Il servo spietato (Mt 18,23-35)

Conformemente alla nota tesi marxiana secondo cui «i princìpi sociali cristiani hanno giustificato la schiavitù antica [in quanto] essi predicano la necessità di una classe dominante e di una oppressa» [1], sempre più ci si rende conto – leggendo i vangeli cri­stiani – che in questi testi religiosi (o, se vogliamo, di «politica reli­giosa») non si giustifica soltanto la schiavitù allo «stato puro» (pri­ma di loro l’aveva già fatto Paolo nelle sue lettere), quella, per inten­derci, dell’apogeo del dominio romano, ma anche e soprattutto quella forma di schiavismo che, venuta a crearsi nelle province imperiali intorno al I e particolarmente II sec. d.C., aveva preso il nome di «colonato» (o colonìa).

Nei racconti allegorici riguardanti i coloni (vincolati stretta­mente, quest’ultimi, non meno degli schiavi, alla terra, benché giuri­dicamente più liberi), non si mette mai in discussione la realtà del nuovo rapporto economico, cui i romani erano stati indotti a ricorre­re nelle province appena conquistate militarmente. Anzi, gli autori dei vangeli (specialmente Matteo) tendono a legittimare la necessità di questo rapporto, mostrando che quando esso non veniva accettato (ovviamente dai coloni), era sempre per motivi «moralmente inde­gni» (a carico, ovviamente, degli stessi coloni), cioè per motivi indi­pendenti non solo dalla volontà soggettiva del padrone (che anzi spesso viene paragonato a dio!), ma anche dalle concrete circostanze socio-economiche, considerate non tanto come un prodotto «storico», quanto piuttosto come una condizione inevitabile della «natura». La parabola matteana del servo spietato, che ora vedremo e che è priva di paralleli sinottici, lo dimostra in modo eloquente, seppur essa riproduca solo limitatamente una situazione reale.

Prima di prenderla in esame è però necessario fare un breve excursus storico. La cessazione delle guerre esterne verso la metà del I sec. d.C. aveva determinato la diminuzione del numero degli schiavi. Considerando che il lavoro di quest’ultimi era già di per sé poco proficuo, soprattutto quando il proprietario romano non era presente sul suo fondo agricolo, se non in maniera saltuaria e attra­verso propri intermediari, fu facile rendersi conto che sarebbe stato più conveniente affittare la terra a degli schiavi affrancati, dando loro in uso i mezzi produttivi, oppure stipulare un contratto con dei liberi ma miseri contadini, costretti sin dall’inizio del rapporto di co­lonato a ricorrere ai prestiti del padrone. Il canone generalmente consisteva al massimo nel terzo del raccolto e in alcune prestazioni gratuite di lavoro.

Senonché la mancanza di abitudine a un sistematico lavoro produttivo, da parte di questi lavoratori semi-indipendenti, che ecce­desse i loro bisogni vitali, la loro strutturale debolezza economica dovuta a una tecnologia molto elementare, la tendenza al parassiti­smo ozioso della classe padronale e, in particolare, l’esigenza d’im­porre sempre maggiori tasse da parte di un impero cresciuto smisura­tamente sul piano burocratico e militare, furono fattori che in poco tempo costrinsero il colonato a rivelarsi come un insufficiente surro­gato della schiavitù. Anzi, la situazione sociale dei neo-liberti «ascritti alla terra» era sensibilmente peggiorata, in quanto se prima, come schiavi eccedenti, potevano permettersi di lavorare poco e male, in seguito tutta la responsabilità della gestione economica del­la terra gravava sulle loro spalle.

Liberando questi «strumenti parlanti» – come venivano chia­mati -, il padrone s’era sottratto a molte delle spese per mantenerli, ma, ferma restando la separazione dei produttori dalla proprietà dei mezzi produttivi, non migliorava affatto la condizione di questi ex-schiavi, né, tanto meno, quella dei liberi contadini affittuari. Col tempo, di fronte alle crescenti richieste di canoni maggiorati, tutti di­venteranno debitori insolventi e determineranno quel fenomeno che, agli albori del Medioevo, può essere definito col termine di «servag­gio di massa».

*

La parabola di Matteo inizia parlando di un re che voleva fare i conti coi propri servi. Si tratta probabilmente del rendiconto quinquennale che il padrone romano faceva coi lavoratori di provin­cia alle proprie dipendenze. Non un «re» quindi ma al massimo un «procuratore» nominato dall’imperatore per una determinata provin­cia imperiale, il quale, a sua volta, affidava le terre a dei «conduttori» che le lavoravano direttamente oppure le subaffittavano a dei piccoli affittuari, i coloni appunto. Fra conduttori e coloni non regnavano buoni rapporti, poiché i primi, cercando di diventare pro­prietari delle terre, aumentavano illegalmente i pagamenti, pretende­vano maggiore lavoro e usavano violenza. È possibile quindi che la parabola rifletta, vagamente, un rapporto del genere.

Il fatto che vi siano dei conti da verificare può far pensare che la parabola sia stata scritta non più tardi della seconda metà del I secolo. Il denaro infatti verrà sostituito dai prodotti in natura e da va­rie corvées solo nel II secolo. Tuttavia l’incredibile ammontare del debito, che ora vedremo, fa pensare a una successiva manipolazione del testo.

Uno dei servi del procuratore aveva accumulato un enorme debito di 10.000 talenti [2]. La cifra è volutamente esagerata non tanto per evidenziare una qualche «colpa soggettiva» del colono, né, tanto meno, per accentuare il carattere oppressivo di questo rapporto di la­voro, quanto piuttosto per sottolineare ancor più la particolare «mal­vagità» che questo servo dimostrerà nei confronti di un altro servo, per analoghi motivi di credito: sarà difficile, in effetti, con un debito così elevato, giustificare il suo comportamento.

Il colono gravemente indebitato e l’atteggiamento magnani­mo del padrone, che si lascia commuovere dalle suppliche di quello, spiegano forse la decisione degli imperatori del II sec. di trasformare la rendita in denaro in rendita in natura. Che il servo in questione non fosse uno schiavo ma un contadino libero divenuto colono è di­mostrato dal fatto che il padrone pensa di venderlo come schiavo, con tutta la sua famiglia, solo dopo aver constatato il mancato assol­vimento del debito. Il colono, si sa, non aveva, al pari dello schiavo, la possibilità di beneficiare di alcun vero diritto, soprattutto in pre­senza di debiti che non si potevano pagare. Il padrone infatti consi­dera del tutto normale la schiavizzazione di lui e della sua famiglia, nonché la requisizione di tutti i suoi beni.

L’umanità dimostrata, in questo caso, non doveva essere in­terpretata come un segno del miglioramento della situazione socioe­conomica degli oppressi. Con la crisi del reclutamento degli schiavi era preferibile al padrone essere condiscendente verso i coloni, an­che per i pagamenti del canone (ovviamente con un debito di 10.000 talenti la pietà sarebbe stata insensata). L’atteggiamento padronale verso i ceti inferiori era diventato più mite solo perché le modalità dello sfruttamento economico si erano più razionalizzate. In ogni caso un padrone non avrebbe mai sciolto dal debito un colono che, non potendolo pagare, avrebbe potuto lavorare gratis per lui. Al massimo poteva concedergli una dilazione nel pagamento. In pratica il vangelo illude il lettore che la categoria dei padroni possa a volte essere così buona e comprensiva da condonare debiti anche elevatissimi. [3]

Ottenuta la remissione del debito, il servo, incontratosi con un altro servo, suo debitore, esige che questi saldi i conti con lui (100 denari) [4]. Ma la situazione purtroppo si ripete: neppure l’altro è in grado di pagare.

Il racconto è un’efficace testimonianza non solo di come la miseria, nei cui confronti s’era incapaci di reagire, potesse abbruttire spiritualmente, ma anche di come la modificazione dello sfruttamen­to da schiavistico in colonato non avesse affatto risolto il problema della sussistenza del lavoratore dipendente, privato della propria au­tonomia economica. Si trattava di un puro e semplice palliativo fa­vorevole soltanto ai proprietari dei capitali e dei mezzi produttivi.

E così, invece di una lotta comune contro il padrone (cosa che però spesso accadeva, in maniera spontanea e disorganizzata, specie nella Galilea di allora, benché gli evangelisti, tesi a cercare una legittimazione del cristianesimo nell’ambito dell’impero, non possano ovviamente documentarla), scoppia una guerra tra poveri. Invece di basarsi sull’unità di classe, sulla reciproca collaborazione, in nome di uno sfruttamento comune, emergono forti divisioni e ri­valità.

Il condono del debito avrebbe dovuto indurre il primo servo a un comportamento più benevolo nei confronti del «collega», che in fondo, proprio come lui, chiedeva soltanto una proroga. Ma una se­rie di circostanze l’aveva invece portato a infierire con ostinazione: anzitutto l’esasperazione provocata dall’indigenza materiale, nonché la paura, annessa, di ritrovarsi nelle file degli schiavi, poi l’umilia­zione di chiedere la misericordia al proprio padrone (che nella para­bola viene già visto come «re»), infine l’incomprensione delle strate­gie politiche in virtù delle quali al padrone non fosse più possibile sfruttare il lavoro altrui.

L’omertà comunque non lo protegge: gli amici e i parenti del secondo servo, consapevoli che al primo era stato risparmiato un de­bito più grande e che, nonostante questo, egli aveva voluto lo stesso denunciare l’altro, lo vanno a riferire al creditore.

Saputa la cosa il re-padrone (che qui in un certo senso fa le parti di un giusto giudice, anticipando, in ciò, quello che sarà l’atteg­giamento del feudatario medievale sul piano locale) non si rifà ad al­cuna legge per condannare il comportamento del primo servo, ma unicamente alla propria autorità: con questa gli aveva estinto (o pro­rogato) il debito e con la stessa gli revoca il condono (o la dilazione).

Il fatto d’essersi lasciato convincere dalle suppliche del servo ora lo infastidisce molto più di prima (c’è forse qui un rimpianto dei tempi in cui i padroni non cedevano mai alle implorazioni degli schiavi?): oltre al raggiro di quello, egli ha dovuto sopportare anche la perdita di profitti dovuta alla detenzione del secondo servo. Para­dossalmente è il padrone stesso a insegnare al servo la solidarietà fra membri di una medesima classe sociale: «Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» (v. 33). Sembrano qui presenti le origini della «predicazione interclassi­sta» della chiesa romana, ovvero la funzione illusoria di un’istituzio­ne (ivi inclusa quella dello Stato) che si presume equidistante dai conflitti di classe.

Adesso la punizione riservata al primo servo non è più sem­plicemente quella di venderlo come schiavo a un altro padrone, col quale, se le circostanze gli fossero state favorevoli, avrebbe forse po­tuto – dato il mutare dei tempi – ritornare alla semilibertà del colono, ma è quella di costringerlo ai lavori forzati fino a quando non avrà pagato tutto il debito, sotto stretta sorveglianza degli aguzzini (un’anticipazione dei futuri «villici imperiali»?). Con la prima puni­zione, poi revocata, il padrone mostrava di considerarlo un inetto; con la seconda lo considera un crudele approfittatore.

Qual è dunque l’insegnamento della parabola? Certamente non quello di offrire dei criteri obiettivi di giustizia sociale o econo­mica. La pietà del padrone non incide minimamente sul rapporto og­gettivo di sfruttamento, né vi incide il fatto d’aver reso giustizia al secondo servo. Di fronte ai propri coloni il padrone, la cui residenza è altrove, ha sempre più bisogno d’apparire come un «operatore di giustizia» (a livello locale).

L’unico valore morale positivo del racconto, che appare for­temente influenzato da tradizioni giudaiche, sta forse in questo, che quando si beneficia, in qualità di servi, di un favore considerevole, e insperato, da parte di un proprio superiore, si dovrebbe avere una ra­gione in più per non rifiutarne uno, di entità infinitamente minore, a un membro della propria classe sociale, anche se quest’azione, a cau­sa della precarietà generale in cui si vive, può costare non pochi sa­crifici.

Detto principio però è così evidente che non c’era bisogno di scriverci sopra un’apposita parabola, in un vangelo peraltro che pre­sumeva d’essere alternativo all’ideologia ebraica tradizionale: se si è avvertito il dovere di farlo, significa che la situazione dei coloni nel­le province imperiali del Vicino Oriente nei secoli I-II d.C. doveva essere alquanto drammatica e che ben pochi di loro riuscivano a sop­portarla.

Qui comunque non c’è la difesa esplicita del padrone «in quanto padrone» (in fondo essa appare scontata e quindi inutile); piuttosto c’è l’intenzione di far capire al lettore che la sua decisione di annullare il condono – alla luce della nuova situazione creatasi – era stata giusta. L’atteggiamento del primo servo può anche apparire comprensibile, data la miseria, ma nel contesto è ingiustificato.

Tuttavia, l’accentuato carattere paternalistico del racconto impedisce di valorizzare il fattore, altrettanto etico-sociale, della re­ciproca collaborazione fra elementi di una medesima classe oppres­sa. Lo impedisce proprio perché con una valorizzazione del genere non si potrebbe poi non affrontare il problema di come superare con­cretamente i condizionamenti che determinano situazioni sociali di miseria e di esasperazione: problema che può essere risolto solo at­traverso la lotta di classe.

Parlando del «servo spietato» il vangelo di Matteo dimentica di dire che, in genere, anche i padroni erano «spietati». Circoscriven­do il problema della miseria entro il semplice terreno morale, il van­gelo mistifica quelle che sono le leggi di natura economica. Farà senza dubbio questo involontariamente, ma ciò non toglie ch’esso possa prestarsi, in modo oggettivo, a un suo uso strumentale per la conservazione dei rapporti di sfruttamento esistenti.

Note

[1] Marx-Engels, Scritti sulla religione, ed. Garzanti 1979, p. 150.

[2] La Bibbia di Gerusalemme, agli inizi degli anni Settanta, paragonava il valore di 10.000 talenti a 55 milioni di lire oro, mentre i 100 denari a 100 lire oro. Polibio narra che Scipione impose ai Cartaginesi sconfitti un paga­mento di 10.000 talenti d’argento in 50 rate annuali (da cui si potevano rica­vare 1.400.000 denari). Pertanto l’importo di cui parla Matteo è del tutto in­verosimile.

[3] L’uso politico-strumentale di tale illusione lo si può ritrovare anche nel documento della commissione pontificia «Iustitia et Pax» sul problema del debito internazionale: Al servizio della comunità umana, 1987.

[4] Cento denari corrispondevano allo stipendio di circa 100 giornate lavorati­ve.

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Autore: laicusblog

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