Populismo e non violenza nella chiesa cristiana

Nel voluminoso Commento di Giovanni Crisostomo al Van­gelo di Matteo vi sono alcune pagine, relativamente alle cosiddette «parabole degli operai», che ancora oggi possono essere considerate indicative del modo concreto di affrontare la «questione sociale» da parte della chiesa cattolica.

Nel periodo in cui visse Crisostomo, cioè nella seconda metà del IV secolo, la chiesa doveva necessariamente affrontare, come in tutte le società antagonistiche, il grave problema degli oppressi, che allora s’identificavano con gli schiavi, i coloni e i piccoli proprietari agricoli in via di proletarizzazione.

Il celebre padre della chiesa, educato alla teologia storico-letterale di Antiochia, non si nascondeva la difficile situazione so­cioeconomica del crescente pauperismo. Anzi, alcune sue descrizio­ni sono veramente impressionanti per il nudo realismo che esprimo­no. Prendiamo ad esempio quella in cui si parla dello sfruttamento dei coloni contadini: «Se qualcuno guarda come costoro [cioè i lati­fondisti] trattano i loro miseri e umili contadini, vedrà che sono più crudeli dei barbari. A coloro che sono consumati dalla fame e passa­no la loro vita lavorando, impongono continuamente insopportabili tributi e li sottopongono a faticosi servizi; trattano ì loro corpi come se fossero asini o muli, o per dir meglio pietre, senza conceder loro un momento di respiro; e, produca o non produca la terra, li oppri­mono ugualmente senza condonar loro nulla. Può esservi qualcosa di più triste? Questi disgraziati, dopo aver lavorato tutto l’inverno ed essersi ridotti all’estremo per il gelo, le piogge, le veglie, si ritirano con le mani vuote e per di più carichi di debiti. Ma più della fame, più ancora di queste sciagure, hanno paura e temono la violenza de­gli amministratori, le querele in tribunale, i rendiconti, i supplizi a cui vengono condotti e i pesi inesorabili che sono loro imposti» (ed. Città Nuova, 1969, III volume, pp. 59-60).

Tuttavia, nonostante questa dura denuncia, la chiesa costan­tiniana, sempre più attratta dalla prospettiva del privilegio, si stava lentamente disabituando all’uso dell’autocritica e cominciava soprat­tutto ad accentuare la propaganda della rassegnazione rivolta ai ceti inferiori, invitandoli a non inasprire, con rivendicazioni sociali o politiche, il loro già difficile rapporto con i potenti.

Nei confronti di quest’ultimi la chiesa si limitava a utilizzare la critica dell’«immoralità» (così veniva considerato lo sfruttamento economico «eccessivo»), e lo faceva anche per non perdere consensi tra le popolazioni meno abbienti.

Nel populismo di Crisostomo la minaccia di «castigo eterno» per i ceti benestanti (laici e chierici) che non si ravvedevano, era un richiamo frequente. «Sappiate», disse un giorno agli avari del suo tempo, «che voi siete crudeli non con gli altri, ma con voi stessi. [ … ] Infatti, ciò che tu fai a lui [cioè al povero], lo fai come uomo e nella vita presente; non così Dio, che ti castiga con un castigo eterno nell’altra vita» (p. 53).

Ciò tuttavia non gli impediva di ribadire il motivo della sop­portazione per i poveri desiderosi di acquisire il perdono dei peccati e le migliori virtù cristiane. Le pagine 54 e 55 sono in tal senso mol­to eloquenti.

Forte del suo potere economico la chiesa aveva l’ambizione di porsi come arbitro morale fra i proprietari laici dei mezzi produtti­vi e i nullatenenti. Non sapendo o non volendo o non potendo (quale grande proprietario terriero) risolvere praticamente lo sfruttamento economico, essa, in definitiva, si opponeva a qualsiasi lotta politico-rivoluzionaria. E in genere lo faceva mascherando, dietro le racco­mandazioni, i consigli, le perorazioni in favore dei poveri, i suoi grandi interessi di casta.

La divisione della società in classi rivali era ed è ancora oggi considerata come un fenomeno naturale, tanto naturale che, all’oc­correnza, cioè quando i beni materiali della stessa chiesa vengono minacciati, essa non ha scrupoli nel difenderli con la violenza, an­corché in forma mascherata, subdola, servendosi di forze sociali e autorità politiche che possano garantire, in definitiva, la sopravvi­venza della sua dottrina interclassista e non-violenta.

Forse l’unico momento in cui la chiesa romana non ha avuto remore di sorta nell’affermare l’uso diretto e personale della violenza è stato nel periodo che va da Gregorio VII a Bonifacio VIII, ma an­che questo atteggiamento è stato pagato con vari scismi interni…

Ai tempi di Crisostomo il cristianesimo era appena diventato «religione di stato». E già molti cristiani, protestando contro la cor­ruzione e il malcostume (soprattutto dell’alto clero), fuggivano dalle città e si ritiravano nei deserti a vivere come monaci: vita ascetica, comunità di beni e lavoro semplice. Questa, in verità, è l’altra solu­zione che il teologo antiocheno, grande oratore, offriva all’uditorio a lui contemporaneo. Seguire la vita dei monaci «sulle montagne e nelle grotte». «Fra di loro non vi è padrone né schiavo. Tutti sono schiavi e tutti sono padroni». «Sulla loro tavola c’è solo pane e ac­qua» (p. 151). «Ciascuno va al lavoro, da cui traggono abbondanti proventi che impiegano nell’assistenza ai poveri» (p. 137).

Non era una soluzione di comodo, ma restava comunque un ripiego. Crisostomo proponeva di gestire la fiorente e complessa economia della sua città «rinunciandovi», letteralmente, sul modello appunto dei monaci, per i quali l’economia a livello di tecnica pro­duttiva era ridotta al minimo essenziale.

Ancora egli non poteva sospettare che di lì a poco molti di questi monasteri sarebbero diventati dei ricchissimi proprietari di terre (in virtù di lasciti e donazioni), e che i coloni che vi lavoravano sarebbero rimasti coloni per tutta la vita, senza mai poter partecipare alla gestione comunitaria del cenobio (il quale frattanto si sarà tra­sformato in una struttura rigidamente gerarchica, con a capo abati e priori dotati di ampi poteri).

Il moralismo di Crisostomo (come di ogni fenomeno religio­so in genere) è strettamente legato all’individualismo. Il subordinato, lasciato solo nell’ambito del lavoro, solo ad affrontare la sua aliena­zione economica e sociale, doveva poi ricercare, all’interno della co­munità religiosa, una salvezza personale di fronte a dio, attraverso la mediazione autorevole della chiesa (autorevole sul piano materiale e culturale).

La comunità, somma di persone singole, non potendo costi­tuire una valida alternativa all’individualismo della società classista, al massimo serviva per sopportare meglio le contraddizioni del siste­ma produttivo (mediante elemosine, assistenza, beneficenza ecc.).

Nella seconda metà del IV secolo furono forze sociali estra­nee alla chiesa ufficiale o in polemica con i suoi dogmi (vedi le cor­renti ereticali) che cercarono d’opporsi al regime oppressivo dell’im­pero bizantino. Si pensi, ad esempio, all’insurrezione dei Visigoti nelle province danubiane dell’impero, cui si unirono schiavi e coloni, nonché i contadini della penisola balcanica; ma anche alla rivolta di schiavi, coloni e mercenari dell’Asia minore (399-401) e a quella della tribù degli Isauri: proprio quelle etnie che lo Stato pagano prima e cristiano dopo cercarono di tenere ai margini della società qualificandole con l’appellativo di «barbare».

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Autore: laicusblog

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