Lettera agli Efesini

La premessa della lettera agli Efesini (vv. 1-14), scritta – secondo la tradizione – da un Paolo incarcerato a Roma, è particolarmente pessimista, in quanto è tutta un elogio alla predestinazione.

È come se l’apostolo, consapevole della propria sconfitta come uomo politico, si voglia autoconvincere che tutto quanto sino a quel momento aveva fatto era stato in definitiva un successo solo dal punto di vista etico-religioso.

La premessa è una sorta di mini-trattato teologico in cui sono riassunti i temi fondamentali di tutta l’ideologia paolina: Cristo non era un liberatore politico ma un redentore morale, non agiva per liberare la Palestina dai romani e dai collaborazionisti ebrei, ma era venuto (dall’aldilà) per sconfiggere il peccato originale e quindi la morte, sua principale conseguenza, ovvero per riappacificare l’umanità col dio che l’aveva cacciata dall’eden proprio in seguito a quella colpa fatale.

Non tutti – spiega Paolo – hanno accettato questo messaggio di salvezza, evidentemente perché non erano predestinati da dio. Tuttavia chi lo è ha il compito morale di far capire agli altri il significato, l’importanza della missione del Cristo. Paolo ritiene di essere stato il primo ad avere capito adeguatamente, sino in fondo, sino alle conseguenze più radicali, tale missione, e ora gode del fatto che molti altri la pensano come lui.

Nel vv. 15-23 l’apostolo, che nel passato era stato un fariseo politicamente impegnato, non può limitarsi a dire che il Cristo si pose solo come redentore morale. La sua autorità è in realtà anche politica e materiale, solo che lo è in senso escatologico. Cristo dimostrerà di essere il più potente di tutti solo alla fine dei tempi. L’attesa della parusia imminente è decisamente scomparsa in questa enciclica.

Il trionfo politico delle idee religiose non è un compito del cristiano ma solo del Cristo. Compito del cristiano è quello di restare moralmente integro, irreprensibile e di attendere con serenità, forza e coraggio la fine dei tempi. Quindi suo compito non è semplicemente quello di rispettare la legge o di compiere opere di carità, poiché queste cose, senza un certo «atteggiamento interiore», non valgono nulla, non servono per diventare «cristiani» ma per restare «ebrei».

Qual è questo «atteggiamento interiore»? È quello della fede nella grazia divina. È dio che salva, l’uomo non può salvarsi da solo. Il cristiano deve soltanto accettare questa realtà. Il bene non può venire dagli uomini, che ne sono incapaci, ma solo da dio. Il bene del cristiano è la fede in dio attraverso la chiesa, che rappresenta Cristo in terra, ne è la sua «sposa».

Un discorso così astratto e generale, senza alcun riferimento a tradizioni o istituzioni ebraiche, poteva essere accettato anche dai pagani, previa ovviamente la fede nella resurrezione del Cristo, senza la quale tutto il resto è vano.

Con la sua teologia spiritualista Paolo realizza l’uguaglianza morale di tutti gli uomini della terra davanti a dio in Cristo. Gli uomini sono classificati in due grandi categorie: ebrei (che beneficiavano della legge, cioè della conoscenza del bene e del male) e pagani (moralmente inferiori agli ebrei perché con leggi eticamente meno rigorose, meno esigenti, con principi di vita meno umanitari di quelli ebraici).

Questo ovviamente per Paolo significa rinunciare a qualunque forma di liberazione politica nazionale. Non c’è più la nazione, c’è il mondo, perché non ci sono più i popoli ma solo la chiesa. Non c’è più la legge da rispettare ma l’amore da realizzare. Chi ama rispetta anche la legge, inevitabilmente.

Gli ebrei non devono difendersi dai pagani come facevano prima, quando temevano che un qualunque contatto con un «non ebreo» poteva «contaminarli»; non devono combattere i pagani quando questi sono oppressori, ma, una volta spogliatisi della loro ebraicità, devono diventare come i pagani convertiti, uomini nuovi, cioè cristiani.

I principi morali che i cristiani devono vivere sono quelli di sempre, affermati anche dalle migliori filosofie di vita pagane ed ebraiche, anche se vissute senza la consapevolezza che la liberazione è già compiuta nel Cristo risorto. Quindi umiltà, mansuetudine, pazienza, reciproca sopportazione e sottomissione, amore, pace, unità, verità nella carità, accettazione benevola delle cariche dirigenziali e amministrative, come volute da Cristo stesso; le mogli devono stare sottomesse ai mariti, che però devono amarle e non trattarle da serve; i figli devono stare sottomessi ai genitori, che però devono allevarli nell’educazione; gli schiavi devono stare sottomessi ai padroni, in tutta semplicità, come «servi di Cristo», anche perché di fronte a Cristo conta poco essere libero o schiavo: ognuno riceverà sulla base del bene che avrà fatto. Quindi anche ai padroni conviene trattare bene i loro schiavi, «mettendo da parte le minacce» (6,9).

Dopo aver parlato degli schiavi, Paolo deve per forza concludere che se anche tutti questi valori e principi non si realizzano, resta comunque il fatto che la battaglia da intraprendere non è politica ma solo religiosa (6,12), non è terrena ma celeste, non è materiale ma spirituale. Su questo bisogna essere chiari, anche a costo di finire in galera come lui.1

*

Tecnicamente bisogna dire alcune cose sulla lettera.

È da escludere che Efeso sia l’unica destinataria della lettera, in quanto questa si presenta come un trattato dottrinale e, nello stesso tempo, in maniera distaccata dalla vita concreta di una comunità specifica, al punto che si ha l’impressione che il suo autore non conosca i lettori o almeno non abbia di loro una conoscenza diretta (eppure Paolo aveva lavorato per tre anni a Efeso e proprio qui verrà fatta la raccolta delle sue lettere).

Gli esegeti più accreditati sono convinti che la lettera sia stata pesantemente manomessa da discepoli di Paolo, successivamente alla sua morte, o che addirittura tali discepoli l’abbiano prodotta autonomamente, sulla base del corpus paolino. Le critiche relative alla sua autenticità sono iniziate nel 1826 con De Wette e con Schleiermacher nel 1829. L’osservazione più importante è quella che rileva come l’appellativo di «apostoli» venga usato come una categoria già tramontata, cui lo stesso autore della lettera non apparterrebbe.

1 Va tuttavia detto che la prigionia romana di Paolo consistette in una casa presa in affitto (At 28,30), con possibilità di ricevere visite e di svolgere persino una certa attività di apostolato (At 28,17.31).

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Autore: laicusblog

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