La politica nella festa delle Capanne Gv 7

[1] Dopo questi fatti Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più andare per la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.

[2] Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, detta delle Capanne;

[3] i suoi fratelli gli dissero: «Parti di qui e va’ nella Giudea perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai.

[4] Nessuno infatti agisce di nascosto, se vuole venire riconosciuto pubblicamente. Se fai tali cose, manifestati al mondo!».

[5] Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui.

[6] Gesù allora disse loro: «Il mio tempo non è ancora venuto, il vostro invece è sempre pronto.

[7] Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di lui io attesto che le sue opere sono cattive.

[8] Andate voi a questa festa; io non ci vado, perché il mio tempo non è ancora compiuto».

[9] Dette loro queste cose, restò nella Galilea.

[10] Ma andati i suoi fratelli alla festa, allora vi andò anche lui; non apertamente però: di nascosto.

[11] I Giudei intanto lo cercavano durante la festa e dicevano: «Dov’è quel tale?».

[12] E si faceva sommessamente un gran parlare di lui tra la folla; gli uni infatti dicevano: «È buono!». Altri invece: «No, inganna la gente!».

[13] Nessuno però ne parlava in pubblico, per paura dei Giudei.

[14] Quando ormai si era a metà della festa, Gesù salì al Tempio e vi insegnava.

[15] I Giudei ne erano stupiti e dicevano: «Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?».

[16] Gesù rispose: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato.

[17] Chi vuol fare la sua volontà, conoscerà se questa dottrina viene da Dio, o se io parlo da me stesso.

[18] Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato è veritiero, e in lui non c’è ingiustizia.

[19] Non è stato forse Mosè a darvi la Legge? Eppure nessuno di voi osserva la Legge! Perché cercate di uccidermi?».

[20] Rispose la folla: «Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?».

[21] Rispose Gesù: «Un’opera sola ho compiuto, e tutti ne siete stupiti.

[22] Mosè vi ha dato la circoncisione non che essa venga da Mosè, ma dai patriarchi e voi circoncidete un uomo anche di sabato.

[23] Ora se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia trasgredita la Legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché ho guarito interamente un uomo di sabato?

[24] Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio!».

[25] Intanto alcuni di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere?

[26] Ecco, egli parla liberamente, e non gli dicono niente. Che forse i capi abbiano riconosciuto davvero che egli è il Cristo?

[27] Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia».

[28] Gesù allora, mentre insegnava nel Tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure io non sono venuto da me e chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete.

[29] Io però lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».

[30] Allora cercarono di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora.

[31] Molti della folla invece credettero in lui, e dicevano: «Il Cristo, quando verrà, potrà fare segni più grandi di quelli che ha fatto costui?».

[32] I farisei intanto udirono che la gente sussurrava queste cose di lui e perciò i sommi sacerdoti e i farisei mandarono delle guardie per arrestarlo.

[33] Gesù disse: «Per poco tempo ancora rimango con voi, poi vado da colui che mi ha mandato.

[34] Voi mi cercherete, e non mi troverete; e dove sono io, voi non potrete venire».

[35] Dissero dunque tra loro i Giudei: «Dove mai sta per andare costui, che noi non potremo trovarlo? Andrà forse da quelli che sono dispersi fra i Greci e ammaestrerà i Greci?

[36] Che discorso è questo che ha fatto: Mi cercherete e non mi troverete e dove sono io voi non potrete venire?».

[37] Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: «Chi ha sete venga a me e beva

[38] chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno».

[39] Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato.

[40] All’udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: «Questi è davvero il profeta!».

[41] Altri dicevano: «Questi è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea?

[42] Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?».

[43] E nacque dissenso tra la gente riguardo a lui.

[44] Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso.

[45] Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto?».

[46] Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!».

[47] Ma i farisei replicarono loro: «Forse vi siete lasciati ingannare anche voi?

[48] Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi, o fra i farisei?

[49] Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!».

[50] Disse allora Nicodèmo, uno di loro, che era venuto precedentemente da Gesù:

[51] «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?».

[52] Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea».

[53] E tornarono ciascuno a casa sua.

*

Quando Giovanni parla di «giudei» sensu lato, senza specificare il particolare gruppo politico, non sempre intende riferirsi alle autorità di Gerusalemme. A volte si riferisce alla popolazione giudaica nella sua interezza. Bisogna dunque indovinare dal contesto in quale accezione viene usata questa parola. Qui, al v. 1, non si può non pensare alle autorità del Tempio e in modo particolare ai sommi sacerdoti e ai sadducei: costoro infatti avevano deciso la condanna a morte di Gesù subito dopo ch’egli aveva cominciato a violare il sabato (i vangeli dicono con le «guarigioni») e a negare l’esistenza di un dio superiore all’uomo (Gv 5,18). Ecco perché – afferma Giovanni – «dopo questi fatti Gesù se ne andava per la Galilea e non voleva più girare per la Giudea»(v. 1).

In realtà i fatti in questione sono quelli che legano questo racconto a quello detto dei «pani moltiplicati». È dopo la massiva defezione dei discepoli galilei sul monte Tabor che il Cristo continua a muoversi in Galilea, senza riuscire a trovare una valida alternativa a quell’inaspettato smacco e, nello stesso tempo, senza poter entrare in Giudea, in quanto teme che lo arrestino immediatamente. Dalla primavera all’autunno di quell’anno deve aver vissuto come un pesce fuor d’acqua.

Di fronte a questa situazione improduttiva, i «fratelli» (cioè gli altri figli di Maria o comunque i parenti più stretti interessati al suo messaggio), che qui paiono gli unici a essergli rimasti vicini, oltre naturalmente ai discepoli più fidati, ben sapendo che per lui il problema era quello di riuscire a trovare un’intesa strategica, in funzione antiromana, tra giudei e galilei, gli chiedono insistentemente, pensando all’approssimarsi della festa delle Capanne (quella del raccolto autunnale), di partire per la Giudea, al fine di esporre pubblicamente il suo progetto.

Il v. 3, sotto questo aspetto è illuminante, ma sotto un altro aspetto confonde molto le acque. Affermano infatti i suoi fratelli: «Parti di qui e va’ nella Giudea perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai». Col che essi sembrano fare riferimento a un’attività di successo in Galilea, un’attività che, secondo loro, meriterebbe d’essere proseguita in Giudea; anzi, per loro, è addirittura un suo dovere politico farsi conoscere in Giudea negli stessi termini in cui s’era fatto conoscere in Galilea.

In realtà non può essere andata così. Essi dovevano essere ben consapevoli della gravità dello sbandamento del movimento nazareno in Galilea; se adesso gli chiedono di recarsi in Giudea, esponendosi in prima persona, lo fanno proprio per tenere alta l’istanza rivoluzionaria che fino a quel momento il movimento aveva avuto e non perché «non credevano in lui» (v. 5). L’atteggiamento che hanno è opposto a quello dei parenti che nel vangelo di Marco volevano distoglierlo dal continuare l’attività politica (3,31).

Dove sta dunque il contrasto tra Gesù e i suoi fratelli? Apparentemente infatti si ha l’impressione ch’essi lo stiano provocando e non consolando, e che arrivino persino ad accusarlo di opportunismo. Il loro modo di vedere pare astratto, avventuristico e, in tal senso, fa bene Giovanni a scrivere che «neppure loro credevano in lui» (v. 5).

Le cose purtroppo non sono così semplici e il v. 5, preso così com’è, sembra non avere alcun senso. In realtà i suoi fratelli gli chiedono di entrare in Giudea proprio perché hanno fiducia in lui, proprio perché hanno capito che la defezione galilaica non può essere un motivo sufficiente per rinunciare all’idea dell’insurrezione nazionale, proprio perché hanno capito che la sua idea di cercare un’alleanza coi giudei per realizzare una rivoluzione vittoriosa è giusta. Dunque perché Gesù rifiuta di partecipare pubblicamente alla festa delle Capanne, che sicuramente sarebbe stata un’ottima occasione per riprendere i rapporti coi giudei?

Il motivo è di opportunità. Gesù non crede affatto di avere sufficiente popolarità per evitare l’arresto, né che i giudei siano disposti ad ascoltarlo per permettergli di aumentarla. Non è dunque sulla strategia ch’egli non è d’accordo coi suoi fratelli, ma sulla tattica. Gli stanno chiedendo qualcosa di eccessivamente rischioso.

Ora, per quale motivo i redattori cristiani hanno reso le cose così poco chiare, manipolando persino quelle poche righe di circostanza, che aiutavano a capire il nesso contestuale tra questo racconto e quello dei cosiddetti «pani moltiplicati»? Il motivo è rinvenibile proprio nella risposta, dal sapore metafisico, che Gesù ha dato ai suoi fratelli: «il mio tempo non è ancora venuto», mentre per quanti, velleitariamente, non tengono conto della realtà «il tempo è sempre pronto» (v. 6).

Detta così, la risposta può soltanto voler dire una cosa, che mentre per i suoi fratelli le istanze che supportano le loro richieste di esposizione pubblica sono squisitamente politiche, lui invece deve tener conto di istanze ben più elevate, di tipo eminentemente religioso, che non dipendono strettamente da lui, ma da chi l’ha «mandato». Cioè in sostanza – secondo l’intenzione redazionale dei manipolatori di Giovanni – egli avrebbe fatto capire che i giudei lo volevano eliminare perché non accettavano la sua pretesa uguaglianza con la divinità, come già eloquentemente risulta, nel vangelo di Giovanni, in tutto il quinto capitolo.

Ecco, ora s’è capito il motivo per cui i redattori hanno inserito il v. 5, proprio per indurre il lettore a credere che persino i suoi fratelli di sangue erano lontanissimi dal comprendere la sua natura divino-umana. Ma questo versetto resta illogico sotto ogni punto di vista, anche sul piano teologico, poiché esso avrebbe avuto un qualche senso mistico soltanto se la situazione fosse stata rovesciata, cioè solo nel caso in cui i fratelli si fossero opposti alla decisione di Gesù di salire a Gerusalemme per adempiere alla volontà del dio-padre.

Tuttavia, per non apparire ai loro occhi come un pusillanime, egli decise ugualmente, a proprio rischio e pericolo, di recarsi alla festa, seppure in maniera clandestina, «di nascosto» – dice Giovanni (v. 10).

Intanto la folla dei giudei lo cercava per poter discutere con lui: «gli uni dicevano: – È buono! Altri invece: – No, inganna la gente! Nessuno però ne parlava in pubblico, per paura dei giudei» (vv. 11-13). Anche qui due modi diversi di usare la parola «giudei»: nel primo caso si tratta della gente comune, tra cui vi sono persone favorevoli al vangelo ed altre contrarie; nel secondo caso si tratta delle autorità sinedrite, generalmente avverse alla sua predicazione.

Questo modo di rappresentare le cose è del tutto normale: situazioni del genere rientrano nel cliché di qualsivoglia rapporto storico tra reazione e progresso. Sarebbe anzi apparso alquanto strano che con la parola «giudei» Giovanni volesse indicare un solo atteggiamento nei confronti di Gesù e del suo movimento. Anzi si può dire che proprio nel suo vangelo, a differenza dei Sinottici, la cui impostazione redazionale è di tipo massimalista, vi sono descrizioni più sfumate relativamente alle posizioni dei vari gruppi politici. Giovanni è in grado non solo di individuare chi tra le autorità sinedrite era possibilista nei confronti del Cristo (p.es. Giuseppe di Arimatea e Nicodemo), ma anche di precisare le diverse sfaccettature delle ideologie popolari.

Non si capisce tuttavia perché non precisare, nella pericope, questa importante differenza politica. Qui si ha l’impressione che l’uso del termine plurale «giudei» abbia quasi una valenza antisemitica: è come se l’ideologia cristiana sia intervenuta per marcare la propria netta contrapposizione al giudaismo, al punto da far risultare inincidenti le debite precisazioni storiche. Neppure Giuseppe Flavio, che pur passò esplicitamente dalla parte dei romani, tradendo il suo popolo, si permise mai di compiere delle generalizzazioni così unilaterali.

Ora, nonostante la scelta dell’anonimato, nel corso della festa, Gesù – dice Giovanni o un altro redattore di questo racconto interpolato – decise lo stesso di esporsi pubblicamente, insegnando addirittura presso il Tempio (v. 14). Pare, nel contesto della pericope, che solo in occasione di questa festa i giudei si siano accorti della originalità del suo pensiero (di qui le osservazioni esegetiche relative a una redazione plurima di questo racconto).

In particolare si meravigliano della sua approfondita conoscenza delle Scritture – lui che non aveva studiato presso alcuna scuola rabbinica (v. 15) – nonché delle capacità dimostrate di denunciare l’incoerenza tra il significato della legge di Mosè e il modo in cui veniva applicata e interpretata. «Non è stato forse Mosè a darvi la legge? Eppure nessuno di voi la osserva!» (v. 19). Eccone la prova: «Mosè vi ha dato la circoncisione – non che essa venga da Mosè ma dai patriarchi – e voi circoncidete un uomo anche di sabato» (v. 22).

Gesù ha scelto un esempio utile a giustificare il suo operato taumaturgico, giudicato illegale dai sinedriti: «Ora se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia trasgredita la legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché ho guarito interamente un uomo di sabato?» (v. 23). Cioè in pratica egli voleva dimostrare, motivando la guarigione dell’infermo presso la piscina di Betzaetà (Gv 5,1 ss.), che se si considera la circoncisione (istituita dai patriarchi) superiore al sabato (istituito da Mosè), al punto che si pensa di rispettare la legge circoncidendo anche di sabato, allora, visto che la circoncisione altro non rappresenta che il simbolo di una purificazione interiore, non c’era ragione di vietare una guarigione che si poneva come simbolo di una liberazione dall’oppressione da tutti invocata.

Un’esegesi del genere è certo forzata rispetto al testo giovanneo. Essendo la pericope di natura più giuridica che politica (di qui l’ipotesi di una seconda mano redazionale), forse l’interpretazione più corretta è la seguente: guarendo di sabato, Gesù non chiedeva di abolire il precetto ma solo di «umanizzarlo», facendo leva appunto sul fatto ch’esisteva un’eccezione unanimemente condivisa ogniqualvolta gli otto giorni prescritti per la circoncisione cadevano di sabato.

Se però ci si limitasse a un’interpretazione del genere, rinunciando a vedere nelle sue parole ogni riferimento di natura politica, si dovrebbe concludere che l’insegnamento del Cristo metteva semplicemente in discussione la dipendenza dell’idea di giustizia dal mero rispetto della legge, non foss’altro perché questa equazione – come appunto nel caso della circoncisione – veniva regolarmente smentita.

Ora, forzando di nuovo la mano, cioè portando di nuovo il senso della diatriba entro i binari della politica, si potrebbe invece concludere che il messaggio del Cristo mirava a far capire che la scelta di quanti credono d’essere nel giusto, limitandosi a una pura e semplice osservanza di nome giuridiche, è destinata ad essere messa in crisi tutte le volte che si manifestano delle esigenze umane superiori alla stessa legge (a maggior ragione se di «liberazione nazionale»), al punto che chi non accetta questa realtà naturale delle cose rischia di compiere azioni che alla fine risultano contrarie a ogni forma di legalità.

Da notare che se si accetta un’interpretazione meramente giuridica del testo si deve necessariamente concludere che la motivazione per cui i capi giudei volevano morto Gesù dipendeva soltanto da una diversa interpretazione del precetto del sabato; se invece si accetta un’interpretazione politica si deve concludere che i capi lo volevano morto perché avevano capito che la violazione del sabato poteva rappresentare il segno di una minaccia incombente nei confronti del loro potere costituito.

Questa distinzione è importante per capire la differenza tra le due mani redazionali. Se si accetta la versione giuridica deve per forza apparire naturale che la folla si scandalizzi quando Gesù afferma che a causa della violazione del sabato lo volevano uccidere: nessuno infatti tra la folla lo avrebbe ucciso per una motivazione del genere, ed è quindi naturale che lo si accusi d’essere un indemoniato (v. 20). Qui, tra Gesù e la folla, non c’è vero dialogo: mentre lui infatti dà per scontato di non essere capito, l’altra invece non vede nella violazione del sabato un significato eversivo.

Se invece si opta per l’interpretazione politica ci si accorgerà subito che da un lato il Cristo cercava un consenso che andasse al di là della pura e semplice violazione del sabato, e dall’altro la folla avrebbe sì potuto seguirlo, ma anche ucciderlo.

La tendenza, presente in tutti i vangeli, a spoliticizzare la figura del Cristo impedisce di vedere nella folla un soggetto che per motivi politici avrebbe anche potuto, consapevolmente, condannarlo a morte.

Sull’operato di Gesù le opinioni erano molte, spesso discordanti. È d’altra parte normale che di un evento molto popolare si parli in forme e modi molto diversi. Al v. 27 Giovanni indica l’opinione di chi credeva in un messia «superuomo», capace di liberare in maniera prodigiosa la Giudea dai romani. Era l’opinione di chi, fino a quando non sarebbe apparso un messia del genere, non avrebbe mosso un dito per predisporne la venuta. Altri invece dubitavano che l’arrivo in gloria del vero messia avrebbe oscurato la grandezza di quest’uomo venuto dalla Galilea.

Vanno notate tuttavia altre cose. Anzitutto l’obiezione che gli muovono, ai vv. 25-26, non entra nel merito della discussione sul valore del sabato, in quanto chiama in causa il fatto ch’egli predica liberamente in pubblico, senza che le autorità giudaiche intervengano. Per quale ragione sia stata messa questa tergiversazione appare poco chiaro. È probabile che i redattori cristiani volessero evitare di far notare che in realtà non c’era stata alcuna guarigione miracolosa e che il vero problema, oggetto di discussione, era soltanto il diverso modo di concepire il significato del riposo assoluto. Un’argomentazione del genere avrebbe comunque avuto il suo senso anche nel caso in cui Gesù non avesse compiuto alcuna guarigione miracolosa, ma si fosse semplicemente limitato ad aiutare quel paralitico ad entrare, di sabato, nelle acque terapiche della piscina, da cui poi ne uscì guarito, ricevendo da lui l’invito a tornarsene a casa portandosi il suo lettuccio (il che peraltro potrebbe confermare la tesi che le guarigioni altro non erano che operazioni di tipo «psicologico»).

Ai redattori cristiani di questa pericope non deve essere affatto piaciuto che nella versione originaria di Giovanni Zebedeo si discutesse di un argomento del genere, prescindendo da quegli straordinari poteri taumaturgici che autorizzavano in un certo senso il Cristo a equipararsi a dio. Anche qui dunque le manipolazioni devono essere state pesanti, e fa un po’ sorridere veder biasimare i farisei che giudicano «maledetto» (v. 49) il popolino ignorante, quando, per accettare queste interpretazioni evangeliche, il lettore cristiano doveva avere una dose di credulità ancora maggiore.

Si prenda p.es. il v. 15, ove viene detto che i giudei si meravigliano alquanto che Gesù conosca molto bene le Scritture senza aver fatto studi accademici. Una constatazione del genere, fatta passare come storica, è una vera manna dal cielo per un falsificatore, il quale non avrà scrupoli nel giustificarla dicendo che Gesù era più esperto di un rabbino proprio perché era «figlio di dio». E non a caso anche in questo episodio, come in quello del capitolo quinto, i giudei cercano di arrestarlo proprio quando egli si equipara a dio.

Intere righe di testo sono state indebitamente inserite in una stesura originaria ch’era o molto più breve o molto diversa, in quanto non è da escludere che vari passi siano stati del tutto censurati. Basta p.es. guardare la decisione di arrestarlo: al v. 30 sembrano volerlo fare gli stessi giudei che discutono con lui; al v. 32 sono invece i capi dei sacerdoti e i farisei che mandano apposite guardie.

Questo fa pensare che i redattori cristiani volessero accuratamente evitare di far credere che tra i giudei vi potessero essere frange significative disposte ad ascoltarlo e persino a seguirlo. Il loro intento era quello di dimostrare che il giudaismo in quanto tale aveva giustiziato il proprio messia, il quale, per somma sventura dello stesso giudaismo (che in tal senso veniva a svolgere una parte non molto diversa dai tragici eroi greci), era addirittura l’unigenito figlio di dio.

Da qui all’accusa, terribile, di «popolo deicida» il passo non poteva che essere molto breve. Ai vv. 33-36 l’antisemitismo di questo racconto raggiunge vette alquanto elevate, poiché qui i redattori cristiani si permettono il lusso di ipotecare il destino dell’intero popolo giudaico, imponendogli un fardello dal peso insopportabile: l’impossibilità di ottenere per sempre una qualunque forma di liberazione.

Qui i redattori ebreo-cristiani tradiscono le loro influenze ellenistiche, considerandosi il nuovo «popolo eletto», sparso nel mondo, senza alcun confine geografico, senza alcuna «nazione» da difendere. Si contrappongono nettamente al giudaismo, dimenticandosi che in quel frangente storico il nemico comune da combattere era l’imperialismo romano.

Si può invece ipotizzare che buona parte delle masse giudaiche non era affatto ostile al messaggio di Gesù, tant’è che le guardie mandate dai farisei e sommi sacerdoti per arrestarlo, non riuscirono a far nulla (vv. 44-45).

Naturalmente, volendo restare coerenti con le proprie falsificazioni, i redattori cristiani non potevano certo lasciar credere che in quella occasione il Cristo non venne arrestato non tanto perché non era ancora giunta, metafisicamente, la sua «ora», quanto perché le guardie furono impedite dal farlo da una parte cospicua di giudei che in quel momento lo stava ascoltando con vivo interesse.

Le guardie – secondo i redattori – dicono ai farisei di non aver potuto far niente perché loro stesse erano rimaste affascinate dalle parole divino-umane di quel «galileo». In realtà il motivo dipendeva dal loro esiguo numero: non si aspettavano un consenso così forte. Al che i farisei, indignati, replicarono: «Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi o fra i farisei? Ma questa gente, che non conosce la legge, è maledetta!» (vv. 47-49).

Nel vangelo di Giovanni l’ipocrisia dei farisei, formalmente progressisti (perché frequentavano le masse) e sostanzialmente reazionari (perché appoggiavano il clero conservatore), è descritta con grande maestria. Senonché – dice Giovanni – tra i capi farisei c’era anche chi, come Nicodemo, si sforzava di guardare le cose obiettivamente, senza pregiudizi di sorta, come al tempo dell’epurazione del Tempio: «La nostra legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?» (v. 51). Nicodemo in sostanza chiedeva di stabilire col movimento di Gesù un vero e proprio confronto politico. Ma i suoi colleghi, con durezza e acrimonia, gli ribatterono: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea» (v. 52).

In altre parole i farisei più integralisti (la netta maggioranza) collegavano strettamente l’autenticità del messaggio messianico con la sua origine etnica: da una terra imbastardita come la Galilea (soggetta a molte influenze pagane) non poteva sorgere – secondo loro – la vera liberazione nazionale. Per i farisei era più facile credere che la resistenza antiromana potesse sorgere dal convincimento di appartenere a un popolo «eletto», che non da un’istanza di liberazione comune a tutti gli oppressi. In tal senso essi rifiutavano un’alleanza strategica coi galilei per motivi speculari a quelli che questi avevano nei confronti dei giudei.

Dopo questo disquisire di alta politica, l’epilogo giovanneo: «E tornarono ciascuno a casa sua» (v. 53), sembra lasci trapelare qualcosa che sconfina tra il comico e il tragico. Tutto sommato, comunque, Gesù era riuscito a ottenere più consensi di quelli sperati.

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Autore: laicusblog

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