Lettera ai Romani

I

Nella Lettera ai Romani, che è il documento fondamentale di tutta la dogmatica cristiana, Paolo esprime molto bene la sua concezione pessimista circa la possibilità che l’uomo ha di realizzare una società veramente democratica. L’uomo – a suo giudizio – è incapace di compiere il bene, cioè non ha alcuna possibilità di recuperare sulla terra l’innocenza perduta. Questo obiettivo potrà realizzarsi solo in una dimensione ultraterrena.

Si può anzi dire, in un certo senso, che per Paolo l’innocenza adamitica, non essendo l’uomo perfetto come dio, non poteva che andare perduta: era solo questione di tempo. Ciò che più importa, infatti – secondo lui -, non è tanto riconoscere questa innata inclinazione al male presente nell’uomo, quanto piuttosto essere disponibili al pentimento quando si cade nella colpa.

Se gli uomini fossero senza colpa, sarebbero immortali. La morte invece è il segno più tangibile che il peccato è connaturato all’essenza dell’uomo (5,12). «Il salario del peccato – dice Paolo – è la morte» (6,23).

In tal senso, la differenza tra l’ebreo e il gentile sta semplicemente in questo, che l’ebreo, in virtù della legge mosaica, aveva molta più «coscienza della caduta» (5,20) di quanta ne potesse avere il gentile, troppo caratterizzato da rapporti di tipo individualistico e quindi poco disposto a considerare le leggi in chiave etica o pedagogica.

Come si può notare, il modo di ragionare di Paolo è sempre di tipo metafisico e mai di tipo storico: per lui tutti gli uomini sono uguali, a prescindere dalle loro condizioni sociali di vita, proprio perché è la morte che li accomuna a un unico destino. Tutta la creazione «è stata sottomessa alla caducità, non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa» (8,20).

Paolo non vede la morte come un processo naturale, che non può di per sé pregiudicare la realizzazione di una società democratica, ma la vede come un processo coerente con la struttura di peccato che alberga nella coscienza umana. Non solo da questo limite l’uomo non può liberarsi, con le proprie forze, ma è proprio questo limite che – secondo Paolo – impedisce qualunque altra liberazione. L’uomo non sa neppure «cosa sia conveniente domandare» (8,26).

La prima parte della Lettera ha, in questo senso, un chiaro contenuto ideologico-politico. Infatti – dice Paolo -, se l’uomo avesse la possibilità di realizzare una società libera e giusta, non avrebbe crocifisso il Cristo, il quale è morto in maniera cruenta perché sapeva, a priori, che l’uomo non l’avrebbe spontaneamente accettato. Cristo è morto appunto per i peccati dell’uomo, ed è risorto per poterlo giustificare agli occhi di Dio.

Paolo aveva capito una cosa di fondamentale importanza: gli ebrei non avevano più il diritto di considerarsi migliori degli altri popoli solo perché possedevano la legge più democratica del mondo, quella appunto mosaica. Se fossero stati veramente migliori, non avrebbero ucciso il Cristo. Poiché invece l’hanno fatto, decade inevitabilmente il primato della elezione divina del popolo ebraico e, con esso, quello della legge mosaica. D’ora in avanti, la legge viene sostituita dalla coscienza (di fede) e l’elezione divina dall’uguaglianza di tutti i popoli di fronte a Dio.

Perché dunque il Cristo s’è lasciato uccidere? Per dimostrare agli uomini – dice Paolo – la loro incapacità di bene, ovvero per togliere agli ebrei (il «popolo eletto») l’orgoglio di credere che per realizzare il bene sia sufficiente conoscere o applicare la legge. «Mosè infatti – dice Paolo – descrive la giustizia che viene dalla legge così: L’uomo che la pratica vivrà per essa. Invece la giustizia che viene dalla fede parla così: Non dire nel tuo cuore: Chi salirà al cielo?» (10,5 s.).

Se i più fedeli osservanti delle norme legali (scribi e farisei) non sono stati capaci di riconoscere l’importanza del Cristo, ciò significa che l’applicazione della legge mosaica non può più essere un criterio per stabilire se esiste la possibilità o meno di realizzare il bene comune.

La legge è servita per la conoscenza del peccato – dice Paolo -, ma non ha aiutato, in positivo, a vivere il bene. La realizzazione del bene può essere solo frutto della coscienza, che è patrimonio di tutti, ed essa realizza il bene soltanto quando, credendo nella resurrezione dai morti, ritiene che l’unico «vero bene», sulla terra, l’abbia realizzato Cristo, che ha vinto la morte.

Paolo, in sostanza, ha tolto agli ebrei non solo la falsa pretesa di chi crede di giustificarsi obbedendo semplicemente alla legge, ma ha tolto anche la giusta esigenza di realizzare una società libera e giusta, al di là di quello che la legge prevede. In altre parole, egli non solo ha tolto agli ebrei, giustamente, la possibilità di realizzare per via giuridica la democrazia, ma anche la possibilità di farlo per via politica.

Paolo ha ritenuto, a torto, che gli ebrei avessero ucciso il Cristo non perché volevano una liberazione della Palestina secondo modalità politiche diverse, che il Cristo non poteva accettare, ma perché l’essere umano è fondamentalmente incline al male. Se il Cristo è stato ucciso dagli ebrei, che avevano le leggi più democratiche di quel tempo, sarebbe stato ucciso da qualunque altro popolo.

II

La seconda parte della Lettera (5,12 ss.) è più di carattere teologico-dogmatico. Paolo infatti cerca di dare una giustificazione religiosa, influenzata dall’orfismo, di questo suo pessimismo di fondo, chiamando in causa il mito del peccato originale, cui egli dà un’interpretazione alquanto particolare.

A suo giudizio l’uomo, simbolizzato da Adamo ed Eva, è incline al male sin dai tempi della creazione. Se così non fosse, Adamo ed Eva non avrebbero peccato. Avendolo fatto, essi hanno reso sempre più inevitabile tale tendenza al male, poiché le circostanze che influenzano gli esseri umani, diventano, col passare del tempo, sempre più opprimenti.

Il peccato di Adamo ha provocato l’ira di dio, che ovviamente – secondo Paolo – non poteva essere placata da un altro uomo. Poteva esserlo solo da un altro dio, assolutamente innocente e perfetto: il figlio di dio.

Per poter placare quest’ira, occorreva un sacrificio cruento: di qui l’inevitabile crocifissione del Cristo, il quale, in tal modo, ha potuto riconciliare l’uomo peccatore a dio.

Naturalmente dio rinuncia all’ira solo nei confronti del «peccatore pentito», che crede in Cristo, ma l’ira permane nei confronti di tutti gli altri, ebrei o gentili che siano, al punto che neppure il sacrificio di Cristo potrà impedire che a causa del «male» di questi «irriducibili» avvenga l’apocalisse dell’umanità (alla fine dei tempi), che inaugurerà il giudizio universale e aprirà le porte dei cieli ai credenti che avranno perseverato nella fede e che erano stati da dio «predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo» (8,29).

Perché è importante che vi sia questo «giudizio»? Perché secondo Paolo esso è l’unico criterio che permetterà di stabilire definitivamente la vera fede da quella falsa. Non essendo gli uomini in grado di giudicare se stessi, stabilendo in che modo il bene va concretamente realizzato, essi – secondo Paolo – hanno bisogno che un essere onnipotente e onnisciente lo faccia al posto loro, dall’esterno. D’altra parte – dice Paolo – dio è anche l’unico in grado di conoscere «i segreti degli uomini» (2,16).

Si badi, non è che Paolo voglia predicare la teoria secondo cui il bene nasce dal male (come gli rimproverano i suoi oppositori). Egli, è vero, ritiene che l’essere umano sia incapace di bene, ma questo ovviamente non lo porta a sostenere che l’uomo sia autorizzato a compiere il male. Il male va sopportato come un limite strutturale all’esser-ci, per dirla con Heidegger. L’uomo «nasce male», cioè contraddittorio, incoerente, e rischia continuamente – secondo Paolo – di «finire peggio», se non accetta di credere nella redenzione del Cristo, il cui definitivo compimento avverrà solo nel momento della parusia. Essendo incapace di bene, l’uomo può soltanto sperare, comportandosi senza fare «troppo male», d’essere perdonato da dio.

Nel pensiero di Paolo, Adamo non è che «figura di Cristo» (5,14): il suo peccato era previsto dalla scienza divina, così come l’espiazione del Cristo, per la giustificazione degli uomini. «Dio aveva prestabilito Cristo a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati, nel tempo della divina pazienza» (3,25). Cioè a dire, dio – secondo Paolo – non ha voluto distruggere l’umanità intera, proprio perché attendeva che il Cristo, col proprio sacrificio, la riscattasse dall’ira che incombeva su di essa a causa dei peccati commessi.

Dio – dice Paolo – «ha sopportato con grande pazienza vasi di collera (leggi: i predestinati al male), già pronti per la perdizione, per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso vasi di misericordia, da lui predisposti alla gloria, chiamati non solo tra i giudei ma anche tra i pagani» (9,22 ss.).

Cristo è morto per tutti, ma soprattutto per coloro ai quali era stato promesso, affinché non disperassero nel vedere tanto male nel mondo. Nessun altro avrebbe potuto sacrificarsi al suo posto, poiché ogni uomo, di fronte a dio, ha sempre torto.

In questo senso, è bene precisare che per Paolo, se esiste una «predestinazione» da parte di dio, nei confronti degli uomini, tale predestinazione (nel bene o nel male) può anche essere «revocata», poiché dio può fare dell’uomo ciò che vuole. «Se tu [pagano] sei stato reciso dall’oleastro che eri secondo la tua natura e contro natura sei stato innestato su un olivo buono [il cristianesimo], quanto più essi [gli ebrei], che sono della medesima natura [del cristianesimo], potranno venire di nuovo innestati sul proprio olivo» (11,24).

Naturalmente il tempo e le modalità della revoca restano sconosciuti agli uomini, che devono limitarsi a un atteggiamento di «timore e tremore» al cospetto di dio, il quale – dice Paolo – «ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia» (11,32).

E, in ogni caso, anche se si fosse trovato qualcuno «disposto a morire per un giusto» (5,7), e quindi disposto a dimostrare quanto gli uomini non avessero bisogno di alcuna predestinazione, secondo Paolo non si sarebbe mai potuto trovare nessuno disposto a morire «per gli empi» (5,6), come appunto ha fatto il Cristo col suo amore infinito e incondizionato per gli uomini. Questo per dire che la redenzione-liberazione ci viene offerta in maniera assolutamente gratuita, «per grazia» (4,16) – dice Paolo -, a prescindere da qualunque nostro merito, cioè come una manna piovuta dal cielo, con la differenza però – rispetto alla «manna del deserto» – ch’essa deve indurci a rinunciare per sempre al sogno di costruire, con mezzi umani, la «terra promessa».

I cristiani non devono cercare la giustizia sulla terra, ma devono lasciar fare «all’ira divina» (12,19); devono «benedire» chi li «perseguita» (12,14); devono sì vincere «con il bene il male» (12,21), ma il loro «bene» non deve andare al di là della mera sopportazione.

«Ciascuno, infatti, deve stare sottomesso alle autorità costituite, poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio… I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male… Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dovete pagare i tributi…» (13,1 ss.). Il cristiano deve difendere la sua fede in Cristo, anche attraverso la predicazione e il martirio, ma per tutto il resto deve lasciar fare a chi detiene il potere.

In pratica, la resurrezione di Cristo è servita – secondo Paolo – a capire che dio non vuole distruggere l’umanità intera, a causa dei peccati ch’essa continuamente commette, ma vuole soltanto «giudicarla»: cosa che appunto farà alla fine dei tempi. Nell’attesa del «giorno del giudizio», l’uomo – dice Paolo – non deve ovviamente «restare nel peccato affinché abbondi la grazia» (6,1) – questa sarebbe un’interpretazione di comodo, opportunistica della sua Lettera.

In effetti, leggendo questa Lettera, viene abbastanza spontaneo chiedersi perché l’uomo debba fare di tutto per vincere il male, quando, di fatto, l’unico in grado di vincerlo è dio (o Gesù Cristo). Se la liberazione dal male può essere solo il frutto di una «grazia ricevuta», non si capisce perché l’uomo debba tormentarsi più del dovuto circa la sua incapacità di bene. Se l’uomo è nato «male», la responsabilità è di chi l’ha creato.

Paolo, tuttavia, non è disposto a concedere nulla a una morale lassista e relativista. Qui è l’influenza della filosofia stoica che gli impedisce di trarre dai suoi ragionamenti le conseguenze più estreme. Ecco perché egli è costretto ad affermare che i credenti devono considerarsi «viventi per Dio, in Cristo Gesù» (6,11). Il cristiano cioè deve cercare, per quanto può, di vincere il peccato e le sue inclinazioni al male: nel far questo, però, egli non si affiderà tanto alla volontà umana, quanto alla fede nella grazia divina.

Con ciò Paolo apre le porte all’autoritarismo ecclesiastico, solo in virtù del quale, di fatto, si può decidere quando esiste la grazia divina e quando no e in che modo essa può essere elargita. Poiché delle due l’una: o il cristiano decide per conto proprio il modo in cui affidarsi alla grazia divina, oppure l’istituzione lo decide per lui. In entrambi i casi si deve porre una delega di responsabilità. Sta in questo, sostanzialmente, la differenza tra protestantesimo e cattolicesimo romano.

III

L’ipocrisia di Paolo dove sta? Nel fatto che da un lato egli considera la morte fisica come un ostacolo insormontabile alla realizzazione della giustizia sulla terra; dall’altro invece egli sollecita a ricercare la giustizia della fede, nonostante la presenza della morte. Tra le due posizioni vi è un elemento che qui non appare, ma che è assolutamente indispensabile perché entrambe possano coesistere senza contraddirsi: questo elemento è appunto la Chiesa.

Se Paolo si rivolgesse al singolo cristiano, la sua Lettera porterebbe ad assumere un atteggiamento di tipo protestantico. Siccome invece la Lettera si rivolge alla comunità cristiana di Roma, con essa egli chiede implicitamente che l’istituzione ecclesiastica venga rafforzata al massimo, al fine d’impedire che l’uomo s’illuda di poter costruire il bene comune in virtù delle proprie leggi.

Paolo, come si può notare, ha una concezione alquanto bizzarra della legge. Egli infatti la considera come un oggetto a se stante, completamente avulso dalla società ch’essa rappresenta. Paolo ragiona da metafisico e, come tale, vede nella legge non una semplice espressione della libertà umana, ma una vera e propria incarnazione del male, o meglio un oggetto di tentazione che il male (il peccato) può utilizzare in qualunque momento contro la volontà di bene che l’uomo può avere.

È incredibilmente limitato Paolo quando sostiene di non aver «conosciuto il peccato se non per la legge» (7,7). «Prendendo occasione da questo comandamento (Non desiderare), il peccato – egli afferma – scatenò in me ogni sorta di desideri» (7,8). È lo stesso ragionamento che certi pedagogisti fanno rivolgendosi ai bambini o agli adolescenti, quando dicono che per essi niente è più desiderabile di ciò che viene vietato.

È singolare che una persona intellettualmente dotata come lui non sia riuscita ad accorgersi che la legge, di per sé, non può indurre al male più di quanto non possa indurre al bene. La legge è sempre e solo un riflesso della realtà sociale, e se un uomo si lascia dominare dalle tentazioni, non può certo la legge essere considerata più responsabile della realtà sociale ch’essa riflette.

Le leggi degli ebrei erano più democratiche di quelle pagane, poiché – dice Paolo – «ricercavano la giustizia» (9,31). Le tribù infatti erano meno caratterizzate dai rapporti di tipo schiavistico, anche se al tempo di Paolo questa caratteristica era sempre meno vera. In ogni caso solo uno sciocco avrebbe potuto attribuire alla legge mosaica il progressivo consolidarsi dei rapporti di tipo schiavistico, ovvero il fallimento della ricomposizione delle antiche usanze comunitarie.

Paolo qui, in maniera rovesciata, compie lo stesso errore degli scribi e dei farisei, allorché erano convinti che, per conservare l’originale spirito comunitario d’Israele, fosse sufficiente rispettare fedelmente la legge e tutte le tradizioni, orali e scritte, che ad essa si erano sovrapposte nel corso dei secoli.

La realtà è che gli uomini non hanno bisogno delle leggi per capire cosa è «bene» e cosa è «male». Quando ciò avviene, è perché sul piano sociale si è già persa questa capacità di discernimento. A quel punto si può anche istituire una legge che ristabilisca l’ordine, ma sarebbe ridicolo farlo con lo scopo di assegnarle un potere magico risolutivo. Questo era stato il limite della cultura religiosa mosaica, ma nel tempo in cui essa nacque e si sviluppò quel limite era stato in realtà un «progresso», in quanto l’esigenza di una «legge» veniva a regolamentare dei rapporti la cui conflittualità appariva socialmente irrisolvibile.

Viceversa, Paolo si ostina a contestare il valore della legge mosaica, perché non vuole scendere sul terreno concreto delle contraddizioni di tipo sociale. Le poche volte che, indirettamente, cerca di farlo, il risultato è sempre lo stesso: il male non sta nei rapporti sociali, ma nella coscienza dell’uomo, per cui non esiste legge che non possa essere strumentalizzata dal peccato.

Qui Paolo cade in contraddizioni difficilmente comprensibili: da un lato infatti afferma che la coscienza umana è dominata dal peccato; dall’altro sostiene che la Legge mosaica permetteva all’uomo di avere maggiore «coscienza» di questo peccato.

Così dicendo, Paolo fa dell’uomo un mostro inspiegabile. Non a caso, egli, ad un certo punto, arriva a dire, con un’analisi psicologica di grande forza emotiva, che l’uomo non fa ciò che vuole ma ciò che detesta (7,15), ammettendo, con ciò, che nell’uomo risiedono due forze contrapposte, di cui quella «malvagia» risulta, alla fine, dominante, salvo, beninteso, l’intervento salvifico di uno dio misericordioso.

Paolo non avrebbe mai ammesso che una tale lacerazione interiore potesse essere il riflesso di rapporti sociali antagonistici. Anzi, egli sosteneva il contrario, e cioè che l’antagonismo sociale era il prodotto di un «corpo votato alla morte» (7,24).

Non è in questo senso paradossale che, nella teologia paolina, dio-padre, nella sua infinità bontà, abbia creato un essere umano in grado di fare non il bene che vuole ma il male che non vuole (7,19), in grado di avere «il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo» (7,18)?

Tutte le idee politiche, teologiche, sociali e culturali della Lettera ai Romani poggiano su un’errata concezione della natura umana e dei rapporti sociali ch’essa dovrebbe naturalmente vivere. Paolo ha esteso all’essenza dell’uomo in generale quelle contraddizioni che in realtà sono frutto di rapporti sociali storicamente determinati, cioè non ha fatto altro, in ultima istanza, che legittimare il sistema sociale schiavistico.

Quando poi, a partire dal capitolo 8, Paolo inizia a parlare della «vita nello spirito», se è chiaro ciò ch’egli intende per «spirito» (tutto ciò che è contrario alle debolezze della «carne»), molto meno chiaro diventa ciò che egli intende per «vita». Infatti, i valori dello «spirito» – a giudizio di Paolo – non devono tanto servire a cambiare la «vita» sulla terra, quanto a ottenere la «vita» nell’aldilà (8,11).

Certo, se il cristiano, prima di diventare credente, era un «disonesto», ora dovrà cercare di diventare «onesto», ma ciò – secondo Paolo – non potrà mai comportare una lotta politica e sociale contro la disonestà altrui. Il cristiano deve sopportare la disonestà altrui cercando di essere il più possibile onesto e lasciando a dio il giudizio finale. D’altra parte – dice ancora Paolo – «le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere ricevuta in noi» (8,18). Quindi non resta che consolarsi.1

1 Da notare che anche la «gloria nei cieli» non va considerata – secondo Paolo – come un processo autonomo di costruzione positiva della personalità, ma come una «grazia» che gli «eletti» ricevono da dio (8,33). La giustizia, la libertà, la verità… non dipendono «dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia» (9,16).

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Autore: laicusblog

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