempo.

Il versetto principale che legittima un’interpretazione dubbia della pericope è il n. 13: «Non era quella la stagione dei fichi». Il senso di quest’espressione lo si evince solo pensando alla collocazio­ne di tutta la pericope. Il fico sterile non rappresenta semplicemente una inadeguatezza della coscienza ebraica al vangelo di liberazione, che col tempo si sarebbe risolta, ma rappresenta proprio l’irrisolvibi­lità di tale inadeguatezza, cioè l’autunno del giudaismo.

«Non era quella la stagione dei fichi» sta appunto ad indica­re che per quel tipo di presenza storica – il giudaismo classico – non vi sarebbe più stata, dopo la morte cruenta del Cristo, una stagione in cui poter maturare frutti significativi.

Il fatto che il Cristo abbia voluto infierire condannando a morte certa un fico fuori stagione, può urtare la sensibilità di una persona di vedute laiche e democratiche. Il filosofo razionalista Ber­trand Russell, p.es., si scandalizzò di questo atteggiamento e dichia­rò che non avrebbe mai potuto diventare cristiano.

Qui tuttavia la pianta rappresenta Israele, soprattutto nelle sue espressioni ufficiali di potere, che sotto la fronda ingannevole delle sue pratiche religiose, esteriori e formali, nasconde una profon­da sterilità spirituale. La maledizione non è che l’esplicita constata­zione di una falsità che ormai non può più ingannare nessuno: il re­dattore della pericope, cristiano di origine giudaica, sta ragionando col senno del poi.

Se poi il lettore vuol vedere in questa condanna, in maniera più estensiva, il destino inevitabile cui va incontro ogni uomo che vuol fare dell’ipocrisia un modo per imporsi, allora si potrebbe dire che la condanna è relativa non tanto alla mancanza del frutto quanto alla falsità delle foglie, cioè è relativa al dualismo tra apparenza e realtà e soprattutto alla pretesa che, in nome di questo dualismo, il potere possa trarre in inganno le masse.

È facile notare come il redattore abbia voluto indicare una sorta di parallelismo con l’albero della scienza del bene e del male che la Genesi pone nel mitico Eden. Sono entrambe piante inganna­trici, con la differenza che nei vangeli il Cristo viene rappresentato come un soggetto che ha una chiara consapevolezza della verità.

In tal senso l’espressione che il redattore ha messo in bocca a Pietro è indicativa del diverso livello di consapevolezza che distin­gueva il Cristo dagli apostoli: la pianta non si era seccata perché ma­ledetta, ma era stata maledetta perché fingeva di avere frutti.

Che poi il disseccamento immediato possa dipendere dalla volontà del credente, questo fa parte della mitologia religiosa. In luo­go di un «Gesù della storia» che non è riuscito a realizzare la sua missione politica, Marco ha avuto bisogno di accentuare al massimo le caratteristiche sovrumane del «Cristo della fede».

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Autore: laicusblog

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