Seconda lettera a Timoteo

Stando alla tradizione la seconda lettera a Timoteo fu scritta da Paolo durante il secondo processo a Roma. La chiesa ha considerato questa lettera una sorta di «testamento spirituale», in quanto è l’ultima di Paolo, che prevede la sua fine imminente.

È rivolta al suo discepolo prediletto, cui Paolo riconosce sì la fede, ma, chissà perché, non può fare a meno di ricordargli ch’essa fu un po’ tardiva, visto che prima di lui si convertirono la nonna Loide e la madre Eunice (1,5). Addirittura, dicendo «ne sono certo», Paolo lascia trapelare qualche dubbio sulla continuità della fede di Timoteo.

È una strana ouverture, questa di Paolo: sembra che tra i due siano passati molti anni in cui non si sono né visti né tenuti in contatto, al punto che Paolo sembra costretto a dirgli: «ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani» (1,6). Eppure tra la prima e la seconda lettera la critica sostiene non essere trascorso più di un anno.

Il verbo «ravvivare» sta a significare che Paolo non solo «temeva» ma «sapeva» bene che Timoteo non aveva più la fede di una volta, quella di quando Paolo svolgeva a pieno ritmo il suo apostolato. Infatti lo invita a non avere «uno spirito di timidezza» (1,7) e a «non vergognarsi della testimonianza da rendere al Signore nostro» (1,8). Non deve vergognarsi neppure di Paolo, ora che è «in carcere per Cristo» (ib.).

Evidentemente Timoteo aveva avuto delle perplessità di fronte alle persecuzioni subite da Paolo. Questa seconda lettera è stata scritta più per sollecitare Timoteo a riprendere il cammino di un tempo, che per fare un testamento spirituale. E forse le successive manipolazioni stanno a indicare una prevalenza della tendenza giudaica in seno alla comunità cristiana di Efeso dopo la morte di Timoteo.

Per convincerlo a riacquistare fiducia in se stesso, Paolo gli ricorda, in maniera molto esplicita, come mai finora aveva fatto, che il vangelo secondo cui il Cristo ha salvato l’umanità a titolo gratuito, «non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia…», vincendo la morte, è il suo proprio vangelo, quello che solo lui ha capito per primo e di cui s’è fatto «araldo, apostolo e maestro» (1,9-11), tant’è che il suo discepolo prediletto non è nessuno degli apostoli o della loro cerchia e neppure nessuno del movimento nazareno, ma è Timoteo, un giovane per metà ebreo e per metà pagano.

Più avanti dirà a chiare lettere che «Gesù Cristo… è risorto dai morti, secondo il mio vangelo…» (2,8). Il che in sostanza voleva dire che l’interpretazione ch’egli aveva dato della tomba vuota si discostava da quella degli altri apostoli o comunque che solo lui aveva portato la tesi della resurrezione (di origine petrina) alle sue conseguenze più radicali, rompendo definitivamente i ponti con le tradizioni ebraiche del messianismo politico-nazionale.

E che questo suo vangelo sia vero lo dimostra il fatto – secondo Paolo – ch’esso è «causa dei mali» di cui egli soffre (1,12). Paolo dunque lo invita a soffrire insieme a lui, al fine di riacquistare fiducia in se stesso. Se si è perseguitati, sicuramente si è nel giusto, a condizione ovviamente di non aver compiuto nulla contro la legge.

Paolo infatti dice di soffrire «fino a portare le catene come un malfattore» (2,9), pur non avendo fatto altro che predicare la pace e l’amore universali. Da queste poche parole si arguisce ch’egli non si trovava nella condizione della custodia militaris, in una casa presa in affitto, come la prima volta (At 28,30), ma in quella della custodia publica, insieme ai delinquenti comuni.

La predicazione ha procurato a lui molte sofferenze: «tu sai bene quali persecuzioni ho sofferto. Eppure il Signore mi ha liberato da tutte. Del resto, tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati» (2,11 s.).

Stupisce che qui Paolo ricordi a Timoteo solo le persecuzioni occorsegli durante il primo viaggio missionario, cui il racconto degli Atti non associa la presenza diretta di Timoteo. Tuttavia qui Paolo vuol semplicemente dire che non essendo Timoteo un «perseguitato», la sua fede non è ancora sufficientemente sicura, combattiva, o non lo è più come un tempo.

La persecuzione, il martirio vengono spesso considerati da Paolo, specialmente nel suo ultimo periodo, come un indizio sicuro della verità della propria missione. In tal senso non si può non attribuirgli una certa dose di fanatismo ideologico (nel suo caso, di tipo «religioso»).

Egli dunque si sente in dovere di «scongiurare» Timoteo di annunciare la parola, di insistere in ogni occasione, opportuna e non opportuna, di ammonire, di rimproverare, di esortare con ogni magnanimità e dottrina (3,1 ss.). Secondo Paolo è proprio questa attività pubblica di incessante predicazione che il «mondo» non riesce a tollerare. «Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (4,3 s.).

Paolo qui sembra ricordare il dibattito che ebbe presso l’Acropoli ateniese, cui Timoteo fu testimone. Tutta la filosofia pagana viene paragonata alle «favole». Non ha il minimo dubbio che la sua interpretazione della tomba vuota sia l’unica possibile.

Egli è quasi convinto di dover morire, o forse addirittura lo desidera quando usa il termine sacrificale di «libagione», nella certezza di poter ottenere «la corona di giustizia» (4,8) dalle mani dello stesso Cristo.

Le ultime disposizioni però paiono in contrasto con la certezza di una morte imminente: chiede a Timoteo che lo raggiunga insieme a Marco (con cui aveva duramente litigato dopo l’incidente della Panfilia, in At 15,37 ss.), perché gli sarà utile «per il ministero» (4,11); gli chiede anche di portargli «il mantello» (4,13), per l’inverno imminente, e «i libri, soprattutto le pergamene» (ib.). Come noto infatti era stato arrestato a Troade, da dove era stato subito trasferito a Roma. Qui è come se non potesse escludere a priori, come già ad Antiochia, Iconio, Listri, una sua insperata liberazione.

Si lamenta che nella sua «prima difesa in tribunale» era stato abbandonato da tutti (4,16), ma chi siano questi «tutti» non si sa: discepoli o gente influente che avrebbero potuto aiutarlo? Noi in realtà non sappiamo nulla di certo sulla fine di Paolo. Se fosse davvero morto martire, perché Luca o un redattore successivo non ne ha parlato negli Atti? Nulla ci impedisce di credere che il biennio di prigionia romana si sia concluso con una sentenza a lui favorevole.

Paolo non incitava gli schiavi alla ribellione, non si opponeva all’esosità fiscale dello Stato, rispettava le leggi romane, e ai suoi tempi il culto divino da attribuire all’imperatore non era così tassativo, meno che mai per un ebreo. È solo sotto Domiziano (81-96) che la divinizzazione dell’imperatore diventa una pietra di paragone della lealtà civile e del patriottismo, nel senso che il crimine di «ateismo» (e i cristiani apparivano «atei» agli occhi dei politeisti) equivaleva a quello di «lesa maestà». Fino ad allora parlare di «unico dio» (1 Tm 1,17; 6,15) aveva più un senso critico nei confronti del politeismo pagano e del monoteismo giudaico che non verso il culto imperiale, per quanto già con Svetonio e Tacito si cominci ad assimilare l’appartenenza al cristianesimo (che non veniva ancora distinto dall’ebraismo) a un delitto (superstitio malefica).

Dunque quale ebreo avrebbe potuto accusarlo in un tribunale romano della capitale dell’impero, in cui i reati di opinione per motivi religiosi erano in quel momento praticamente inesistenti? Paolo non era stato forse sempre prosciolto da tutte le accuse nei tribunali romani proprio perché non si vedeva in lui alcuna «colpa» in senso giuridico? È anche probabile ch’egli sia stato liberato perché non si presentarono i sostenitori dell’accusa nel tempo previsto. Sicché i suoi progetti di fare un viaggio in Spagna (Rm 15,24) avrebbero anche potuto realizzarsi, come lasciano credere Clemente Romano (1 Clem. 5,4-7) e il Frammento del Muratori (r. 38 s.). Ma se il viaggio in Spagna fosse stato fatto tra il primo e il secondo processo romano, perché non parlarne?

Probabilmente il martirio di Paolo non è stato descritto nel N.T. proprio perché egli morì di vecchiaia o in maniera accidentale o di malattia. Noi sappiamo soltanto che l’ultimo Paolo a nostra conoscenza era molto amareggiato: si sentiva abbandonato, deluso. Solo Luca, che contribuì quasi sicuramente alla stesura della seconda lettera a Timoteo, era rimasto al suo fianco (4,11). Stando comunque alla tradizione, egli fu decapitato nel 67 d.C. presso le Tre Fontane (Aquae Salviae) della capitale, non molto tempo dopo l’esecuzione di Pietro.

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Autore: laicusblog

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