La condanna pontificia dell’apostolo Paolo

Quando Lutero si servì della figura di Paolo per contrapporla a quella di Pietro, usata, quest’ultima, oggi come allora, dal papato per rappresentare il proprio potere politico-religioso, la storia della chiesa romana conosceva già severe interdizioni nei confronti di coloro che avessero osato dare dell’apostolo Paolo un’interpretazione diversa da quella canonica.

Nel 1329 e nel 1351 i papi Giovanni XXII (1316-34), grande persecutore dei francescani spirituali e fautore della dittatura politico-militare di Carlo d’Angiò in Italia, e Clemente VI (1342-52), che trasformò Avignone, ove il papato aveva trasferito la propria sede, in un importantissimo centro finanziario della cristianità, e dove tenne prigioniero il tribuno del popolo romano Cola di Rienzo, avevano scomunicato e condannato ogni uomo e ogni teoria che avessero tentato di negare che l’apostolo Paolo aveva operato sotto gli incontestabili ordini e l’assoluto potere dell’apostolo Pietro (che allora, come oggi, veniva definito «primo dei papi»). Le sentenze si riferivano soprattutto alle «eresie» di Marsilio da Padova (Defensor Pacis l’opera principale) e Giovanni da Ianduno (Jandun), collaboratore di Marsilio. Per la stessa ragione papa Martino V (1417-31) aveva scomunicato Jan Huss nel sinodo di Costanza.

Nel 1647, in piena controriforma, un editto di papa Innocenzo X (1644-55), grande nepotista e avverso ai giansenisti, scomunicava quale eretico, condannandolo al rogo, ogni cristiano che osasse credere, seguire o comunicare ad altri l’insegnamento dell’apostolo Paolo circa l’autenticità della propria dignità apostolica, che, come noto, non dipese da quella degli altri apostoli di cui parlano i vangeli.

L’editto, che faceva parte dei documenti dell’Inquisizione, obbligava, in particolare, ogni fedele a credere, sotto la minaccia di severi castighi, che l’apostolo Paolo, in tutta la sua vita cristiana, non aveva esercitato la sua opera missionaria liberamente, ma alle strette dipendenze della monarchia di Pietro, il cui potere si trasmetteva per successione ereditaria, diretta e personale ai soli vescovi di Roma.

Per convincere la cristianità che il famoso «Primatus Petri» era cosa fondata, il papato elaborò tutta una serie di clamorosi falsi, di cui i più noti sono l’interpolazione del sesto canone del concilio di Nicea, che viene fatto iniziare con le parole: «La chiesa romana ha sempre avuto il primato…»; la famosa «Donazione di Costantino» (elaborata nell’VIII sec. per convincere i franchi a scendere in Italia contro i longobardi, permettendo alla chiesa di costituirsi come potente Stato della penisola), secondo cui l’imperatore Costantino avrebbe trasmesso al papa il potere temporale su Roma e su tutte le province dell’occidente; le cosiddette «Pseudo-Decretali isidoriane», che, fra le altre cose, affermano un’autorità pontificia sul mondo intero.

Meno note ma non meno efficaci sono anche tutte quelle interpretazioni strumentali, opposte all’esegesi tradizionale, di alcune opere dei padri della chiesa in cui determinati passi evangelici, come p.es. Mt 15,18 s., Lc 22,31 s., Gv 21,15 s., venivano utilizzati per giustificare il «primato di Pietro», presentato come una sorta di eccezionale privilegio concesso soltanto a Pietro e, per suo mezzo, ai soli pontefici romani, in virtù del quale costoro si arrogavano il diritto di esercitare una dittatura pressoché assoluta sulla chiesa universale e indirettamente sul mondo intero. La chiesa ortodossa, non meno cristiana della cattolica, veniva definita a tale proposito chiesa «ribelle» o «scismatica».

Nel concilio Vaticano I Pio IX (1846-78) stabilì che il primato del papa è la parte più significativa del cattolicesimo-romano e confermò definitivamente la teoria dell’infallibilità pontificia. Pio X (1903-14) nel 1907 e Benedetto XV (1914-22) nel 1920 hanno ripetuto le stesse cose nella maniera più categorica. E anche oggi nessun papa (Roncalli, Montini, Luciani, Wojtyla, Ratzinger) ha mai messo in discussione il primato di Pietro e l’infallibilità pontificia.

L’apostolato indipendente di Paolo presso i Gentili è stato per molto tempo una spina nel fianco alla teoria del primato di Pietro. Difficilmente conciliabile con tale teoria apparivano infatti le parole di Paolo secondo cui egli «stimava di non essere in nulla inferiore ai sommi apostoli» (2 Cor 11,5 e 12,11). Nella lettera ai Galati egli scrisse espressamente di essere stato chiamato all’apostolato «non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo» (1,1).

Egli addirittura considerava Pietro come «secondo» dopo Giacomo, fra quelli «che sono reputati colonne» (Gal 2,9), e in ogni caso non attribuiva a quella triade particolare significato, trattandosi, per lui, di semplici preferenze contingenti, «perché Dio non bada a persona alcuna» (2,6), meno che mai a quelle dotate di poteri politici assoluti.

I padri della chiesa interpretarono correttamente la rivendicazione di Paolo, intuendo che fra i primi apostoli (i Dodici e Paolo) tutti avevano medesima dignità, identiche prerogative: non esisteva alcuna superiorità ipostatizzata, stabilita una volta per tutte. Così la pensavano Crisostomo, Cipriano, Basilio, Isidoro di Siviglia…: con assoluta unanimità essi insegnavano che tutti gli apostoli furono quello che era Pietro.

Lo stesso Ambrogio di Milano scrisse: «Se l’apostolo Pietro aveva qualche precedenza, fra gli altri, questa fu precedenza di confessione non di onore. Precedenza di fede e non di classe». Non a caso però in occidente, fino a qualche tempo fa, circolavano edizioni del suo libro Sulla penitenza nelle quali la parola «fidem» era stata sostituita con la parola «sedem», per cui il testo arriva a dire esattamente il contrario di quanto aveva scritto Ambrogio: «Non possono avere eredità di Pietro coloro i quali non siedono come lui sulla stessa cattedra»!

Sulla questione del primato e dell’infallibilità pontificia ancora oggi si discute pochissimo in ambito cattolico. Gli studi più significativi restano comunque quelli di H. Küng, L’infallibilità (ed. Mondatori, 1977); La Chiesa, (Queriniana, 1969); A. B. Hasler, Pio IX. L’infallibilità del Papa e il Concilio Vaticano I (Stuttgart 1977); Come il papa divenne infallibile. Retroscena del Vaticano I (Torino 1982); P. De Rosa, Vicario di Cristo. Il lato oscuro del papato (Armenia editore, 1985); Cullmann e altri, Il primato di Pietro (Bologna 1965).

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Autore: laicusblog

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