L’obolo della povera vedova (Mc 12,41-44)

Il racconto del vangelo di Marco sull’obolo della povera ve­dova (12,41 ss.), ripreso da Luca (21,1 ss.), è stato collocato dagli evangelisti poco prima dell’ultima tragica settimana a Gerusalemme, nell’ambito della più generale critica mossa nei confronti della prin­cipale istituzione del giudaismo: il Tempio, e delle principali catego­rie sociopolitiche (scribi e farisei) che non fecero nulla per impedire la palese corruzione dei suoi amministratori: sadducei e sommi sa­cerdoti. È una pericope direttamente morale e indirettamente politi­ca.

Il tesoro apparteneva al Tempio di Gerusalemme e i sacerdo­ti usavano le offerte dei fedeli o per compiere olocausti o per aiutare i poveri. Si trattava infatti di contributi volontari, non di tasse, che pur essi richiedevano per la manutenzione della struttura e per le loro necessità quotidiane. Oltre a ciò – come noto – esistevano altre forme commerciali di sfruttamento del luogo santo, specie in occasione delle grandi festività, che permettevano ai suoi gestori di arricchirsi notevolmente.

Qui Marco racconta che Gesù e i suoi discepoli osservano «come» i credenti fanno le loro offerte, e anzitutto vedono i ricchi che gettano con ostentazione molte monete. Quando si presenta la vedova che offre «due spiccioli», Marco si sente in dovere di specifi­care che il loro importo era equivalente a un «quattrino», per spiega­re al suo lettore di origine pagana il valore del «leptà» ebraico, e quindi il fatto che si trattava di un’offerta poverissima. Che fosse propriamente una «vedova», solo il suo abbigliamento poteva rive­larlo agli astanti.

Gli esegeti si sono chiesti come sia stato possibile stabilire l’esatto importo dell’offerta. Storicamente si sa che nell’atrio del tem­pio, dove potevano accedere anche le donne, esisteva un corridoio (detto «gazofilacio») in cui erano collocati tredici salvadanai a forma di tromba, che servivano per raccogliere le libere offerte e quelle de­stinate a determinati scopi. Non si gettava il denaro personalmente, ma lo si consegnava al sacerdote incaricato, il quale poi lo metteva in questo o quel salvadanaio secondo l’indicazione dell’offerente.

Ma che la donna nominasse apertamente l’ammontare del­l’offerta, così da poter essere ascoltata da Gesù e i suoi discepoli, è davvero improbabile. Il racconto non è storicamente attendibile, non foss’altro che per una ragione: da tempo i seguaci del movimento na­zareno avevano smesso di fare offerte al Tempio, sicuramente a par­tire dall’episodio della cacciata dei mercanti da parte dello stesso Gesù, avvenuta, stando alla cronologia di Giovanni, alcuni anni pri­ma. Essendo giudicato come luogo di corruzione morale e di colla­borazionismo politico con l’invasore romano, al Tempio le offerte non andavano fatte, né poche né molte.

La pericope appare come una semplice illustrazione del va­lore dei sacrifici dei poveri, un valore che in quel momento non è stato capito da chi (i discepoli lì presenti) si è lasciato ingannare dal­le apparenze materiali (l’infimo importo), senza comprendere che dietro di esse si celava lo stato poverissimo dell’offerente. Il Cristo insomma sembra rispondere a un’osservazione di disappunto da par­te dei discepoli, che hanno avuto la pretesa di giudicare senza cogni­zione di causa.

Visto così, il senso del racconto è tutto di tipo etico. La ve­dova è «generosa» non tanto perché «ha pensato» di fare l’offerta, lei che avrebbe potuto obiettivamente farne a meno, né perché ha dato i due leptà a Jahvè o ai poveri più poveri di lei, ma proprio perché in quella misera offerta essa ha dato «tutto quanto aveva per vivere».

Il suo desiderio era quello di realizzare una comunione totale (materiale e spirituale) con ciò in cui credeva. Nei confronti di chi, pago di sé, ha dato il superfluo, lei, pur nella sua indigenza, ha dato di più. Non quindi la quantità in sé fa il «modo», ma la quantità vista a partire dalla condizione sociale dell’offerente.

In altre parole, questa vedova, dando tutto, non ha fatto in verità una semplice offerta, ma ha cercato di realizzare una comu­nione totale dei beni. È vero che questo gesto è rimasto a livello di esigenza personale, senza potersi concretizzare nella realtà (in quan­to è mancata la volontà positiva del ricevente), ma ciò non toglie ch’esso sia stato molto più grande di quello che a prima vista appa­risse.

Se si fosse tenuta una delle due monetine avrebbe fatto lo stesso un’offerta generosa (essendo di condizione poverissima), ma non avrebbe manifestato di credere nella possibilità di una comunio­ne totale dei beni, cioè non avrebbe messo se stessa in comunione piena con la realtà in cui credeva.

L’obiezione che a questo punto si è soliti fare è nota: la don­na ha potuto dare tutto proprio perché non aveva niente. Contro tale obiezione almeno due osservazioni valgono: in primo luogo la donna aveva dato tutto perché credeva in un ideale (altrimenti avrebbe dato una sola moneta o forse niente), mentre i ricchi danno il superfluo proprio perché non credono in quello che fanno, ovvero compiono formalmente un gesto che non mette in discussione il loro status so­ciale privilegiato; in secondo luogo, dire che questa donna non aveva paura di diventare più povera di quello che era, è come dire che uno può talmente abituarsi alla propria povertà da non desiderare più d’u­scirne. Il che però viene proprio contraddetto dal fatto che la donna ha dato tutto non per la disperazione di non avere niente, ma per la speranza di ottenere qualcosa, anche se per il suo gesto essa meritava di ricevere in cambio tutto (e di riceverlo hic et nunc, non nell’aldilà).

Con ciò ovviamente non si vuole sostenere che il ricco dia soltanto il superfluo perché avaro: questa sarebbe una considerazio­ne psicologistica. Il ricco non dà tutto semplicemente perché non crede nella possibilità di una reale socializzazione dei beni, cioè nel­la possibilità di riottenere tutto compatibilmente alle esigenze di tut­ta la collettività.

Anzi, se si guarda la consapevolezza culturale di entrambi gli offerenti, occorre dire che il ricco professa già nella sostanza l’a­teismo, pur contraddicendosi nella ritualità della devozione religiosa, usata in maniera strumentale, come forma d’inganno delle masse in­consapevoli. La vedova invece appare credente sia nella forma che nella sostanza, e manifesta quindi una maggiore coerenza, pur all’in­terno di una grande ingenuità.

Nonostante l’indifferenza verso gli ideali della religione, il ricco di duemila anni fa, ostile alla comunione dei beni, ha contribui­to a impedire al gesto della donna di assumere un significato politico positivo, anche se il redattore evangelico si sforza di connettere quel gesto al precedente discorso di Gesù indirizzato agli scribi, che ingo­iano le case delle vedove, e a quello successivo, indirizzato alla di­struzione militare del Tempio da parte di una istituzione governativa ancora più corrotta, quella romana. Come se questa distruzione fosse una conseguenza meritata per la mancata volontà, da parte del potere giudaico, di valorizzare gli enormi sacrifici della popolazione più de­bole.

Ma ciò su cui il vangelo tace (e diversamente non potrebbe fare) è il fatto che, sul piano oggettivo, il gesto della vedova non avrà alcuna vera conseguenza, in quanto né il sacerdote incaricato né i ceti sociali ch’egli rappresenta sono disposti a coinvolgersi con l’of­ferente povero, onde realizzare una comunione dei beni.

L’impotenza del vangelo sta appunto in questo, che mentre elogia l’individuo, a livello morale, per talune sue azioni di onestà, generosità, sincerità…, lo condanna poi, a livello politico, a restare quello che è, cioè emarginato, sfruttato e schiavo di tutti, invitandolo ad aver fiducia nelle istituzioni, a non giudicare mai nessuno e a spe­rare in un premio nell’aldilà, lasciando a dio la punizione dei nemici.

Soggetta a rapporti di produzione schiavistici, questa donna «sogna» di poter concorrere, con la sua generosa e poverissima of­ferta, al mutamento della realtà, s’illude di poter ottenere di più ver­sando tutto. L’incapacità di comprendere i meccanismi del modo di produzione economico e di gestione del potere politico purtroppo fa sì che proprio mentre, soggettivamente, si crede di poter modificare le leggi dello sfruttamento, in realtà, oggettivamente, non si fa che prolungarle nel tempo. Pur essendo buone le sue intenzioni, la vedo­va non fa che avvalorare la gestione corrotta del Tempio.

Mentre il povero spera, nella sua inconsapevolezza e inge­nuità, che lo schiavismo venga rimosso con un’azione «dall’alto», il ricco, dal canto suo, versa le proprie elemosine affinché il clero con­tinui a illudere gli oppressi che per emanciparsi socialmente è suffi­ciente fare delle semplici offerte.

In tal modo i ricchi potevano apparire «buoni credenti» pro­prio perché vi erano persone, come la vedova, che, con le loro offer­te, contribuivano a tenere in piedi, pur senza esserne consapevoli, il luogo principale della corruzione e dell’inganno.

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Autore: laicusblog

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