Sulla questione dei «segni» Mc 8,11-13

[11] Allora vennero i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova.

[12] Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione».

[13] E lasciatili, risalì sulla barca e si avviò all’altra sponda.

*

La questione del «segno dal cielo» viene collocata dai Sinottici in una più ampia requisitoria contro il partito farisaico, uno degli interlocutori privilegiati del movimento messianico.

Nei capitoli 7 e 8 del vangelo di Marco vengono poste sotto accusa varie consuetudini e interpretazioni farisaiche della legge mosaica, quali p.es. l’idea che la «purezza interiore» possa coincidere con quella «esteriore» che si pratica osservando scrupolose regole dietetiche, nonché l’idea che un giuramento di tipo «religioso» possa esimere i figli dall’assumersi delle responsabilità «civili» nei confronti dei propri genitori in stato di bisogno.

L’idea di «politica» che avevano i farisei, secondo cui solo pochi erano veramente in grado di esercitarla, si esprime appunto nella richiesta di esibire un «segno» convincente («dal cielo») con cui dimostrare la pretesa alla messianicità.

Anche durante la cacciata dei mercanti dal Tempio gli avevano chiesto a che titolo, con quale permesso facesse queste cose (Mc 11,27 ss.). E lui aveva risposto che per compierle non c’era bisogno di alcuna particolare autorizzazione: era l’evidenza (della corruzione) che lo esigeva. Lo stesso aveva pensato, prima di lui, seppur in forme più etiche che politiche, il Battista, un uomo non del «potere» ma del «popolo», che il «potere» non aveva voluto né riconoscere né proteggere.

Analoghe domande gli ponevano quando trasgrediva il sabato in nome di una grave esigenza da soddisfare: assistere i malati. Chiedevano un «segno» proprio mentre negavano l’«evidenza». Era solo il popolo che capiva che «insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi» (Mc 1,22).

A motivo di queste continue richieste di attestare la propria credibilità, Gesù qui paragona i farisei ai loro avversari: gli erodiani, palesemente collaborazionisti con Roma (Mc 8,15). I discepoli stentano addirittura a comprenderlo, poiché l’appoggio dei farisei pareva decisivo, vista la loro influenza nell’ambito delle sinagoghe, per compiere una rivoluzione anti-romana.

Ecco perché egli rifiuta sempre di dimostrare con un «segno» straordinario di essere autorizzato ad aspirare alla leadership di Israele contro Roma. Non vuole far valere alcun carisma particolare, non vuole imporsi in modo autoritario, non vuol dimostrare militarmente d’essere più forte di qualsivoglia legione romana. Chi chiede un «segno» di tipo «miracoloso», eccezionale, inevitabilmente finisce col promuovere il culto della personalità.

Nicodemo, uno dei leader farisei di minoranza, riferendosi all’epurazione del Tempio, compiuta da Gesù, si risparmiò di cadere in questa assurda pretesa, affermando con sicurezza che «nessuno può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui» (Gv 3,2). Eppure anche questa ammissione al Cristo non bastò, proprio perché non voleva che si pensasse che aveva lottato per la democrazia solo perché un’entità religiosa (in questo caso «dio») l’aveva autorizzato.

Tuttavia i redattori cristiani (inclusi i manipolatori del quarto vangelo) han sempre sostenuto che il Cristo si rifiutava di concedere un «segno» specifico, cioè una prova inconfutabile della propria messianicità (anzi, «della propria divinità»), poiché, per averla, sarebbe stato sufficiente dedurla dalle straordinarie guarigioni che operava.

Se guarire un lebbroso o un paralitico o un cieconato non poteva costituire per i giudei una «prova» che Gesù fosse il messia (i vangeli addirittura li accusano di aver preteso una prova ch’egli fosse il «figlio di dio»! come se non fosse patrimonio di certi pazzi ritenersi pari a una «divinità»!), allora anche se avesse resuscitato un morto non avrebbero creduto (Lc 16,31).

È stato il forte antisemitismo a indurre i redattori cristiani ad affermare simili sciocchezze. In realtà nemmeno per il Cristo le guarigioni (se mai siano state compiute così come vengono descritte) avevano la pretesa di porsi come «segni» inconfutabili della propria messianicità. Egli si rifiutava di concedere «segni inequivocabili» di alcun genere (che in pratica non possono essere offerti da nessuno), semplicemente perché ciò avrebbe leso la libertà di scelta dell’uomo.

Nella presunta attività terapica del Cristo sembra esserci stata, almeno per come appare nel primo vangelo (che resta comunque fortemente tendenzioso), la volontà di unire «desiderio di sanità psico-somatica» a «istanza sociopolitica di liberazione». Cioè in sostanza il Cristo può anche aver chiesto ai «risanati» di diventare – se possibile, nel rispetto della loro libertà – suoi seguaci, direttamente o indirettamente (cosa che non tutti, in realtà, facevano e che, non per questo, venivano puniti). Ma non è da escludere che proprio nelle guarigioni occorra vedere, a motivo del forte realismo che esprimono, il primo tentativo di mistificare la prassi politica del Cristo.

Nel migliore dei casi le guarigioni (come altre cose da lui compiute) dovevano soltanto suscitare una speranza nella possibilità del cambiamento; la decisione di aderire al manifesto programmatico e di impegnarsi responsabilmente dovevano restare il frutto di una scelta personale, decisa autonomamente, del tutto indipendente dai favori ottenuti.

Se la concessione di un favore avesse dovuto vincolarsi alla richiesta di una sequela politica, il rapporto tra Cristo e i malati sarebbe stato strumentale, oggi diremmo di tipo «mafioso», sia che le guarigioni fossero state alla portata dell’uomo, sia che fossero andate oltre le capacità umane.

In ogni caso, sostenere che, al cospetto di quelle guarigioni «miracolose», i giudei insistevano nel chiedere un particolare «segno» da parte del Cristo, affinché dimostrasse, sul piano politico, le sue buone intenzioni, la sua legittimità a governare, il suo diritto alla messianicità, significa soltanto avvalorare idee antisemitiche, facendo passare i capi politici del giudaismo come soggetti profondamente in malafede.

I redattori cristiani non si resero conto che se il Cristo avesse imposto il proprio carisma, usando la forza delle sue prodigiose guarigioni, gli ebrei, come qualunque altro popolo, l’avrebbero accolto in maniera trionfale, ma in tal modo sarebbe sorta una monarchia, non una democrazia. E se, nonostante questi segni mirabolanti, avessero continuato a dubitare ch’egli potesse essere un valido leader politico, avrebbero soltanto dimostrato d’essere migliori di qualunque altro popolo.

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Autore: laicusblog

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