La posizione di potere dello scriba Mc 12,38-40

[38] Diceva loro mentre insegnava: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze,

[39] avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti.

[40] Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave».

Mt 23,1-12

[1] Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:

[2] «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei.

[3] Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.

[4] Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito.

[5] Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange;

[6] amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe

[7] e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘rabbì’ dalla gente.

[8] Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbì’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli.

[9] E non chiamate nessuno ‘padre’ sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo.

[10] E non fatevi chiamare ‘maestri’, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo.

[11] Il più grande tra voi sia vostro servo;

[12] chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato».

*

In Mc 12,38 ss. la riprovazione morale e politica, da parte di Gesù, del comportamento dello scriba è molto più severa che nei passi paralleli di Mt 23,1 ss. Laddove infatti il Gesù di Marco invita a «guardarsi dagli scribi» (v. 38) che amano passeggiare in lunghe vesti ed essere salutati nelle piazze (la vanità), avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti (l’ambizione), e che nel contempo divorano le case delle vedove (la cupidigia) e fanno lunghe preghiere per mettersi in mostra (l’ipocrisia); il Gesù di Matteo invece invita a «osservare tutte le cose ch’essi dicono», pur senza agire secondo le loro opere (23,3).

Matteo dunque è un moralista e, come tutti i moralisti, da un lato crede di poter salvaguardare la propria coscienza rinunciando ad un’opposizione politica contro la corruzione del potere, dall’altro spera che tale potere, sentendosi moralmente giudicato, cambi atteggiamento. Di qui il suo lunghissimo elenco delle falsità scribo-farisaiche.

Marco invece è un realista che bilancia il giudizio negativo (morale e politico) con uno positivo (altrettanto morale e politico). Egli infatti afferma che taluni scribi erano molto vicini a comprendere il messaggio di liberazione di Gesù (12,28-34).

[28] Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».

[29] Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore;

[30] amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.

[31] E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi».

[32] Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui;

[33] amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici».

[34] Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

La disponibilità politica degli scribi verso il movimento nazareno, Matteo non l’avrebbe mai ammessa: sia perché è tipico del moralista condannare il potere in quanto tale, cioè il non saper distinguere nell’ambito del governo le forze reazionarie da quelle con cui è possibile realizzare dei compromessi; sia perché il moralista tende a ritenersi migliore in modo aprioristico rispetto al potere dominante, specie se questo potere non tiene conto di alcuna critica morale. Il moralista si ritiene impeccabile appunto perché non dispone di alcuna leva di comando. Il suo è un idealismo soggettivistico.

Viceversa, Marco, se fa capire che con gli scribi ipocriti è bene stare in guardia (ovviamente non solo limitandosi a fingere di ascoltarli, come propone Matteo), fa anche capire che nel loro ceto bisogna saper distinguere gli onesti dagli ipocriti, quelli cioè che desiderano una transizione da quelli che invece preferiscono collaborare con Roma.

Molto interessante, in questo senso, è Mc 12,34, dove appare evidente che per il Cristo «amare» dio e il prossimo con tutto il cuore, la mente e la forza costituisce solo il primo passo verso la realizzazione del regno di dio. In che senso? Marco, come al solito, resta in questi casi un po’ ambiguo: nello specifico sembra essere abbastanza chiaro, ma siccome l’impianto generale del suo vangelo (come gli altri, del resto) è finalizzato a una legittimazione del movimento cristiano agli occhi del potere romano, alla fine risulta falsata anche l’interpretazione della situazione particolare. Per cui, da un lato Marco non lascia chiaramente capire cosa intenda Gesù con la frase «tu non sei lontano dal regno di Dio»(12,34), dall’altro però è assai evidente che l’amore per dio e per il prossimo (in cui anche lo scriba si poteva distinguere) non era condizione sufficiente alla realizzazione del regno.

Cos’è che manca allo scriba, che ha risposto – secondo Gesù – con «intelligenza»? Manca l’impegno personale sul piano politico in un progetto di liberazione. Questo Marco non poteva dirlo, poiché il suo vangelo è nato proprio per aver rinunciato a tale progetto, cioè per giustificare questa rinuncia agli occhi del neonato movimento cristiano, rassicurando nel contempo, in maniera convincente, il potere romano. Ma non poteva neppure tacerlo del tutto, poiché il suo vangelo, essendo nato allo scopo di falsificare l’interpretazione politica della morte di Gesù, doveva in qualche modo tener conto di tale interpretazione.

Non essendo stati specificati i veri motivi che hanno indotto Gesù a formulare quella espressione, cosa può dedurre il lettore dal testo? Che l’esegesi più corretta sia quella di tipo religioso, e cioè che lo scriba non ha ancora la fede per… e qui i vari teologi possono inventarsi le motivazioni più varie. Un’interpretazione, molto grossolana, afferma che lo scriba non aveva fede nella «divinità» di Gesù, in quanto – a giudizio dello scriba – «vi è un solo Dio e fuori di lui non ve n’è alcun altro» (12,32); un’altra, un po’ più sofisticata, vuole che Gesù abbia detto allo scriba ch’era solo «vicino» al regno di dio, perché per un ebreo di allora «amare il prossimo» voleva semplicemente dire amare una persona della stessa religione o della stessa razza, nazione, tribù, clan, famiglia… Tale esegesi si spiega col fatto che la chiesa s’è servita della nozione paolina e pseudo-giovannea di «amore universale» per superare il particolarismo politico-culturale del nazionalismo ebraico (naturalmente tale esegesi evita di aggiungere che in tale superamento si è anche rinunciato all’idea di dover realizzare politicamente l’istanza di liberazione degli schiavi e delle popolazioni sottomesse all’imperialismo romano).

Un’altra interpretazione religiosa che forse può essere utilizzata in chiave laica è quella che vede nell’affermazione di Gesù relativa alla semplice «vicinanza» dello scriba al regno (nonostante il riconoscimento della sua risposta «intelligente»), il tentativo di dimostrare che la «vicinanza» o la «lontananza» dal regno di dio non dipende dal rispetto o meno della legge, ma da un’esperienza concreta di liberazione (qui ovviamente, in luogo di «liberazione», l’esegesi religiosa preferisce parlare di «redenzione»). Gesù cioè sembra aver posto un’ipoteca sulla possibilità di poter realizzare la giustizia attraverso il puro e semplice rispetto della legge.

In effetti, ognuno può facilmente rendersi conto che, se anche tutti gli uomini rispettassero le leggi, la giustizia non sarebbe comunque realizzata. Perché? Perché se tutti gli uomini fossero così onesti da rispettare le leggi, essi non avrebbero bisogno di alcuna legge, la cui ragion d’essere sta appunto nella volontà delle classi sociali più forti di nascondere la propria «disonestà» e di controllare la coscienza e il comportamento delle classi più deboli, reprimendo soprattutto coloro che, in nome della loro «onestà», rivendicano una società diversa. Non a caso il Cristo predicava la «fine della legge», ovvero la fine della pretesa della legge di giustificare il giusto (che sarà poi il discorso che Paolo utilizzerà in più occasioni, anche se non in chiave politica ma religiosa, facendo della fede nella grazia di dio e non della fede nell’impegno politico la fonte della giustificazione del credente).

La legge può al massimo «controllare» la disonestà, non «impedirla» (qui solo la coscienza è sovrana), e può controllarla se al suo fianco si sviluppa una società democratica, cioè se chi emana la legge è la stessa persona che costruisce una società in cui la legge, col tempo, non avrà più ragione d’esistere, essendo stata sostituita con la consuetudine e la morale collettiva. Il problema infatti è proprio quello di sapere quali mezzi darsi non tanto o non solo per tenere sotto controllo la disonestà, quanto soprattutto per cercare di superarla. Per un relativo controllo è sufficiente la legge, se la formulazione della legge è nelle mani dello stesso popolo che la deve rispettare. La disonestà però può essere vinta solo in un modo: partecipando attivamente alla costruzione di una società in cui la giustizia venga percepita come una possibilità reale. Se gli uomini si convincono interiormente di questo, sulla base di esperienze concrete, che possano anche verificare personalmente, allora la forza coercitiva e persuasiva della legge sarà un «nulla» a confronto della forza morale delle masse.

Nel racconto di Marco, Gesù riconosce allo scriba la necessaria disposizione morale, soggettiva, per il superamento del valore della legge ai fini dell’edificazione del regno, però non gli riconosce la capacità operativa necessaria a tale edificazione. Ovvero lo scriba ha perfettamente inteso che la capacità di sopportare i sacrifici, richiesti dalla legge (o compiuti addirittura spontaneamente, per il bene di un ideale), non rende di per sé l’uomo migliore, né modifica la società in cui egli vive, ma non ha capito in che modo si deve vivere quell’esperienza che non fa dipendere tout-court dalla disponibilità al sacrificio (come invece è in Matteo) il senso e l’esperienza di liberazione sociale.

Gesù, in sostanza, non voleva soltanto abolire la pretesa di giustificazione insita nella legge: altrimenti si sarebbe limitato a predicare l’amore universale (come il Battista e lo stesso Paolo). Egli voleva anche risolvere il problema di come appagare sulla terra il desiderio di liberazione delle masse oppresse, partendo da una situazione particolare, paradigmatica: la Palestina. In questo senso, se si voleva accettare l’idea di un necessario «amore universale» (come il miglior profetismo ebraico ha sempre predicato), allora si doveva smettere di considerarla alla stregua di un puro e semplice «sacrificio fatto con gioia». L’amore universale o corrisponde alla necessità di lottare per la giustizia sociale, l’uguaglianza degli uomini, la piena libertà personale e la verità delle cose, oppure è vuota retorica, mera finzione, che qualcuno peraltro può anche utilizzare proprio per non realizzare detti obiettivi.

Se il movimento nazareno avesse realizzato la democrazia sociale, gli scribi e i farisei non avrebbero potuto, impunemente, dire cose diverse da quelle che facevano: il popolo se ne sarebbe accorto. In realtà la loro doppiezza già allora era nota, solo che, essendo essi al potere, i danni che procurava erano assai maggiori. In fondo la «riprovazione» degli scribi, espressa da Gesù, non aveva altro scopo che quello di mettere in luce il tradimento subìto dal popolo, invitando le persone politicamente «oneste» del regime a uscire allo scoperto, a prendere posizione a fianco delle masse sfruttate e ingannate.

Solo dal comportamento pratico di una persona si può dedurre se le sue parole sono vere o false. Gli uomini possono anche arrivare a dire cose opposte a quelle dette un minuto prima, ma questa incoerenza teorica, ideale, non è di per sé indice di ipocrisia. Anzi, l’incoerenza teorica può anche essere un forma di realismo, di elasticità mentale, di duttilità e flessibilità. L’oggettività delle cose a volte è così potente che l’incoerenza non solo è inevitabile, ma addirittura necessaria, per salvaguardare la purezza degli ideali. Persino gli ipocriti, senza volerlo, possono arrivare a dire cose giuste.

Marco fa capire chiaramente – a differenza di Matteo – che la vera falsità dello scriba generalmente inteso, quella che lo squalifica completamente come persona, oltre che come professionista della legge e della politica, sta nel fatto ch’egli «divora le case delle vedove», cioè manda in rovina le categorie sociali più deboli, più esposte all’inganno dei potenti. Approfittando della propria superiorità intellettuale, del proprio prestigio sociale e politico e, soprattutto, della buona fede di chi è in uno stato di bisogno, lo scriba si arricchisce ogni giorno di più, ampliando i suoi poteri. Ecco perché – dice il vangelo di Marco – egli dovrà essere maggiormente «condannato».

Viceversa, Matteo lascia il giudizio nelle mani di «dio», in attesa del regno dei «cieli». Con il suo moralismo ad oltranza egli ottiene l’effetto contrario a quello sperato. L’unico riferimento al denaro Matteo lo fa in termini generici, non specifici: non dice che «derubavano le vedove», ma che avevano imposto il giuramento per «l’oro del Tempio» (e anche per «l’offerta sull’altare»), affinché il credente si sentisse veramente obbligato. Se qualcuno, durante una lite o una contesa o in un processo indiziario, giurava sul Tempio e poi si scopriva che aveva mentito, non veniva considerato colpevole, ma se aveva giurato sull’oro o sul denaro che nel Tempio veniva offerto ai sacerdoti, subito doveva essere obbligato a pagare ciò su cui aveva giurato. Lo stesso per quanto riguardava l’altare. Gli scribi cioè credevano, così facendo, di rendere più impegnativo il giuramento. Pensavano di porre un freno all’indifferenza e all’opportunismo di quei fedeli che non credevano più nell’autorità morale del Tempio di Gerusalemme e dell’altare, ma che continuavano, per quieto vivere, a servirsi di tali istituzioni.

In pratica, con la loro ipocrisia, gli scribi, pur pretendendo di realizzare un rapporto più stretto fra istituzioni e popolo, non facevano che accentuare l’ostilità che li divideva. Invece di mettere in discussione il «tutto», cercavano di salvaguardarlo esasperandone alcuni aspetti particolari. Matteo è senza dubbio consapevole di questa contraddizione, ma non sa scorgere i criteri politici per superarla in modo realistico. Egli non mette in discussione il valore in sé del Tempio e dell’altare, ai fini della liberazione sociale, ma solo il loro uso mercificato.

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Autore: laicusblog

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