Sul concetto di riproduzione sessuale

Quando Mc 12,25 dice che nel regno dei cieli non ci saranno né «moglie» né «marito», perché si vivrà come «angeli», sta dicendo una cosa sensata o molto strana? Nella Lettera ai Galati (3,28) Paolo, dicendo che «in Cristo» non c’è più né uomo né donna, si riferiva al presente, per indicare un’uguaglianza di tipo etico-religioso, non si riferiva necessariamente o esclusivamente al futuro ultraterreno.

Un ebreo non avrebbe mai fatto un’affermazione come quella riportata nel vangelo di Marco, tant’è che a Gesù, nel vangelo di Matteo (22,23 s.), posero una domanda ipotetica su chi sarebbe stato il marito di quella donna che, a causa delle continue vedovanze, ne aveva avuti sette. Qui Matteo non fa che ribadire la tesi religiosa di Marco: «Nella risurrezione non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo».

Essendo il concetto di «riproduzione» insito nella natura umana, vien da chiedersi in che senso vadano intese parole del genere. Conoscendo la tendenza della religione ad associare sesso a colpa, parrebbe relativamente facile la risposta. Tuttavia, sotto questo aspetto l’ebraismo era assai meno morboso del cristianesimo, per cui ci si chiede da dove venga fuori una tale visione dell’aldilà.

È infatti difficile mettere in dubbio che là dove esiste un rapporto di coppia, è impossibile non prevedere una riproduzione sessuale, tant’è che, se la si vuole evitare, occorre ricorrere a strumenti artificiali. E non possiamo certo pensare che il cristianesimo primitivo ipotizzasse che nell’aldilà non fosse possibile alcun rapporto di coppia, alcun rapporto d’amore, se non quello, del tutto spirituale, nei confronti della divinità o di Gesù Cristo.

Indubbiamente è vero che l’uomo e la donna non si mettono insieme anzitutto per riprodursi, ma perché si amano, si sentono attratti reciprocamente, posto che il rapporto sia libero in entrambi. La riproduzione è solo una conseguenza: inevitabile, certo, se il rapporto è naturale, ma non prioritaria. La riproduzione è una conseguenza dell’amore reciproco: non va considerata un onere, né un dovere, ma un fatto naturale che dà gioia alla coppia, soprattutto se questa è libera di far crescere il figlio nel modo migliore o come desidera.

La riproduzione non può essere considerata come qualcosa di necessario solo perché esiste la morte. Se l’interpretazione dei passi di Marco e di Matteo deve basarsi sulla considerazione che nel regno dei cieli non può esserci sessualità (a fini riproduttivi) in quanto non esiste la morte, allora dobbiamo dire che siamo in presenza di una verità che di religioso ha molto poco. La religione cristiana non ha forse rinunciato al valore del materialismo in nome dello spiritualismo più puro? E allora perché negare la riproduzione facendo leva sul fatto che avremo un’esistenza individuale assolutamente eterna?

La riproduzione non dovrebbe mai essere concepita come una necessità, ma come il frutto della libertà. Ecco perché non si capisce perché nei vangeli venga detto che nell’aldilà non ci sarà né maschio né femmina. Si voleva forse dire che non esisterà l’amore? E che se anche esisterà, vi sarà comunque qualcosa che impedirà alla coppia di riprodursi? E questa sarebbe la spiritualità del cristianesimo?

Quanto meno sarebbe stato meglio dire che la riproduzione è indipendente dalla sessualità, cioè dal rapporto di coppia. Oppure che potranno esistere diverse «forme» di riproduzione. È assurdo pensare che uno spazio infinito come quello dell’universo possa essere popolato da un numero finito di esseri umani, quale sarà quello di noi su questo pianeta.

È vero, la sessualità noi umani, su questa Terra, la identifichiamo con la genitalità, ma, a partire da Freud, siamo stati indotti a considerarla come una forma di «passione» o di «pulsione», che non necessariamente coincide con la genitalità. La pulsione dell’Es è una fonte di piacere in senso lato. Freud sbagliava a considerarla come del tutto priva di regole morali, di finalità etiche, di leggi sociali. La vedeva in maniera avalutativa (al di là del bene e del male), come qualcosa da controllarsi con l’Io e il Super-io, onde evitare che sfugga di mano e ci induca a compiere delle sciocchezze, in nome del proprio assoluto egoismo o egocentrismo.

Freud aveva intuito qualcosa di vero, e cioè che dentro ognuno di noi vi è una scintilla di luce che vuole ardere come un fuoco, ma aveva dato a questo istinto una lettura negativa, condizionata dalla filosofia irrazionale di Schopenhauer, oltre che dal fatto che con la prima guerra mondiale l’uomo europeo si era come autodistrutto.

Il fatto è però che gli esseri umani, nonostante quella spaventosa guerra, cui seguirà un’altra ancora più devastante, non smettono mai di desiderare di riprodursi. Vedendo così tanta distruzione, che porta con sé conseguenze deleterie per molto tempo, uno potrebbe pensare che, in un mondo del genere, sarebbe meglio riprodursi il meno possibile (un consiglio che già Paolo di Tarso nelle sue lettere dava). Eppure continuiamo a farlo, a volte senza neppure saperne con chiarezza le motivazioni: pensiamo di aggiungere un senso ulteriore alla nostra vita di coppia facendo dei figli. Cioè ci affidiamo al caso, dicendo che non li abbiamo cercati, ma anche che non li avremmo rifiutati se fossero venuti. Ci autoconvinciamo, forse non senza illusione, che i nostri figli saranno più saggi di noi, più razionali ed altruisti, per cui speriamo che il loro destino sia migliore del nostro.

Pensiamo queste cose senza essere capaci di fare qualcosa di concreto per rendere questo mondo davvero migliore, qui e adesso. Siamo terribilmente ingenui e fatalisti. Siamo convinti che la storia sia maestra di vita e che le lezioni del passato ci serviranno per non ripetere gli stessi errori. Privi come siamo di senso della realtà, preferiamo cullarci in una concezione magica del futuro.

Paradossalmente dovremmo avere una concezione della vita del tutto opposta a quella dei vangeli, e cioè dovremmo pensare alla riproduzione come a qualcosa che può realizzarsi con chiunque, in autonomia e in libertà, col consenso di chi vuole parteciparvi; qualcosa che, per funzionare, dovrebbe semplicemente sottostare a regole elementari, a limiti invalicabili, com’è naturale che sia, ma che in ogni caso non può non esistere, in quanto, se ciò fosse vero, sarebbe contrario a qualunque principio di umanità.

I figli fanno parte di una riproduzione il cui significato va ben oltre la sessualità. La riproduzione va intesa come un’espressione di creatività, per realizzare la quale la differenza di genere (maschile e femminile) è di capitale importanza, non è semplicemente un qualcosa di funzionale allo scopo, ma è all’origine di tutto. In principio non esiste l’uno solitario e indifferenziato, ma il due bipolare, i cui opposti si attraggono e si respingono.

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Autore: laicusblog

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