Seconda lettera ai Corinti

Verso la fine del suo soggiorno efesino, Paolo aveva inviato a Corinto il discepolo Tito (in 1Cor 4,17 e 16,10 si parlava in realtà di Timoteo, il quale forse andò a Corinto senza ottenere risultati significativi), probabilmente per organizzare al meglio la racconta dei fondi da inviare alla comunità di Gerusalemme.

Paolo aveva bisogno di non rompere i rapporti con la chiesa-madre israelitica, che lo titolava a svolgere la sua missione tra i pagani (per quanto lui avesse iniziato autonomamente) e che, s’essa avesse visto buoni risultati, lo avrebbe difeso dai cristiani di origine ebraica, che spesso lo contestavano per il fatto di mettere sullo stesso piano giudei e gentili.

Terminata la missione a Corinto, Tito avrebbe dovuto recarsi nel luogo dove avevano convenuto d’incontrarsi: Troade. Tuttavia la rivolta degli argentieri (At 19,23 ss.) aveva costretto Paolo ad anticipare bruscamente la sua partenza da Efeso, per cui, arrivato a Troade, non poté trovare Tito, sicché preferì andargli incontro in Macedonia.

Ottenute notizie sulla situazione interna alla comunità corinzia, Paolo pensò, prima di recarsi a trovare i suoi amati e odiati discepoli (taciuti stranamente dagli Atti), di farsi precedere da questa lettera, una parte della quale fu dunque scritta in Macedonia, probabilmente a Filippi, tra il 57 e il 58.

Che cosa sia accaduto fra la prima e la seconda lettera non lo sappiamo: gli Atti non ne parlano e non potrebbero farlo, perché tendono sempre a minimizzare. Di certo avvenne qualcosa di molto spiacevole per Paolo, altrimenti risulterebbe poco chiaro il motivo per cui in questa lettera si respiri un clima di tensione quasi bellica. Si può forse presumere che l’incestuoso, scomunicato nella precedente lettera, l’abbia in qualche modo offeso gravemente (2,5-8; 7,12), benché lo stesso Paolo si limiti a pretendere un gesto riparatore da parte della comunità, in segno di obbedienza (2,5-11).

In verità ciò che lo preoccupava di più sembra essere l’atteggiamento dei cosiddetti «superapostoli» o «pseudo-apostoli», cioè di quei mestatori giudaizzanti che rischiavano di screditarlo in maniera irreparabile. Egli aveva assolutamente bisogno di recarsi a Corinto per sistemare faccende delicate, che riguardavano la sua stessa persona.

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Anche questa epistola, come la precedente, contiene parti autentiche e parti manomesse o interpolate dai suoi discepoli. Le difficoltà più largamente riconosciute riguardano le tre seguenti pericopi: 6,14-7,1; cap. 9; cc. 10-13.

La prima interrompe, senza motivo, l’esortazione iniziata in 6,13 e proseguita in 7,2. La seconda è un doppione del cap. 8, salvo il contrasto tra la generosità dei Macedoni (per la colletta) e la tirchieria dei Corinzi, che pur sono più benestanti. La terza riflette circostanze fuori contesto rispetto al contenuto specifico della lettera.

Non pochi esegeti han ritenuto di vedere sintetizzate in questa epistola almeno cinque o sei lettere diverse. Si è anche pensato che i capitoli 10-13 siano stati scritti prima dei capitoli 1-9 e che rappresentino quella famosa lettera scritta «tra molte lacrime», di cui si parla in 2Cor 2,3 e che non ci è mai pervenuta.

Come in quella ai Galati anche in questa manca, nella parte iniziale, il consueto ringraziamento alla comunità destinataria. La missiva, di regola, viene suddivisa dagli esegeti in tre parti distinte: la prima è spiccatamente apologetica (1,12-7,16); la seconda è esortativa, in quanto dedicata alla preparazione della colletta (8,1-9,15), ch’era già stata avviata l’anno precedente; la terza è vivacemente polemica (10,1-13,10), difficilmente attribuibile a Paolo.

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Gli avversari giudaizzanti lo accusavano d’incostanza nei propositi, in quanto aveva varie volte rimandato il viaggio a Corinto; di mancanza di sincerità e di maniere dispotiche nell’agire. Da quest’ultima accusa si difende dicendo che ogni credente, volendo, può diventare «apostolo», non essendo questo un ministero esclusivo di nessuno. Si diventa apostoli se si è pronti anche a morire per la verità.

Gli stessi avversari, anche se non ben chiariti, vengono sferzati in maniera minacciosa, ironica e sarcastica nella terza parte della lettera. A sua difesa (ma è già un suo discepolo che qui scrive) ricorda le innumerevoli e incredibili sofferenze che ha dovuto patire (bastonature, flagellazioni, naufragi…), molte di più di quelle raccontate negli Atti e in tutte le sue lettere; e riporta due eventi del tutto mistici, chiaramente inventati, come il rapimento al terzo cielo (di 14 anni prima) e il misterioso «pungolo nella carne» che gli avrebbe conficcato un demone per schiaffeggiarlo.

Su questa famosa spina le interpretazioni sono state, nei secoli, diversissime: epilessia, febbri maltesi, oftalmia acuta ecc. In realtà l’autore di questi ultimi capitoli ha soltanto voluto esagerare le cose, volendo far passare Paolo per un santo, per un cristiano assolutamente eccezionale. Forse è addirittura da escludere che questi passi avessero come destinatari i Corinzi, anche perché non sarebbe certo stato in questa maniera ch’egli avrebbe potuto superare quel momento di grave crisi.

I Corinzi erano di origine pagana e credevano, come tutti i pagani, in fenomeni sovrannaturali: non è da escludere che qualche suo discepolo, dopo la morte di Paolo, abbia inserito questi testi nell’epistola per attribuire all’apostolo, la cui autorità – diceva egli stesso – non proveniva da quella dei Dodici ma direttamente da Cristo risorto, apparsogli personalmente sulla via di Damasco, quegli elementi che potevano servire per beatificarlo e santificarlo.

In effetti, se si può anche credere che Paolo avesse un qualche, penoso, disturbo di tipo fisico o psico-somatico, di cui mise a conoscenza qualche suo discepolo, è però certamente da escludere che si potesse metterlo in relazione con un evento di tipo mistico, altrimenti saremmo costretti a ritenere Paolo un soggetto mentalmente disturbato. Una cosa infatti è sostenere posizioni mistiche per negare al Cristo una qualunque caratterizzazione politica; un’altra è fare di tali posizioni un attributo per favorire il culto della propria persona.

Peraltro la pericope del suddetto rapimento mistico (12,1-10) ricorda troppo da vicino la versione, non meno leggendaria, che la comunità primitiva volle dare circa la repentina conversione al cristianesimo petrino da parte dell’apostolo. Quando si cominciò a sostenere che Paolo in persona era stato oggetto di un intervento miracoloso da parte di Cristo risorto, non ci volle poi molto a rincarare questa tipologia d’interventi, mutandone solo qualche particolare di secondaria importanza. Gli stessi Atti degli apostoli non hanno avuto scrupoli nell’attribuire a lui e a Pietro straordinarie azioni terapiche a imitazione del Cristo taumaturgo.

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La sofferenza per Paolo è sicuro segno di verità della propria fede. Esordisce così nella lettera e spera che su questo aspetto preliminare e fondamentale lo capiscano subito. Paolo e i suoi discepoli (in questo caso viene citato Timoteo) possono considerarsi superiori a qualunque credente di Corinto, proprio perché soffrono più di chiunque altro. E naturalmente ne approfitta per esibire l’esempio più eloquente di cui fino a quel momento poteva disporre: la rivolta degli argentieri di Efeso. Ma, poiché ne aveva già parlato in 1Cor 15,32, qui si limita a ribadire che in quel frangente quasi rischiava la vita.

Proprio per le tribolazioni patite (anche a favore della comunità corinzia), si meraviglia che venga accusato di non essere di parola, soltanto perché aveva promesso di andarli a trovare e non l’aveva fatto. Avrebbero dovuto anzi pensare che dovevano esserci gravi motivi. Ora infatti li spiega, seppur con ampi giri di parole che già fanno pensare a interventi redazionali successivi. Egli non era andato a trovarli perché era stato offeso amaramente da qualcuno, durante una sua breve visita, dopo aver scritto la prima lettera canonica giuntaci. È vero che aveva promesso che sarebbe tornato per restarvi più a lungo, ma un nuovo incidente, in cui l’autorità di Paolo era stata, questa volta, offesa nella persona di un suo rappresentante (2Cor 5,10; 7,12), l’aveva indotto a sostituire alla visita una severa lettera (2,3 s.), che, a quanto pare, aveva prodotto un effetto salutare (7,8-13).

In Macedonia aveva appreso da Tito che la crisi era stata risolta (nel senso che il colpevole era stato punito), ed era stato appunto allora che aveva preso a scrivere questa nuova lettera, raccomandandosi di non esagerare nelle punizioni, affinché il colpevole non si perdesse. Da Corinto poi si recherà a Gerusalemme, dove verrà arrestato dai giudei, pur sapendo egli benissimo che non vedevano l’ora di farlo.

Che Paolo considerasse i cristiani provenienti dal giudaismo come i nemici più pericolosi, è ben evidente, nella lettera, anche quando paragona Cristo a Mosè. I giudei, secondo lui, non riescono a vedere che il giudaismo è finito e continuano a restare legati alla legge mosaica, senza rendersi conto che anche il più piccolo cristiano è superiore a Mosè, come alla legge è superiore l’amore, e all’interpretazione letterale della legge la libertà dello spirito.

Tuttavia, per dimostrare questa superiorità, offre una lettura rovesciata di Es. 34,33 s., smentendo quella tradizionale secondo cui Mosè s’era coperto il volto perché troppo splendente rispetto alla pochezza di fede degli israeliti. Per Paolo invece egli se lo coprì per non mostrare la gloria effimera del suo volto. Il velo dunque viene interpretato negativamente e messo in relazione alla cecità dei giudei a lui contemporanei, che non sanno leggere l’evento-Cristo in chiave mistica.

È dubbio però che Paolo abbia potuto fare un ragionamento così contorto a un target di origine pagana. È anzi probabile che tutto il cap. 3 sia stato interpolato dallo stesso Timoteo. Le autentiche parole di Paolo sono sicuramente quelle riferite alla sofferenza, ch’egli metteva sempre in primo piano, per avvalorare la sua attività missionaria.

Anche in questa lettera infatti è abbastanza evidente ch’egli non vede l’ora di morire martire, sicché tutte le tribolazioni che patisce non fanno che rallegrarlo, in previsione di ciò che a Gerusalemme gli potrà accadere, avendo intenzione di consegnare di persona la colletta raccolta.

La morte è l’accesso a una dimensione ultraterrena, ch’egli s’immagina in una maniera di tipo «giuridico»: «Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male» (5,10). Difficile vedere in questa scena oltremondana qualcosa di molto diverso da ciò che p.es. avevano già detto gli egizi alcune migliaia di anni prima.

Tutta la teologia paolina è un connubio tra legalismo (o giuridicismo) e mistica: «Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe… Colui che non aveva conosciuto questo peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (5,19 ss.).

Cristo dunque come vittima sacrificale per le colpe degli uomini, affinché queste colpe, che gli uomini da soli non possono espiare, non finiscano per distruggere l’intero genere umano. Siamo riconciliati con dio per sua grazia, non per nostro merito; tuttavia noi, non essendo in grado di recuperare l’innocenza primordiale, siamo destinati all’autodistruzione, se non accettiamo con fede la grazia ricevuta. Che poi Cristo abbia accettato il proprio sacrificio per dovere o in libertà, non fa molta differenza: i fatti dimostrano che gli uomini non potevano che ucciderlo, essendo incapaci, da soli, di compiere qualunque vero bene.

Che in questa visione teologica della storia umana vi sia del paternalismo autoritario e insieme moralistico è molto evidente. Praticamente dio-padre non può distruggere l’umanità solo perché essa è stata voluta dal dio-figlio; però, per poterla perdonare di tutte le sue nefandezze, si sente in dovere di chiedere al figlio di pagare il prezzo d’averla voluta creare. E il figlio, che, nonostante tutto, non s’è pentito d’averla creata, accetta di sacrificarsi, nella speranza che gli uomini capiscano che dio-padre li ha perdonati.

Come si può notare, tra cristianesimo e mitologia pagana non vi è molta differenza.

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La seconda parte dell’epistola – come già detto – riguarda la questione dell’organizzazione della raccolta di fondi a favore della comunità di Gerusalemme. Probabilmente la colletta non aveva solo lo scopo di assistere i bisognosi della città santa (sotto questo aspetto sarebbe parso strano chiedere soldi a comunità, come quelle macedoni, che nella lettera vengono considerate molto povere), ma doveva anche servire a indurre soprattutto i giudeo-cristiani a considerare i pagano-cristiani al loro stesso livello. Lo stesso Paolo aveva bisogno di farsi accettare, senza riserve, dalla comunità gestita da Giacomo il Minore per avere ampie possibilità di manovra coi giudei della diaspora, da cui, di regola, partiva la sua predicazione.

Quindi era una colletta con finalità forse più politica che economica. Dimostrando che le sue comunità di origine pagana riconoscevano una sorta di primato d’onore a quella di Gerusalemme, Paolo avrebbe sicuramente potuto muoversi nell’ambito della diaspora con molta più facilità. Egli però sapeva bene che gli ebrei in generale, soprattutto quelli non simpatizzanti per il cristianesimo, condividevano assai poco i contenuti della sua predicazione, giudicati politicamente disfattisti, sicché egli non poteva non mettere in preventivo che, una volta giunto a destinazione, avrebbe potuto essere immediatamente denunciato. Col pretesto della colletta egli sembra voler andare incontro a un destino fatale.

In questa lettera dunque Paolo chiede che la raccolta di fondi venga organizzata da Tito (e forse anche da Timoteo), la cui onestà era unanimemente riconosciuta. A dir il vero qui parla di un «fratello» che «ha lode in tutte le chiese a motivo del vangelo… designato dalle stesse chiese come nostro compagno in quest’opera di carità… onde evitare che qualcuno possa biasimarci per questa abbondanza che viene da noi amministrata» (8,18 ss.).

Molto strano il silenzio sul nome di questo delegato in una lettera che doveva rassicurare i Corinzi che la colletta si sarebbe compiuta rispettando i crismi della migliore onestà. Chi poteva essere un uomo così popolare se non Timoteo? Peraltro Paolo sembra parlare di un «terzo compagno» (anch’egli anonimo), disposto a unirsi agli altri due (8,22). Non è da escludere che tutto questo anonimato fosse una misura precauzionale, per non mettere a rischio l’incolumità di tali delegati nei confronti di possibili aggressori. A meno che non si sia voluto citare il nome di Timoteo perché, probabilmente, è il principale protagonista delle manipolazioni di questa lettera.

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Nel cap. 8 (e nel suo duplicato aggiunto subito dopo) è delineato il modo che Paolo aveva di affrontare la questione economica della giustizia sociale.

Per convincere i Corinzi a non essere gretti nel dare, Paolo fa notare loro la generosità delle chiese macedoni, che sono più sofferenti e più povere di loro. Nella visione dell’apostolo (e ovviamente dei suoi discepoli) non c’è la volontà di affrontare in maniera oggettiva il bisogno, le contraddizioni sociali: semplicemente la munificenza doveva partire da una sorta di senso di colpa. Ecco perché fa notare ai Corinzi che le chiese macedoni avevano già dato «anche al di là dei loro mezzi, spontaneamente, domandandoci con insistenza la grazia di prendere parte a questo servizio a favore dei santi» (8,3-4). In sostanza Paolo si serviva dei seguaci più ingenui per convincere quelli più sospettosi.

Ed è altresì verosimile che s’egli aveva bisogno di ricorrere a questi espedienti per convincere i Corinzi a essere più altruisti, significa ch’essi avevano poca intenzione di aiutare una comunità che faceva pesare su tutti la propria importanza e che considerava i cristiani d’origine pagana dei convertiti di seconda categoria. La cosa strana è che lo stesso Paolo, più avanti, ricorda ai Corinzi che l’anno prima erano stati proprio loro a proporre un’iniziativa del genere e li critica, seppur velatamente, di non aver concretizzato le loro intenzioni. Non è da escludere ch’essi avessero avuto l’idea della colletta per dimostrare che non si sentivano inferiori a quei cristiani d’origine giudaica che sul piano etico li guardavano con un certo distacco, e poi magari, col passar del tempo, s’erano pentiti d’averla avuta.

Paolo stuzzica la vanità dei Corinzi dicendo loro che son bravi in tutto, al fine d’indurli a esserlo anche «in quest’opera generosa» (8,7). Non vuole obbligarli a fare alcunché, anche perché sa che non ne avrebbe la forza, essendo un apostolo itinerante, non un dirigente in pianta stabile; vuole soltanto mettere alla prova «la sincerità del loro amore con la premura verso gli altri» (8,8). Sapeva bene che quando si chiede di fare elemosine, bisogna toccare per forza i sentimenti.

D’altra parte non chiede sacrifici molto onerosi: «la buona volontà riesce gradita secondo quello che uno possiede» (8,12), cioè in rapporto alle proprie sostanze. «Qui non si tratta di mettere in ristrettezze voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza» (8,13). L’uguaglianza appunto della carità fraterna, che non va a toccare i gangli vitali dei rapporti produttivi, ma soltanto i sentimenti, per una soluzione che ovviamente più che transitoria non poteva essere. Del tutto irrisolto, anche perché neppure sfiorato alla sua radice, restava infatti il problema dello sfruttamento del lavoro altrui, che in Israele, peraltro, si univa a quello dell’oppressione nazionale a causa della dominazione straniera.

L’uguaglianza che cerca Paolo è puramente morale, in quanto sul piano economico è contingente a una situazione di particolare necessità, che di lì a qualche tempo si sarebbe certamente ripresentata. Egli vuole indurre i Corinzi a essere generosi perché un giorno potrebbero esser loro stessi ad aver bisogno dell’aiuto altrui, senza poi considerare – aggiunge l’apostolo – che la concessione di un aiuto economico potrebbe essere ricambiata, da parte di chi lo riceve, con un aiuto di tipo extra-economico, come può essere p.es. quello morale o culturale o ecclesiale.

E Paolo sa bene quanto potrebbe servire, anzitutto alla sua predicazione, la decisione che la comunità di Gerusalemme potrebbe prendere di dargli carta bianca anche nei confronti degli ebrei della diaspora, non tanto per poterli convertire (anche per questo naturalmente), quanto piuttosto per essere relativamente sicuro che la loro opera spionistica, delatoria e intrigante non influisca sulla considerazione che a Gerusalemme hanno di lui.

Nel cap. 9, che, come già detto, è stato aggiunto, si fa notare che le chiese macedoni sono migliori, nella generosità, di quelle dell’Acaia, tra cui appunto va annoverata Corinto. E la cosa s’andava, a quanto pare, diffondendo, mettendo in imbarazzo tutti i promotori (tra cui gli stessi Corinzi) e gli organizzatori della colletta.

Sembra che dal cap. 8 al cap. 9 sia passato un certo tempo, in cui i Corinzi han potuto dar prova non della loro generosità bensì della loro «spilorceria» (9,5). Da notare che Paolo dirà più avanti, in 11,8 ss., d’essere stato, diversamente che in Acaia, economicamente mantenuto dalle chiese macedoni quando predicava da loro.

In ogni caso il cap. 9 non aggiunge elementi significativi alla concezione di giustizia sociale espressa in quello precedente. Semmai anzi si può ravvisare un tono minaccioso, soprattutto là dove si fa osservare che «chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà» (9,6), poiché «Dio ama chi dona con gioia» (9,7): ecco perché al dono i Corinzi avrebbero dovuto sentirsi tenuti, visto che già ora hanno «il necessario in tutto» (9,8).

Si può forse dire che mentre il cap. 8 è più incentrato su motivazioni di ordine etico per sollecitare a compiere la colletta, il cap. 9 invece preferisce le motivazioni di ordine religioso, nel senso che la colletta andava anzitutto fatta per ringraziare dio, cosa di cui i cristiani di Gerusalemme avrebbero preso atto con molto favore.

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Gli ultimi tre capitoli (10-13) potrebbero essere intitolati «Apologia di Paolo», ma è ostico considerarli come facenti parte della stessa lettera. I toni sono completamente diversi. Di certo vi è la mano di Paolo, ma devono per forza essere stati scritti in un momento diverso e qui aggiunti per fare di due una sola epistola. Anche perché sarebbe poco logico pensare che una comunità così importante come quella corinzia abbia ricevuto da Paolo, che viaggiava di continuo, solo due o tre lettere al massimo.

Al cap. 10 Paolo fa capire a chi l’accusava che la durezza delle sue missive era incoerente con la remissività della sua persona e, ch’egli, se volesse, potrebbe esser duro anche quando è presente in mezzo a loro, ma un atteggiamento del genere – spiega loro – s’addice più a un «politicante» che non a un predicatore di idee mistiche.

Paolo non vuole rivendicare un ruolo di comando, neppure sul piano amministrativo, in quanto la sua battaglia è soltanto di tipo «teologico» e, in tal senso, vorrebbe essere lasciato libero di annunciare al mondo che il Cristo crocifisso è risorto.

Nel cap. 11 ribadisce di non essere un «profano nella dottrina» (v. 6), cioè di non temere confronti sul piano delle Scritture e di avere argomenti più che sufficienti per contrastare chi propaganda una cristologia diversa dalla sua. Qui mostra di avercela in particolare con quei cristiani di origine giudaica, da lui definiti «superapostoli» (v. 5), venuti dalla Palestina, che evidentemente erano rimasti legati alle posizioni di Pietro e di Giacomo il Minore, o che forse, addirittura, riflettevano le posizioni rivoluzionarie dei fratelli Zebedeo. Essi, probabilmente, si facevano mantenere dalla stessa comunità di Corinto e da qui controllavano l’operato di Paolo, il quale non rimprovera loro nessun errore specifico, limitandosi a smascherare la loro vanità.

La comunità di Corinto apparteneva alla sfera d’azione di Paolo e lui qui non voleva intrusi. La sua idea infatti era quella di potersi servire di questi discepoli greci per andare a predicare a Roma e in Spagna. Ecco perché considera i cosiddetti «superapostoli» completamente «falsi» (v. 13), e lo dice con così grande sicurezza che non teme d’essere considerato «pazzo» (11,16).

Anzi è talmente infuriato che dice loro una cosa, che, per la sua importanza, meriterebbe d’essere ampiamente esaminata: «Voi, che pur siete saggi, sopportate facilmente gli stolti. In realtà sopportate che vi riduce in servitù, chi vi divora, chi vi sfrutta, chi è arrogante, che vi colpisce in faccia. Lo dico con vergogna; come siamo stati deboli!» (11,19 ss.).

Quel «voi» sembra riferirsi esclusivamente ai cristiani giudaizzanti. Qui egli non sta parlando come «cristiano», ma come uno che si sta rivolgendo ai suoi compagni giudei d’un tempo, coi quali a Gerusalemme perseguitava i cristiani, che – secondo lui – avevano smesso di lottare contro Roma. Si sta riferendo all’incapacità che i farisei del suo partito avevano dimostrato di lottare uniti contro l’oppressione romana; sta condannando duramente l’illusione di poter continuare a restare «ebrei» nonostante il nemico in patria e la corruzione dei collaborazionisti. Quel che non sopportava più era l’idea di poter sostenere un primato d’Israele di fronte a un nemico che lo distruggeva quotidianamente.

È come se avesse detto che la sua cristologia mistica è stata una conseguenza della sconfitta politica dell’ebraismo tradizionale e nazionalistico, in cui lui stesso aveva tenacemente creduto. Ecco perché ora non si sente affatto in soggezione nei confronti di quei giudei che lo vogliono contestare per cose che in coscienza lui ha già largamente superato. Anzi, a causa delle sofferenze subite (qui ampiamente esagerate, non foss’altro perché aveva la cittadinanza romana), si sente di gran lunga migliore di loro: «Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese» (vv. 24-28).

Ora se si comporta o dice cose come se fosse pazzo, la colpa è degli stessi Corinzi – dice nel cap. 12 -, che invece di difenderlo, ascoltano i giudaizzanti, mostrandogli peraltro ingratitudine, in quanto lui non ha chiesto benefici economici a nessuno.

Questo capitolo in realtà è abbastanza squallido, poiché da un lato Paolo si vanta d’aver avuto visioni mistiche, estasi in cielo, prove di queste esperienze divine offerte da una misteriosa «spina nella carne» (12,7), e di aver compiuto anche «segni, prodigi e miracoli» (12,12); dall’altro si meraviglia che non credano più al suo vangelo, quando lui non è stato di peso a nessuno, non li ha sfruttati per mezzo di qualche suo delegato (12,16 s.).

Difficile pensare che argomentazioni così fantasiose e politicamente deboli siano venute fuori dalla penna di Paolo. Esse piuttosto denunciano una situazione critica nell’ambito della comunità corinzia, successiva forse alla morte dello stesso Paolo, probabilmente nell’imminenza della prima guerra giudaica antiromana.

Peraltro lo stesso capitolo, nella parte finale, sposta arbitrariamente l’oggetto dell’argomento dalla lotta ideologica tra Paolo e i giudaizzanti al rischio che Paolo, quando arriverà in città, si debba umiliare vedendo i Corinzi ancora alle prese con «impurità, fornicazione e dissolutezze» (v. 21). È un avvertimento dal sapore minaccioso, con cui si fa capire che se le conversioni al suo vangelo si mostravano ancora così instabili, si rischiava un’insanabile rottura.

Il cap. 13, l’ultimo, conferma l’intenzione dell’apostolo di recarsi a Corinto per chiarire definitivamente i suoi rapporti con quella comunità: «quando verrò di nuovo [e sarebbe stata la terza volta] non perdonerò più, dal momento che cercate una prova che Cristo parla in me» (vv. 2-3).

Pur con tutta la saggezza che a loro proveniva dalla imponente filosofia greca, i Corinzi non si rendevano conto – e Paolo qui glielo fa capire molto bene – che gli uomini non hanno «alcun potere contro la verità» (v. 8). Infatti l’unica cosa che si può fare è quella di trovare argomentazioni per difenderla.

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Autore: laicusblog

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