L’idea di resurrezione dei corpi

Perché i cristiani parlano di «resurrezione dei corpi», che dovrà avvenire il giorno del cosiddetto «giudizio universale»? Non bastava sostenere l’idea dell’immortalità dell’anima e della vita eterna? Questo famoso «giudizio» perché deve per forza riguardare un’anima con un corpo? Dante, nel suo Inferno, condanna le anime dannate prima ancora del «giudizio», dicendo che, alla fine dei tempi, quando riceveranno il corpo, soffriranno ancora di più.

L’idea di «resurrezione corporea» (a parte i suoi riferimenti a taluni culti pagani) bisogna farla risalire alle lettere paoline, dove si sostiene, a più riprese che, siccome Gesù è «morto e risorto» (da notare ch’egli non parla mai di «misteriosa scomparsa di un cadavere»), dovranno per forza «risorgere» anche tutti i morti della terra e che se questa idea di «resurrezione dei corpi» fosse falsa, allora neppure Cristo sarebbe risorto, sicché del tutto vana sarebbe la fede del cristiano, proprio perché la morte (simbolo della schiavitù del peccato), entrata nel mondo per colpa di Adamo, è stata costretta a uscirne per grazia di Cristo (definitivamente alla fine dei tempi, quand’egli ritornerà per il giudizio universale). Gli esseri umani sono stati creati da dio in anima e corpo e tali devono rimanere.

Paolo cioè non riteneva possibile che il corpo potesse restare eternamente separato dall’anima. Per lui solo la resurrezione del corpo di Cristo attestava che questi fosse «figlio di dio». Se non fosse risorto, non si poteva avere una certezza assoluta della sua speciale figliolanza. Al massimo – vien da pensare – si poteva intendere l’espressione «figlio di dio» in senso traslato, metaforico, come p.es. poteva esserlo in riferimento a un grande profeta come il Battista. Oppure ci si sarebbe dovuti accontentare di racconti di «riapparizione» di un Gesù la cui anima non poteva avere lo stesso corpo di un tempo. Se il corpo non fosse scomparso dalla tomba, non si sarebbe potuto parlare di resurrezione e quindi, inevitabilmente, i racconti di riapparizione non sarebbero stati presi come qualcosa di «realistico».

Invece quei racconti vengono scritti come se il lettore dovesse pensare a una loro assoluta veridicità. È quindi evidente che se non fosse stranamente scomparso, non si sarebbe potuto dire ch’era risorto, se non in senso metaforico, ma in tal caso i racconti di resurrezione sarebbero apparsi come qualcosa di «poetico».

La mistificazione del cristianesimo sta appunto in questo, che, pur non avendo alcuna prova certa della «resurrezione del corpo di Gesù», in quanto al massimo si sarebbe dovuto parlare di «scomparsa misteriosa di un cadavere», la si è data per scontata, facendo altresì credere che i racconti di riapparizione fossero realistici e non poetici.

La parola «resurrezione» è un’interpretazione mistica e quindi arbitraria della tomba vuota, non è certo una semplice constatazione di fatto, in quanto il corpo redivivo del Cristo nessuno l’ha mai visto. Le descrizioni che ne vengono fatte potevano convincere solo un lettore che avesse già la fede, pertanto vanno considerate tautologiche, cioè ad uso interno.

E tuttavia qui ci si vuol chiedere: se il corpo fosse rimasto nella tomba, dopo la sua morte, si sarebbe potuto parlare di sola «immortalità dell’anima», che è concetto abbastanza oscuro alla mentalità ebraica? Che prova si sarebbe avuta? Nessuna.

Non solo quindi non si sarebbe potuto parlare di «resurrezione finale dei corpi», ma neppure di «immortalità immediata delle anime». Cioè per parlare di «anima immortale», si sarebbero dovuti elaborare dei racconti di riapparizione di Gesù che i cristiani, inevitabilmente, avrebbero considerato più poetici che realistici.

Questo spiega il motivo per cui l’idea di «resurrezione del corpo di Gesù» fu usata da Pietro e soprattutto da Paolo per distogliere il movimento nazareno dal proseguire l’attività politico-rivoluzionaria del Cristo. Cioè fu usata consapevolmente come idea principale per tradire il suo messaggio originario, con la differenza che mentre per Pietro il ritorno politico trionfale del Cristo sulla terra avrebbe dovuto essere più o meno immediato, in Paolo invece questa parusia, ad un certo punto, venne posticipata alla fine dei tempi. Nessuno dei due però ha mai messo in dubbio che il ritorno glorioso sarebbe avvenuto in un Cristo in carne ed ossa.

Questo corpo glorioso viene descritto da Paolo e nel quarto vangelo come capace di fare cose che agli umani, finché vivono sulla terra, non è assolutamente possibile: attraversare porte chiuse (Gv 20,19), assumere le sembianze non immediatamente riconoscibili (Gv 20,14; 21,4), prevedere cose ignote agli uomini (Gv 21,6), sapere cose senza che nessuno l’avesse informato (Gv 20,26 ss.), trasmettere in qualunque momento i poteri dello Spirito Santo (Gv 20,22) e in genere poter apparire ovunque e senza preavviso (come p.es. sulla via di Damasco).

Il motivo per cui non fosse tornato subito in veste gloriosa, sconfiggendo gli occupanti romani e il clero collaborazionista, Paolo cercò di spiegarlo ai suoi discepoli col dire che il messaggio del Cristo doveva prima essere diffuso tra i pagani: il che doveva far capire agli ebrei che il loro «primato storico-politico» era irrimediabilmente finito e che, d’ora in avanti, la liberazione andava cercata insieme, ebrei e pagani, in forma esclusivamente «spirituale», in quanto a quella «politica» avrebbe pensato personalmente il Cristo alla fine dei tempi.

La tesi della resurrezione doveva appunto servire anche a questo, a trasformare il Cristo da liberatore politico-nazionale a redentore morale-universale. I primi cristiani o, quanto meno, la corrente petro-paolina, divenuta maggioritaria, s’era fatta dell’idea di «corpo risorto» il pretesto per rinunciare definitivamente all’idea dell’insurrezione popolare contro Roma. Questo perché, probabilmente, si riteneva che il fallimento dell’iniziativa del Cristo fosse stato una grande tragedia, una grande occasione perduta, e anche perché si riteneva la potenza romana, una volta giustiziato il leader Gesù, troppo forte per essere abbattuta.

Non è neppure da escludere che i molteplici tentativi fatti dal Cristo di tenere unite le varie componenti della Palestina per opporsi ai romani, avessero subito un’improvvisa battuta d’arresto subito dopo la crocifissione. Cioè non è da escludere che soprattutto i galilei e i samaritani avessero ripreso a detestare i giudei che nel momento cruciale, invece di liberare Gesù, avevano preferito Barabba, come si può dedurre dal finale del vangelo di Marco, ove viene detto che Gesù risorto avrebbe «preceduto» gli apostoli in Galilea (16,7).

Resta però da capire il motivo per cui Paolo non si limiti a parlare di «resurrezione del corpo di Gesù», ma anche di resurrezione di tutti i corpi umani. Che bisogno aveva di farlo? Non sarebbe bastato parlare di «immortalità dell’anima umana», assicurata proprio dalla resurrezione del Cristo? Evidentemente no. Per la mentalità ebraica non è pensabile che anima e corpo se ne stiano separati in eterno e neppure che non possa esistere una liberazione terrena.

Questo è forse l’aspetto più controverso della teologia paolina. Probabilmente, nella sua iniziale predicazione, Paolo, sulla scia di Pietro, attendeva una parusia imminente e, alla domanda che gli sarà stata posta circa la sorte di coloro che non avrebbero potuto beneficiare di tale parusia, essendo già morti, egli dovette inventarsi l’idea che i viventi, a lui contemporanei, non avrebbero avuto «alcun vantaggio» su quelli ch’erano già morti, in quanto questi sarebbero comunque «risorti nella carne»; sicché insieme, vivi e morti risorti, avrebbero regnato sulla terra (1Tess. 4,13 ss.).

Vi sono tuttavia delle difficoltà. Quali «vivi» e quali «morti risorti» avrebbero potuto regnare sulla terra? Se fossero stati solo i «cristiani», che ne sarebbe stato di tutti gli altri? I «cristiani in anima e corpo» avrebbero regnato in Cristo sulla terra impedendo a tutti gli altri di ostacolarli?

Man mano che la parusia tardava, Paolo sarà costretto a trasferire questa idea di regno liberato e pacificato dalla terra al cielo e sarà anche costretto a dare a tutti i non-cristiani una seconda possibilità, in cielo, di credere nel Cristo. Nella misura in cui portava il suo messaggio a una sempre più marcata astrazione spiritualistica, si rendeva conto che sarebbe stato meglio per lui uscire di scena nei panni del martire.

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Autore: laicusblog

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