Il dubbio del lebbroso

MARCO (1,40-45)

[40] Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!».

[41] Mosso a compassione [adiratosi], stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!».

[42] Subito la lebbra scomparve ed egli guarì.

[43] E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse:

[44] «Guarda di non dir niente a nessuno, ma va’, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro».

[45] Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

MATTEO (8,1-4)

[1] Quando Gesù fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva.

[2] Ed ecco venire un lebbroso e prostrarsi a lui dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi».

[3] E Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii sanato». E subito la sua lebbra scomparve.

[4] Poi Gesù gli disse: «Guardati dal dirlo a qualcuno, ma va’ a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro».

LUCA (5,12-16)

[12] Un giorno Gesù si trovava in una città e un uomo coperto di lebbra lo vide e gli si gettò ai piedi pregandolo: «Signore, se vuoi, puoi sanarmi».

[13] Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii risanato!». E subito la lebbra scomparve da lui.

[14] Gli ingiunse di non dirlo a nessuno: «Va’, mostrati al sacerdote e fa’ l’offerta per la tua purificazione, come ha ordinato Mosè, perché serva di testimonianza per essi».

[15] La sua fama si diffondeva ancor più; folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro infermità.

[16] Ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare.

Marco (1,40-45)

40) Allora venne a lui un lebbroso:

Violando le norme severissime che lo costringevano all’isola­mento, un lebbroso esce dal suo lazzaretto e va incontro a Gesù, tro­vandolo – si può presumere – all’interno di una casa (vedi i vv. 43 e 45). Il luogo è isolato (Marco neppure lo nomina), situato quasi certamente nella regione della Galilea. Matteo, che parla di folle ai piedi di un monte, intente ad ascoltare la predicazione di Gesù, e Luca, che colloca quest’ultimo in un qualunque villaggio, non riescono ad accettare che una guarigione così grande venga fatta lontano da tutti: pur di dimostrare la diversità del maestro-taumaturgo dai colleghi del suo tempo, essi non si fanno scrupoli nell’accostare un malato di questo genere a una folla più o meno numerosa (e comunque già alquanto credente). Stando invece alla laconica versione di Marco, i diretti protagonisti dell’episodio, inclusi i testimoni oculari, sono ben pochi: i padroni di quella casa, del tutto anonimi, il malato e Gesù, che con qualche suo discepolo aveva cercato di sottrarsi alle pressanti richieste terapeutiche dei cittadini di Cafarnao (cfr. Mc 1,35). Molto probabile è la presenza delle due coppie di fratelli galilei: Andrea e Pietro, e giudei: Giacomo e Giovanni.

L’anonimo leprosus sa chi è Gesù, sa che può guarirlo e sa che non lo denuncerà: altrimenti non rischierebbe la lapidazione per andarlo a trovare. Ne avrà sentito parlare, difficilmente lo avrà visto all’opera. Ri­schia molto, ma la posta in gioco è alta. Non ha mandato a chiamare il guaritore, invitandolo a venire nel leprosario: forse non si fida delle ca­pacità persuasive degli altri, oppure pensa che con un contatto diretto e personale gli sarà più facile ottenere quello di cui ha bisogno. Il vangelo non parla di alcun accompagnatore. D’altra parte le gambe reggono il malato molto bene: la lebbra non l’aveva colpito da molto tempo. Senza considerare che il termine «lebbra» non indica, né in ebraico né in gre­co, una malattia specifica, per cui poteva anche trattarsi di una malattia della pelle.

La congiunzione con cui Marco apre, nel testo greco, questo racconto, segna un forte distacco da ciò che precede, ma vedremo che non sarà difficile trovargli una collocazione temporale.

40) lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!».

Il lebbroso supplica Gesù in due modi: gestuale e verbale. Con la genuflessione sembra che mostri il dovuto rispetto. Ma si ha l’impres­sione che Luca e Matteo esagerino nel valutare positivamente lo stato d’animo del postulante. A loro giudizio, infatti, il malato non ha solo una sicura consapevolezza di quanto Gesù «possa» fare, ma ha pure un at­teggiamento ben disposto, umile, fiducioso, correlato a una particolare riverenza per questo grande guaritore; tant’è vero che non lo prega a una certa distanza (come in Marco), ma gli si prostra ai piedi, chiaman­dolo addirittura «Signore».

In realtà, la supplica orale rende esplicito non solo il motivo del­la prosternazione (già fin troppo intuibile, nel contesto), ma anche la mo­dalità con cui il malato, uscito dal ghetto dove avrebbe dovuto vivere, si è presentato in quel luogo. Sulla base di questo secondo aspetto già si può cominciare a comprendere come l’omaggio tributato al grande guaritore sia alquanto relativo: solo leggendo Marco è possibile accorgersi di queste sfumature.

La relatività dell’omaggio la si nota soprattutto nella preghiera orale, allorché il lebbroso, pur essendo certo che Gesù ha il potere di guarirlo, non lo è allo stesso modo nei riguardi della sua volontà. In coe­renza col proprio atteggiamento spurio, l’uomo si esprime usando una formula dubitativa: cioè egli non solo supplica la volontà di Gesù, ma con un «se» ipotetico del tutto fuori luogo, la pone anche in dubbio. Ov­viamente per Luca e Matteo (e per l’interpretazione ufficiale della teolo­gia cattolica) le cose non stanno in questi termini. Il «si vis» per loro è equivalente a una richiesta di cortesia: è come se avesse detto «per fa­vore» o «ti prego»; o è addirittura una manifestazione di umiltà: «non sono degno di ricevere questa guarigione». Una tale interpretazione, tuttavia, è troppo semplicistica per essere vera: vedremo che molti indizi la contraddicono.

Di che cosa dubita il lebbroso? Non del fatto che la volontà di Gesù sappia agire per un fine di bene (altrimenti egli ora non sarebbe lì a supplicare), ma del fatto che tale volontà sappia sempre agire così, in ogni situazione e circostanza. In altre parole, egli è convinto che chi possiede un determinato potere non sempre ha la volontà di usarlo per il bene della collettività. Gesù insomma potrebbe anche essere un guari­tore «cattivo».

Ci chiediamo: è giusto porsi un dubbio del genere? Se si consi­dera la domanda nella sua astrattezza, la risposta non può essere che affermativa. Teoricamente infatti possiamo anche supporre che gli uomi­ni non sempre si servono dei loro poteri per scopi utili e convenienti alla collettività; anzi, quando non si conoscono le loro azioni o quando si co­noscono soprattutto quelle negative, il dubbio sulle loro buone intenzioni diventa non solo legittimo ma anche necessario, a titolo per così dire precauzionale. Con ciò naturalmente non si vuole sostenere la legittimi­tà di un processo alle intenzioni. Il fatto è però che i buoni propositi van­no dimostrati, almeno quel tanto che basta per non costringere la nostra fiducia (cui non possiamo rinunciare) a compiere un salto nel buio.

Qui tuttavia il caso è un altro. Il lebbroso ha dimostrato, dicendo «tu puoi», di conoscere Gesù e di sapere quanto lui è capace di operare per il bene della gente (in senso fisico e morale), o per lo meno di quan­to bene è stato capace fino a quel momento. Che ragione ha quindi di credere che proprio adesso egli potrebbe essere capace anche di «male»? C’è forse stato un momento, prima di questo, in cui Gesù ha preferito usare i suoi poteri per trarne un vantaggio esclusivamente per­sonale? Marco lo esclude, ma la sua testimonianza potrebbe non esse­re obiettiva. Supponiamo pertanto, mettendoci dalla parte del lebbroso, che Gesù, in una disgraziata circostanza, si sia comportato in modo sconveniente, per debolezza o per interesse. Ciò renderebbe forse lecito il dubbio? Ancora una volta dobbiamo rispondere di sì, ma solo in astratto. In effetti, nella vita reale un dubbio del genere sarebbe solo l’espressione di uno schematico fariseismo. Un uomo che, mentre spera d’ottenere un favore di così eccezionale importanza per la sua vita, preferisce indignarsi a causa di una passata défaillance del guaritore, facendo di quell’episodio una pietra angolare per giudicare tutta la sua vita o un sintomo indicativo della sua intera personalità – un uomo di questo genere sarebbe soltanto uno stupido moralista, un idolatra della legge. E non è certo questo il caso del nostro ammalato, che stupido non è e che, se si vuole, andrebbe rimproverato del contrario. (Si badi: neppure noi vogliamo formalizzarci. Quest’uomo ha ammesso di conoscere Gesù, dunque sa che oltre a guarire, predica anche la venuta di un regno imminente di liberazione. Forse per questo avrebbe dovuto chiedergli parole politicamente edificanti in luogo della guarigione? Nessuno avrebbe il coraggio di biasimarlo per non averlo fatto. Forse però questo giustifica la pretesa di porre delle condizioni per ottenere il favore? È su questo che dobbiamo puntare l’attenzione).

Delle due insomma l’una: o Gesù è quel «posseduto da Beelze­bul» indicato dagli scribi mandati dal Sinedrio di Gerusalemme (cfr. Mc 3,22), in cerca solo del proprio tornaconto, e allora il dubbio è lecito; op­pure il lebbroso è scettico per altre ragioni. Se la prima ipotesi fosse vera, il dubbio ovviamente sarebbe legittimo (mentre la disperazione del lebbroso aumenterebbe all’inverosimile), ma noi non riusciremmo a ca­pire il senso generale, complessivo, del racconto. Proviamo dunque a escluderla e soffermiamoci ad analizzare la seconda ipotesi.

La tesi da dimostrare, in sostanza, non è che la seguente: in assenza delle concrete condizioni che legittimano l’uso del dubbio intel­lettuale, il fatto che qui il lebbroso non abbia saputo evitare di formularlo porta in definitiva a credere (supposta l’intelligenza del soggetto) che in quel «se» non si nasconda semplicemente un dubbio, ma piuttosto un pregiudizio, di ordine morale e psicologico, il quale, essendo radicato nell’inconscio, è emerso alla coscienza in modo del tutto spontaneo, cioè involontariamente. Quest’uomo ha sì accettato Gesù come «gran­de guaritore», ma nel contempo – senza un motivo plausibile – l’ha rifiu­tato come «guaritore buono».

Siamo convinti che se si fosse trattato soltanto di un dubbio in­tellettuale, anche la furbizia di un adolescente avrebbe saputo evitarlo. Dietro il «se vuoi» si nasconde in realtà un dramma personale, avvertito in modo molto acuto dal soggetto in questione. Da dove nasce dunque questo pregiudizio? È difficile dirlo: qui si può solo ipotizzare. Forse da precedenti esperienze con guaritori (e non) risoltesi negativamente. Noi non possiamo sapere com’egli aveva contratto la malattia: disattenzio­ne, casualità, dolo…? Tuttavia, in quel «se vuoi» sembra ch’egli voglia sottintendere d’aver spesso cercato, ma inutilmente, una persona dispo­sta a guarirlo, o per lo meno disposta a comprenderlo e aiutarlo. Non era certamente questa la sua prima supplica. Se non si forzasse troppo il suo significato potremmo addirittura leggerla così: «se almeno tu vuoi», dando all’avverbio restrittivo tutta l’enfasi che il momento richie­de.

La naturale indifferenza della gente, unitamente all’emargina­zione in cui la legge mosaica obbligava i lebbrosi a vivere, devono aver­lo progressivamente indotto a maturare un notevole pessimismo nei confronti della solidarietà e della giustizia degli uomini. Il «se» che mette in dubbio la buona volontà di Gesù, in pratica implica delle espressioni di contenuto analogo: «se sei buono guariscimi»; «se non lo fai è per­ché non vuoi»; «non vuoi perché sei come gli altri», ecc. Un «se» ricat­tatorio, come ben si può notare, che Gesù qui tollera unicamente perché la sua attività politica era appena agli inizi in Galilea.

Parlando di emarginazione e di indifferenza si può in parte atte­nuare la gravità del dubbio in questione, ma solo in parte. A ben guarda­re, infatti, tanto l’una quanto l’altra non possono che essere considerate naturali e inevitabili, almeno per i tempi di allora. Il lebbroso, se voglia­mo, può anche aver incontrato persone radicalmente ostili alla sua con­dizione di malato, ma è assai improbabile ch’egli abbia incontrato perso­ne che, in potere di guarirlo, scientemente e volontariamente si siano ri­fiutate di farlo (l’eccezione in questo caso non farebbe la regola); oppure tutte persone che, pur non essendo capaci di guarirlo, non abbiano fatto assolutamente nulla per assisterlo (ovviamente nei limiti loro possibili).

Tanto l’indifferenza della gente quanto la durezza della legge mosaica non avevano unicamente come scopo quello di suscitare senti­menti di auto-condanna nella coscienza di questi ammalati, i quali dove­vano per forza credere, vigendo ufficialmente l’idea di un dio giusto giu­dice, che qualcosa di molto grave, da un punto di vista etico, dovevano aver commesso per meritarsi un castigo così grande (a meno che non stessero pagando il prezzo di colpe commesse dai propri antenati, lon­tano anche sette generazioni!). Gli ebrei non credevano assolutamente che tali disgrazie potessero colpire a caso o comunque per motivi etici di secondaria importanza. È anche vero però che, in presenza d’una malattia così incurabile (non dimentichiamo che allora la lebbra equiva­leva alla morte), c’era senz’altro una ragione in più per cercare di garan­tire a tutta la collettività una prassi di tutela e prevenzione.

Gli ebrei associavano la malattia alla colpa perché avevano una concezione moralistica dell’esistenza. Non sapendo come risolvere i problemi sociali che li affliggevano quotidianamente (alcuni dei quali erano fonte delle stesse malattie), tendevano a criminalizzare gli indivi­dui più esposti a queste contraddizioni, e cioè i malati, gli emarginati, le prostitute… inclusi coloro che svolgevano mestieri proibiti dalla legge. Era un modo sbrigativo di rispondere ai drammatici perché della vita. Anche oggi d’altra parte c’è chi, nell’ambito della chiesa romana, sostiene che l’Aids sia una giusta punizione per omosessuali e tossicodipendenti.

Ai vertici della sapienza ebraica stava il filosofo Giobbe che, ri­fiutando di associare la malattia alla colpa, considerava le proprie di­sgrazie una prova cui dio l’aveva sottoposto, non prima naturalmente d’averla proporzionata alle sue forze. «Se da Dio si accetta il bene, non si deve accettare anche il male?» (Gb 2,10), così aveva risposto alla tentazione auto-giustificazionista che la moglie gli aveva suggerito col dire: «Rimani ancora fermo nella tua integrità? Impreca a Dio e muori!» (Gb 2,9).

Ma anche in questo caso non erano stati fatti molti passi avanti. Giobbe invitava alla rassegnazione e a superare la prova con stoica vo­lontà, nella consapevolezza – direbbe Kierkegaard – che «di fronte a Dio l’uomo ha sempre torto», anche quando è convinto d’essere inno­cente o di non aver fatto nulla di così grave da meritarsi un castigo del genere. Giobbe non aveva lo sguardo rivolto verso il futuro, cioè verso la possibilità di modificare i rapporti sociali esistenti: la malattia l’aveva circoscritta nell’ambito della propria coscienza, e così la prova, che do­veva servire a verificare una fede già presente, la disponibilità ad accet­tare una situazione non modificabile.

Viceversa, nel vangelo di Giovanni Cristo dà ai suoi discepoli una risposta più impegnativa: «Né lui ha peccato – disse riferendosi al cieconato –, né i suoi genitori, ma è così perché si manifestino in lui le opere di Dio»(9,3). Il che significa, detto in modo più «laico»: il limite va visto come occasione per migliorare le cose, per mettere alla prova le capacità proprie e altrui; le contraddizioni vanno viste come «il motore della storia» – direbbe Marx – e non come un peso da sopportare o, peggio, come un pretesto per affermare nuovi rapporti di dominio.

Ma torniamo al lebbroso di Marco. La suscettibilità di quest’uo­mo, il suo rifiuto radicale (e ineccepibile) di considerare la malattia come un giusto castigo per delle colpe commesse o una prova da superare con rassegnazione, fa da pendant ad una sorta di fraintendimento della realtà. Gli uomini infatti possono anche rifiutare certe contraddizioni, ma non prima d’averne assunto una qualche responsabilità, o comunque non prima d’aver saputo indicare con più o meno coerenza una propo­sta risolutiva. Contestare soltanto è troppo facile perché si possa anche pretendere d’aver ragione.

Il lebbroso di Marco, in sostanza, ha confuso la mancanza di «potere» della sua gente con la mancanza di «volontà». Probabilmente molte volte si sarà sentito rispondere alle sue richieste di «vita» frasi tipo: «vorrei ma non posso». Ebbene, egli col tempo deve aver dato a queste sincere intenzioni (incapaci però di produrre fatti concreti, alter­nativi a quelli dominanti) un significato sempre più riduttivo: «se volesse­ro veramente, mi avrebbero già guarito», «se mi amassero veramente, non mi avrebbero abbandonato». Ecco perché ora cerca una persona che voglia «veramente», che lo ami «veramente».

Ma la pretesa è fuori luogo, e per il semplice fatto che questo lebbroso non si vuole lasciar coinvolgere nei limiti della sua gente. Natu­ralmente sarebbe troppo sperare di vederlo chiedere che si faccia qual­cosa perché in futuro non accadano altri casi come il suo, o sperare di sentirlo contestare la malattia mettendo in discussione i meccanismi so­ciali che la producono e la alimentano. I fatti comunque dimostrano ch’egli ha posto una domanda nei termini più sbagliati: «perché proprio io e non un altro?», e ha preteso inoltre una risposta immediata e con­vincente.

Il pregiudizio nei riguardi di Gesù nasce proprio da questo orgo­glio: la pretesa di voler guarire in mancanza delle condizioni concrete per poterlo essere. La guarigione è avvertita come un diritto assoluto, inderogabile: ciò che appunto determina, come logica conseguenza, il pregiudizio col quale si dubita delle buone intenzioni del guaritore, ovve­ro del fatto che questi voglia compiere la terapia senza tener conto dei propri interessi. Banalizzando, potremmo riformulare così l’espressione di questo lebbroso: «tu devi guarirmi perché puoi» (l’orgoglio); «se non mi guarisci è perché non vuoi» (il pregiudizio).

Orgoglio e pregiudizio sono presenti in questo lebbroso proprio perché egli avverte la sua malattia come un’inspiegabile condanna e non come il frutto di un limite sociale, un limite che coinvolge tutti gli uo­mini, e quindi anche lui. L’esigenza della guarigione è avvertita secondo una logica di tipo giuridico: del diritto proprio e del dovere altrui. Una lo­gica che, normalmente, subentra nel momento stesso in cui non si sa che risposta dare al problema del senso della malattia. Sopravvalutando la questione del merito personale, della propria innocenza o estraneità nei confronti delle contraddizioni sociali, e sottovalutando la questione dell’oggettività storica, caratterizzata da limiti e possibilità abbastanza determinati, il lebbroso si è poi trovato incapace di inventare una rispo­sta plausibile alla sua condizione di malato, una risposta cioè che fosse compatibile alle modalità e alle esigenze del suo tempo; e si è trovato per così dire costretto a darsene una di tipo soggettivistico, irrazionale: «la malattia non ha senso».

La lebbra è per lui una condanna troppo dura da sopportare perché troppo difficile da capire: per questa ragione egli non solo si sen­te un reietto della società, ma anche un uomo abbandonato a un crude­le destino. Convinto di non aver commesso nulla di «peccaminoso» per meritarsi un tale castigo, quest’uomo accusa tutto il mondo che lo cir­conda d’aver compiuto un’ingiustizia, un’arbitraria discriminazione. La società, il destino o dio, la storia stessa: tutto e tutti gli appaiono «mostri» da combattere. Se non fosse così, non avrebbe potuto mettere in dubbio la pietà del guaritore proprio mentre la supplicava.

Il suo pessimismo esistenziale è cosmico e insieme ribelle, ma di un ribellismo velleitario, poco cosciente. Qui non si discute il diritto che questo lebbroso aveva di rifiutare la sua malattia, ma piuttosto l’at­teggiamento con cui lo rivendica. La liberazione era finalmente arrivata e sarebbe stato stupido non approfittarne, ma era quello il modo giusto? Quest’uomo voleva essere sanato a tutti i costi, voleva una liberazione che s’imponesse da sé, senza il concorso responsabile di tutti gli uomi­ni, cioè di coloro che la desiderano. Il suo desiderio di liberazione non aveva lo sguardo rivolto alle sofferenze del suo popolo.

41) Adiratosi (mosso a compassione), stese la mano, lo toccò

Mettiamoci nei panni di chi ha vissuto per molti anni una vita agiata o comunque senza particolari problemi, e che dal giorno alla not­te si trova a vivere una condizione di super-emarginato, additato dalla gente come un «maledetto da dio», costretto a urlare a gran voce, ogni volta che incontra qualcuno: «impuro, impuro!» – cosa faremmo al suo posto? Quali sublimi pensieri potremmo maturare nella nostra coscien­za? Forse che il malato, solo perché malato, dev’essere anche buono di carattere? No, certo, ma forse questo può autorizzarlo a insultare men­tre supplica?

Di questa drammatica ambivalenza il Gesù terapeuta, che non si è sentito indotto a troncare il rapporto, si deve essere reso facilmente conto, se è vero che manifestò, non «compassione», ma «sdegno» o «irritazione» – come vuole la versione più antica, che alla chiesa però non piace. Matteo e Luca, avendo posto in buona luce, sin dall’inizio, il nostro ammalato, non potevano comprendere il senso della collera di Gesù, per cui hanno preferito toglierla. Così, in pratica, hanno confer­mato, senza esplicitarla, la variante usata dal secondo redattore del vangelo di Marco (o da un copista poco intelligente): e cioè «compassio­ne» in luogo di «irritazione». Oggi gli esegeti tendono a collegare l’ira alla constatazione del dualismo fra volontà divina (in sé positiva) e real­tà oggettiva del male. Ma questa giustificazione, oltre che apologetica, è anche riduttiva.

Dunque Gesù non ebbe compassione? Noi vogliamo credere che la ebbe, e almeno per due ragioni. Una è immediatamente evidente: la sofferenza fisica (ma questo non è un motivo sufficiente per compiere la guarigione). L’altra la si può dedurre: il dramma di una coscienza che rifiuta di dare un senso alla malattia (ma anche questo non è un motivo sufficiente per compiere la guarigione). In altre parole, la compassione potrebbe anche esserci stata, come un «segno» dell’umanità di Gesù, ma l’ira, in questo caso, ha un valore superiore, di giustizia. Non dimen­tichiamo che le guarigioni – ammesso e non concesso che Gesù le ab­bia fatte – erano sì gratuite ma non fini a se stesse. Nel vangelo di Mar­co Gesù cerca sempre e comunque di sollecitare gli ammalati (o i loro parenti ed amici) a credere nella possibilità di una liberazione più gran­de, che non riguardava soltanto le malattie fisiche ma anche quelle so­ciali, la prima delle quali era senz’altro il senso d’impotenza nei confronti degli oppressori romani. Appellandoci dunque alla compassione, po­tremmo anche giustificare la guarigione di un malato incapace di com­prendere le esigenze di liberazione sociale e nazionale, ma non prima d’aver ammesso che l’obiettivo principale del politico-terapeuta era un altro.

La mano viene appunto tesa per dimostrare la presenza di una nuova volontà. Toccandolo nei sensi spera di toccarlo nei sentimenti, nell’intelligenza, cioè spera di umanizzarlo. Il toccarlo non è una sempli­ce dimostrazione di potenza, perché di questa il lebbroso era già sicuro. Si trattava piuttosto di una concessione di fiducia. Se il lebbroso può credere nella «buona volontà» del terapeuta solo a condizione d’essere risanato, si potrà anche fare – considerata la tappa iniziale della predi­cazione evangelica – uno strappo alla regola. Se poi neppure questo basterà, allora sarà stata persa una grande occasione, quella di una conversione di mentalità, in virtù della quale si sarebbe potuto operare per un fine sociale di rinnovamento. Il malato insomma doveva capire che l’invulnerabilità di Gesù alla lebbra, o comunque ai suoi condiziona­menti, non dipendeva né dalla fortuna né dal caso (quella fortuna o quel caso che inspiegabilmente promuove uno e respinge l’altro), ma dipen­deva da una forza e da una volontà sconosciute al potere dominante, con le quali egli aveva intenzione di costruire una nuova società.

Gesù quindi non si piega al ricatto per la disperazione del mala­to, ovvero per la pietà del caso (anche s’egli non può essere rimasto in­differente al coraggio del malato di rischiare la vita violando la legge sul­la segregazione), ma vi si piega per insegnare agli oppressi della sua nazione a credere nella possibilità di una vita nuova. Solo un forte desi­derio di liberazione nazionale poteva indurlo a concedere un favore sen­za le necessarie condizioni soggettive per ottenerlo. In futuro agirà di­versamente, semplicemente perché – al cospetto dei suoi numerosi «segni» – vi sarà una ragione in meno di dubitare della sua affidabilità politica e/o morale.

41) e gli disse: «Lo voglio, guarisci!».

La lebbra non era stata per il malato un’occasione per riflettere sull’esistenza degli uomini, ma una maledizione da togliere. Vissuta e concepita così essa non serviva a nulla. Ecco perché il lebbroso viene posto di fronte a una diversa opportunità di vita. Saprà fare la guarigione quanto la malattia non è riuscita a fare? E così, dopo aver dimostrato coi fatti che le sue intenzioni e finalità sono positive, Gesù ora glielo conferma esplicitamente e ufficialmente con le parole: la volontà agisce di comune accordo col potere. Non si limita a fare una semplice dichia­razione di guarigione: «sii mondato», ne fa anche una di volontà, proprio perché il malato aveva dubitato.

Grazie a quelle semplici ma univoche parole il lebbroso avreb­be dovuto capire due verità fondamentali, concomitanti: 1) che l’emargi­nazione (sociale e «legale»), nonché la stessa malattia, dipendevano da un difetto di potenza, connesso a una comune responsabilità degli uo­mini, in cui anche il lebbroso avrebbe dovuto sentirsi coinvolto; 2) che questo difetto di potenza poteva essere risolto solo in base a una nuova esperienza, cioè in base a una diversa volontà di ottenere le cose, con­formemente alle possibilità oggettive offerte dalla società. Gli uomini in­somma non avevano saputo guarire il lebbroso non perché non voleva­no, ma perché non potevano, e non potevano perché non sapevano come volerlo. Gesù esprime appunto questa nuova «intelligenza», la quale si basa sull’esperienza di una nuova «forza». Egli sa adeguarsi alle vere esigenze della società, e questo non tanto nel momento in cui guarisce straordinariamente gli ammalati, quanto piuttosto nel momento in cui, facendolo, vuole offrire un segno di potenza, espresso umana­mente, per indurre il popolo a volere un bene molto più grande: la libe­razione d’Israele. Non un miracolo li avrebbe salvati dalla schiavitù ro­mana, ma la fede del popolo nelle sue proprie forze. Lo stesso concetto di «miracolo» avrebbe perso di significato.

42) Subito la lebbra scomparve ed egli guarì.

La guarigione è totale e immediata. Se si cercano delle analo­gie con il caso di Naaman il siro, guarito da Eliseo (2 Re 5,9-14), si re­sterà delusi. I discepoli di Gesù ne sono testimoni, anche se Marco non parla della loro presenza. Qui non serve un particolare cerimoniale: il lebbroso non l’avrebbe tollerato, né Gesù lo ha ritenuto indispensabile, anche perché aveva già capito il suo «paziente». Per convincerlo a fi­darsi di lui, Gesù sapeva che doveva guarirlo in quel modo e non, p. es., a tappe diverse, progressivamente, come farà in altri casi. Quando la di­sperazione è grande, ogni tergiversazione rischia di apparire come un gioco crudele, specie se il postulante difetta di lungimiranza.

43) E, ammonendolo severamente, lo rimandò

Quest’uomo non può ancora andare «avanti» – come Gesù avrebbe sperato – ma deve, almeno per il momento, tornare «indietro». Non gli ha potuto dire: «vieni e seguimi», perché sapeva che non ne sa­rebbe stato capace, ma gli ha dovuto dire, e con tono minaccioso: «tor­na dai tuoi». È costretto a rimandarlo perché conosce la sua ostinazio­ne, la sua riottosità a capire, a cambiare mentalità; sa che quanto gli è accaduto non riesce a comprenderlo nel suo significato più profondo e che, per questo, rischia di sprecarlo.

Per non passare da un orgoglio a un altro, da un pregiudizio a un altro, occorre prima «superare se stessi». Per poter accettare «l’op­portunità-che-salva» occorre prima riconciliarsi con gli uomini che sof­frono sotto «la-legge-che-condanna». Per superare la legge nella con­sapevolezza dell’alternativa occorre anzitutto vincere le debolezze che caratterizzano gli uomini schiavi della legge e dei rapporti sociali di sfrut­tamento. E la prima debolezza che qui va vinta è la pretesa, l’assurda pretesa della diversità senza che vi siano le necessarie condizioni per ottenerla. La seconda debolezza è ancora più grave: è la paura o l’inca­pacità di realizzare l’alternativa quando le condizioni ci sono.

Saprà questo lebbroso guarito farsi carico di una testimonianza del genere? Oppure si servirà della guarigione per condannare di nuovo gli altri, restando come prima? Nell’incertezza Gesù lo rimanda con tono severo, deciso, come se fosse quasi pentito d’averlo risanato. Matteo e Luca non hanno capito questo strano comportamento e lo hanno voluta­mente omesso. Ma il vangelo di Marco, almeno in questo caso, è più veridico, ha meno preoccupazioni apologetiche.

44) e gli disse: «Guarda di non dir niente a nessuno, ma va’, presen­tati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordi­nato, a testimonianza per loro». 

Tre cose Gesù gli ha chiesto di fare (nel testo greco vi sono de­gli imperativi con valore esclamativo). Dovrà anzitutto tacere il nome del guaritore, per il bene dello stesso guaritore (anche da questo si può ca­pire che si è trattata di una delle prime operazioni di Gesù sulla lebbra). Poi, approfondendo il senso delle cose che ha vissuto e soprattutto evi­tando di trasformare la guarigione in un pretesto per condannare la sua gente («adesso non ho più bisogno di voi»), il neo-risanato dovrà, in po­sitivo, presentare l’offerta di rito al sacerdote per ottenere un certificato di buona salute ed essere riammesso in comunità. Infine, raccontando come sono andate le cose, dovrà diffondere tra i suoi un messaggio sal­vifico, certamente di tipo politico. Messaggio che in Matteo e in Luca ap­pare di molto ridimensionato, poiché entrambi o non hanno capito il sen­so esatto delle cose che copiavano, oppure le hanno copiate pensando di non scandalizzare i loro lettori (già disabituati a ragionare in termini di «politica rivoluzionaria»). Così facendo però sono entrambi caduti in contraddizione, in quanto il silenzio sul nome del guaritore è in netto contrasto con l’ubicazione dell’incontro: in un villaggio, secondo Luca; ai piedi di un monte, tra la folla, secondo Matteo.

L’ex-lebbroso, che era un ebreo della Galilea, sa che deve an­dare dal sacerdote per ricevere l’attestato dell’avvenuta guarigione: lo prevede la legge mosaica. Non può limitarsi a dire, dopo una malattia del genere: «sono guarito». Senza il nulla osta non può rientrare in so­cietà. Perché dunque Gesù gli ricorda una cosa ch’egli sicuramente già sa? È semplice: perché prevede che non rispetterà la legge. Gesù fa quanto è in suo potere di fare, nel rispetto della libertà altrui: oltre non può andare. Un messia che pretende di realizzare un regno di giustizia non può approfittare dei favori che concede come guaritore o delle spe­ranze che suscita come politico per esigere da parte dei postulanti o de­gli oppressi un’obbedienza cieca, assoluta, ai suoi ordini. Ecco perché si limita a ricordargli quello che deve fare: perché, quando non la farà, non possa dire che in fondo ne poteva fare a meno.

Certo, l’offerta al sacerdote non ha per Gesù un valore partico­lare: egli non ha bisogno che sia un altro a dimostrare la realtà dei suoi «segni». Dicendo «sii guarito» non intendeva solo far capire al lebbroso d’essere un guaritore notevole e credibile, ma anche un individuo sicuro di sé, che non ha bisogno della conferma del sacerdote-medico alle sue terapie. Gesù quindi, rinviandolo a casa, ha tenuto anzitutto in conside­razione il bene del lebbroso.

Eppure cadremmo in errore se pensassimo che tale rinvio ave­va come unico scopo quello di riconciliare l’ex-lebbroso con la sua gente (come vuole soprattutto Luca, mentre Matteo vede il fatto in una pro­spettiva di polemica anti-giudaica). Gesù ha offerto a quell’uomo un’ulte­riore chance, di tipo squisitamente politico. In fondo, egli avrebbe anche potuto portarlo con sé in città, dimostrare che l’aveva guarito e invitare la folla a controllare di persona, senza tener conto del parere del sacer­dote: poteva cioè sfruttare la situazione per cominciare ad attirare su di sé l’attenzione delle masse.

Invece fa esattamente il contrario: chiede al risanato non solo di evitare una pubblicità rozza e controproducente, ma anche di dimostra­re, presentando l’offerta e raccontando la verità dei fatti, che chi l’ha guarito è una personalità degna di rilievo, per quello che fa e soprattutto per come lo fa, della quale ci si può fidare con una relativa sicurezza, al punto che gli si potrebbe anche riconoscere un ruolo di rilievo nella lotta contro l’oppressione dominante, romana ed ebraica-collaborazionista (erodiani in Galilea; sadducei, anziani e sommi pontefici in Giudea). I sacerdoti insomma, stupendo sia di fronte a questa grande guarigione, sia di fronte all’umiltà con cui essa era stata gestita, avrebbero dovuto prendere consapevolezza che esisteva un potere sconosciuto alla sina­goga, un potere che la legge, le sedi ufficiali del «palazzo», le scuole rabbiniche non erano state capaci di produrre: un potere col quale, in un modo o nell’altro, ci si doveva confrontare.

La testimonianza della verità doveva dunque servire per dimo­strare che Gesù era sia un guaritore «grande e buono», sia un altro po­tenziale liberatore d’Israele dall’imperialismo romano. I preti, vedendo quel redivivo presentare l’offerta e sentendo da lui la versione dei fatti, avrebbero dovuto rivedere i loro pregiudizi, evitando non solo di dubita­re, come prima il lebbroso, della buona volontà di Gesù, ma anche di sostenere che i suoi poteri autonomi, privi di un placet istituzionale, pro­venivano dal «maligno» e che, per tale ragione, venivano usati contro i veri interessi della popolazione. I preti insomma, grazie alla testimonian­za personale e politica del lebbroso guarito, avrebbero dovuto porsi nel­l’atteggiamento di chi è pronto ad accogliere l’opportunità favorevole, quella che da tempo il popolo attendeva.

45) Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

Guardando ora il comportamento di quest’uomo si potrebbe es­sere tentati dal dire che la sua supplica iniziale, formulata con un «se» dubitativo, non era stata solo il frutto del risveglio improvviso di una spe­ranza ormai morta, ma anche una sorta di desiderio di rivalsa, di riscatto agli occhi del mondo intero. Si tratta però di una mera tentazione, poi­ché il racconto poteva finire diversamente, cioè senza che con l’acquisi­ta guarigione si riaffermasse il pregiudizio precedente, caricandolo pe­raltro di inimmaginabili opportunità. È dunque difficile indovinare se il lebbroso era o non era partito con l’idea di poter usare la terapia per una rivincita personale contro il mondo. Forse non è neppure importante saperlo.

Matteo, non dicendo una sola parola sul comportamento del ri­sanato (il versetto parallelo è del tutto assente) e volendo restare coe­rente con le sue premesse, preferisce lasciar credere, indirettamente, ch’egli abbia obbedito. Luca è un po’ più complicato, ma non offre detta­gli significativi: anche per lui l’ex-lebbroso ha obbedito, ma solo nel sen­so che ha presentato l’offerta, non anche in quello di tacere il nome del guaritore. L’effetto su Gesù è quindi analogo a quello descritto da Mar­co, anche se Luca, cercando di sdrammatizzare le cose, mostra che la gente lo cercava sia per le guarigioni che per «ascoltarlo». Cionono­stante Gesù – prosegue Luca – continuava a nascondersi, benché solo per «pregare».

A ben guardare, in effetti, avrebbe anche potuto essere una so­luzione interessante quella di far obbedire l’anonimo postulante al 50%. Gesù in fondo gli aveva offerto tre possibilità di riscatto: 1) comprendere il significato della guarigione (riscattandosi così dall’idea di essere un maledetto); 2) presentare l’offerta (riscattandosi così dall’emarginazio­ne); 3) essere di testimonianza (riscattandosi così dal «nonsenso» di una vita da schiavi sotto il giogo romano). L’una non escludeva l’altra, e comunque il lebbroso poteva scegliere. Senz’altro la comprensione del terzo riscatto era superiore alle altre due, ma se il postulante si fosse limitato a presentare l’offerta prevista dalla legge mosaica, la guarigione non sarebbe stata del tutto vana.

Scegliere l’una o l’altra proposta poteva dipendere solo da come il risanato avrebbe recepito l’esperienza e il messaggio di libera­zione del messia-taumaturgo. Quel che è certo è che se avesse almeno un po’ compreso il senso di quell’incontro, sarebbe andato dal sacerdo­te mostrando d’essere un testimone degno di fiducia. Ovviamente egli non aveva come compito quello di manifestare in modo consapevole tutta la verità incontrata: ancora non poteva esserne capace, né il mes­sia glielo aveva chiesto. Sarebbe stato sufficiente che i suoi parenti e compaesani cominciassero a capire che tutte quelle guarigioni altro non erano che uno stimolo a credere nella possibilità di una liberazione mol­to più grande, molto più impegnativa. Lo stesso ex-lebbroso, che era stato guarito pur essendo ancora privo della necessaria disponibilità in­teriore a credere, avrebbe potuto (e dovuto) sperare, con il concorso di quanti prima lo emarginavano, nella possibilità di una trasformazione sociale e politica.

Purtroppo egli non solo non comprese ma neppure si presentò e, non presentandosi, non poté neppure testimoniare in modo adeguato. Marco ci fa capire ch’egli si rifiutò categoricamente di obbedire all’ordine di Gesù, anzi fece esattamente il contrario, mettendosi a «proclamare» il nome del guaritore e a «divulgare» il fatto per tutta la regione, tanto che Gesù era impedito dall’entrare pubblicamente nelle città e nei bor­ghi della Galilea. Cosa avrà raccontato è facile immaginarlo: che Gesù era un taumaturgo pazzo, disposto a fare grandi guarigioni senza chie­dere nulla in cambio, che lo voleva rimandare dai «suoi» quando lui si sentiva finalmente libero (e definitivamente) dal bisogno di chiedere il loro aiuto, che gli aveva ordinato di portare un’offerta proprio a quel sa­cerdote che da quando l’aveva visto ammalarsi non faceva che accusar­lo d’essere un «impuro», e così via.

Tutto questo clamore sulla straordinaria benché isolata guari­gione (la più grande, fino a quel momento) aveva ovviamente leso l’im­magine che di sé Gesù voleva dare. Galvanizzate da prodigi di tal gene­re, le masse facilmente si sentivano indotte a chiedergli cose inaccetta­bili per la sua missione. Lui stesso, con simili terapie, rischiava di pre­cludersi uno degli ambiti più adatti alla predicazione della parola, quello appunto delle città (che il Battista, p. es., aveva rifiutato). E tuttavia, no­nostante questi inconvenienti di circostanza, facilmente prevedibili, egli non aveva voluto sottrarsi al tentativo di ridare fiducia a un uomo cui la società negava ogni fiducia. La speranza di ottenere una vittoria sull’orgoglio e il pregiudizio di un uomo solo, l’aveva avvertita in quel momento con più forza della preoccupazione di offrire a tutti gli uomini un’immagine convincente, non «miracolistica», del suo vangelo.

I fatti purtroppo contraddissero le aspettative di Gesù, ma que­sto non dimostra ch’egli avesse torto: qui non è neppure il caso di dire che l’ingenuità si paga. La trasgressione dell’ordine ha senz’altro avuto una ricaduta su chi l’ha impartito, ma molto di più l’ha avuta su chi dove­va eseguirlo. Pur guarito infatti quell’uomo era rimasto «ammalato», anzi era peggiorato, in quanto aveva perduto la possibilità del vero ri­scatto, della vera liberazione. Trasformando quel gesto in una semplice liberazione per sé, lo aveva privato del suo contenuto sociale obiettivo, del suo significato «profetico» («prolettico», dicono gli esegeti). Rispetto ai tempi della «salvezza», ovvero della liberazione nazionale, che Gesù indicava come imminenti, quell’uomo, che prima accusava un certo ritar­do, ora fa marcia indietro.

Dal canto suo Gesù, non volendo essere strumentalizzato da nessuno, è costretto a ritirarsi «in luoghi deserti» o poco frequentati. Non vuole dare di sé l’immagine di un fenomeno da baraccone né l’illu­sione di un «superman» dotato di enormi poteri, capace di liberare «da solo» la Palestina: egli non si poneva come obiettivo le guarigioni dei malati, ma la liberazione della sua nazione, dai nemici interni ed esterni, senza fare ricorso a fenomeni prodigiosi. Tuttavia, anche a causa della superficiale testimonianza di quell’uomo, ormai le folle credono soprat­tutto in Gesù come «grande guaritore». E Marco, non senza compiacer­si delle proprie origini ebraiche, aggiunge volentieri che «venivano a lui da ogni parte». Non era certo quello un popolo che si spaventava di fronte alle difficoltà di un deserto…

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Autore: laicusblog

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