La guarigione del cieco-nato

Giovanni (9,1-41)

[1] Passando vide un uomo cieco dalla nascita

[2] e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?».

[3] Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.

[4] Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare.

[5] Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo».

[6] Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco

[7] e gli disse: «Vai a lavarti nella piscina di Siloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

[8] Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?».

[9] Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».

[10] Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?».

[11] Egli rispose: «Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Vai a Siloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista».

[12] Gli dissero: «Dov’è questo tale?». Rispose: «Non lo so».

[13] Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco:

[14] era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi.

[15] Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo».

[16] Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri dicevano: «Come può un peccatore compiere tali prodigi?». E c’era dissenso tra di loro.

[17] Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».

[18] Ma i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista.

[19] E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?».

[20] I genitori risposero: «Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco;

[21] come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso».

[22] Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga.

[23] Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età, chiedetelo a lui!».

[24] Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Dai gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore».

[25] Quegli rispose: «Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo».

[26] Allora gli dissero di nuovo: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?».

[27] Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?».

[28] Allora lo insultarono e gli dissero: «Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè!

[29] Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia».

[30] Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi.

[31] Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta.

[32] Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato.

[33] Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla».

[34] Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori.

[35] Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?».

[36] Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?».

[37] Gli disse Gesù: «Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui».

[38] Ed egli disse: «Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi.

[39] Gesù allora disse: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi».

[40] Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo forse ciechi anche noi?».

[41] Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane».

*

La storia dell’esegesi di questo racconto mostra ch’esso è stato riferito, allegoricamente, alla pratica del battesimo cristiano sin dai pri­missimi Padri della Chiesa, poiché esiste l’azione del «lavarsi» da parte di un malato, che poi guarisce. In realtà la guarigione che vi è descritta vuole rappresentare, in origine e più laicamente, la risposta del movi­mento nazareno al problema etico-politico della sofferenza umana, an­che se questa risposta lascia alquanto a desiderare.

Purtroppo infatti il racconto vuole ribadire, sin dalle prime battu­te, che Cristo era un taumaturgo miracoloso proprio in quanto «figlio di dio», ovvero la straordinarietà delle sue performances medicali (nella fattispecie si trattava di un non vedente dalla nascita) attestava in ma­niera lapalissiana la sua origine divina. Le «opere» di cui egli parla e che vuole, anzi deve, compiere, per adempiere a un mandato «celeste», sarebbero proprio quelle che meglio possono aiutare a comprendere la sua natura sovrumana.

Su questo, prima di iniziare a fare il commento, bisogna spen­dere alcune parole. Anzitutto proviamo a metterci nei panni dei manipo­latori del vangelo di Giovanni e chiediamoci: «per quale motivo hanno adottato un’ermeneutica della vicenda di Gesù che risulta del tutto as­sente nelle lettere di Paolo e che non è così marcatamente esplicitata nei sinottici?».

Questo sembra un vangelo della disperazione, ove i redattori vogliono giocarsi, con le guarigioni miracolose (che, a dispetto della loro esiguità, come numero, paiono tra le più inverosimili di tutto il Nuovo Testamento) l’ultima carta per dimostrare che le loro interpretazioni del­l’evento-Gesù e delle conseguenze ch’esso ha generato dopo la sua morte, è l’unica giusta, l’unica possibile.

In effetti è impressionante il tentativo operato in questo vangelo di far vedere al popolo giudaico e ai suoi leader politici, culturali e reli­giosi che i cristiani avevano tutte le ragioni di predicare il Cristo risorto attraverso l’eccezionalità dei suoi miracoli compiuti quand’era in vita. Usano una falsità minore per sostenerne un’altra maggiore.

Tuttavia il target di questi racconti fantastici non può essere sta­to il giudeo, poiché su di lui una favola del genere non avrebbe potuto far presa. Quando, prima con Pietro e poi con Paolo, i cristiani iniziaro­no a mentire alle popolazioni giudaiche, usarono anzitutto e soprattutto la tesi della resurrezione, non il fatto che Gesù avesse compiuto segni prodigiosi, anche perché questi «segni» non li aveva visti nessuno, tan­t’è che l’uso di questa parola, nei primi discorsi di Pietro riportati in At 2,22, poteva benissimo riferirsi alle azioni compiute da Gesù per orga­nizzare il movimento nazareno, non certo per guarire i malati.

I giudei erano diventati troppo smaliziati, troppo materialisti, troppo «atei» per poter credere nelle sciocchezze dei miracoli, meno an­cora nell’assurdità di potersene servire per dimostrare la divinità o la messianicità del Cristo. Dunque il target di riferimento di questi racconti di fantasy, al pari degli altri neotestamentari ove si parla di «segni e pro­digi miracolosi», doveva per forza essere il pagano neo-convertito, per il quale le differenze tra scriba, fariseo, sadduceo ecc. risultavano assai poco significative. Per lui i responsabili principali della morte di Gesù, quelli che non avevano capito una parola del suo messaggio e che si opponevano a qualunque cosa lui avesse fatto, erano semplicemente i «giudei»: di qui il lato fortemente antisemitico dei vangeli in genere.

Non solo, ma mentre con queste guarigioni si voleva guadagna­re il consenso dei credenti pagani intellettualmente meno dotati, per l’al­tra categoria di credenti, quella più sofisticata, il vangelo è in grado di proporre un’altra mistificazione, che apparirà soltanto al momento del racconto sull’ultima cena, allorché il Cristo proporrà il concetto di «sacri­ficio della vita da parte di chi ama i propri amici».

Si noti però questa differenza: il vangelo di Marco è «anti-giudaico» come quello giovanneo, che nelle sue parti manomesse è del tutto ellenistico (la versione gnostica del paolinismo), ma lo è in quanto «filo-galilaico»: si resta cioè nell’ambito dell’ebraismo, facendo del cristianesimo una sua corrente eretica, che pretende d’inverare, pro­ponendo la tesi mistica della resurrezione, quanto di meglio aveva prodotto l’ebraismo, avendo però l’accortezza di non fare del vangelo un testo per i soli cristiani di origine ebraica, quanto piuttosto per quelli di origine pagana, evitando quindi di fare troppi paralleli con le tradizioni ebraiche (come invece p. es. fa il vangelo matteano). In questa tesi si può in un certo senso riassumere l’evoluzione dal protovangelo marcia­no, il cosiddetto «Ur-Markus», all’attuale canonico.

In Marco viene operata una soluzione di compromesso, quella formulata da Pietro e fatta propria da Paolo al momento della sua con­versione. Tutto il primo vangelo ruota attorno alla tesi della resurrezione, e i riferimenti all’ebraismo vengono usati soltanto per dimostrare una di­versa interpretazione dei fatti (e anche delle Scritture) che la comunità post-pasquale offre alla luce della tesi della resurrezione. Non c’è un esplicito anti-semitismo come nel quarto vangelo (che non è – si badi – opera di Giovanni più di quanto non lo sia dei suoi manipolatori).

*

Tutto il capitolo 9 di Giovanni, esattamente come il precedente, è privo di un preciso contesto spazio-temporale: non c’è neppure un riferimento formale al Tempio, luogo privilegiato per le discussioni, che i redattori spesso paragonano all’agorà greca. L’unico riferimento è quello relativo alla piscina o fontana di Siloe, tradizionalmente collocata dagli esegeti fuori delle mura di Gerusalemme, adiacente al fiume Cedron.

Il capitolo è abbastanza lungo, come spesso succede nel quar­to vangelo: 41 versetti, segno di un’intensa elaborazione, che, per esse­re messa all’interno di un vangelo destinato a diventare ufficiale, deve per forza essere stata sapientemente concordata, anche se non è escluso l’intervento di più mani redazionali.

Dell’evangelista Giovanni probabilmente non vi è neppure una parola. Il racconto infatti è impostato, sin dalle prime righe, in maniera falsificante. Tuttavia, per non rischiare di dire le stesse cose di racconti precedenti di guarigione miracolosa, il testo doveva per forza contenere qualcosa di inedito, che ora dovremo andare a scoprire.

Ciò che immediatamente distingue questo racconto dagli altri analoghi è che qui si è in presenza di un individuo che non si è ammala­to per colpa sua, ma di uno che è nato malato. In casi del genere gli ebrei tendevano ad associare malattia e colpa in riferimento ai parenti stretti del malato: se lui era nato cieco, qualcuno doveva aver sbagliato nel metterlo al mondo.

Alla domanda dei discepoli, se quell’uomo fosse cieco dalla na­scita per un suo peccato personale o per colpa dei genitori, cioè per un peccato ereditato, Gesù dà una risposta che aveva lo scopo di mettere in crisi l’identità rabbinica di malattia (o sofferenza) e colpa, esattamente come aveva già fatto nel racconto marciano del paralitico (2,1 ss.).

Se i redattori ci avessero presentato un Cristo laico, il significa­to della sua risposta ai discepoli sarebbe stato facilmente comprensibile: la sofferenza, specie per chi milita in un movimento rivoluzionario, non va mai giustificata ma tolta, e la malattia è una prova non da sopportare con rassegnato stoicismo (come nel caso di Giobbe) ma da superare, cioè un’occasione di crescita umana, in cui occorre far leva su proprie ri­sorse per tentare di risolvere casi apparentemente insolubili.

Detto questo, che poi la guarigione sia o non sia avvenuta (o non sia avvenuta nel modo come è stata descritta), non farebbe molta differenza. Il problema sta sempre nell’interpretazione. Infatti, se con questo racconto l’autore del quarto vangelo voleva indicare che solo il Cristo, in virtù dei suoi straordinari poteri taumaturgici desunti dalla sua origine divina, era in grado di poter risolvere un caso del genere, non si farebbe che avvalorare l’equazione rabbinica di malattia e colpa, il cui background culturale era dominato da un pessimismo latente.

Viceversa, se con questa guarigione si è voluto semplicemente far capire ch’essa poteva rappresentare una sorta di testimonianza sim­bolica di un progetto molto più complesso, riguardante l’intera collettivi­tà, allora risulta del tutto secondaria la specifica tipologia terapica.

Nella pericope, mostrando un supereroe in grado di compiere una guarigione all’istante, si offre una conclusione sbagliata a una giu­sta premessa. Invece di fare un discorso relativo all’assistenza (il cieco era anche mendicante) se ne propone uno relativo al miracolo; invece di fare un discorso etico, con cui evidenziare che anche un cieco può es­sere saggio (come p.es. Appio il Vecchio, Diodoto, Democrito, senza di­menticare il grande Omero), se ne fa uno teologico, mostrando che l’unico in grado di guarirlo era il «figlio di dio».

Certo è che se la comunità primitiva ha voluto costruire un rac­conto in cui in luogo di una liberazione sociale degli oppressi (e quindi dei malati e degli indigenti) ci si doveva limitare a credere in una libera­zione miracolosa di singoli malati gravi, il discorso finirebbe col ricadere nell’equazione rabbinica di cui sopra. Se l’esegeta accettasse un tale ri­duzionismo, arriverebbe prima o poi a condividere l’idea confessionale secondo cui questo racconto non è che una rappresentazione simbolica dell’efficacia del battesimo cristiano: un’efficacia ovviamente solo «reli­giosa». In tal senso si dovrebbe considerare del tutto naturale l’espe­diente redazionale di aggravare il più possibile i sintomi del male.

Paradossalmente proprio le «opere di dio» invocate per com­piere un’azione meritevole, finirebbero col condannare tutti i disabili, che come questo diventeranno cristiani, non solo all’emarginazione di sem­pre (in quanto nessuno, oltre al figlio di dio, potrà mai guarirli), ma li si esporrà anche alla beffa (in quanto, dopo aver spiegato loro l’assurdità rabbinica di equiparare malattia e colpa, li si illuderà di poter guarire in nome della nuova fede religiosa).

Ma – possiamo chiederci – se nessuno potrà mai sostituirsi al Cristo nel compiere prodigi del genere, il senso di questo racconto stava semplicemente nel voler far credere che Gesù era un dio? La mistifica­zione della lunga pericope, in effetti, sta proprio in questo, che si è usata la malattia grave non per allargare il discorso alle questioni sociali e po­litiche, ma per restringerlo a quelle meramente religiose. I malati gravi vengono strumentalizzati per far credere che Gesù era più che un uomo e che i giudei erano degli anticristi. Il testo quindi è particolarmente anti­semita.

Quanto alla tipologia della guarigione, è evidente che se è ba­stato un po’ di fango e un po’ di saliva, il caso non doveva essere parti­colarmente grave, o comunque la serietà di questo caso era data da motivazioni più sociali (p.es. l’emarginazione) che fisiche o genetiche, sicché la malattia probabilmente rientrava nel campo della psicopatolo­gia, come spesso succede nei racconti evangelici di guarigione, quando questi non hanno valore esclusivamente simbolico.

E comunque la procedura della guarigione è analoga a quella già riportata nel vangelo di Marco (8,23), per cui i redattori non hanno neanche avuto bisogno d’inventarla: hanno solo aggiunto che invece di spalmare direttamente la saliva sugli occhi, Gesù sputò per terra, dopo­diché fece un impiastro che mise sugli occhi di quel disgraziato, che andò a lavarsi in una fontana, guarendo perfettamente.

Oltre a questo si può azzardare che un racconto così ricco di particolari può anche essere stato ispirato da un episodio effettivamente accaduto. Ridurlo solo a una prefigurazione simbolica del battesimo ci pare molto semplicistico.

Resta comunque ben scritto il dialogo tra il risanato e i passanti che lo incontrano, alcuni dei quali lo riconoscono, altri no. Vi è addirittu­ra un aspetto ironico, là dove c’è chi fa fatica ad ammettere che il guari­to sia proprio l’ex-cieco quando è lui stesso a confermare la propria identità. In realtà è un po’ paradossale che non si riconosca una perso­na solo perché da cieca è diventata vedente. Qui però i redattori han vo­luto esagerare per dare l’impressione che i giudei fossero sospettosi di natura, malfidati.

I testimoni oculari della guarigione inaspettata sembrano essere state poche persone: il cieco, Gesù e alcuni suoi discepoli. Il cieco mo­stra di conoscere Gesù di nome e forse anche di fama; non sapendo tuttavia della sua presenza in quei paraggi, non gli aveva chiesto di gua­rirlo, e Gesù agisce dando per scontato che volesse esserlo.

Nel racconto Gesù evita di addossare a qualcuno in particolare (del passato o del presente) la responsabilità di determinati mali sociali o individuali, però lascia intendere che chi non fa nulla per risolverli si rende responsabile della loro persistenza e ovviamente delle loro con­seguenze. Un insegnamento del genere può essere universalmente ac­cettato. È singolare che proprio attorno a un messaggio di carattere così generale l’opinione pubblica degli astanti si fosse immediatamente divi­sa.

L’autore del testo lo dice esplicitamente: alcuni dei farisei dice­vano che Gesù non era credibile proprio perché faceva queste guarigio­ni violando il sabato. Altri invece sostenevano che per fare guarigioni del genere si doveva beneficiare di una sorta di «protezione divina». Sem­bra che la popolarità dei farisei tra la folla diminuisca al crescere di quel­la di Gesù.

I redattori comunque devono aver goduto nel far vedere che i giudei (in questo caso i farisei) più che stupirsi o rallegrarsi di questa guarigione, s’indignano per il fatto ch’era stata compiuta di sabato. Non solo, ma, temendo d’esser tratti in inganno dal miracolato, i farisei nega­no addirittura l’evidenza, pretendendo d’interpellare i genitori di lui, co­me se il malato fosse stato non solo un cieco ma anche un minorato mentale.

I dialoghi son così realistici che si fa fatica a non crederci, an­che perché i redattori sottolineano come tra la folla vi fossero pareri di­scordanti. «Come può un peccatore [che non rispetta il sabato] fare tali miracoli?» (v. 16). E anche il risanato ha il coraggio di dire che Gesù è un «profeta» (v. 17), cioè un «grande», benché non necessariamente «messia». Nessuno di fronte ai farisei aveva il coraggio di riconoscergli il diritto alla messianicità, poiché avevano paura di essere espulsi dalla sinagoga (v. 22). Anche i genitori dell’anonimo non-vedente si compor­tano così.

Solo che i farisei avrebbero voluto ascoltare una versione diver­sa dei fatti: p. es. che il nome del guaritore non fosse proprio quello di Gesù. Se insistono così tanto a pretendere chiarimenti è perché aveva­no capito due cose: che quell’uomo, nel momento in cui era cieco, non poteva aver visto chi effettivamente lo stesse guarendo, e che, una volta guarito, egli non l’aveva più rivisto. Vi era dunque un margine di dubbio che poteva indurli a credere che quell’uomo stesse mentendo per fare un favore a un candidato al trono d’Israele. Per questo lo invitano a dire la verità, poiché danno per scontato che Gesù sia un «peccatore» (in quanto, p. es., non rispetta il sabato).

E lo fanno con dei sottintesi che a dir minacciosi è poco. È come se gli avessero detto: «se insisti nell’attribuire a lui la tua guarigio­ne, lo fai a tuo rischio e pericolo». Insomma, questo era un invito a men­tire davanti a tutti, a ritrattare la precedente dichiarazione, ammettendo di non possedere più l’assoluta certezza di prima.

Da notare che qui vengono usati, in maniera intercambiabile, i termini «farisei» e «giudei» nell’unico senso di «nemici del Cristo». In realtà il termine «giudei» nel quarto vangelo, il più delle volte, in senso lato, sta a significare soltanto le autorità giudaiche, inclusi i farisei, e tra queste Giovanni distingue l’atteggiamento di Nicodemo e di Giuseppe di Arimatea; in senso proprio sta invece a indicare che una parte di popo­lazione ebraica (autorità e cittadini) era sì ostile al Cristo, ma un’altra parte gli era favorevole (8,31; 11,45.56; 12,9). In entrambi i modi il ter­mine «giudei» viene usato nell’accezione politica, solo che nel primo modo, a differenza del secondo, il lettore ha l’impressione di una con­trapposizione più ideologica che politica, quella tra «cristiani» e «giudei» (e forse anche tra «giudei» e «galilei» o tra «giudei» e tutte le altre etnie della Palestina). Qui il termine viene usato prevalentemente nella prima accezione, poiché la guarigione era stata fatta di sabato, giorno di ripo­so assoluto, in cui la stragrande maggioranza dei giudei credeva. Tutta­via, dice Giovanni, intorno all’operato di Gesù non tutti la pensavano alla stessa maniera e vi era «dissenso».

In effetti il racconto non narra soltanto di una guarigione porten­tosa, ma anche della volontà intenzionale del Cristo di trasgredire pub­blicamente il precetto del sabato, o comunque l’interpretazione ufficiale che se ne dava, e di farlo all’interno della stessa capitale. In particolare alcuni esegeti hanno notato che questa guarigione potrebbe collocarsi durante la festa autunnale dei Tabernacoli o delle Capanne (Gv 7,2), che durava otto giorni e durante la quale il sommo sacerdote scendeva in processione nella piscina di Siloe per attingere con una bottiglia l’ac­qua lustrale da effondere sull’altare. Siloe era l’unica sorgente di un cer­to rilievo nell’antica Gerusalemme.

Le grandi festività ebraiche erano l’occasione più favorevole per attirare l’attenzione delle masse e poter discutere di questioni inerenti al­l’emancipazione umana (come nel caso di questo episodio) o alla libera­zione nazionale. Qui non vi è alcun dibattito tra il Cristo e le autorità co­stituite probabilmente perché quest’ultime conoscevano già il suo pro­gramma politico, tant’è che avevano già emanato una sentenza di col­pevolezza a suo carico (Gv 8,22).

Il dialogo del Cristo, in queste feste, era soprattutto con la folla. In tal senso la violazione del sabato, che si può dire concluda la sezione iniziata col cap. 7, quella in cui Gesù afferma il proprio umanesimo inte­grale, è servita per dimostrare la coerenza di teoria e prassi e soprattut­to il coraggio politico di tale coerenza. Il superamento dell’ideologia del sabato era consequenziale all’affermata autonomia di giudizio dell’uo­mo, ovvero alla rivendicazione di una indipendenza dalle interpretazioni del potere dominante.

In occasione di tale festa lo scontro tra il Cristo e i giudei più conservatori è già molto forte e, nella fattispecie di questo racconto, ap­pare chiaramente che molti stentano a riconoscerlo come messia sol­tanto perché hanno timore di essere espulsi dalle sinagoghe da parte di scribi e farisei, il che equivaleva a essere scomunicati.

Gli stessi genitori del mendicante cieco, interpellati perché non si voleva credere alla testimonianza di quest’ultimo, sono terrorizzati e non hanno intenzione di rischiare qualcosa prendendo le difese del figlio risanato.

Le autorità, dal canto loro, non vogliono convincersi che quello sia stato davvero cieco dalla nascita e cominciano a chiedergli di giurare e di confermare la versione ufficiale sulla colpevolezza etica e giuridica del Cristo. Sembra qui di assistere alle persecuzioni anticristiane con­dotte dai tribunali romani. I dettagli sono talmente tanti che l’episodio meriterebbe d’essere rappresentato in una versione teatrale.

È singolare come il mendicante faccia professione di onestà e sincerità con l’espressione: «Se lui sia un peccatore non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo» (v. 25), ma anche di avvedutezza: da un lato infatti non vuol cedere su un fatto così evidente, che lo riguarda in maniera personale, dall’altro però preferisce non interferire con l’opi­nione che le autorità si sono fatte di Gesù e si limita a riconoscerlo come «profeta» (v. 17). Ora che è guarito non vuole rischiare una nuova emarginazione.

Tuttavia i giudei insistono (e qui occorre vedere soprattutto le autorità rappresentate dai farisei), sperando di cogliere il risanato in aperta contraddizione, per indurlo a confessare diversamente la dinami­ca dei fatti. A questo punto il mendicante replica con una battuta di spiri­to: «Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?» (v. 27). Cioè egli interpreta ironicamente l’eccessivo interesse per il suo caso non come una manifestazione dell’odio che i farisei covavano nei confronti del Cri­sto, ma, al contrario, come malcelata speranza (mista a invidia e gelo­sia) di poter diventare suoi discepoli.

La reazione delle autorità è dura: per loro esiste una netta con­trapposizione tra il Cristo e Mosè: «Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia» (vv. 28-29). Gesù insomma veniva rifiutato proprio perché non era un uomo appartenente agli am­bienti del potere giudaico istituzionale, cioè non era un sacerdote, un sadduceo, un anziano, uno scriba, un fariseo, un levita… né era mai sceso a compromessi con almeno una delle componenti di tale potere. Il quarto vangelo sostiene che al movimento nazareno aderirono, nella fase iniziale, rappresentanti del movimento battista, ed è altresì certo che vi siano confluiti rappresentanti del movimento zelota, ma i vangeli, nel complesso, sono molto parchi nel descrivere alleanze di tipo politico. Qui infatti ci si limita ad affermare che l’impossibilità di incasellarlo in una categoria politica ortodossa era sufficiente per bollare negativamen­te l’operato del Cristo, di qualunque natura esso fosse.

In tal senso la filosofia del neo-vedente, essendo slegata da in­teressi conservatori di potere, risulta molto più obiettiva. Egli sa rispon­dere in modo argomentato ai suoi inquirenti, tradendo una cultura inso­spettata per un povero mendicante. Non vuole colpevolizzare i farisei ma semplicemente ridimensionare le loro pretese di giudizio, ricondu­cendole entro i binari del buon senso: di fronte a un favore così grande elargito in maniera gratuita sarebbe stato meglio porsi in un atteggia­mento di dialogo e non di preconcetto rifiuto.

Agli occhi dei farisei quest’uomo deve essere apparso quanto meno un ingenuo: egli infatti non ha minimamente pensato che uno sciamano dotato di ampi poteri taumaturgici potrebbe anche rivendicare un potere personale di tipo politico. E comunque non vogliono prendere lezioni di comportamento da chi, a loro giudizio, «è nato tutto nei pecca­ti» (v. 34). Sicché decidono di scomunicarlo. Non potevano essere messi in discussione né l’identità di malattia e colpa, né il primato del sabato sull’uomo, né il sospetto di eresia e di minaccia eversiva a carico del Cristo.

Qui si può rilevare che il risanato non ha mai avallato l’idea del­la messianicità di Gesù al cospetto dei farisei: infatti l’aveva soltanto de­finito «profeta» e, nella seconda interrogazione, aveva usato il termine «pio», cioè «devoto a dio». Questo perché temeva spiacevoli conse­guenze, anche se egli non può nascondere né che l’equazione rabbini­ca di malattia e colpa non fosse di suo gradimento, né che Gesù aspi­rasse a diventare messia d’Israele. In tal senso ci sembra, ad un certo punto, quando la tensione tra lui e i farisei sale notevolmente, che gli im­porti poco il rischio d’essere espulso dalla sinagoga.

Se escludessimo il miracolo e ci limitassimo a questa interes­sante e per certi versi divertente discussione, non violeremmo alcun principio di sana laicità. Il finale della pericope tuttavia andrebbe riscrit­to.

Gesù e il risanato s’incontrano di nuovo. Quand’era ancora cie­co, qualcuno (forse un discepolo di Gesù) gli aveva svelato l’identità del suo guaritore, ma egli non l’aveva potuto vedere di faccia, neppure dopo essersi tolto il fango nella piscina. Ora può finalmente rincontrarlo ma non può ovviamente riconoscerlo. Davanti a lui potrebbe anche esserci uno che, avendo ascoltato i suoi discorsi coi farisei, sarebbe potuto an­darlo a trovare per complimentarsi della sua franchezza.

Gesù gli chiede se crede nel «figlio dell’uomo» (v. 35): un ap­pellativo che in sostanza voleva dire «uomo comune» o al massimo «messia umano», non necessariamente religioso; un titolo che i redatto­ri cristiani han sempre avuto ritegno a usarlo come prevalente nella pre­dicazione del Cristo, in quanto troppo allusivo al suo contenuto politico. Il neo-vedente si doveva convincere che il Cristo era grande non perché «timorato di dio» (come prima aveva detto), ma perché «vero figlio d’uo­mo» (v. 35).

Significativo che Gesù stesso gli faccia capire che i suoi poteri gli provenivano non dal fatto di compiere «la volontà di dio», ma piutto­sto dal fatto d’essere «integralmente uomo», e quindi capace, proprio per questo, di giudicare in maniera autonoma, «affinché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi» (v. 39).

Il finale è però poco convincente per almeno tre ragioni:

  • il Cristo si fa riconoscere come messia ma non lo invita alla sequela;

  • il risanato lo riconosce come messia ma si prostra ai suoi piedi come se fosse una divinità;

  • la presenza dei farisei, in quel momento, è del tutto inverosi­mile.

Resta però interessante il parallelo semantico tra vedere fisica­mente e non vedere spiritualmente, e viceversa, che in un racconto come questo è molto indovinato. Si potrebbe anzi dire che se l’insegna­mento di questo capitolo si riducesse a questo parallelo, non vi sarebbe difficoltà ad accettare l’ipotesi di una guarigione usata come segno per indicare simbolicamente il significato di un valore umano. Ma questo solo a condizione di non poter inferire, in maniera «logica», una qualsi­voglia caratteristica sovrumana del Cristo. Se egli ha davvero fatto una guarigione del genere, l’ha compiuta entro i limiti della ragione.

Annunci

Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...