Le cinque vergini smaliziate (Mt 25,1-13)

Questa parabola non era destinata a scandalizzare i fautori della stretta monogamia, anche se certo non è possibile considerarla un testo «femminista» né propriamente «ebraico», per quanto nel­l’Antico Testamento i sovrani non erano alieni all’uso di propri ha­rem. Le dieci vergini rappresentano il desiderio di emancipazione; le lampade e l’olio i mezzi «soggettivi» per realizzarlo, lo sposo il mez­zo «oggettivo».

Le vergini «stolte» (così chiamate dalla tradizione cristiana), quelle cioè che ad un certo punto finiscono l’olio, sono le vergini in­genue, sprovvedute, che si fidano ciecamente della promessa dello sposo di un ritorno immediato. Le vergini «savie» invece rappresen­tano non solo la lungimiranza, la previdenza, ma anche la malizia, il disincanto, il fare accorto e sospettoso, essendo abituate ai «ritardi» di chi fa «promesse di liberazione». Non si lasciano suggestionare dalle illusioni, sedurre dalle apparenze.

L’ingenuità che non sa far tesoro dei falliti progetti rivolu­zionari, qui paga un prezzo considerevole, soprattutto in considera­zione del fatto che si tratta di «giovani vergini». Tutte avevano por­tato l’olio, ma cinque non abbastanza; tutte si erano addormentate, vedendo lo sposo tardare, ma al risveglio le cinque previdenti rifiuta­rono di dividere l’olio con le cinque sprovvedute, non solo per paura di rimanerne senza ma anche per timore di dover ricadere nell’uto­pia, nei desideri di felicità un tempo provati. Ecco perché lo sposo premierà il pessimismo dell’intelligenza e della volontà, respingendo categoricamente l’ottimismo di chi aspira, senza motivo (secondo la mentalità borghese) a veder superati i rapporti sociali basati sull’indi­vidualismo.

La parabola insegna ad essere diffidenti e calcolatori, a non credere nella speranza di una vera liberazione per il presente. Infatti, quando lo sposo verrà, le vergini «savie» lo accoglieranno con un pregiudizio, con una schema mentale, quello che induce a giocare d’astuzia al fine di ottenere un tornaconto personale, anche là dove dovrebbe imporsi la semplicità delle cose, l’entusiasmo e la passione che suscitano le prospettive rivoluzionarie.

Si consolino, tuttavia, le vergini «stolte»: lo sposo non rap­presenta la liberazione vera, quella umana, sociale e politica, ma solo un inganno, una beffa, un’emancipazione di tipo «religioso», cioè una «redenzione», quella che fa promesse per l’aldilà, mentre nell’aldiqua s’accontenta di vivere un’esistenza gretta, meschina, pic­colo-borghese.

Le vergini che il mondo scettico e opportunista chiama «stolte» devono piuttosto imparare a non «attendere» la liberazione, ma a «costruirla». Essa non va intesa come un dono o un premio per la propria fiducia o per la propria speranza. Loro stesse devono con­siderarsi protagoniste della storia. In caso contrario la «fede» non servirà a conseguire un obiettivo rivoluzionario, ma a ritardarlo, a posticiparlo (come appunto è accaduto alle loro amiche «savie»). Bi­sogna aver fede nelle forze del presente, non nel futuro escatologico.

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Autore: laicusblog

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