Lettera a Tito

Nell’esordio di saluto e di autopresentazione Paolo non fa tanti giri di parole: la promessa della vita eterna, che dio ha fatto «prima di tutti i secoli» (1,2), è stata rivelata a lui «per ordine» di Gesù Cristo.

Il messaggio è chiaro: il vangelo di Paolo è «religioso» non «politico», è un vangelo inedito, senza precedenti storici, è un vangelo che va predicato attivamente, non basta ascoltarlo o viverlo privatamente, a livello di mera coscienza personale, è insomma un vangelo «politico» il cui contenuto è «teologico», cioè è un vangelo apparentemente rivoluzionario e sostanzialmente conservatore, culturalmente innovativo e politicamente moderato.

Tito, figlio di greci, non è che un discepolo di Paolo, come Timoteo: un discepolo che deve eseguire degli ordini precisi a Creta, organizzando la vita della comunità qui costituita dallo stesso Paolo.

Gli «anziani» o «vescovi», per poter dirigere questa comunità, devono essere moralmente irreprensibili, giuridicamente monogami, con figli docili e ben educati. La gestione della comunità è collegiale, in quanto nella lettera si parla di «anziani» al plurale, con funzioni democratiche, e non di «vescovo» al singolare, con funzioni monarchiche. Quando Paolo parla di «vescovo» al singolare, intende semplicemente il tipo-ideale di «anziano». Più anziani, tra loro giuridicamente uguali, devono gestire insieme la comunità.

Queste persone devono essere il contrario di molti di quelli che si trovano tra gli ebrei (i cristiani di origine ebraica), che sono ribelli, ciarloni, seduttori delle menti, disonesti (1,10 s.). Paolo vuol dare fiducia agli elementi provenienti dal mondo pagano.

Le teorie dei giudeo-cristiani vengono paragonate, senza mezzi termini, a delle «favole» (1,14): «questioni stolte, genealogie, contese, dispute intorno alla legge», tutte cose settarie e quindi inutili. Gli ebreo-cristiani non riescono a diventare «cristiani» sino in fondo, perché restano troppo «giudei».

La loro stessa condotta di vita viene considerata falsa e ipocrita da Paolo, in quanto del tutto contraddittoria anche ai migliori principi professati, il primo dei quali è il monoteismo: «professano di conoscere Dio ma lo rinnegano coi fatti» (1,16). Il suo vangelo invece – dice Paolo – è più coerente: parla di redenzione non di liberazione, di salvezza morale non politica, di speranza ultraterrena non storica.

Ecco perché agli schiavi (e non semplicemente ai «servi», come vogliono molte traduzioni italiane) va detto, con fermezza e in tutta tranquillità, che devono stare «sottomessi ai loro padroni», devono addirittura «compiacerli in ogni cosa», non devono mai «contraddirli» né «derubarli», ma anzi devono «mostrare sempre lealtà perfetta» (2,9 s.).

Più chiaro di così non si può. Paolo non chiede agli schiavisti neppure un minimo di reciprocità nei confronti dei loro schiavi, che pur sono cristiani come loro, per quanto qui sembra ch’egli voglia rivolgersi unicamente a schiavi cristiani soggetti a schiavisti pagani.

Gli schiavi non devono mai ribellarsi, semplicemente perché non ne hanno bisogno: «la grazie salvifica di Dio s’è manifestata per tutti gli uomini» (2,11), quindi anche per loro. Ribellarsi vuol dire essere «empi», cioè atei, avere «desideri terreni», cioè materiali, sociali, politici.

Viceversa uno schiavo veramente cristiano deve limitarsi ad aspettare «la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù» (2,13). («Grande Dio» era un’espressione che nel mondo romano si attribuiva solo all’imperatore, la cui apparizione era attesa in quanto procurava benefici). Cioè la libertà esteriore, sociale, politica viene rimandata a un futuro glorioso del Cristo risorto (parusia), del tutto indipendente dalla volontà degli uomini.

D’altra parte l’obbedienza non è dovuta solo agli schiavi, ma anche a tutti i cittadini liberi della stessa comunità cristiana. Anche loro devono stare «sottomessi» (3,1): in questo caso «ai magistrati e alle autorità». Bisogna obbedire sia al potere politico che a quello amministrativo. Paolo è convinto che se i cristiani si dimostrano leali nei confronti delle istituzioni, nessuno potrà far loro del male.

I cristiani devono guadagnarsi la fiducia delle istituzioni, mostrandosi ligi ai loro doveri di cittadini, evitando accuratamente di fare delle contraddizioni sociali un motivo per opporsi alle istituzioni. I cristiani devono essere conformisti, diplomatici, moderati, devono limitarsi ad agire dietro le quinte, «mostrando grande dolcezza verso tutti gli uomini» (3,2). Se proprio sono capaci di sfruttare le contraddizioni sociali per rivendicare un potere personale, utile alla comunità, lo facciano con grande circospezione e avvedutezza.

*

Paolo fa capire a Tito o alla comunità cretese ch’egli rappresenta che di fronte al fatto della resurrezione vengono meno tutte le motivazioni che possono rendere significativa una morte in croce. Cioè se anche fossero stati crocifissi mille ebrei nello stesso giorno in cui è stato crocifisso il Cristo, non essendo nessuno di loro risorto, il loro sacrificio è nulla a confronto di quello, apparentemente analogo, subito dal Cristo, proprio perché questi, risorgendo da morte, ha dimostrato che il suo sacrificio avrebbe potuto tranquillamente evitarlo, e il fatto invece di averlo accettato ci deve far riflettere non tanto sulle motivazioni «umane» del gesto, quanto su quelle «divine», poiché queste vanno sicuramente al di là dell’uomo-Gesù, del Cristo come individuo, riguardando piuttosto una sorta di «eterno piano divino», una soteriologia in cui più che la crocifissione, riveste un ruolo centrale la resurrezione, in quanto se la crocifissione può dimostrare la grandezza «umana» del Cristo, la resurrezione ne dimostra l’assoluta superiorità «divina», al punto che si potrebbe addirittura sostenere che avrebbe potuto esserci resurrezione anche senza crocifissione, nel senso che se anche il Cristo avesse avuto a che fare con una popolazione disposta ad ascoltare il suo messaggio, disposta cioè a lasciarlo morire in maniera naturale e non violenta, noi avremmo comunque dovuto sperimentare la sua vittoria sulla morte. Questo perché mentre la crocifissione va considerata come una possibilità umana, la resurrezione va invece considerata come una necessità divina.

Ciò che in ultima istanza dà sicurezza agli uomini non è il fatto che un innocente accetti di morire in croce, che un uomo si sacrifichi per il bene della sua gente, per risparmiare alla sua gente inutili sofferenze, che un uomo accetti di sacrificarsi per dare il buon esempio, per dimostrare d’avere coraggio e di non temere né il male né le sofferenze; ciò che dà sicurezza non è neppure, se vogliamo, l’idea teologica e giuridica secondo cui la crocifissione è servita per riconciliare dio con gli uomini, per sanare la situazione che s’era creata in seguito al peccato d’origine, come dice espressamente Paolo nella lettera ai Romani.

Ciò che dà sicurezza è che tutto questo è stato vissuto per un fine superiore, un fine che se anche gli uomini stentano a capire, è sicuramente un fine di bene, voluto dalla prescienza divina, entro la quale veniva esclusa a priori l’idea di poter abbandonare gli uomini alle conseguenze devastanti del peccato originale, la rottura della comunione con dio (che è poi quella col comunismo primitivo).

Il sacrificio di Cristo è stato grande perché in un certo senso voluto da dio, è stato necessario per far capire agli uomini, attraverso la sofferenza, in quali bassezze erano arrivati, la profondità del loro male.

Il fatto che il Cristo sia risorto e che abbia fatto capire ai suoi discepoli ch’era risorto, deve farci credere ch’egli, nonostante la crocifissione, ci ha perdonati, anche perché questa era prevista nel piano divino. Se lui ch’era dio non ha potuto impedirla, è stato perché non ha voluto, e non ha voluto perché sapeva ch’essa rientrava nella volontà divina. Il Cristo ha pagato il prezzo del proprio desiderio di creare l’umanità, cioè di creare un essere umano che fosse a immagine e somiglianza della divinità. Con la crocifissione il figlio ha saldato il debito nei confronti del proprio padre e ha fatto saldare agli uomini il debito che avevano contratto nei confronti di dio.

Paolo, con questa sua teologia mistica e trascendentale, giustifica ogni cosa; in nome di questo ideale supremo di redenzione cosmica, di ricapitolazione universale di tutte le cose in Cristo (palingenesi) giustifica la croce, la sconfitta di Israele, la spoliticizzazione del vangelo, il tradimento degli apostoli, la trasformazione dell’immagine di Cristo da liberatore a redentore.

Paolo è il principale responsabile della mistificazione che il cristianesimo primitivo ha operato al vero vangelo di Cristo, il cui scopo principale non era quello di far credere in un’esistenza metafisica, sovrumana, ultraterrena, ma quello di far credere ancora possibile un ritorno all’esperienza, tutta terrena, umana, materiale, del comunismo primitivo, poiché dio non è altro che questo comunismo e tutto quello che di religioso è stato detto intorno a questo comunismo è fuorviante.

Annunci

Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...