Seconda lettera ai Tessalonicesi

I greci di Tessalonica (Salonicco) avevano aderito con entusiasmo alla predicazione di Paolo e dei suoi discepoli, Silvano e Timoteo, diffondendone il messaggio in tutta la Macedonia e l’Acaia. Erano il fiore all’occhiello della predicazione di Paolo. L’idea stessa di «resurrezione» era per loro nuova, in quanto con essa si presupponeva «un ritorno in terra dall’aldilà», mentre fino a quel momento al massimo si era creduto, nel mondo pagano, in una concezione della «sopravvivenza» dopo la morte, in una «immortalità dell’anima».

Con questa seconda lettera, dal contenuto simile alla prima ma dallo stile più scialbo e distaccato 1, Paolo vuole rassicurarli che le sofferenze, le umiliazioni patite verranno presto premiate dall’imminente parusia del Cristo, che farà giustizia dei propri e dei loro nemici. In tal senso, le espressioni che usa sono particolarmente forti: «il Signore Gesù apparirà dal cielo con gli angeli della sua potenza, in un fuoco fiammeggiante, per far vendetta di coloro che non conoscono Dio, e di coloro che non ubbidiscono al vangelo del nostro Signore Gesù. Essi saranno puniti di eterna rovina, respinti dalla presenza del Signore e dalla gloria della sua potenza» (1,7 ss.).

L’apostolo si era proposto d’incontrarli di nuovo, temendo che le persecuzioni avrebbero potuto seriamente danneggiare una comunità appena nata, ma non gli era stato possibile, per motivi a noi ignoti e che lui, nella precedente lettera, aveva attribuito genericamente a «satana». Qui tuttavia si sente in dovere di rettificare qualcosa d’importante, detto nella prima predicazione e confermato nella prima epistola. Qualcosa che gli deve permettere, da un lato, di non smentirsi, e dall’altro di non esaltare troppo i discepoli, inducendoli in false aspettative.

Lo scopo della lettera infatti è quello di ridimensionare quanti si lasciano «sconvolgere la mente» da «pretese ispirazioni», da «discorsi», «da qualche lettera data come nostra» (in 3,17 è costretto a spiegare il proprio autografo, onde evitare plagi o falsificazioni). Vi era stata, come si può facilmente dedurre, una sorta di generale euforia, in seguito alla sua predicazione, che ora però lui stesso doveva cercare di contenere entro limiti accettabili.

Per fare questo egli introduce per la prima volta un elemento di dissuasione per i più fanatici ed esaltati, in relazione alla parusia del Cristo: «quel giorno non verrà se prima non sia giunta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio» (2,2 ss.).

A cosa si riferisca Paolo non è dato sapere e lui si guarda bene dal fare delle precisazioni che contestualizzino i suoi generici avvertimenti. Indubbiamente l’imperatore Caligola, con la sua ossessione d’essere considerato una «divinità», al punto da voler far erigere una statua di Zeus proprio nel Tempio di Gerusalemme, può aver ispirato un visionario come Paolo, ma Caligola era morto nel 42, e questa seconda lettera è stata scritta dieci anni dopo, al tempo in cui regnava Claudio, il cui potere fu sicuramente molto meno dispotico del suo predecessore, anche se proprio negli anni 49-50 aveva espulso tutti i giudei da Roma (At 18,2).

Probabilmente Paolo aveva costatato che la tendenza alla divinizzazione da parte degli imperatori andava considerata irreversibile, per cui sarebbe stato inevitabile, prima o poi, una generale repressione di chi la pensava diversamente.

L’apostasia per lui è il rovescio della fede: un uomo (o comunque una potenza del male) si farà dio (esattamente come Cristo e, per questa ragione, sarà una sorta di «Anticristo») e si opporrà a qualunque forma di culto religioso che non sia il proprio. Con tali astrazioni Paolo non ha fatto altro che alzare il tiro, procrastinando a data da destinarsi il momento della realizzazione definitiva del proprio vangelo. Una realizzazione che va attesa passivamente, senza alcuna organizzazione di tipo politico o militare, ma semplicemente preparandosi, nello spirito, al grande evento, la parusia, che va comunque pubblicizzata con vigore, negando all’imperatore un qualsivoglia culto mistico. Il cristianesimo paolino non era esattamente analogo al classico stoicismo greco-romano.

Non potendo credere che il Cristo risorto abbia in mente di accettare la generale apostasia del genere umano, schiacciato dalla Roma imperiale, Paolo non può rinunciare all’idea di un’imminente e trionfale parusia. Per lui va considerato infinitamente più grave non tanto la generale schiavizzazione dei lavoratori imposta in tutto l’impero, quanto piuttosto il fatto che lo Stato sta diventando sempre più teocratico. Non ritiene che la schiavitù sia un elemento decisivo per far scoppiare la rivoluzione, o comunque non la ritiene un elemento su cui gli uomini possano far leva per opporsi efficacemente all’impero, la cui forza viene giudicata così enorme che solo un intervento esterno, di natura divina, potrebbe operare un vero rivolgimento, e questo intervento lo ritiene inevitabile non tanto per le sofferenze sociali degli uomini quanto per le loro sofferenze religiose, per la violazione insopportabile che viene fatta alla loro libertà di coscienza.

Essendo pienamente convinto di quanto afferma, Paolo non sta ingannando consapevolmente i suoi adepti: solo che ha promesso una cosa che tarda ad avverarsi e ora sta pensando ch’essa avrà più possibilità d’accadere quando le contraddizioni saranno ancora più esplosive. Da un lato è assolutamente convinto che i giudei non abbiano politicamente e militarmente alcuna possibilità di abbattere l’impero romano, dall’altro non può accettare l’idea che tale impero possa tranquillamente trionfare a dispetto dell’idea rivoluzionaria del Cristo risorto. I romani dovranno per forza creare una situazione umana e religiosa così assurda e sconvolgente da rendere assolutamente necessaria, inevitabile, la fine del mondo.

Il fatto che gli imperatori pretendessero d’essere considerati delle «divinità» doveva apparire a Paolo una insopportabile enormità, nei cui confronti la popolazione dell’impero non s’era ancora ribellata (diversamente da quella ebraica), proprio perché era Dio stesso a impedirlo, volendo che in tale assurdità si credesse sino in fondo (Dio manda una «potenza d’errore perché credano alla menzogna», scrive in 2,11), sicché alla fine, valendo il principio del «tanto peggio tanto meglio», il desiderio di un crollo dell’impero sarebbe stato inevitabilmente molto più forte ed esteso, e chi non aveva voluto credere nel Cristo (ovvero nel vangelo di Paolo) sarebbe stato giudicato molto più severamente.

È questa, come si può ben notare, una forma esasperata di estremismo, politicamente fatalistica, non molto diversa da quella delle correnti apocalittiche dell’epoca. La psicopatologia che aveva caratterizzato la conversione di Paolo sulla strada di Damasco, continua imperterrita anche dopo tale conversione.

La sua filosofia politica e religiosa si può riassumere, in sostanza, nei seguenti punti:

– lo schiavismo domina imperante, fa aumentare a dismisura l’autoritarismo, il militarismo, il fiscalismo, l’oppressione generale e nessuno riesce a superarlo;

– alla popolazione che non ne può più i cristiani dicono che bisogna aver fede nel Cristo risorto (sarà lui a risolvere il problema dello schiavismo, rendendo tutti uguali nel nuovo regno imminente);

– in attesa che la popolazione arrivi a credere in questa verità di fede, l’impero tenderà a diventare non solo sempre più schiavista, ma anche sempre più teocratico (in senso pagano), al punto che gli imperatori pretenderanno d’essere venerati come divinità; infatti con la teocrazia l’impero s’illude di poter frenare lo sviluppo delle proprie contraddizioni;

– a questo punto è meglio attendere che la teocrazia giunga alla sua massima espressione, poiché se lo schiavismo non riesce a far reagire le masse oppresse, l’idolatria pagana, quando raggiungerà l’apice, farà sicuramente reagire il Cristo risorto; quanto più aumentano teocrazia e schiavismo, tanto più le contraddizioni minacciano di esplodere e quindi tante più possibilità ci sono perché il vangelo si affermi. Gli uomini, prima di ottenere la liberazione, devono rendersi conto da soli dei loro errori.

L’impotenza politica dei giudei aveva generato in Paolo il misticismo dell’onnipotenza religiosa, nella convinzione che il satanismo dell’impero romano sarebbe arrivato a un punto tale da rendere inevitabile la parusia trionfale del Cristo e con essa la fine del mondo.

Paradossalmente l’aspetto più interessante di questa lettera non è nelle suddette farneticazioni, ma negli aspetti più dimessi e non per questo meno importanti che si evidenziano là dove si parla di comportamenti etici da tenere in attesa del «grande giorno»; in particolare si chiede di evitare la fornicazione 2 e gli atteggiamenti fraudolenti negli affari, gli stessi vizi segnalati precedentemente e che adesso paiono essere peggiorati.

Come già nella prima missiva, Paolo ribadisce che il suo vangelo è vero anche perché egli non ha mai approfittato di nulla per rivendicare un potere personale o qualche vantaggio economico, avendo sempre lavorato per sostentarsi, pur essendo nel suo diritto pretendere un compenso in ragione del fatto ch’egli svolgeva il mestiere dell’apostolo predicatore di Cristo (3,8 ss.).

Il motto che qui predica, e che verrà fatto proprio dai socialisti di tutti i tempi, è chiaro: «chi non vuole lavorare, neppure mangi» (3,10). Era forse un invito esplicito a rifiutare lo sfruttamento altrui, al punto che i servi o gli schiavi avrebbero dovuto ribellarsi ai loro padroni? Assolutamente no: era soltanto un avvertimento a quei fannulloni della comunità cristiana che, in attesa della parusia, avevano rinunciato a lavorare, vivendo da parassiti.

La nobilitazione del lavoro era comunque un principio nuovo per la società greco-romana, abituata a considerarlo un’attività o da schiavi o da stranieri o da cittadini di bassa categoria. Il cittadino aspirava a vivere di rendita per poter partecipare alla vita politica. Platone, Aristotele, Cicerone consideravano il lavoro incompatibile con la virtù.

1 Non pochi esegeti (i primi risalgono alla critica liberale del XIX sec.) la ritengono un falso della fine del I secolo, registrando una concezione differente dell’escatologia (nella prima risorgono solo i morti in Cristo, nella seconda tutti), una stretta dipendenza letteraria dalla prima, un frasario più ellenistico nella prima e più giudaico nella seconda, una diversa identità dei destinatari delle due missive, un presunto significato moralistico di alcuni termini, estraneo al comune pensiero paolino.

2 In genere nel mondo pagano soltanto l’adulterio, e solo quando questo era da parte della donna, veniva riprovato e punito. Persino lo stoicismo, in materia di licenza sessuale, si limitava a chiedere soltanto una certa moderazione.

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Autore: laicusblog

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