Genealogie del Cristo

Ci si è sbizzarriti tanto, negli ultimi duemila anni, nel cercare di trovare le incongruenze o le assurdità nelle due genealogie del Cristo riportate in Matteo e Luca. E pensare che già Paolo scriveva al suo discepolo prediletto, Timoteo, di «non badare più a favole e a genealogie interminabili, che servono più a vane discussioni che al disegno divino manifestato nella fede» (1Tm 1,4). Tanto più che già ai tempi di Erode il Grande e poi del romano Domiziano il potere fece di tutto per eliminare dalla Palestina tutte le genealogie che potessero far rivivere la dinastia davidica; anche se, nonostante questo, ancora nel 318 un certo Giosia (discendente diretto di Giuda, fratello di Gesù) riferì a papa Silvestro che la centralità della sede episcopale della chiesa cristiana avrebbe dovuto essere trasferita da Roma a Gerusalemme (e lui si basava su una discendenza matrilineare, ritenendo evidentemente quella patrilineare del Cristo molto poco significativa).

Nel I e forse anche nel II secolo, i cristiani di origine ebraica (che alcuni definiscono col termine di Desposyni, cioè «coloro che [gli eredi] appartengono al Signore») erano ancora stregati dal problema di come dimostrare il legame di sangue, di etnia, di «razza» che univa Gesù al proprio popolo. Non a caso la genealogia matteana (che conta 28 generazioni), presume addirittura di risalire all’origine «politica» del messia, mentre quella lucana (che conta 43 generazioni) è più impostata in chiave religiosa, risalendo direttamente a dio: in comune hanno solo i nomi di Davide, Giuseppe e Gesù (persino sul nonno di Gesù non vi è unanimità: Giacobbe, secondo Matteo; Eli, secondo Luca). La genealogia lucana prevede in tutto 76 generazioni, di cui 56 da Abramo a Gesù, contro le 42 di Matteo.

Molti Padri della chiesa han pensato che quella lucana sia in realtà la genealogia di Maria, che non poteva essere citata espressamente in quanto – aggiungiamo noi – Maria fu seguace di Giovanni Zebedeo, in ostilità a Pietro, o forse perché il cristianesimo petro-paolino, invece di proseguire sull’uguaglianza dei sessi, sostenuta da Gesù, preferì ereditare il maschilismo imperante nel giudaismo.

Ciò che appare strano è che dopo aver vaneggiato una fantastica «figliolanza divina» del Cristo, che doveva presumere una soteriologia universale, i cristiani si siano preoccupati, facendo un passo indietro, di ribadire la sua identità ebraica. In ogni caso, se tale operazione la si può in parte capire per il vangelo di Matteo, il cui autore, essendo stato un ebreo esattore per i romani, odiato dagli ebrei contribuenti, poteva provare forme di risentimento, tant’è che nel suo vangelo risulta chiarissimo che il messia vuole superare il legalismo e il tradizionalismo giudaico salvando soltanto lo «spirito» dell’ebraismo; viceversa, una preoccupazione del genere pare davvero poco sensata in un vangelo «ellenistico» come quello di Luca, di cui non si riesce davvero a capire il motivo per cui egli si sia voluto cimentare in una ricostruzione, non meno fantasiosa di quella matteana, delle ascendenze del Cristo.

Probabilmente Luca ha subìto l’influsso di una tradizione ebraica legata al primato assoluto della religione sulla politica, una tradizione che ha trovato la sua espressione più prossima al cristianesimo nella corrente del Precursore. In altre parole la genealogia lucana è servita a legittimare la pretesa della corrente esseno-battista di rafforzare, in seno al cristianesimo, il nesso tra Cristo e religione ebraica. Vi è più misticismo in questa genealogia che non nell’altra. E questo senza considerare la probabilità che, data la parentela di sangue tra Elisabetta e Maria, la genealogia di quest’ultima avrebbe anche potuto vantare un maggiore lignaggio rispetto a quella di un oscuro carpentiere.

Forse questo spiega il motivo per cui nel vangelo di Luca la genealogia è posta all’interno dei racconti dedicati al Battista, subito dopo il brano dello pseudo-battesimo del Cristo. Le controversie tra le varie correnti presenti nel movimento nazareno, quando Gesù ne era leader, sembrano proseguire, su basi ideali completamente diverse, anche dopo la sua morte. Può darsi dunque che mentre quella matteana indichi una sorta di compromesso mistico-politico tra fariseismo e cristianesimo, quella lucana rappresenti un compromesso mistico-etico tra battismo e cristianesimo.

Le due genealogie, che si devono quindi intendere di origine ebraica, non sembrano aiutare granché a comprendere la specifica messianicità politica del Cristo, in quanto, in quella matteana Gesù non è che un nuovo Mosè o un novello Davide, mentre in quella lucana non si comprende affatto come il «figlio di dio» possa redimere l’umanità mostrando i propri legami etnico-tribali.

È curioso come mentre nel vangelo di Marco, privo di alcuna genealogia, si dia per scontato che Gesù fosse originario della Galilea (Nazareth), in quelli di Luca e Matteo si dà invece per scontato che la sua origine fosse giudaica, essendo nato a Betlemme e della stirpe di Davide (cosa di cui anche il quarto vangelo sembra essere convinto, pur senza citare il riferimento leggendario del messia alla Betlemme davidica). E tuttavia, mentre in Marco non si parla affatto di «gestazione verginale», «divina» del Cristo, viceversa Matteo e Luca riportano racconti mitologici sulla nascita del «bambino Gesù» per opera dello spirito santo (partenogenesi della Vergine), anche se proprio nelle loro genealogie si dice espressamente che Gesù era «figlio di Giuseppe», il che, a sua volta, ingarbuglia ancora più la situazione, poiché, se non ne fu «figlio» (Luca scrive che «si credeva» fosse suo figlio), a che pro riportare tutta la genealogia di Giuseppe? Non sarebbe stato meglio riportare solo quella di Maria, magari in polemica con quelle maschiliste della tradizione giudaica?

È indubbio che, ad un certo punto, non molto lontano dalla prima stesura dei vangeli, si formò la convinzione che un Gesù «risorto» non potesse essere figlio di Giuseppe. La versione matteana, in tal senso, sembra sia stata scritta proprio per contestare chi sosteneva il contrario. Egli infatti usa per tutti gli antenati la formula «Abramo generò… Davide generò…», ma interrompe il ritornello alla comparsa di Giuseppe, volendo evitare di attribuire a quest’ultimo la generazione di Gesù: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è chiamato Cristo».

I redattori cristiani dovevano difendersi anche dall’accusa giudaica secondo cui il Cristo, non essendo sicuro il padre, andava considerato come frutto di fornicazione (vedi gli Atti di Pilato). Nella tradizione rabbinica il Cristo viene chiamato «Ben Panthera», ossia figlio del centurione romano Tiberio Giulio Abdeo, detto Pantera (un nome che si ritrova nelle iscrizioni di soldati romani in Palestina). Questo può spiegare l’esigenza d’inventarsi degli antenati «regolamentari». In ogni caso Matteo non voleva tanto far rilevare una filiazione di Gesù con le grandi figure del passato ebraico sulla base di legami di parentela, quanto piuttosto fondare la legittimità di lui in funzione del ministero messianico.

Ma gli esegeti non si sono fermati qui. Si è notato, p.es., che, tenuto conto che Ieconia, padre di Salatiel, è il re che venne preso prigioniero durante la deportazione in Babilonia, la somma delle generazioni da Salatiel a Gesù compreso non è pari a 14, come dice Matteo, ma a 13. Non solo, ma tra Salatiel e Gesù, essendo passati circa 600 anni, non può esservi stato un numero di generazioni di 13 o 14: Luca sembra essersi accorto della discrepanza e porta il numero a 22.

Matteo segue le genealogie riportate nel libro delle Cronache fino al nome di Zorobabele. Tuttavia, a partire da questo governatore giudaico egli procede in maniera arbitraria, anche perché l’Antico Testamento non riporta alcuna discendenza di questo figlio di Salatiel. Di fatto egli ha omesso ben cinque generazioni (Acazia, Ioas ed Amazia tra Ieoram ed Uzzia; Ioiachim tra Giosia e Ieconia, e Pedaia tra Sealtiel e Zorobabele).

Inoltre Matteo nomina Abiud come uno dei figli di Zorobabele, il quale però non compare nella genealogia presentata da Ezdra; include i nomi di quattro donne che non rendono «regale» una dinastia ebraica, in quanto tre di loro erano pagane: Tamar (si travestì da prostituta per andare a letto con il suocero, dopo essere stata rifiutata dal cognato Onan), Raab (fu tenutaria di un bordello), Rut (sedusse astutamente un ricco ebreo), mentre Betsabea (colpevole d’adulterio con Davide) era sposata con un gentile (Uria l’hittita, fatto uccidere da Davide, invaghitosi di lei).

Infine Matteo nomina Ieconia, contro cui Geremia (22,30) aveva profetizzato che dalla sua discendenza non sarebbe mai nato alcun messia d’Israele.

Stranamente la genealogia lucana rispetta meglio i parametri ebraici, non omettendo nomi né nominando le donne (anche se la menzione di donne in una genealogia giudaica patriarcale non era eccezionale); tuttavia, c’è un Cainan in più, tra Arfacsad e Sela, che non corrisponde alle Scritture.

Sia come sia a noi pare da escludere a priori che la tesi cristiana relativa alla partenogenesi possa dimostrare qualcosa come «l’esistenza di dio» o come «l’origine divina del Cristo»: scriverci sopra delle false genealogie per contestare chi negava questa tesi è stata un’operazione di basso livello.

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Autore: laicusblog

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