Lo sposo e la discussione sul digiuno Mc 2,18-22

v. 18a) Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno.

Nel vangelo di Marco non appare in alcun luogo la rivalità esistente tra battisti e farisei. Viceversa, nel vangelo di Giovanni (4,1 ss.) tale rivalità, almeno fino a quando Giovanni il Precursore è stato il leader riconosciuto del movimento battista, appare come un dato acquisito. I battisti vengono presentati dall’apostolo Giovanni (1,26) come più «radicali» dei farisei: oggi diremmo come un movimento politico che non accetta la sola battaglia parlamentare.

A differenza dei farisei, i battisti, sulla scia delle migliori tradizioni profetiche post-esiliche, cercavano un rapporto con le masse, sempre nell’ambito delle leggi ebraiche vigenti, al fine di costruire una sorta di «socialismo legale». Di qui il loro carattere utopico.

I farisei invece volevano una liberazione d’Israele dall’invasore straniero che partisse da un mutamento degli equilibri politico-istituzionali e non tanto da un confronto diretto con le istanze popolari, di cui temevano la radicalità, anche se grazie a loro s’era sviluppato il movimento sinagogale (e sarà sempre grazie a loro se l’ebraismo potrà sopravvivere dopo l’ultima guerra giudaica anti-romana). I farisei pensavano d’aver come principale problema da risolvere quello di come sostituirsi al potere conservatore dei sadducei nella guida della nazione, in vista di un’insurrezione anti-romana che salvaguardasse tutte le istituzioni e le tradizioni del giudaismo. Di qui la loro posizione politicamente moderata e socialmente regressiva.

Il fatto che in questo racconto di Marco i due gruppi rivali si trovino alleati contro i nazareni (o che come tali vengano considerati), è indicativo dei limiti politici che li caratterizzano. Ovviamente dobbiamo pensare che l’avvicinamento, sul piano etico e politico, fra i due gruppi sia stato successivo alla morte del Battista.

Il digiuno in questione non era quello ufficiale e generale osservato da tutto il popolo, nel giorno dell’espiazione (Lv 16,29), ma era una scelta facoltativa, un atto supplementare, praticato ogni settimana, in segno di penitenza e contrizione per i difficili tempi d’Israele (e quindi non era meramente «privato», altrimenti la controversia qui in oggetto non avrebbe avuto senso).

v. 18b) Si recarono allora da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».

Il soggetto di questa domanda è ambiguo: apparentemente sembra si tratti di un gruppo misto di farisei e battisti, ma nulla vieta di pensare che si tratti degli stessi scribi del racconto precedente. A volte peraltro Marco si serve di scribi e farisei, come interlocutori negativi, per nascondere l’identità di un discepolo dello stesso Cristo.

Qui comunque l’oppositore che si cela dietro il «si» impersonale, si preoccupa di criticare il Cristo su di un fatto che, da un punto di vista etico (e indirettamente politico), viene ritenuto piuttosto grave, e cioè che in tempi così drammatici per la coscienza storica d’Israele, egli, coi suoi discepoli, non si vergogna di mangiare lautamente in grandi conviti, e per giunta in compagnia di «pubblicani e peccatori» – come Marco aveva già detto nel racconto precedente (2,15).

La differenza tra gli scribi del racconto della chiamata del pubblicano Levi, e questi rivali dei nazareni non è di sostanza ma di forma: i primi infatti si chiedevano perché Gesù mangiasse con degli individui ex-lege, se non addirittura «collaborazionisti» con Roma; i secondi si chiedono, ancora più radicalmente, perché Gesù e i suoi discepoli «mangino» e non accettino la pratica del digiuno supplementare.

Nella precedente polemica Gesù aveva dovuto dimostrare che per liberare Israele dai romani occorreva l’aiuto di tutta la popolazione; ora deve dimostrare che la pratica del digiuno non è sufficiente per liberare la nazione.

Il senso dell’obiezione cui deve rispondere è il seguente: se i farisei e i battisti sono notoriamente apprezzati per il loro valore etico-politico, perché i nazareni non li imitano? Ovvero: se i nazareni si considerano migliori, perché non cominciano a dare il buon esempio digiunando? Per chi s’impegna in maniera pubblica, un digiuno facoltativo non va forse considerato moralmente obbligatorio?

Si noti la diversità delle contestazioni: nel banchetto in casa Levi il rilievo critico era di tipo gius-politico: non è possibile liberare Israele frequentando i trasgressori della legge ebraica e i traditori (Levi-Matteo era un esattore delle tasse al servizio di Roma); qui invece il rilievo è di tipo etico-politico: non è possibile liberare Israele se il soggetto rivoluzionario non si sottopone, preventivamente, a un’ascesi di tipo spirituale.

Queste due obiezioni appaiono come complementari: l’ascesi morale fa da pendant all’incapacità di rapportarsi alle masse, in quanto si fa del digiuno un motivo di distinzione e di discriminazione, non di dialogo e di confronto. Il legalismo come prassi politica e l’aristocraticismo come prassi etica, sono gli elementi principali con cui si cerca di contestare la posizione giudicata «eterodossa» dei nazareni.

v. 19) Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro non possono digiunare».

La risposta è ambigua, almeno apparentemente, ed è difficile sapere se il Cristo sia stato costretto a usare una metafora per motivi diplomatici, cioè per non perdere l’appoggio di movimenti importanti come quelli farisaico e battista; o se invece sia stato lo stesso Marco (o comunque l’autore di questo racconto) a confondere le acque per non palesare il contenuto esplicitamente politico della risposta del Cristo.

Chi è lo sposo? Lo sposo è il messia, cioè Gesù, che ha coscienza di esserlo. Cosa rappresentano le nozze? La possibilità della liberazione. Dunque perché digiunare quando la possibilità di questa liberazione diventa realtà?

La risposta di Gesù è una critica della tattica attendista. La liberazione non viene dall’alto, ma va preparata e, una volta preparata (con spirito di sacrificio, abnegazione ecc.), va fatta. Se si continua a digiunare, sarà impossibile riconoscere il leader che guiderà la rivoluzione. Questo il senso della sua risposta.

Il Cristo non si oppone tanto al legalismo, cioè al rispetto scrupoloso della legge, né all’ascesi morale di chi si prepara alla liberazione, ma fa semplicemente notare che questi sono aspetti propedeutici alla prassi rivoluzionaria vera e propria, che per realizzarsi esige maggiore flessibilità nel giudizio e maggiore coinvolgimento nell’azione. Chi continua a «digiunare» quando i tempi sono diventati «maturi» per il passo successivo, regredisce verso posizioni conservatrici.

v. 20) «Ma verranno giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno».

Questa frase è stata chiaramente aggiunta dalla chiesa primitiva, la quale, con la consapevolezza post-pasquale, sa che il messia-Gesù non morirà di morte naturale, ma «verrà tolto» ai suoi discepoli con la violenza.

Ribadendo qui il valore del digiuno, come conseguenza necessaria alla morte cruenta del messia, detta chiesa cade nello stesso errore di valutazione dei tempi rivoluzionari che già avevano fatto scribi, farisei e battisti. Invece di sostenere l’idea che, nonostante la morte violenta del messia, il progetto di liberazione andava comunque portato avanti, poiché la sua realizzazione non poteva dipendere dalla volontà di una persona singola, per quanto eccezionale essa fosse, la chiesa preferisce qui avvalorare l’opinione di chi ha sfiducia nelle capacità umane di liberazione.

Per queste ragioni è assolutamente da escludere sia che il Cristo avesse prospettato ai suoi discepoli una propria morte violenta in tempi brevi, sia che essi, nell’eventualità che ciò fosse accaduto, dovessero rinunciare a qualsiasi istanza rivoluzionaria. È stata la chiesa primitiva a interpretare la congiunzione temporale «finché» nel senso di una premonizione circa la breve durata della presenza storica del messia Gesù.

In realtà con l’uso della metafora delle nozze dello sposo, il Cristo voleva togliere alla liberazione d’Israele il contenuto eminentemente religioso che aveva nella mentalità ebraica più tradizionale, secondo cui lo sposo escatologico della nazione altri non poteva essere che «Dio» (cfr Is 54,5; Os 2,19).

In tal senso si può dire che Gesù, con quella metafora, si ricollega esplicitamente alla posizione del Battista, il quale si considerava non come lo sposo-messia in grado di sposare-liberare la sposa-Israele (Gv 3,29), ma semplicemente come l’amico dello sposo, che deve «diminuire» perché l’altro «aumenti» (Gv 3,30).

L’immagine dello sposo innamorato del suo popolo, che restaura la nuova Gerusalemme, la si ritrova anche nell’Apocalisse (21,2), in chiave escatologica, dopo aver preventivamente trasformato il Cristo in una divinità.

vv. 21-22) «Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio, altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi».

Il rischio maggiore del battesimo di penitenza era quello di fermarsi al momento dell’autocritica, cioè era quello di considerare inattuale la rivoluzione col pretesto che la fase dell’autocritica non era ancora terminata. Questo nel migliore dei casi. Infatti, in quello peggiore si riteneva impossibile la rivoluzione in quanto si giudicava negativamente la coscienza rivoluzionaria del popolo.

Nello stesso rischio cadevano i farisei, per i quali il digiuno diventava – agli occhi dei nazareni – una toppa di panno grezzo su un movimento vestito male, cosciente sì della necessità di una rivoluzione, ma incapace di realizzarla. Si può forse versare il vino della speranza autentica negli otri della coscienza inadeguata del vecchio giudaismo?

Qui il Cristo evidenzia la contraddizione fra essere e dover essere, fra desiderio e realtà. E anticipa anche l’esito di questa antinomia: se essa non viene risolta, la coscienza si frantuma, si autodistrugge, poiché non può a lungo sopportare un’istanza insoddisfatta, e in tal modo perde tutto, anche quello che poteva sembrare positivo.

Durante il pasto coi pubblicani in casa Levi, il Cristo si era definito come «medico» che recupera e reintegra i reietti della società, quelli espulsi dalle sinagoghe, quelli privati dei diritti civili e religiosi; ora si definisce come «sposo», cioè come messia che offre a tutto il popolo la possibilità di un riscatto generale. Chi meno lo comprende sono proprio le persone più impegnate sul fronte etico-politico.

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Autore: laicusblog

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