Cristo e Abramo Gv 8,12-59

[12] Di nuovo Gesù parlò loro: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».

[13] Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera».

[14] Gesù rispose: «Anche se io rendo testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove vengo e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado.

[15] Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno.

[16] E anche se giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato.

[17] Nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera:

[18] orbene, sono io che do testimonianza di me stesso, ma anche il Padre, che mi ha mandato, mi dà testimonianza».

[19] Gli dissero allora: «Dov’è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio».

[20] Queste parole Gesù le pronunziò nel luogo del tesoro mentre insegnava nel Tempio. E nessuno lo arrestò, perché non era ancora giunta la sua ora.

[21] Di nuovo Gesù disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire».

[22] Dicevano allora i Giudei: «Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete venire?».

[23] E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo.

[24] Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che io sono, morirete nei vostri peccati».

[25] Gli dissero allora: «Tu chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che vi dico.

[26] Avrei molte cose da dire e da giudicare sul vostro conto; ma colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui».

[27] Non capirono che egli parlava loro del Padre.

[28] Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo.

[29] Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite».

[30] A queste sue parole, molti credettero in lui.

[31] Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli;

[32] conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

[33] Gli risposero: «Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?».

[34] Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato.

[35] Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre;

[36] se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero.

[37] So che siete discendenza di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi.

[38] Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!».

[39] Gli risposero: «Il nostro padre è Abramo». Rispose Gesù: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo!

[40] Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l’ha fatto.

[41] Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero: «Noi non siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre, Dio!».

[42] Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato.

[43] Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole,

[44] voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna.

[45] A me, invece, voi non credete, perché dico la verità.

[46] Chi di voi può convincermi di peccato? Se dico la verità, perché non mi credete?

[47] Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio».

[48] Gli risposero i Giudei: «Non diciamo con ragione noi che sei un Samaritano e hai un demonio?».

[49] Rispose Gesù: «Io non ho un demonio, ma onoro il Padre mio e voi mi disonorate.

[50] Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca e giudica.

[51] In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte».

[52] Gli dissero i Giudei: «Ora sappiamo che hai un demonio. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: «Chi osserva la mia parola non conoscerà mai la morte».

[53] Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?».

[54] Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: «È nostro Dio!»,

[55] e non lo conoscete. Io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola.

[56] Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò».

[57] Gli dissero allora i Giudei: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?».

[58] Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono».

[59] Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal Tempio.

*

Tutto il cap. 8 del quarto vangelo, se si esclude il racconto spurio dell’adultera, è incentrato su un unico tema, che per la vastità della trattazione non ha precedenti in alcun altro vangelo e che troverà pari interesse solo nella Lettera ai Romani di Paolo di Tarso: come dimostrare la superiorità di Cristo su Abramo, il vero padre spirituale dell’ebraismo.

Questo è uno dei capitoli più antisemiti del vangelo giovanneo ed è stato elaborato allo scopo di dimostrare, in maniera artificiosa, che la superiorità di Cristo su Abramo non era tanto di natura politica, bensì teologica, non di natura umana bensì divina. Quindi, sotto questo aspetto, vi domina l’impossibilità assoluta di una qualunque intesa tra Gesù e i giudei.

Risulta pertanto molto difficile individuare quali passi possono ritenersi sufficientemente credibili, anzi si può addirittura ritenere che tutto il capitolo sia stato completamente inventato. Non è neppure possibile trovare un’adeguata collocazione spazio-temporale alla controversia, se non quelle generiche del Tempio di Gerusalemme (sala del tesoro). Gesù non fa allusione ad alcuna situazione pregressa. L’unico legame col capitolo precedente sta nel fatto che i redattori cristiani, dopo aver fatto vedere come Gesù si ritenesse superiore a Mosè (giudaismo legale), ora invece vogliono far credere ch’egli si ritenesse superiore allo stesso Abramo, cioè ai fondamenti ancestrali dell’ebraismo, quelli in un certo senso ontologici, poiché Abramo fu il primo a rifiutare nettamente, nell’interpretazione storica che il giudaismo dà di se stesso, lo schiavismo come sistema di vita.

I redattori avevano di fronte a loro un compito molto difficile da risolvere: come dimostrare la superiorità di un uomo con una storia molto breve rispetto al capostipite della nazione ebraica. La soluzione trovata in un certo senso è sconcertante: la superiorità del Cristo su Abramo è assoluta, tanto che qualunque discepolo abbia fede nel vangelo di Cristo è superiore allo stesso Abramo. Neppure Paolo (nelle lettere ai Romani, ai Galati e agli Ebrei) e neppure Pietro (negli Atti) si erano mai spinti a tanto: Abramo, per loro, restava comunque il campione della fede, di quella fede in virtù della quale gli ebrei potevano aspirare a veder realizzato un popolo universale, che comprendesse anche i pagani.

Nel vangelo di Giovanni la situazione assume toni molto più radicali: la vera fede è solo quella che si può avere nel Cristo e Abramo è grande solo nella misura in cui gli viene dato il potere di concepirsi come suo discepolo! Non stupisce che una posizione così estrema sia stata giudicata dagli interlocutori giudei di quel momento al pari di una bestemmia o di una follia meritevole di morte.

È probabile che i redattori cristiani si siano sentiti costretti a questi eccessi perché ancora forte doveva essere, al loro tempo, l’esigenza di una liberazione della Palestina dal giogo romano, per la cui riuscita gli ambienti ebraici pensavano fosse sufficiente ribadire un puro e semplice senso di appartenenza alla stirpe ancestrale degli antichi patriarchi, il primo dei quali era appunto Abramo; cosa che, peraltro, era già stata contestata dal movimento battista, che predicava l’urgenza di un impegno concreto sul piano sociale e civile (Lc 3,8).

I redattori cristiani hanno preferito imbastire un discorso di tipo metafisico, in cui la grandezza di Cristo viene fatta dipendere non tanto dal suo carisma personale o dal programma politico del suo movimento, quanto piuttosto da una pretesa «figliolanza divina». Essi così hanno potuto facilmente dimostrare che l’aristocraticismo della nazione santa e del popolo eletto erano un nulla rispetto alla grandezza divina del Cristo. È facile pensare, in tal senso, che una pericope del genere dovesse avere come target quei cristiani che ancora non avevano rinunciato senza rimpianti alla loro origine ebraica.

Nel dibattito riportato in questo capitolo siamo in presenza di una sorta di «teologia della storia», esposta in una forma dialogica molto simile a quella usata nelle grandi opere platoniche, nelle quali però alla fine ognuno tornava a casa, felice d’aver compiuto un’ottima conversazione filosofica sui massimi sistemi. Qui invece un ottimismo di maniera viene escluso a priori.

Siamo indubbiamente in presenza di un’operazione redazionale di tipo intellettualistico, con forzature interpretative di livello elevato, ancorché assolutamente inaccettabili, ma alla fine della conversazione è il dramma che domina, poiché l’intenzione degli interlocutori giudei è sempre la stessa, nell’ottica espositiva dei redattori cristiani del quarto vangelo: o cercano di arrestarlo o addirittura di linciarlo.

*

La diatriba ha il suo esordio con una precisa obiezione da parte dei farisei: «Tu sei testimone di te stesso, dunque la tua testimonianza non è valida» (v. 13). Si riprende qui un tema già trattato nel capitolo V: l’accusa farisaica di non poter credere nella divinità del Cristo, in quanto questi non è in grado di provarla, limitandosi a dare una sorta di autotestimonianza.

Sembra uno strano doppione, per cui si può anche pensare che qui siano intervenute nuove mani redazionali. Ma la sua necessità può anche essere dipesa dal fatto che se per dimostrare la superiorità divina del Cristo rispetto a Mosè, nel capitolo V, si è già dovuti ricorrere a una sorta di irrazionalismo teologico, ora non resta che approfondire la strada già segnata.

In realtà, se anche volessimo dare per scontato che il Cristo rifiutasse di cercare una testimonianza a suo favore nell’ambito dei poteri costituiti, la motivazione non può certo essere stata quella delineata nei vangeli, ovvero l’individualismo mistico, irriducibile a qualunque consenso umano.

In altre parole, i farisei possono anche aver avuto la consapevolezza di avere di fronte a loro un’alternativa, anche piuttosto radicale, all’ideologia dominante, ma è da escludere a priori che i limiti epistemologici entro cui doveva essere definita tale alternativa fossero quelli «cristiani».

È impossibile che i farisei non si siano resi conto che nei discorsi del Cristo non erano solo presenti elementi politici a favore della liberazione nazionale, sui quali, volendo, ci si poteva confrontare senza problemi, ma anche elementi culturali che urtavano contro tradizioni storicamente acquisite, una delle quali poteva anche essere quella relativa al modo di considerare Abramo capostipite della loro stirpe. Ma è da escludere tassativamente l’attendibilità di tutto l’impianto che in questo capitolo s’è voluto dare alla controversia in oggetto.

Se il tentativo del Cristo può essere stato quello di dimostrare che il senso di appartenenza a una specificità etnica di per sé può anche risultare del tutto ininfluente ai fini della liberazione nazionale (cosa che già il Battista aveva detto), nel contesto della nostra pericope la dimostrazione è stata condotta su binari che non potevano certo essere i suoi, poiché nessuno sarebbe stato in grado di capirla, neppure una coscienza «cristiana» che non fosse già stata indotta ad accettare la tesi petro-paolina della «resurrezione» del messia.

Qui bisogna aprire una parentesi, altrimenti si rischia di fraintendere il senso di ciò che abbiamo appena detto. I vangeli sono documenti nati allo scopo di dimostrare che la sconfitta politica del Cristo in realtà è stata una vittoria contro la morte e il peccato. Se i vangeli fossero stati scritti da redattori onesti, ci si sarebbe dovuti limitare a raccontare i fatti, mostrando che, sino all’ultimo, Cristo era rimasto coerente coi propri ideali e quindi, in un certo senso, aveva trionfato sulla tentazione di tradirli.

Tuttavia, una versione del genere sarebbe risultata contraddittoria con gli ideali stessi del Cristo, per i quali egli era morto nella convinzione che i discepoli li avrebbero ripresi in maniera non meno coerente. I discepoli invece non furono capaci di questa coerenza, non ebbero la necessaria determinazione e, poiché non vollero neppure dimenticare ciò che avevano vissuto, decisero che l’unico modo di proseguire il messaggio del Cristo era quello di modificarlo sensibilmente in direzione della religione, cioè in direzione della rinuncia alle istanze di tipo politico-rivoluzionario. Di qui la necessità di falsificare tutto ciò che poteva contraddire questa scelta di campo.

I vangeli quindi sono il frutto di un compromesso tra ciò che non si poteva dimenticare e ciò che non si voleva dire, tra ciò che si sarebbe dovuto fare e ciò che effettivamente fu fatto. Posto questo, è facile rendersi conto che ogniqualvolta i redattori chiamano in causa motivazioni o spiegazioni di natura mistica, lì occorre sospettare che sia avvenuta una qualche falsificazione dei fatti.

Il tema di questa pericope, in tal senso, è molto chiaro: che valore ha la testimonianza di un uomo uscito politicamente sconfitto dal suo scontro coi poteri costituiti? La risposta che si è data a questa domanda non è ovviamente quella che si sarebbe dovuta dare, altrimenti i vangeli non sarebbero testi ideologici ma storici, per quanto sia sempre lecito il dubbio sull’equivalenza tra storia e scienza o tra storia e verità. Sarebbe sciocco pensare come possibile una scienza senza ideologia.

Un testo storico avrebbe dovuto limitarsi a dire che al Cristo nessuno seppe dare vera testimonianza, poiché nessuno riuscì a proseguire fedelmente la strada ch’egli aveva indicato, in quanto i tradimenti furono all’ordine del giorno non solo in occasione del processo, ma anche subito dopo la crocifissione, allorché si cominciò a sostenere – dopo aver constatato la tomba vuota – che il Cristo sarebbe tornato e avrebbe trionfato sui suoi nemici. Un testo storico scritto dagli apostoli avrebbe anzitutto dovuto essere autocritico.

Qual è stata invece la scelta che si è presa redigendo i vangeli e in particolare questa pericope? Quella di sostenere che il Cristo non aveva bisogno della testimonianza di nessuno, poiché egli l’aveva direttamente da dio.

Con delle premesse del genere le conclusioni non potevano che essere inequivoche: ciò che il Cristo fece fu voluto da dio; gli uomini che l’hanno seguito non sono responsabili di alcun tradimento; gli unici veri responsabili sono quelli che l’hanno crocifisso, ma anche questi non sono «veri traditori», in quanto la morte cruenta del Cristo era comunque necessaria o, se vogliamo, prevista dall’insondabile piano di dio: infatti solo in questa maniera si poteva togliere all’umanità il complesso della colpa originaria e unificare tutto il genere umano in un unico popolo, sotto un’unica chiesa.

Un dio fattosi uomo si era sacrificato per redimere l’umanità che dai tempi più remoti si era resa colpevole del proprio distacco dalla divinità. Quest’essere divino-umano aveva accettato liberamente di pagare il prezzo delle colpe dell’intero genere umano. Dio infatti aveva bisogno del sacrificio di qualcuno per potersi riconciliare con l’umanità e questo qualcuno non poteva essere che il Figlio, perché solo il Figlio avrebbe potuto accettare la morte liberamente, dimostrando la sua assoluta innocenza.

Tale versione teologica degli eventi post-pasquali, elaborata in ambienti ebraici filo-ellenistici, se fosse assolutamente falsa, sarebbe stata da tempo facilmente smascherata. Essa in realtà utilizza alcuni elementi di verità stravolgendoli però nel loro significato originario.

Il Cristo effettivamente si sacrificò per il bene di un ideale, che fu appunto quello di far recuperare a Israele e quindi a tutti gli uomini un rapporto basato sulla comunione dei beni, ma in tutto questo aspetti come la religione, dio, il peccato originale, la resurrezione… vanno considerati come dei corpi estranei, che sono stati aggiunti successivamente, in maniera del tutto arbitraria.

Se vogliamo, proprio quel fariseismo che nel corso della vita di Gesù si oppose strenuamente alla sua predicazione, sarà lo stesso che, per bocca di Paolo, porterà i cristiani al tradimento definitivo del messaggio originario. Paolo di Tarso infatti rappresenta quella corrente farisaica che fu disposta a rinunciare alla liberazione nazionale, a condizione che i cristiani rinunciassero a considerare il Cristo come un liberatore nazionale.

Il fariseismo di Paolo è riuscito a convincere i cristiani che l’intesa si poteva trovare tra vecchio e nuovo ebraismo solo a condizione di trasformare il Cristo da liberatore nazionale a redentore universale. Per poter realizzare questa intesa i cristiani dovevano rinunciare all’idea di una parusia imminente del Cristo in veste gloriosa. Il Cristo di Paolo non è più un uomo che deve trionfare come un militare, ma il Figlio di Dio che alla fine dei tempi trionferà come un giudice.

E ora torniamo alla pericope. Anzitutto bisogna premettere che coi concetti di «stirpe eletta», «nazione santa», «popolo di dio»… gli ebrei seppero coltivare per molti secoli il sentimento dell’orgoglio nazionale, con cui hanno potuto opporsi o resistere alle invasioni dei popoli stranieri, ai tentativi di colonizzazione culturale, alle deportazioni in massa e ai genocidi. Proprio in quanto «popolo», gli ebrei si sentivano diversi dagli altri popoli. Se non fossero oggi concetti decisamente superati, si potrebbe dire che la specificità degli ebrei era sostanzialmente basata sulla «razza» e sul «sangue». «Siamo figli di Abramo» – questo, nei momenti di crisi nazionale, era il loro grido patriottico.

Qualunque riferimento ad Abramo andava inteso nel senso della pretesa superiorità etnica che il popolo ebraico nutriva nei confronti di tutti gli altri popoli. In virtù di questa storia passata e in parte gloriosa, consolidatasi in precisi usi e costumi, gli ebrei, come «popolo», erano convinti di poter essere immortali, tant’è che la loro teologia non conosceva neppure concetti come «anima», «separazione dell’anima dal corpo», «immortalità personale», «oltre tomba», «aldilà», «resurrezione»…

I fatti, e per fatti si devono qui intendere l’occupazione romana, che di tutte le invasioni straniere fu la più terribile, hanno dimostrato che il concetto di «forza» può anche essere superiore a quello di «etnia», se quest’ultimo concetto viene vissuto in maniera fatalistica.

I primi cristiani – negli Atti (3,13.25; 7,2-8.16-17.32; 13,27) e nelle Lettere di Paolo (Rm 4,1 ss.; 9,7; 11,1; Gal 3,6 ss.; 3,14-18.29; 4,22; Eb 2,16; 6,13-15; 7,1 ss.; 11,8.17) – si guardarono bene dal mettere in alternativa Cristo ad Abramo. Al contrario, si cercò da subito di dimostrare una certa linea di continuità, sul piano religioso, tra il dio dei Padri e quello dei cristiani. La fede in Cristo viene presentata come un’alternativa non alla religione ebraica ma al potere dei sommi sacerdoti e dei partiti religiosi che vollero la morte del Cristo.

Abramo resta per tutti il campione della fede, sia perché se ne uscì con la sua tribù dalla Mesopotamia in cerca della libertà, sia perché fu disposto a sacrificare Isacco. Paolo accetterà questa versione aggiungendovi che ad Abramo era stata promessa una discendenza che non avrebbe fatto differenza tra ebrei e gentili. Forzando un po’ i testi, egli sostiene che per le sue opere Abramo ottenne una terra per il suo popolo, ma per sua fede – che è poi quella che, secondo Paolo, ogni uomo dovrebbe avere – gli fu promessa una discendenza e quindi un’eredità universale, che ha appunto trovato il suo compimento in Cristo, unico vero redentore del genere umano.

Quindi sino a quando gli eventi non li costrinsero ad agire diversamente, sia Pietro che Paolo cercarono subito un compromesso di tipo religioso tra ebraismo e cristianesimo. Ecco perché la pericope del vangelo di Giovanni non può che riflettere la posizione di chi dava per scontata l’impossibilità di tale compromesso: se si rivolge a dei lettori di origine ebraica, essa deve per forza presumere che tali lettori siano già diventati cristiani e che, almeno teoricamente, abbiano rimosso ogni riferimento culturale e religioso al giudaismo.

Lo si comprende soprattutto dal modo come viene usato il termine «testimonianza», che è un’autentica perspective nel vangelo di Giovanni, una sorta di chiodo fisso che attraversa tutto il vangelo, dall’inizio alla fine. Già nel Prologo il termine viene usato in chiave teologica per dire che il Precursore riconobbe il Cristo come «Figlio di Dio», quando i fatti, in realtà, dimostrarono proprio il contrario, e cioè che il Battista, al momento di decidere la cacciata dei mercanti dal Tempio, non ebbe il coraggio di seguirlo.

Al termine del racconto dell’epurazione – sempre a proposito del concetto di «testimonianza» – i redattori scrissero due versetti che sicuramente non rispecchiavano la realtà: «Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro; egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2,24-25). In tal modo Gesù vien fatto passare per un dio e con un carattere anche piuttosto altezzoso, come se non avesse avuto alcun bisogno di consenso popolare per compiere quell’iniziativa.

Come noto, l’espulsione termina col dialogo ufficioso con Nicodemo, nel quale il Cristo rimprovera al partito farisaico di non aver accolto la sua testimonianza, che è però nel testo quella, assurda, di un uomo che pretende d’essere «disceso dal cielo» (Gv 3,13) e che, per questa ragione, può vedere le cose meglio di altri.

In Gv 5,31-19 il Cristo contrappone addirittura la testimonianza del Dio-Padre a quella del Battista, e rifiuta la testimonianza di qualunque uomo. A quanti cercano nelle Scritture una testimonianza a favore della vita eterna e non si accorgono di averla di fronte a loro, egli risponde che sono ciechi.

In uno degli ultimi discorsi, inventato dai redattori, il Cristo introduce un nuovo elemento divino in grado di rendergli testimonianza: lo Spirito Santo, cioè il Paraclito, il Consolatore. Anche gli apostoli saranno in grado di testimoniare per lui, ma solo a condizione di ricevere lo Spirito, che procede dal Padre e passa attraverso il Figlio.

Di fronte a Pilato Cristo afferma di essere venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità. Questo è forse il massimo di concessione laica che il vangelo manipolato di Giovanni è disposto ad ammettere intorno al concetto di testimonianza. Il Cristo cioè non sarebbe stato un politico rivoluzionario ma semplicemente un filosofo idealista.

Fa sorridere, in tal senso, l’attestazione che i discepoli di Giovanni fanno, alla fine del vangelo, in riferimento alla testimonianza oculare dell’apostolo Giovanni, allorché dicono: «Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera»(Gv 21,24). Tale attestazione di fiducia è assai poco convincente, semplicemente perché Giovanni non ha scritto tutto quanto oggi possiamo leggere nel suo vangelo.

Forse l’unica vera testimonianza, quella più tragica, quella più umana che Giovanni poté dare o che gli permisero di dare, fu quella relativa al colpo di lancia che servì per attestare l’avvenuto decesso del Cristo: «uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate» (Gv 19,34 s.). Questo a prescindere dal fatto che ai piedi della croce non vi era Giovanni, bensì, tra le altre donne, sua madre Salome.

Quanto alla nostra pericope bisogna dire che il dibattito pare essere suddiviso in sequenze tra loro separate, facilmente individuabili, che potrebbero addirittura essere state scritte in momenti diversi, in quanto non sembrano avere un legame logico-consequenziale tra loro.

La prima include i versetti 12-20, la seconda i versetti 21-29, la terza i versetti 30-47, la quarta i versetti 48-59. Riproducono tutte una sorta di dialogo tra sordi, in cui nessun interlocutore si sforza di andare incontro alle ragioni dell’altro. La diversità di significato che si attribuisce alle parole è totale. Anzi, si ha l’impressione che l’incomprensione aumenti man mano che i giudei si sforzano di capire le parole di Gesù. Ognuno insomma è convinto di avere la verità in tasca, con la sola differenza che i redattori, stando dalla parte di Gesù, fanno dire a quest’ultimo delle cose così urtanti per la sensibilità giudaica che alla fine deve subire una reazione abbastanza scomposta.

1 – La prima sequenza è la più banale, poiché non aggiunge nulla a quanto già detto nel capitolo V. I farisei criticano Gesù di non poter indicare nessuno che confermi la sua pretesa natura divino-umana, e Gesù obietta di avere dio-padre come testimone d’eccezione; dopodiché, alla domanda di mostrarlo concretamente, egli risponde che se credessero in lui, crederebbero anche in suo padre. E così la sequenza viene chiusa, nella maniera tautologica più sublime, tipica di tutte le religioni e anche, se vogliamo, di tutte le persone esaltate: si sostiene che «b» dipende da «a» e a chi non crede si sostiene il contrario: se si accettasse «b» si accetterebbe anche «a».

In essa risulta assolutamente impossibile trovare una soluzione al problema dell’identità del Cristo, proprio in quanto sono fuori luogo gli stessi termini con cui il problema è stato impostato. Invece di discutere di strategia politica per la liberazione d’Israele, si stanno facendo disquisizioni così astruse, quali se ne potrebbero sentire solo in un ospedale psichiatrico, tra degenti affetti da megalomanie e deliri di onnipotenza.

Il difetto di questo ragionamento è tutto nella premessa, cioè nell’aver bisogno di chiamare in causa una motivazione religiosa per giustificare il proprio operato umano, proprio perché sul piano umano non si riesce a trovare una motivazione convincente.

Da notare che dai redattori cristiani i farisei vengono fatti passare per atei irriducibili e irresponsabili, che non crederebbero neppure se vedessero Gesù resuscitare i morti. Ma anche gli stessi farisei, al sentire Gesù equipararsi a dio, non possono fare a meno di accusarlo di ateismo. Gli astanti si accusano reciprocamente di indegno ateismo, quando tutti in realtà si professano «credenti», con la sola differenza che una fede è «mono-teista», mentre l’altra è «bi-teista».

2 – Anche la seconda sequenza riprende un tema già affrontato nel capitolo precedente, quello tristissimo e fortemente antisemita relativo all’impossibilità che i giudei avranno di ottenere una loro liberazione come popolo: cosa che in questa pericope Gesù prevede con sicurezza e quasi con malcelata soddisfazione.

Evidentemente i redattori, leggendo il capitolo precedente, non si erano accontentati delle perplessità manifestate dai giudei, i quali si chiedevano, sentendo Gesù parlare in quel modo, se sarebbe andato a predicare al di fuori di Israele, tra gli ebrei-ellenisti o tra gli stessi pagani. Qui la lontananza empatica e teologica che separa l’emittente dal ricevente la si vuole accentuare al massimo, inducendo i giudei a chiedersi se con le sue parole Gesù non volesse dire che stava per suicidarsi.

I giudei vengono qui dipinti in maniera caricaturale, come ottusi che non capiscono una sola parola di quello che lui dice. La cosa più curiosa è che i redattori fanno continuamente dire a Gesù che non intende «giudicare» il proprio popolo, e poi però egli non resiste alla tentazione di farlo e nel modo più categorico che può. Qui infatti si delinea una situazione ai limiti del terrorismo psicologico: il Cristo prospetta una pena severissima («morirete nel vostro peccato») a tutti coloro che non hanno voluto credere alla sua testimonianza. Ed è soltanto di fronte a queste minacce che finalmente «molti» cominciano a credergli.

Rebus sic stantibus, i cristiani seguaci di Pietro e di Paolo non possono che essersi compiaciuti dei due disastri nazionali avvenuti nel 70 e nel 135 d.C. È difficile infatti dubitare che i ragionamenti fatti da questi redattori fossero già politicamente in linea con le posizioni imperiali romane.

Ambiguo, in questa pericope, resta il v. 28, che pare avere un riferimento al serpente di rame usato da Mosè (Num 21,4 ss.): chiunque lo guardava, dopo essere stato morso da un serpente velenoso (il peccato), restava in vita. Questa cosa era già stata scritta da altri redattori in Gv 3,14, allorché Cristo, parlando a Nicodemo, dopo l’epurazione del Tempio, si paragona esplicitamente al serpente di Mosè.

Tuttavia nella nostra pericope le sequenze più importanti non sono quelle in cui si ribadisce la superiorità di Gesù rispetto a Mosè, ma quelle in cui si propone di considerarlo superiore, in maniera metafisica, allo stesso Abramo.

3 – La cosa stupefacente della terza sequenza è che finalmente Gesù incontra tra i giudei qualcuno disposto a credere nella sua divinità. Si tratta tuttavia di un semplice fuoco di paglia. Infatti, alla dichiarazione filosofica, dal sapore apodittico, in quanto basata sulla fede religiosa, secondo cui chi avrà fede nella divinità del Cristo conoscerà la verità e questa lo renderà libero, i giudei, che hanno appena iniziato, nella pericope, a simpatizzare per lui, si sentono in dovere di rispondere che, essendo discendenti di Abramo, che uscì dalla regione di Ur, rifiutando la schiavitù, da sempre loro conoscono la libertà.

Detto questo, il dialogo tra i due interlocutori ripiomba nel buio più assoluto. Gli uni, infatti, quando si parla di «libertà», pensano a quella politica; l’altro invece intende riferirsi a quella metafisica, per la quale i giudei, non riconoscendo Gesù come «figlio di dio», restano nel «peccato». Al Cristo manipolato del quarto vangelo non interessano minimamente le condizioni di oppressione sociale e politica del popolo d’Israele: non c’è nessuna missione politica da compiere, ma solo un atto di devozione fideistica. Gli stessi giudei vengono presentati come se avessero una concezione della libertà del tutto astratta, estranea a qualunque riferimento storico. La figura di Abramo viene usata in chiave mitologica.

A dir il vero la rivendicazione della paternità politica di Abramo la si era già vista nel vangelo di Matteo (3,9), poi ripresa in quello di Luca (3,8), ed era stata usata negli stessi termini di questa pericope, cioè per sostenere la tesi che con un patriarca del genere sarebbe stato impossibile per gli ebrei cadere definitivamente in uno stato di soggezione o di sudditanza nei confronti dello straniero.

Nel quarto vangelo però i redattori vogliono presentare le cose in maniera più radicale: Gesù per loro è superiore a tutti, non solo a Mosè ma anche ad Abramo. Egli si pone non solo come nuovo legislatore, ma anche come nuovo e ultimo patriarca, l’unico in grado di liberare definitivamente dalla schiavitù, quella del peccato.

Di fronte a una pretesa del genere, diventa quasi comico che a un certo punto egli chieda agli astanti che lo ascoltano: «Perché non comprendete il mio parlare?» (v. 43). La risposta, serafica e senza giri di parole, la dà lui stesso: «voi siete figli del diavolo, che è vostro padre… omicida fin dal principio… bugiardo e padre della menzogna» (v. 44). Ed è una risposta data a quelli che avevano iniziato a credergli (vv. 30-31)!

4 – L’ultima sequenza raggiunge il culmine della drammaticità. Il climax è andato in crescendo. La rottura è inevitabile. Non c’è mai stato un vero dialogo, ma solo, da parte di Gesù, la richiesta di accettare una posizione teologica, senza che l’interlocutore potesse porgli condizioni di sorta.

Insulti per insulti, ormai anche i giudei non ne possono più e rispondono per le rime. «Non diciamo con ragione che sei un Samaritano e che hai un demonio?» (v. 48). Era come dire «pazzo e bastardo».

Al che Gesù alza il tiro e si appresta a fare una dichiarazione choc. Cioè invece di trovare una mediazione che ammorbidisca i toni, spara una cannonata, sperando di lasciarli senza parole, come nelle guerre di conquista, quando i militari vogliono far capire una volta per tutte che ogni resistenza è vana.

Con la solita formula solenne usata in casi analoghi, egli dunque afferma: «In verità, in verità vi dico che se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte» (v. 51). Difficile non prenderla come una dichiarazione da mentecatto.

Ma i redattori cristiani non sono stupidi: sanno bene che se giocano sull’ambiguità semantica della parola «morire» riusciranno ad averla vinta. Per loro infatti è evidente che con essa non si deve intendere la morte «fisica», quella visibile, terrena, quanto quella «spirituale», quella dell’anima. E siccome fino adesso hanno dipinto i giudei come dei volgari materialisti, non avranno difficoltà a metterli di nuovo in imbarazzo.

Sono già stati abilissimi a imporre una discussione basata su presupposti fantastici: ora sarà loro facile sferrare il colpo di grazia. Infatti agli occhi dei giudei il Cristo vuole apparire come una persona immortale e i redattori cristiani quasi si divertono nel far vedere che i giudei si scandalizzano proprio della cosa che per i cristiani è in assoluto la più vera. È come la trama di un fumetto, in cui il supereroe sa già in partenza che vincerà, sapendo di aver ottenuto dei poteri infinitamente superiori a quelli di qualunque rivale (e se alla fine deciderà di soccombere, lo farà soltanto non per debolezza ma per ubbidire alla volontà di chi glieli aveva dati).

Il Gesù di questa pericope arriva a dire una cosa, alla fine della controversia, che sarebbe stato molto difficile, se davvero fosse stata detta, non prenderla come una barzelletta o come la spacconata di un malato di mente: «Abramo ha gioito nell’attesa di vedere il mio giorno; e l’ha visto e se ne è rallegrato… in verità vi dico: prima che Abramo fosse nato, io sono» (vv. 56-58).

Difficile aggiungere ulteriori commenti a queste assurdità. Se Gesù avesse davvero parlato in questi termini, quali seguaci avrebbe mai potuto avere? Qui si può semplicemente osservare come la tendenziosità di questa pericope sia tutta dovuta all’errore di voler dimostrare la superiorità del cristianesimo sull’ebraismo dal punto di vista della religione. La nozione di «Dio-Padre» è stata elaborata allo scopo di cercare un’oggettività teologica superiore a quella che l’ebraismo, religione del Libro per eccellenza, poteva offrire con una storia antichissima e con delle figure storiche di grande valore. Indubbiamente su questo piano mistico il tentativo è riuscito, ma sicuramente a un prezzo molto oneroso: l’impossibilità di superare l’ebraismo anche dal punto di vista politico.

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Autore: laicusblog

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