Il ricco epulone (Lc 16,19-31)

Questa parabola è fatalista per quanto riguarda l’idea di giu­stizia sociale sulla terra, ed è schematica per quanto riguarda l’idea di giustizia sociale nei cieli.

È fatalista perché considera «ricchezza» e «povertà» come condizioni «scontate», volute da dio per mettere alla prova la gente: il ricco avrebbe dovuto aiutare il povero (cosa che qui non avviene), mentre il povero avrebbe dovuto rassegnarsi alla propria povertà (cosa che qui avviene).

La parabola è anche schematica, perché considera la salvez­za nei cieli e la condanna agli inferi come cosa «acquisita», «defini­tiva». Il ricco epulone non può salvarsi neppure se si pente e Lazza­ro, da parte sua, non potrebbe aiutarlo a pentirsi neppure se volesse, perché tra i due è stabilito «un grande abisso» (v. 26).

L’abisso che c’era sulla terra e che Lazzaro sopportava, ora lo deve sopportare il ricco epulone negli inferi, per sempre: cosa che però non gli riesce, e non tanto perché sia «umano» non poter sop­portare un dolore senza fine, quanto perché – secondo l’autore di que­sto racconto – chi ha avuto tutto dalla vita non può sopportare di non aver nulla dopo morto.

La parabola è schematica, cioè categorica, proprio perché fa­talista. Il finale lo conferma. L’autore della parabola è convinto che chi è ricco non potrà mai diventare «giusto», neppure se vedesse un morto resuscitare (v. 31).

Il difetto della morale della parabola non sta tanto nel fatali­smo riferito alla possibilità di «fare giustizia» da parte del ricco epu­lone, quanto piuttosto nel fatalismo riferito alla possibilità di «farsi giustizia» da parte del «povero Lazzaro».

L’autore della parabola (un ebreo convertito al cristianesimo con evidenti tracce antisemite), partendo dal presupposto che i pove­ri non sono capaci di «farsi giustizia», ritiene che la giustizia sulla terra non sia possibile, in quanto i ricchi, proprio perché ricchi, non sono disponibili a «fare giustizia» spontaneamente.

Il limite di questa parabola non sta ovviamente nel voler far credere che per indurre un ricco a «fare giustizia» siano sufficienti la Legge mosaica e l’insegnamento profetico (v. 29), cioè che per «fare giustizia» nel presente sia sufficiente rifarsi a quanto di meglio ha prodotto, nel passato, il popolo ebraico (posizione, questa, che, oltre che fatalista, sarebbe ingenua); ma sta piuttosto nel voler far credere che la pretesa ebraica di realizzare la giustizia in nome di Mosè e dei profeti è illusoria e alla fine produce soltanto dei personaggi come appunto il ricco epulone.

Il giudizio critico dell’autore parte dal presupposto che tra ebraismo e cristianesimo non vi possa essere che una contrapposi­zione frontale, senza mediazione alcuna, e che, di conseguenza, pro­prio il fallimento storico dell’ebraismo costituisce la più sicura ga­ranzia del successo del cristianesimo.

L’autore crede di aver trovato una conferma al proprio fatali­smo nel fatto che Gesù Cristo è stato crocifisso e che a lui non hanno creduto neppure quando hanno detto ch’era risorto. Forse l’autore, per un certo periodo di tempo, aveva sperato, nel proprio fatalismo di fondo, che gli ebrei avrebbero creduto al vangelo cristiano, alme­no di fronte all’annuncio della resurrezione (col quale si poteva per­donare il delitto della croce) e che in virtù della fede in questa resur­rezione si sarebbero anche potute migliorare le condizioni degli op­pressi. Se è così, allora il cristiano di origine ebraica che ha scritto questa parabola, doveva essere di modeste condizioni sociali, attento ai problemi della giustizia, non disponibile però a impegnarsi in un progetto politico rivoluzionario.

Tuttavia, anche se non sembra, la parabola era abbastanza progressista nel tempo in cui venne scritta, poiché allora si riteneva, negli ambienti ellenistici, che solo i ricchi avrebbero ottenuto il para­diso, o che comunque dopo la morte tutti sarebbero finiti nell’Ade (un inferno deprimente), quindi senza nessun vantaggio per i poveri e gli schiavi.

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Più in generale qual è il limite della parabola? Il suo autore è convinto che il ricco non rinuncerebbe alle proprie ricchezze nean­che se vedesse un uomo risorgere. Con ciò egli implicitamente am­mette che la teoria apostolica (petrina) della resurrezione di Cristo non ebbe alcuna efficacia per la modificazione dei rapporti di sfrut­tamento esistenti nella società schiavistica.

Questa parabola, che sia nata in ambiente ellenistico-cristiano o in ambiente ebraico-cristiano, manifesta comunque indi­rettamente la limitatezza strutturale del cristianesimo e di qualunque religione sul piano sociale. L’autore può anche averla scritta per mo­strare che la legge mosaica e tutto il profetismo veterotestamentario si sono rivelati assolutamente impotenti di fronte all’oppressione del­la società schiavistica, ma se essa voleva lasciare intendere che i ric­chi cristiani di origine pagana o di origine ebraica non arriveranno mai – appunto perché «cristiani» – ad adorare il «dio quattrino», così come i ricchi di religione ebraica, allora bisogna dire che la sua pretesa alternativa è non meno illusoria di quella ebraica. Anche perché l’autore è esplicito nel sostenere l’impossibilità di trovare una qualunque mediazione tra ricchezza e povertà e nel contempo l’impossibilità di ribaltare le cose a favore dei ceti non abbienti, tant’è che la possibilità del riscatto, per il povero o lo schiavo, egli la relega nel mondo dell’aldilà. Il povero Lazzaro, infatti, quand’era in vita, si limitava a supplicare la pietà del ricco e non opponeva alcuna resistenza all’ingiustizia sofferta. In particolare il v. 25 pone l’ingiustizia a livello di un male da sopportare. Superata la prova, con la pazienza e la rassegnazione, lo schiavo otterrà nell’aldilà la ricompensa.

Sulla necessità di questo atteggiamento rinunciatario facil­mente potevano trovarsi d’accordo cristiani d’origine ebraica e paga­na. Ricchi e poveri, per Luca e per tutto il cristianesimo primitivo, sono appunto un dato della natura voluto da dio. Al cristianesimo non si chiede più di quanto in precedenza si chiedeva alla legge mo­saica, cioè la pura e semplice predicazione della pazienza per il po­vero e della pietà per il ricco.

Ovviamente la parabola avrebbe potuto concludersi con una diversa morale, forse più ebraica che cristiana, ma certamente meno scettica di quel che qui si può constatare: e cioè che chi è abituato a vivere nel lusso sfruttando il prossimo, potrebbe rinunciare a questo tipo di vita soltanto se qualcuno ve lo obbligasse.

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Forzando un po’ la mano si potrebbe dire che la parabola è attraversata da una certa tendenza antisemita, in quanto l’incredulità dei giudei – qui rappresentati dal ricco epulone – nei confronti del Cristo e del cristianesimo apostolico – qui rappresentati dal povero Lazzaro e da Abramo – viene considerata come assolutamente inevi­tabile.

Forse non è semplicemente una parabola contro i ricchi o la ricchezza in generale, a favore della speranza di una ricompensa ul­traterrena, poiché, in tal caso, sarebbe del tutto normale annoverarla tra quelle del mondo islamico.

Probabilmente non è neppure una parabola preposta a inse­gnare la cosiddetta teoria della «non resistenza al male», perché pre­vedere come ricompensa a un’azione ideale qualcosa di molto mate­riale, è senza dubbio limitativo dal punto di vista etico-religioso.

Questi aspetti sono certamente presenti nel testo e anche in maniera esplicita. Tuttavia qui si ha l’impressione che il leit motiv del racconto stia piuttosto in una sorta di malcelato disprezzo nei confronti del ceto ebraico benestante, e non tanto o non solo perché «benestante», quanto soprattutto perché «ebraico».

Se Luca – che era di origine pagana – avesse voluto scrivere una parabola contro l’uso illecito delle ricchezze, non avrebbe avuto bisogno di scegliere uno sfondo e dei personaggi che ricordano così da vicino l’ebraismo. Sarebbe subito apparsa una scelta forzata e lon­tana dal suo stile accorto. Peraltro avrebbe ottenuto un effetto di dubbia efficacia pedagogica nell’ambito di una comunità cristiana di origine ellenistica.

Questa parabola contiene elementi troppo artificiosi perché si possa pensare ch’essa rifletta una qualche situazione sufficiente­mente realistica.

Il povero Lazzaro infatti sembra rappresentare il proletariato ebraico che, emancipatosi dall’ideologia giudaica dei ceti possidenti, che lo discriminava culturalmente e l’opprimeva materialmente, di­venta, nei panni di Abramo, una sorta di parvenu cristiano, fonda­mentalmente razzista e soprattutto antisemita, in quanto ipostatizza un atteggiamento incredulo e volgarmente materialista da parte dei possidenti ebrei.

Abramo rappresenta ciò che Lazzaro avrebbe voluto essere sulla terra quand’era ebreo e ciò che è diventato abiurando l’ebrai­smo.

In questo racconto la ricchezza è stata vista non tanto per fare una critica al suo uso smodato o a quello ch’essa rappresenta in sé, ma come occasione per condannare un ceto sociale e, con esso, un’etnia, un popolo, una cultura, una religione, senza soluzione di continuità.

Una parabola del genere non solo non può essere uscita dalla penna di Luca, ma meno ancora potrebbe essere uscita dalla bocca del Cristo, sia perché questi, nei vangeli, non ha mai negato a nessu­no la speranza della conversione – tant’è che lo stesso Luca non ha scrupoli nel sostenere che persino Zaccheo, un capo degli agenti delle tasse, era disposto a seguire il messia in cammino verso Gerusalemme per l’ingresso trionfale; sia perché non è condannando la ricchezza in maniera così moralistica (chi ha goduto sulla terra soffrirà nei cieli) che si sarebbe potuta ottenere la giustizia sociale in Israele. Cristo non era un profeta ma un leader politico.

In definitiva, una parabola così dominata dalla logica del ri­sentimento, può essere stata solo aggiunta al testo di Luca.

Peraltro, se accettiamo che Luca abbia scritto anche gli Atti degli apostoli, la suddetta parabola si presenta come la negazione della storia del più grande apostolo del Nuovo Testamento, Paolo di Tarso, che si convertì non solo perché era giunto alla conclusione che la Legge e i Profeti non erano più sufficienti a garantire la libertà personale, ma anche perché ad un certo punto si persuase che la scomparsa del Cristo dalla tomba poteva essere considerata come un fatto realistico, da utilizzare strumentalmente come chiave di volta per elaborare una nuova ideologia religiosa, alternativa sia al vec­chio giudaismo che alle teorie professate dal Cristo in persona.

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Autore: laicusblog

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