Lettera a Filemone

Filemone, chi era costui? Pur essendo un illustre sconosciuto del Nuovo Testamento, non c’è stato nome che la storiografia ateistica di tutti i tempi abbia usato più del suo, allo scopo di dimostrare che il cristianesimo primitivo parteggiava per lo schiavismo o comunque non era in grado di fare alcunché di sostanziale per superarlo.

Oggetto della lettera di accompagnamento e di raccomandazione, dal contenuto molto personale (cosa che nell’antichità sollevò qualche dubbio sulla sua canonicità), è la fuga di uno schiavo di nome Onesimo dalla casa di Filemone, un facoltoso cristiano di Colosse, convertito alla fede da Paolo.

Quest’ultimo avrebbe incontrato per la prima volta Onesimo mentre era in prigione a Efeso (ma non si è certi di questa località) e con la lettera avrebbe invitato Filemone a perdonargli la fuga e, visto che lo schiavo nel frattempo si era cristianizzato, a riprenderlo addirittura come se fosse un «fratello», un «amico».

Da notare che esortazioni ad assumere atteggiamenti benevoli, tolleranti, rivolte sia agli schiavi che agli schiavisti, erano già state fatte da Paolo in due lettere precedenti: Col 3,22-4,1 e Ef 6,5-9.

Nel saluto iniziale Filemone non viene considerato come un «compagno di lotta», al pari del figlio Archippo, che addirittura era responsabile della comunità colossese, ma semplicemente come un «compagno di lavoro» (v. 1), cioè un «cooperatore», un collaboratore esterno, che metteva a disposizione la sua abitazione, le sue risorse ma non il suo tempo o la sua persona.

Filemone, la cui moglie era probabilmente la stessa Affia che Paolo qualifica come «sorella», è un buon uomo, un grande lavoratore, uno – diremmo oggi – che s’è fatto da sé, uno che non s’accontenta di quel che ha, ma vuole espandere la propria attività e, per tale ragione, ha bisogno di schiavi che lavorino per lui (benché qui si parli soltanto di uno di loro).

Ma se era così «buono», così «cristiano», perché Onesimo era scappato? Dalla lettera non si capisce. Paolo si limita a dire d’averlo incontrato in prigione e di averlo convertito. Forse Onesimo aveva pensato che stare presso colui che aveva convertito al cristianesimo il suo padrone gli avrebbe dato qualche sicurezza in più: in fondo il diritto di asilo veniva offerto anche da certi templi famosi, come p.es. quello efesino di Artemide.

Una cosa sola di Onesimo si sa con certezza: prima era fuggito come schiavo pagano, ora chiede di ritornare come schiavo cristiano, nella speranza, visto che lo stesso Filemone è cristiano, di essere trattato assai meglio di uno schiavo.

Paolo fa diversi giri di parole, dicendo una cosa e poi il suo contrario, per cercare di convincere Filemone a riprenderselo.

Anzitutto gli fa notare che potrebbe ordinarglielo (moralmente s’intende), in quanto Filemone appartiene a una comunità il cui fondatore è stato lo stesso Paolo. Quindi un certo riconoscimento istituzionale glielo deve.

Tuttavia Paolo gli chiede di riprenderlo spontaneamente, in nome dell’amore, anche per rassicurare Onesimo sul suo destino di schiavo pentito. Se Filemone lo accetta liberamente, non avrà motivo di rammaricarsi di non aver proceduto per vie legali.

La terza motivazione della richiesta è quella di riprendere Onesimo come segno di benevolenza, di riconoscimento morale nei confronti di Paolo, «vecchio e prigioniero» (v. 9).

La quarta è la motivazione economica, detta in tono ironico: Onesimo, che significa «vantaggioso», può tornare di nuovo «utile» al suo proprietario, e questa volta per sempre. «Si è allontanato per breve tempo, affinché tu lo riavessi per sempre» (v. 15), gli dice appellandosi a misteriose quanto divine leggi della provvidenza.

La quinta è ideologica: tra schiavo e schiavista non vi possono più essere contrasti culturali, religiosi, avendo entrambi la stessa fede cristiana. Anzi, proprio per il fatto d’essersi convertito e d’aver accettato di collaborare con Paolo, Onesimo viene considerato come una sorta di «discepolo», sicché con la sua reintegrazione nella precedente attività lavorativa non si può ora non tener conto di questa novità.

Onesimo è diventato cristiano come Filemone, cioè uno schiavo è diventato cristiano dopo il suo schiavista: è un successo incredibile per il cristianesimo paolino. Se non fosse stato in carcere, probabilmente Paolo l’avrebbe tenuto con sé, utilizzandolo come esempio paradigmatico della capacità persuasiva della nuova concezione di vita, a questo punto fruibile non solo dai ceti benestanti ma anche da quelli meno abbienti, anzi addirittura dagli schiavi.

Paolo arriva persino a proporre una soluzione finanziaria, secondo cui se Onesimo ha rubato qualcosa, sarà lui stesso a risarcire la perdita (il «se» dubitativo qui è un po’ pleonastico, poiché come minimo Onesimo era venuto meno a una prestazione gratuita di manodopera, cui per legge era tenuto); poi però Paolo, rendendosi conto della esagerazione appena detta, fa capire, senza tanti giri di parole, che Filemone gli deve la sua stessa vita, essendo divenuto «cristiano» proprio grazie a lui. Come se il suo cristianesimo l’avesse salvato da sicura morte spirituale!

Da un lato lo supplica, dall’altro pretende di sapere che non rifiuterà il favore (quello di riprendesi Onesimo senza punirlo), anche perché gli prospetta l’esigenza di dover ospitare lui stesso, prossimo a uscire dal carcere. Sembra qui di assistere, in anteprima, a quella prassi, così tipica nella chiesa cattolica, nonché di tante organizzazioni di potere, basata sui «favori personali e reciproci», che non si possono negare proprio esiste un vincolo di dipendenza gerarchica.

La procedura altalenante delle motivazioni ha fatto pensare non pochi critici a successive manipolazioni della missiva: a frasi toccanti, infatti, quasi commoventi ne seguono altre, stranamente, di velata minaccia, di pseudo ricatti morali. Evidentemente Paolo, che qui sembra arrampicarsi sugli specchi pur di veder esaudita la propria richiesta, temeva che due righe non sarebbero bastate per impedire delle ritorsioni a carico di Onesimo, che quella volta peraltro cadevano puntuali sulla testa degli schiavi fuggitivi.

Proprio nel periodo in cui Paolo scriveva il biglietto a Filemone, a Roma, stando al racconto di Tacito (Annali, 14, 43), il prefetto Pedanio era stato assassinato da uno dei suoi schiavi e il colpevole era stato scoperto; ma la legge dichiarava tutta la famiglia degli schiavi responsabile del delitto e così tutti i 400 schiavi di Pedanio, uomini, donne e bambini, furono crocifissi per colpa di uno solo di essi.

In ogni caso, a parte il suo valore indiscutibilmente umanitario, la lettera paolina ha l’apparenza di una vera e propria favola, dove tutti alla fine vivranno felici e contenti.

Da un lato viene chiesto a Filemone d’essere spontaneo e di riprendersi con convinzione e piena libertà il suo schiavo, accettandone altresì la sua conversione.

Dall’altro viene chiesto a Onesimo di ritornare spontaneamente dal suo padrone a fare di nuovo lo schiavo, nella convinzione che, divenuto ora cristiano, sarebbe stato trattato meglio. Indirettamente quindi Paolo fa capire al lettore che Filemone, pur essendo cristiano, non si sentiva in dovere di trattare umanamente gli schiavi di religione pagana.

Paolo insomma presenta Onesimo come un ottimo elemento, sia come uomo che come credente (lo dice testualmente al v. 16), eppure gli chiede di tornare a fare lo schiavo, benché nel contempo preghi Filemone di non considerarlo più come uno schiavo, appunto perché ora, essendosi convertito, è pari a un «fratello» nella fede. E infatti ritroviamo Onesimo a fianco di Tichico in Col 4,9, presso la comunità di Colosse, da dove era partito per andare a trovare Paolo una seconda volta.

Dunque Filemone cosa avrebbe dovuto fare? Liberare Onesimo dalla schiavitù? Considerarlo come un amico, un collaboratore domestico, un socio in affari, come se fosse lo stesso Paolo in persona? Filemone accetterà forse i buoni consigli, le perorazioni, i suggerimenti di Paolo, facendo un’eccezione alla regola della schiavitù e permettendo così a Paolo di trasformare un caso eccezionale in una regola universale?

Paolo offre qui un chiaro esempio di cosa voglia dire realizzare dei rapporti personali col potere (qui non di tipo politico ma solo sociale), soprassedendo ai rapporti oggettivi di sfruttamento economico. Per lui la schiavitù è solo una questione interiore, di coscienza, e non (anche) uno stato fisico, una condizione materiale di esistenza.

È fuor di dubbio tuttavia che il tentativo paolino di cristianizzare i rapporti tra padroni e schiavi contribuirà in qualche maniera al superamento del rapporto mercificato tra i due soggetti in una forma di dipendenza più vicina al servaggio, in cui l’uno riconoscerà all’altro maggiore dignità umana, pur continuando a negargli la libertà personale. L’uguaglianza sociale, pratica, è infatti possibile, secondo il cristianesimo, solo in un ordine sovratemporale o soprannaturale.

Si può qui concludere facendo il richiamo di rito alle due lettere che Plinio il Giovane (Lettere, IX, 21 e 24) spedì, nel 106-7 d.C., all’amico Sabiniano, il quale, avendo anch’egli avuto un liberto fuggiasco, veniva pregato di riprenderlo senza infierire. Il liberto infatti, giovane e inesperto, era andato da Plinio per essere rimandato da lui al padrone con garanzia di tutela. Plinio accondiscese e nella seconda lettera ringraziò Sabiniano per la clemenza usata verso il fuggitivo.

Inutile qui dire che mentre nella lettera paolina è esplicita l’uguaglianza morale di fronte a dio del padrone col suo schiavo, in quelle di Plinio il perdono dell’offesa viene concesso partenalisticamente da un padre-padrone che non avrebbe mai considerato lo schiavo moralmente uguale a lui.

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Autore: laicusblog

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