Epilogo su I malati dei vangeli

Ora che siamo giunti alla conclusione, facciamo il punto della situazione.

È anzitutto probabile che nel quarto vangelo i racconti di mira­coli siano stati aggiunti proprio perché nel testo originario la loro assen­za strideva troppo con l’impianto dei sinottici.

Pur essendo sapientemente manipolato, appare chiaro che in questo vangelo Gesù non doveva affatto apparire come «grande tauma­turgo» quanto piuttosto come «politico eversivo». In tal senso la diffe­renza tra Giovanni e i sinottici sta appunto nel fatto che mentre in questi ultimi ci si è serviti dei racconti di guarigione e in genere di miracolo per mistificare l’attività politica del Cristo, nel quarto vangelo invece la misti­ficazione è avvenuta presentandolo come «grande teologo», i cui vari «segni miracolosi» dovevano semplicemente servire allo scopo di legitti­mare la sua «natura divina».

Detto questo, vediamo ora di rispondere alle due seguenti do­mande.

  1. Era davvero necessario, nei vangeli, fare guarigioni spettaco­lari nel giorno festivo per gli ebrei, al fine di dimostrare che il precetto del riposo assoluto, di fronte alla possibilità di compiere il bene in una si­tuazione di bisogno, non aveva alcuna ragione di esistere?
  2. I racconti evangelici di guarigione, i cui malati risultano sem­pre molto gravi e praticamente inguaribili per la medicina dell’epoca, sono stati redatti – vista la resistenza assoluta dei capi giudei ad accet­tare quelle terapie di sabato – con intento antisemitico?

Alla prima domanda bisogna rispondere con fermezza che Gesù Cristo non può in alcun caso essere ricorso a pratiche terapiche che andassero oltre quello che può essere considerato l’umanamente accettabile. Se anche si volessero dare per scontate talune guarigioni, queste al massimo possono aver riguardato malattie di tipo psicosoma­tico. In ogni caso è categoricamente da escludere che il Cristo, con le proprie guarigioni, volesse dimostrare che in lui era presente una natura sovrumana.

Un atteggiamento del genere, peraltro, sarebbe stato del tutto contraddittorio con la tesi del «segreto messianico» formulata e ampia­mente sostenuta nel vangelo di Marco, che fa da modello a tutti gli altri (anche nelle parti manipolate del quarto vangelo). Se il Cristo voleva servirsi delle guarigioni per dimostrare ch’era il «figlio di dio», non si ca­pisce perché non le abbia usate per convincere il suo popolo a compie­re l’insurrezione nazionale. Infatti, una qualunque guarigione definibile come «miracolistica» avrebbe avvalorato ancor più la convinzione ch’e­gli potesse essere il messia tanto atteso, visto che non avrebbe lasciato molto spazio alla decisione se credere o meno nella sua divinità.

Tuttavia, sostenere da un lato la divinità del Cristo, prendendo i miracoli come esempio paradigmatico, e pretendere, dall’altro, che le masse credessero nella necessità divina della sua morte in croce, è una tesi che, sul piano logico, non sta in piedi, neppure da un punto di vista teo-logico (tant’è che Paolo trascurò del tutto i racconti dei miracoli, con­centrandosi unicamente sulla tesi, non meno fantasiosa, della resurre­zione).

La risposta alla seconda domanda è conseguente all’imposta­zione che abbiamo voluto dare alla prima risposta. Nel senso che se si volesse dare per scontata la capacità di operare guarigioni miracolose da parte del Cristo, la pervicace ostinazione giudaica a rifiutarle soltanto perché compiute in giorno di sabato, risulterebbe del tutto inspiegabile, in quanto ci porterebbe a dare una valutazione di questo popolo (o co­munque dei suoi leader più significativi) irrimediabilmente viziata da pre­giudizi di tipo ideologico.

Nessuna persona al mondo rifiuterebbe una guarigione umana­mente impossibile solo perché esiste un giorno della settimana che ob­bliga al riposo assoluto. È vero che gli ebrei accettavano che si violasse il sabato di fronte ai casi di pericolo di vita, ma sarebbe assurdo soste­nere che di fronte a un caso di malattia inguaribile opponessero un rifiu­to alla guarigione solo perché il malato non era in pericolo di vita. Se si voleva trasformare un intero popolo in un mostro privo di scrupoli, qui ci si è riusciti perfettamente, tant’è che per rimuovere l’accusa di «popolo deicida» la chiesa romana ci ha impiegato quasi duemila anni.

Insomma è evidente che nei vangeli le guarigioni miracolose sono state elaborate, come genere letterario, da dei redattori cristiani che non solo avevano l’intenzione di dimostrare che Gesù era più che un uomo, ma che nutrivano anche un profondo disprezzo nei confronti della popolazione giudaica, considerata pregiudizialmente chiusa nelle proprie convinzioni religiose.

Nel quarto vangelo i redattori non hanno fatto altro che prende­re spunto dai racconti marciani di guarigione, ampliandoli notevolmente con una serie di elucubrazioni spiritualistiche di alto livello. Infatti, men­tre in Marco non è così evidente che Gesù facesse le sue terapie per di­mostrare ch’era «figlio di dio», qui invece la cosa appare molto chiara (benché, beninteso, in nessun vangelo Gesù si comporti mai come un terapeuta che affida alla divinità, tramite riti specifici, preghiere, invoca­zioni, la decisione di guarire l’ammalato).

Tuttavia, poiché di fronte al bisogno non c’è precetto che tenga, che cosa il Cristo possa aver umanamente detto, a proposito del saba­to, è facile intuirlo, anche a prescindere dalle guarigioni compiute. L’as­sistenza ai malati, ai poveri, persino la «fame» che prese i suoi discepoli in un campo di grano (Mc 2,23 ss.) erano motivi sufficienti per impedire che il sabato diventasse più importante dell’uomo, ovvero che una restrittiva interpretazione farisaica s’imponesse sul buon senso.

Il precetto, quanto mai laico, che Cristo formulò a proposito di tale questione è illuminante per capire che il rigorismo giudaico era del tutto fuori luogo: «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27), con l’aggiunta finale, ancora più esplicativa: «il figlio dell’uomo (e quindi l’uomo in generale) è padrone del sabato», cioè si trova nella condizione in cui può eliminarlo come una qualunque altra legge divenuta obsoleta.

In Matteo viene detto, a chiare lettere, che il sabato veniva vio­lato quando un animale domestico finiva in un fosso: «Chi tra voi, aven­do una pecora, se questa gli cade di sabato in un fosso, non l’afferra e la tira fuori? Ora, quanto è più prezioso un uomo di una pecora!» (12,11 s.). Nell’ultimo vangelo canonico (7,22) Gesù fa notare agli intellettuali giudei che i loro sacerdoti violavano consapevolmente e ufficialmente il precetto del sabato quando erano costretti ad applicare quello della cir­concisione.

Insomma ritenersi indenni da colpe solo perché si applicano ri­gidamente delle regole o solo perché ci si astiene scrupolosamente dal compiere qualunque azione, è una pretesa che di umano, alla resa dei conti, non ha proprio nulla. Anche perché «fare il bene» non può sempli­cemente voler dire «non fare il male».

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Autore: laicusblog

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