Lettera ai Filippesi

Nella lettera ai Filippesi,1 scritta per ringraziare la comunità d’averlo aiutato materialmente, Paolo esordisce vantandosi d’aver diffuso il vangelo ovunque, anche a prezzo del carcere,2 e che anzi, proprio in virtù delle offese subite, s’è notevolmente ampliata la conoscenza della sua teoria fondamentale, quella del Cristo risorto, al punto ch’essa viene propagandata anche da chi cristiano non è, semplicemente per sfruttare un argomento ormai divenuto di moda (il che probabilmente doveva aver creato una certa confusione tra la gente, un certo imbarazzo tra le comunità cristiane).

Tuttavia Paolo sostiene d’essere del tutto indifferente all’uso strumentale che fanno delle sue idee, le quali evidentemente suscitavano un certo interesse. Sembra di sentire un anchorman dei media contemporanei: «dite quello che vi pare, purché lo diciate».

Solo che qui si ha a che fare con un apostolo seguace di un’idea teologica ambiziosa, diffusa come se fosse un’ideologia politica; ed è un individuo convinto che le persecuzioni, le torture, le minacce di morte, le prigionie e tutte le calunnie che possono offenderlo, non fanno che accrescere il suo prestigio di predicatore.

Un predicatore fermissimo nei suoi propositi, inamovibile nei suoi principi. «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (1,21). Non c’è da scherzare. Paolo non sta predicando qualcosa per acquisire un potere, politico o economico, ma anzitutto per diffondere le proprie idee, per le quali non cerca compromessi con le autorità costituite.

Ed è talmente convinto d’essere nel giusto che è disposto anche a morire di morte violenta, anzi è convinto che una morte del genere agevolerebbe di molto la diffusione del suo vangelo. Sa bene infatti che il martirio uccide le persone ma fortifica le idee, crea dei miti che durano nel tempo.

In tal senso mostra di essere un po’ travagliato: non sa se sia già giunto il momento di spingersi nella predicazione sino al punto di dover accettare il martirio, o se sia meglio attendere questo momento, preoccupandosi di sostenere ancora le comunità create, aiutandole nelle loro difficoltà di crescita.

Se dipendesse esclusivamente da lui, non avrebbe dubbi sulla strada da prendere, visto che è impossibile parlare di «liberazione politica», e che anzi forse proprio il martirio potrebbe rappresentare il modo migliore di fare politica senza farla. In un’epoca di dittatura imperiale è facile dimostrare la giustezza delle proprie idee, accettando serenamente il sacrificio della vita. Il martire ha sempre ragione, almeno in apparenza.

Tuttavia Paolo non vuole cercare una fine a tutti i costi. Sa bene che «se anche desse il proprio corpo a bruciare ma non avesse la carità sarebbe un bronzo che risuona» (1 Cor 13,1 ss.). Soprattutto non vuol farlo contro le esigenze delle comunità che ha fondato e che potrebbero ancora aver bisogno di lui.

Inoltre vuole evitare il rischio che uno cerchi il martirio facendo di questo un motivo di vanto personale. Ciò sarebbe in contraddizione col modello di Cristo ch’egli da tempo è andato predicando, di tipo kenotico, cioè quello secondo cui un uomo, pur essendo dio, s’è comportato come «umile servo», accettando persino di morire per gli uomini.

A dir il vero qui Paolo non spiega il perché di questo abbassamento esistenziale del Cristo. Nella lettera ai Romani aveva detto che il motivo stava nella maledizione conseguente al peccato originale, in cui tutta l’umanità era piombata, senza poterne più uscire.

Qui invece il motivo sembra essere più etico che teologico: Cristo è morto in croce semplicemente per insegnare agli uomini il valore dell’umiltà, della modestia, un valore che, se venisse accolto dal mondo intero – fa capire Paolo -, non esisterebbero più dittature, guerre, oppressioni…

L’umiltà è infatti un valore etico universale, che tutti dovrebbero imparare, «in cielo, in terra e sotto terra» (2,10), appunto sul modello del Cristo, che pur essendo dio ha accettato di morire in croce.

Paolo ovviamente non può rendersi conto di quanto sia politicamente astratto questo discorso, non può sapere che un discorso di alto contenuto etico può risultare del tutto insufficiente sul piano politico; non può sapere che quando gli imperatori romani, tre secoli dopo, cominceranno ad accettare le sue teorie etico-religiose, l’oppressione indosserà la veste politica proprio della sua teologia.

Per ora l’umiltà del Cristo risorto è il suo modello di vita ed egli, che non ha mai rinunciato completamente alla politica, vorrebbe che tutti, anche i potenti, riconoscessero questo ideale di vita: «nel nome di Gesù ogni ginocchio si deve piegare… ogni lingua deve proclamare che è il Signore» (2,10 s.). L’ideale politico di Paolo non è la liberazione degli oppressi, ma che tutti confessino che Gesù è il figlio di dio: il resto verrà da sé.

Paolo è un uomo politicamente pessimista: gli uomini – scrive – sono «perversi e malvagi» (2,15). Si salvano soltanto i suoi seguaci, che devono limitarsi a resistere all’assedio dell’oppressione, sino a «quando Cristo verrà» (2,16). L’idea di resurrezione implica necessariamente quella di parusia trionfale, di giudizio universale ecc.

E tra i suoi seguaci Paolo, in maniera un po’ sorprendente, annovera il solo Timoteo come il più fidato: «nessuno come lui condivide il mio modo di vedere» (2,20); «tutti gli altri purtroppo cercano i propri interessi» (2,21). Poi cita anche, benevolmente, Epafrodito, incaricato dagli stessi Filippesi di portargli alcuni aiuti economici.

Nella seconda parte della lettera Paolo mette in guardia la comunità dall’ascoltare quegli israeliti, definiti col termine forte di «cani»3, che pur dicendosi «cristiani», «minacciano la fede col legalismo della circoncisione» (3,2), impedendo così ch’essa si diffonda agevolmente tra i pagani. Ancora evidentemente Paolo non vuole servirsi dello strumento della scomunica per togliere di mezzo questi «falsi missionari», e preferisce affidarsi all’intelligenza dei suoi seguaci. D’altra parte in queste comunità ancora non esiste una gerarchia ecclesiastica vera e propria.

Quanto a lui, egli non riesce proprio a vedersi morire di vecchiaia. Conclude la lettera così come l’aveva iniziata: «non sono ancora arrivato al traguardo, non sono ancora perfetto» (3,12). Il traguardo che assicura la perfezione è per lui uno solo: il martirio.

È difficile non vedere in questa posizione un certo «fanatismo religioso», analogo a quello di talune frange dell’attuale fondamentalismo islamico, che vogliono riscattarsi dall’oppressione del mondo occidentale e di Israele. La differenza, di non poco conto, è che Paolo non voleva diventare martire in un’azione suicida, ma predicando senza sosta in tutto il mondo. E quando gli ebrei lo minacciavano di morte, egli, in quanto cittadino romano, s’appellava sempre ai tribunali dell’impero.

Voleva infatti che il martirio gli venisse dato dalle stesse autorità romane, in modo che servisse, agli occhi dei suoi seguaci più significativi, quelli cioè provenienti dal mondo pagano, come testimonianza eloquente della verità della sua missione. Di «eloquente» però in questa lettera, che è stata sicuramente scritta da più mani, c’è solo la chiusa, là dove scrive: «vi salutano tutti i fratelli che sono con me, specialmente quelli che lavorano alle dipendenze dell’imperatore romano» (4,21).

1 Al tempo di Paolo, Filippi era una città della provincia romana di Macedonia. Era stata fondata nel 358-57 a.C. da Filippo II il macedone, e nel 42 a.C. essa fu teatro della celebre battaglia vinta da Antonio contro Bruto e Cassio, dopo l’assassinio di Cesare. Paolo l’aveva visitata durante il suo secondo viaggio missionario e questa in un certo senso fu la prima comunità cristiana ch’egli fondò su suolo europeo (50 d.C.), ovviamente sempre stando al computo degli Atti degli apostoli (16,11-40).

2 Paolo scrive la lettera in prigione, probabilmente da Roma (61-63), ma alcuni critici ritengono che la prigionia sia quella stessa di Efeso (45-47).

3 «Cani» erano denominati i gentili dagli ebrei. Qui Paolo capovolge l’applicazione del termine. Quando dice «il loro dio è il ventre» intende riferirsi alle minuziose prescrizioni dietetiche.

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Autore: laicusblog

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