Le spighe strappate di sabato Mc 2,23-28

[23] In giorno di sabato Gesù passava per i campi di grano, e i discepoli, camminando, cominciarono a strappare le spighe.

Quest’immagine innocente, dal sapore vagamente poetico, contiene un messaggio profondamente innovativo per il giudaismo di allora. Lo si comprende dalla scelta del giorno, che non è certamente casuale. Di sabato gli ebrei erano soliti riunirsi in assemblea all’interno della sinagoga.

Qui, il fatto che il Cristo non frequenti le sinagoghe ebraiche (anche perché raramente se ne tollerava la presenza) è indicativo non solo dello scarso interesse che il movimento nazareno nutriva per le questioni di carattere religioso, ma anche di quale profondo fossato si fosse scavato tra il suo vangelo di liberazione e quello degli altri gruppi politico-religiosi più o meno ligi alle tradizioni.

Già dal primo versetto si ha insomma l’impressione che il redattore abbia voluto indicare quanto la libertà presa dal Cristo di frequentare in un giorno legato al culto un luogo generico (il campo di grano) in sostituzione del luogo specifico, preposto a quel particolare giorno (la sinagoga), fosse una diretta conseguenza del suo progressivo e motivato rifiuto delle istituzioni religiose del giudaismo, ovvero una diretta conseguenza di una posizione etica e politica sempre più prossima all’umanesimo integrale. In altre parole la pericope è stata elaborata per evidenziare che il Cristo poteva tranquillamente rinunciare a frequentare le sinagoghe e vagabondare coi suoi discepoli nei campi di grano, che tanto nulla si sarebbe potuto togliere al valore etico-politico del suo messaggio di liberazione, proprio perché l’ideologia del sabato e il luogo di culto in cui la si giustificava avevano fatto il loro tempo.

Gli ebrei, come noto, onoravano il sabato col riposo assoluto, astenendosi dal compiere qualunque lavoro, affare quotidiano e persino faccenda domestica. Rinunciando all’idea di interesse e di contrattazione e persino di soddisfazione del bisogno, quando non fosse questione di vita o di morte, essi erano convinti di potersi in tal modo sottrarre alle «tentazioni del mondo» e quindi di poter vivere, almeno un giorno alla settimana, in una condizione molto vicina allo stato di innocenza e di beatitudine. Ovviamente non era la condizione di ozio che garantiva la purezza d’intenti, bensì le espressioni religiose e cultuali previste per questo giorno specifico.

Il Cristo invece, optando per il campo di grano in luogo della sinagoga, in apparenza sembra preferire all’impegno religioso il proprio individualismo. Ma se fosse così il contenuto della pericope sarebbe stato assai poco significativo.

Il fatto di passare tra i campi di grano in un giorno che per la mentalità dominante si dovrebbe dedicare a dio, può far pensare ch’egli volesse ridurre il sabato a un giorno qualunque, cioè ch’egli volesse spezzare l’immagine idilliaca di questo giorno festivo, riducendolo a giorno feriale, in cui sono lecite molte più cose.

[24] I farisei gli dissero: «Vedi, perché essi fanno di sabato quel che non è permesso?».

La gretta casistica farisaica aveva associato al divieto di mietere in giorno di sabato anche quello di sgranellare e di spigolare. Con queste restrizioni sempre più minuziose, scribi e farisei non miravano solo a garantire un’equivalenza di precettistica e liberazione, ovvero la proporzione tra condizione d’innocenza e aumento dei divieti, ma anche ad assicurarsi un certo controllo politico delle masse. La disobbedienza era pagata con l’espulsione dalle sinagoghe e con l’emarginazione dalla vita pubblica.

In questa assurda concezione di vita e nella stessa ideologia del sabato avevano smesso di credere da tempo molti galilei, specie da quando al legalismo farisaico si era dovuto aggiungere il peso dell’imperialismo romano. Qui infatti sono gli stessi apostoli che si assumono in prima persona la responsabilità di violare il sabato.

I farisei, come se li stessero tenendo sotto costante controllo, non riescono a comprendere le ragioni vere della contrapposizione tra campo di grano e sinagoga, e pongono una domanda imbarazzante al loro maestro. Nei due episodi precedenti: «Pasto coi pubblicani» (Mc 2,15 ss.) e «Discussione sul digiuno» (Mc 2,18 ss.), i farisei avevano già duramente criticato i nazareni di lassismo e immoralità; ora l’accusa diventa più pesante: violazione della legge, che qui peraltro non è che l’interpretazione dominante della legge mosaica, la quale, invero, s’era limitata a un semplice enunciato di principio.

I farisei in sostanza pensano che la riduzione del sabato a giorno comune sia in realtà finalizzata a mettere in luce le contraddizioni del popolo, la sua logica di vita: negativa nei giorni feriali, dominati dalle «passioni», dai «vizi» tipici delle società antagonistiche, e ipocrita nel giorno festivo, in cui si simula, con una maschera «buonista», una purezza interiore che nella quotidianità non esiste.

In realtà la critica dell’ideologia del sabato, della sua mitologia, non voleva essere meramente distruttiva, neppure a livello redazionale. È vero, esisteva un forte dualismo tra i giorni feriali, sottoposti alla logica dell’egoismo personale, e il giorno festivo, in cui ci si sforzava di essere o soltanto di apparire diversi dal solito. Ma questo dualismo non poteva essere risolto (e di ciò era ben consapevole anche la comunità post-pasquale, che pur ha tradito il messaggio del Cristo) dimostrando che anche di sabato, nella realtà, si deve esattamente vivere come negli altri giorni, legittimando così la logica negativa della vita anche per questo giorno, che il giudaismo idolatrava. Tale soluzione sarebbe stata semplicistica, anzi di comodo.

Andava data una risposta convincente alla crisi del primato del sabato, superando una volta per tutte il formalismo deteriore del tardo giudaismo. Occorreva indurre gli uomini a credere possibile un’esistenza in cui la motivazione sottesa al rispetto del sabato potesse essere estesa a tutti gli altri giorni. Di fronte alle seduzioni di questo mondo, la richiesta era quella di vivere una coerenza di valori che andasse al di là dell’alternanza di lavoro e riposo.

[25] Ma egli rispose loro: «Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni?
[26] Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani dell’offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?».

È strana la scelta di questo brano che, come vedremo, s’innesta a fatica nel contesto della pericope. Se il Cristo si fosse limitato ad affermare la superiorità dell’uomo sul sabato, il racconto non avrebbe perso di sostanza. Il riferimento veterotestamentario, non aggiungendo nulla di particolarmente significativo, può essere accettato solo nella sua valenza pedagogica di propedeutica a un’interazione tra nazareni e farisei, che si presentava da subito abbastanza difficoltosa.

Peraltro vi sono varie inesattezze che fanno pensare a un’aggiunta redazionale posticcia. Davide infatti «si trovò nel bisogno» non tanto perché aveva fame, come i discepoli nazareni nel campo di grano, quanto perché era inseguito da Saul, che voleva ucciderlo. Non «entrò nella casa di Dio», cioè nel santuario, ma si fece consegnare i pani dal sacerdote, standosene fuori. Il sacerdote non era «Abiatàr» ma suo padre Achimelec, il quale, proprio per aver prestato aiuto a Davide, venne fatto uccidere da Saul. I «pani dell’offerta» erano quelli consacrati a Dio, che solo il sacerdote poteva mangiare; anche i compagni di Davide ne poterono mangiare, a condizione che si astenessero da contatti con donne. In seguito il fatto fu perdonato a Davide, benché egli avesse commesso una colpa molto grave riguardo alle leggi del culto. Che questo episodio sia accaduto di sabato non viene specificato in 1Sam 21,2-7.

Ora, è evidente che il redattore della pericope marciana ha voluto fare una sorta di parallelismo tra due modi, vetero e neotestamentario, di porre la coscienza al disopra della legge. Tuttavia il confronto non regge, né sul piano giuridico né su quello morale. Davide e i suoi compagni violarono sì una legge fondamentale del culto, ma perché erano pressati dalla necessità di sfuggire a una morte certa. La legge cioè non fu violata con la consapevolezza della sua inutilità ai fini della liberazione. La trasgressione, agli occhi di Davide, restava un’eccezione che non intaccava minimamente il valore dell’istituzione.

Se i farisei avessero dovuto guardare le cose con gli occhi dell’avvocato, non avrebbero potuto in alcuna maniera giustificare il gesto degli apostoli, neppure avendo in mente l’eccezione costituita dall’episodio di Davide. Si poteva forse parlare di un’esigenza di vita dettata dalla fame? Gli apostoli erano forse inseguiti da qualcuno che volesse ucciderli? Ogni tentativo di spiegare determinate azioni neotestamentarie prendendo degli esempi veterotestamentari è destinato a fallire sul nascere.

Infatti il gesto di «spigolare» andava interpretato in maniera politica e non giuridica. Nella pericope marciana esiste un nemico ben più pericoloso di Saul: è l’insignificanza di una vita vissuta nel rispetto delle regole formali della legge, è l’illusione di una propria purezza interiore limitata alla coerenza prescrittiva, è la pretesa di poter dimostrare pubblicamente la propria innocenza accusando gli altri di violare le regole della civile convivenza. E tutto questo mentre l’oppressione romana rendeva inutile non solo la legge mosaica ma anche il suo minuzioso e faticoso rispetto.

Achimelec si era limitato a chiedere la purezza sessuale come condizione per trasgredire il precetto, in via del tutto eccezionale. Agli apostoli non occorreva forse chiedere ben altro come condizione per dimostrare la superiorità dell’uomo sul sabato?

Qual è insomma l’insegnamento della pericope? È forse quello di cercare di far capire che, poste certe condizioni di vita, è necessario derogare ai principi della legge al fine di salvaguardare il valore della coscienza umana, nel senso che se le intenzioni sono positive o costruttive, si può violare la «lettera» della legge senza violarne lo «spirito»? O è forse quello di far capire che l’uomo è sempre superiore alla legge e che tale superiorità va esercitata per tutelare il bene collettivo, non per affermare un arbitrio personale?

Per quale ragione nella pericope marciana sono presenti entrambe le motivazioni? Il fatto è che non essendo ben marcate le esigenze politiche sottese alla violazione del precetto, la pericope marciana è stata costretta a puntare su giustificazioni di tipo etico-filosofico, che poi sono risultate prevalenti in tutta l’ideologia del cristianesimo fino ad oggi.

Se guardiamo al modo come è stata affrontata la questione del sabato nel vangelo di Giovanni noteremo subito che qui la violazione del precetto rispondeva a esigenze più politiche che etiche, o comunque più teoriche che pratiche. In occasione della festa delle Capanne (cfr la guarigione del cieco nato) l’attacco contro il precetto del sabato è pubblico, intenzionale, agganciato a un progetto di liberazione nazionale e incorniciato da affermazioni inequivoche circa la necessità di professare un integrale e autonomo umanesimo.

Viceversa in Marco l’umanesimo professato dal Cristo sembra essere fine a se stesso e il suo diverbio coi farisei assomiglia a uno scambio di battute tra filosofi, accompagnati dai rispettivi discepoli. Diversamente da Marco, dove il sabato è un precetto in cui i galilei credono molto poco, Giovanni mostra ch’esso veniva considerato un precetto molto importante per tutti i giudei e che l’opposizione ad esso da parte del Cristo era un motivo sufficiente per scomunicare lui e tutti i nazareni che lo seguivano, tant’è che la violazione pubblica del precetto (mediante o no le guarigioni) comportava delle conseguenze immediatamente politiche, di cui il Cristo era ben consapevole.

[27] E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!

[28] Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

L’insegnamento spirituale di questo racconto è volto a precisare la sostanziale differenza tra coscienza e legge. Quella differenza che serve appunto a capire come nei momenti critici (di Davide) o di bisogno (i Dodici) è inutile, anzi controproducente, rimanere inflessibili nelle proprie posizioni.

Nel caso di Davide la deroga non era stata concessa per debolezza o indifferenza, ma nella chiara consapevolezza della drammaticità del momento. I farisei avrebbero dovuto estendere l’eccezione ai casi in cui è in gioco il bisogno, nella consapevolezza che un’assoluta coerenza alla legge porta a situazioni di inevitabile disumanità.

Cioè l’insegnamento etico della pericope non vuole essere a favore dell’arbitrio personale, in virtù del fatto che la coscienza umana o l’uomo qua talis è un valore sempre superiore a qualunque legge, ma vuole essere un invito a riflettere sulla pretesa di dichiararsi «puri» limitandosi a una fedeltà rigorosa a norme giuridiche. Una pericope del genere avrebbe potuto essere scritta da qualunque intellettuale illuminato di stretta osservanza mosaica. Persino la massima del v. 27 poteva essere facilmente condivisa.

Tuttavia, la storia del pensiero ebraico ha dimostrato che non si è mai arrivati, neppure dal punto di vista etico, a considerare l’uomo, sempre e comunque, superiore al sabato. Al massimo si è arrivati ad ammettere che se si è giusti in coscienza si può anche, in momenti particolari, trasgredire la lettera della legge senza violarne lo spirito, ma per riconfermare la superiorità della legge subito dopo. L’ebraismo è sempre rimasto la religione del «Libro».

Annunci

Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...