La guarigione del figlio del funzionario reale

 

GIOVANNI (4,43-54)

[43] Trascorsi due giorni, partì di là per andare in Galilea.

[44] Ma Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria.

[45] Quando però giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.

[46] Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao.

[47] Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire.

[48] Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete».

[49] Ma il funzionario del re insistette: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia».

[50] Gesù gli risponde: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino.

[51] Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!».

[52] S’informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato».

[53] Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua famiglia.

[54] Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in Galilea.

MATTEO (8,5-13)

[5] Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava:

[6] «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente».

[7] Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò».

[8] Ma il centurione riprese: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.

[9] Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Fa’ questo, ed egli lo fa».

[10] All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande.

[11] Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli,

[12] mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti».

[13] E Gesù disse al centurione: «Va’, e sia fatto secondo la tua fede». In quell’istante il servo guarì.

LUCA (7,1-10)

[1] Quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao.

[2] Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro.

[3] Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo.

[4] Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano,

[5] perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga».

[6] Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto;

[7] per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito.

[8] Anch’io infatti sono uomo sottoposto a un’autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all’uno: Va’ ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa».

[9] All’udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!».

[10] E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

Giovanni (4,43-54)

43) Trascorsi due giorni, partì di là per andare in Galilea.

Con questo racconto l’apostolo Giovanni inaugura la sezione dedicata alla Galilea (si veda però l’episodio spurio delle nozze di Cana), dopo aver concluso, col racconto della samaritana al pozzo di Giacobbe, la sezione dedicata alla prima attività propagandistica di Gesù in Giudea (i cui principali eventi erano stati la cacciata dei mercan­ti dal Tempio, che non portò a nulla di concreto sul piano politico, e la rottura col movimento battista, che determinò la conversione al nuovo vangelo di Cristo da parte di alcuni importanti discepoli del Precursore). I «due giorni» si riferiscono alla permanenza in Samaria. Alcuni discepo­li lo accompagnano.

Stando a Giovanni, fino a questo momento né in Giudea né in Samaria Gesù ha compiuto guarigioni di sorta, per cui tutte quelle de­scritte nei sinottici, prima di questa del figlio del funzionario reale, dob­biamo pensare che siano accadute successivamente e tutte in Galilea, ammesso e non concesso che Gesù abbia mai compiuto delle guarigio­ni. Gv 2,23, che dice: «Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, du­rante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome», andrebbe considerato apologetico, non storico.

44) Ma Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve ono­re nella sua patria.

Poiché a Gerusalemme, in occasione della pasqua, la cacciata dei mercanti dal Tempio non fu sostenuta in maniera decisiva dalle for­ze politiche più progressiste, il redattore afferma che la dipartita di Gesù dalla Giudea fu dettata da cause di forza maggiore, probabilmente i mo­tivi di sicurezza connessi appunto all’epurazione del Tempio. La frase, messa così, potrebbe anche far pensare alla decisione, presa ancor pri­ma di entrare in Samaria, di non ritornare o di non restare in Giudea, ma di dirigersi (o addirittura di espatriare) verso la Galilea.

È noto che il v. 44 del testo di Giovanni mette in crisi la tesi di quegli esegeti che considerano il Cristo un «galileo». Se ci si limitasse al vangelo di Giovanni dovremmo dire che l’origine del Cristo fu giudaica e persino la sua formazione politica, a contatto, senza dubbio, con gli ambienti progressisti del movimento battista e, probabilmente, anche con quelli del partito farisaico (si veda l’incontro con Nicodemo), nonché con quelli del partito zelota, come attesta la presenza di alcuni discepoli tra i Dodici.

In tal senso potrebbe anche non apparire strana l’idea che una parte dei battisti, dei farisei e degli zeloti abbia condiviso sul piano teori­co il tentativo semi-insurrezionale del Cristo, senza però appoggiarlo po­liticamente: il che obbligò Cristo, che si era troppo esposto agli occhi dei gestori del Tempio, i sommi sacerdoti e i sadducei, a lasciare la Giudea e ad emigrare in Galilea (Gv 4,1 ss.).

45) Quando però giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme du­rante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.

Questo versetto è sicuramente storico, anche se, messo in rap­porto col precedente, rischia di ingenerare alcuni equivoci. Si potrebbe infatti pensare che il redattore abbia voluto dire che il Cristo, in occasio­ne della sua prima pasqua insurrezionale, non trovò appoggio concreto neppure da parte dei galilei, che pur ora lo esaltano, in quanto anche loro si erano limitati a condividere solo teoricamente la giustezza del suo operato. Poiché tuttavia è difficile pensare che un uomo isolato po­tesse mettere scompiglio nel piazzale del Tempio, senza essere imme­diatamente arrestato dalle guardie giudaiche, si deve ipotizzare ch’egli poté cacciare i mercanti grazie all’appoggio, almeno indiretto, dei galilei e degli ex seguaci del Battista, per cui la «patria» in questione è proprio la Giudea e non la Galilea, dove invece il grande rifiuto della sua identità messianica avverrà più tardi, in occasione dei cosiddetti «pani moltipli­cati».

Il Cristo, molto tempo prima di Paolo, aveva capito che il prima­to dei giudei su tutte le altre etnie di origine ebraica era irrimediabilmen­te finito. Ai samaritani lo aveva detto a chiare lettere (Gv 4,21) ed essi credettero alle sue parole pur non avendo visto, a differenza dei galilei, la cosiddetta «purificazione del Tempio» (ma sarebbe meglio usare la parola «epurazione», se non addirittura «sollevazione»).

46) Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao.

Il funzionario in questione, che Luca e Matteo chiamano «cen­turione», attribuendogli una funzione di polizia che probabilmente non aveva (i centurioni erano a capo di una guarnigione di 100 uomini), era un ufficiale-amministratore che risiedeva a Cafarnao, al servizio del te­trarca Erode Antipa: la critica ritiene fosse Cuza o Cusa, marito di Gio­vanna, seguace, quest’ultima, di Gesù (Lc 8,3). Cuza assomiglia, per la decisione di collaborare col potere dominante, alla figura dell’esattore fi­scale Levi, poi divenuto l’apostolo Matteo. Qui si ha a che fare con un personaggio di cultura ebraica ma politicamente collaborazionista. (Da notare che in Matteo e Luca si parla di «centurione» anche a motivo del fatto che si vuole dare per scontata l’origine pagana o ellenistica di que­st’uomo, tant’è che il Cristo, alla fine del racconto, lo esalterà proprio in quanto cristiano di origine pagana, ponendo la fede di lui in contrasto con quell’ebraismo che, pur progressista, non abbraccerà mai il cristia­nesimo. Quindi è evidente che questo racconto è maturato in un am­biente ellenistico già cristianizzato).

Il fatto che Gesù avesse scelto Cana come tappa del suo viag­gio probabilmente è dipeso, redazionalmente, dal precedente racconto dell’acqua mutata in vino, descritto in maniera simbolica dai falsificatori di Giovanni per mostrare la fine del primato di Israele.

In Matteo e in Luca tutto l’episodio avviene invece a Cafarnao, dove di regola vivevano i funzionari di Erode. Nei loro vangeli non è mai citata la città di Cana, tant’è che molti esegeti dubitano che sia mai esi­stita. Entrambi collocano questo episodio all’inizio dell’attività taumatur­gica del Cristo, senza però avere la precisione diacronica e sincronica di Giovanni.

In entrambi è ammalato non il figlio del funzionario ma un ser­vo, che in Matteo è «paralizzato», mentre in Luca è preda di febbri che portano alla morte. Il motivo di questa sostituzione è di difficile compren­sione: probabilmente Matteo e Luca attingono alla fonte Q.

Diverse possono essere le ipotesi: 1) i due redattori sinottici non hanno voluto ricordare il figlio del centurione perché poi divenne ostile al cristianesimo, 2) hanno voluto modificare questo particolare per non attenuare la fede e la grandezza morale del padre, 3) il ricordo che si trattasse proprio del figlio col tempo era scomparso, 4) l’anonimato è servito per proteggere il padre e il figlio dalle persecuzioni anticristiane da parte dei romani.

Sia come sia in Matteo, indirettamente, si comprende bene che il servo in questione non poteva essere uno qualunque; tant’è che Luca, che probabilmente attinge anche da Matteo, lo dice esplicitamente con l’inciso «gli era molto caro».

47) Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per mori­re.

L’inevitabile domanda che questo versetto suscita è la seguen­te: come faceva il funzionario a sapere che il Cristo operava guarigioni se ancora non le aveva fatte (stando almeno a quanto dice Giovanni, che considera l’evento del vino di Cana il primo della lista e che però gli esegeti, in genere, ritengono spurio)? Qui delle due l’una: o Cuza sape­va che Gesù era un guaritore (e allora dobbiamo pensare che l’evento di Cana sia stato preceduto da alcune guarigioni in Galilea, cioè dobbia­mo dar ragione alla cronologia dei sinottici), oppure egli ha tratto una lungimirante conseguenza dal prodigio di Cana. Si può anche pensare che tra i due eventi di Cana Gesù abbia compiuto svariate guarigioni, ma allora sarebbero del tutto fuori luogo la cronologia di Giovanni e so­prattutto il v. 54 di questo racconto.

A motivo di queste contraddizioni molti esegeti sono arrivati alla conclusione che sia l’evento di Cana che questa guarigione siano state in realtà del tutto inventate da ambienti cristiani di origine pagana, al fine di mostrare la loro uguaglianza nei confronti degli ambienti cristiani di origine ebraica. Ma sono state rilevate altre incongruenze che rendono tutto il racconto poco credibile: la guarigione a distanza, che sicuramen­te resta di difficile comprensione (non a caso essa si ritrova in un altro racconto di origine ellenistica: quello della donna cananea o sirofenicia, cfr Mc 7,24-30); la collocazione temporale di una guarigione così por­tentosa, più comprensibile verso la fine di un’attività propagandistica e comunque più verosimile al cospetto di una fede sostanziale, che certa­mente non poteva avere un uomo potente e colluso con Roma come Cuza.

Ora, se il funzionario sapeva con certezza che il Cristo aveva trasformato l’acqua in vino, avrebbe anche potuto pensare come possi­bile la guarigione di un infermo, che all’epoca veniva considerata alla portata di molti sciamani. Se invece il funzionario non sapeva nulla di Cana, allora resta da spiegare il motivo per cui Giovanni o un secondo redattore abbia voluto specificare al v. 54 che questo fu «il secondo miracolo fatto da Gesù tornando dalla Giudea in Galilea». Questo senza considerare che lo stesso Gv 2,23 lascia intendere esattamente il con­trario: «Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome», a meno che con la parola semèia («segni») s’intendano degli eventi in senso lato e non si includano le guarigioni. Vien quasi da pensare che Gio­vanni abbia inteso dire, numerando i primi due miracoli, ch’essi furono i primi due non in assoluto ma solo in relazione alla Galilea, dopo un cer­to periodo di permanenza passato in Giudea. Ma resta più credibile l’ipotesi che se davvero Gesù si è incontrato con Cuza, al massimo vi è stato un dialogo politico mistificato dal miracolo.

Di fatto noi dal racconto di Giovanni possiamo dedurre con si­curezza (ammesso e non concesso che il racconto abbia almeno una parvenza di verità) solo due cose: 1) il funzionario conosceva Gesù, 2) sapeva che avrebbe potuto guarire il figlio gravemente malato. Il «co­me» di entrambe le cose non ci è dato sapere. Da notare ch’egli non mostra alcun interesse per quanto Gesù aveva fatto a Gerusalemme e, pur sapendo che il Cristo ha anzitutto un «vangelo di liberazione» da dif­fondere, non si fa scrupolo di chiedergli un favore personale; o, se vo­gliamo guardare le cose in positivo, nonostante egli sappia che col suo gesto eversivo Gesù si poneva in una posizione scomoda agli occhi di qualunque uomo di potere, non ha alcun timore d’incontrarlo personal­mente.

Le stranezze in Matteo e Luca sono ancora maggiori. Sebbene il servo stia per morire, il funzionario sembra non avere alcuna fretta di supplicare personalmente Gesù. In Matteo addirittura il funzionario sa già che il Cristo esaudirà la sua richiesta: infatti questi risponde subito affermativamente, come se l’oggetto della richiesta fosse di per sé moti­vo sufficiente per suscitare un interesse immediato. Questo atteggia­mento deve aver insospettito Luca, il quale ha pensato di motivare sia l’eccessiva sicurezza del funzionario, sia l’interesse immediato di Gesù. La motivazione di questa scelta è duplice nel suo vangelo: 1) sul piano soggettivo il servo – viene detto – era «molto caro» al centurione; 2) sul piano oggettivo – e questo è decisivo per Luca, che si sforza di dare una patina di credibilità a un racconto che gli dovette apparire inverosi­mile – il centurione «ama» Israele e «ha fatto costruire la sinagoga di Cafarnao».

A Luca deve essere parsa sospetta anche quella singolare con­fidenza (o intesa) che in Matteo emerge tra Gesù e il funzionario: di qui l’esigenza, nel suo racconto, di far precedere il centurione da un’amba­sciata di «anziani giudei», il che però contraddice la particolare gravità della malattia.

A ben guardare Giovanni è il solo che ci permette di compren­dere che se il funzionario andò personalmente da Gesù, non lo fece sol­tanto a motivo della particolare gravità della malattia o dello stretto lega­me familiare che l’univa all’ammalato, ma anche perché sapeva che agli occhi dei galilei egli non rappresentava il potere collaborazionista in ma­niera incontrovertibile.

48) Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete».

Con una frase del genere: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete» (Gv 4,48), sembra impossibile non dare per scontate delle guarigioni operate in precedenza. Il fatto che Gesù non risponda subito affermativamente alla richiesta del postulante, sembra dipendere, in tal senso, da una sorta di preoccupazione a non lasciarsi strumentalizzare. Non solo, ma qui il Cristo deve anche pensare a non dare adito a possi­bili critiche: infatti, rispetto al ruolo oggettivo che il funzionario ricopriva, cioè a prescindere dalle sue qualità personali, il rischio era quello di mettere dei poteri taumaturgici a disposizione di chi opprimeva i galilei. Usando l’appellativo «voi» Gesù fa chiaramente intendere al funzionario di considerarlo (o di doverlo considerare) prima come «oppressore» poi come «postulante», ovvero prima come «amministratore di Erode» poi come «uomo e padre di famiglia». Era proprio la scelta di servire un po­tere che collaborava con Roma che rendeva questi individui invisi alla collettività.

La critica che il Cristo rivolge al funzionario è in realtà riferita a quanti scelgono un tipo di vita conseguente a un atteggiamento scettico nei confronti della possibilità di cambiare le cose. Si può forse qui ipotiz­zare che il funzionario, avendo già ascoltato il vangelo di Gesù, perso­nalmente o per sentito dire, lo ritenesse teoricamente giusto anche se praticamente irrealizzabile o comunque realizzabile solo a condizione di veder dei segni che ne legittimassero le aspettative.

Resta in ogni caso significativo che un uomo di potere al servi­zio di un sovrano collaborazionista, mostrasse interesse per il vangelo di Cristo: questo forse può spiegare il motivo per cui nei vangeli di Luca e Matteo la figura del funzionario sia stata particolarmente esaltata. Ci si può chiedere, in tal senso, se Marco non ne parli per timore di costituire un doppione del racconto sulla confessione del centurione ai piedi della croce (15,39). E naturalmente non è da escludere che il racconto sia stato messo per fare un piacere a questo intendente di Erode, che forse divenne «cristiano» dopo la sconfitta politica del movimento nazareno.

Ovviamente se si evita di dare a questo racconto un’interpreta­zione di tipo politico, la critica del Cristo occorre circoscriverla entro un orizzonte meramente culturale: in tal modo il limite oggettivo del funzio­nario non starebbe tanto nel suo ruolo di collaborazionista/oppressore quanto nell’atteggiamento filosofico dello scetticismo, in cui il Cristo avrebbe anche potuto vedere, in maniera paradigmatica, l’atteggia­mento di quella parte della popolazione galilaica che aveva accettato di collaborare con Roma.

Inutile dire che le versioni di Matteo e Luca non aiutano minima­mente a comprendere la complessità di queste sfumature. In Matteo ad­dirittura il centurione mostra subito grande umiltà e grande fiducia nel Cristo. Umiltà perché lo considera infinitamente più grande di lui; fiducia perché è convinto ch’egli guarirà il servo a distanza (è addirittura lui che gli propone questo tipo di guarigione!).

Tali assurdità appaiono anche in Luca, con la differenza che questi si sente in dovere di spiegarne la ragione, poiché il suo centurio­ne non vuole essere un ebreo ellenizzato che parla come se fosse già convertito al cristianesimo, ma vuole essere solo una persona umanita­ria, la cui bontà è indipendente dal rapporto col Cristo.

49) Ma il funzionario del re insistette: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia».

Il tono è molto drammatico. Tutto il racconto di Giovanni può essere letto come il tentativo di mostrare quanta difficoltà avesse il pote­re collaborazionista di risolvere le proprie contraddizioni interne e quan­to grande fosse l’esigenza, avvertita da parte di alcuni rappresentanti di questo potere, di trovare un’intesa con le forze ebraiche più aperte al confronto.

Il titolo di dominus, attribuito da un uomo di potere a un indivi­duo che poco tempo prima aveva cacciato i mercanti dal Tempio, in un contesto storico dominato da un forte contrasto politico, è un riconosci­mento molto impegnativo. Il funzionario rischiava d’essere denunciato dai suoi subordinati per cospirazione o tradimento. Pur di salvare la vita del figlio, egli ha rischiato di perdere la propria.

Naturalmente il fatto ch’egli chieda insistentemente che Gesù vada a Cafarnao per sanare con l’imposizione delle mani il figlio mori­bondo, esclude a priori che il funzionario potesse aspettarsi o addirittura immaginarsi una guarigione a distanza. Nei sinottici invece è scontato il contrario.

50) Gesù gli risponde: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino.

Dal «voi» distaccato al «tu» confidenziale e, nonostante questo, l’irremovibilità del Cristo, che non ha alcuna intenzione di scendere con lui a Cafarnao, anche perché avrebbe dovuto farlo pubblicamente. Quando Cuza capisce che non è sufficiente la propria benevolenza nei confronti del vangelo di Cristo o dell’esigenza ebraica di liberazione na­zionale, per poter sperare di veder esaudite le proprie suppliche secon­do le modalità da lui stesso proposte, desiste dalla supplica e si convin­ce che l’unica alternativa possibile è quella di credere nella parola che ha appena udito. Quest’uomo sa di non poter pretendere nulla di più, soprattutto sa di non poter pretendere un rapporto ufficiale col Cristo soltanto in nome della propria magnanimità nei confronti della cittadi­nanza locale. D’altra parte il Cristo non gli ha concesso la guarigione sub condicione, cioè a condizione ch’egli si converta al vangelo.

Singolare comunque resta il fatto che nel vangelo di Giovanni quest’uomo non appare quel perfetto credente che è in Matteo o quel politico virtuoso, potenzialmente cristiano, che è in Luca. Di fatto né Luca né Matteo hanno capito che la guarigione non venne concessa né per i meriti del funzionario né per la gravità del caso, ma anzitutto per costruire una sorta di «ponte» tra il movimento di Gesù, in quel momen­to ancora in fase di formazione, e l’ebraismo progressista, ai fini della resistenza antiromana. E questo benché nel vangelo di Giovanni proprio la guarigione sia servita per celare un possibile rapporto di collaborazio­ne politica in funzione antiromana.

La guarigione, quindi, stando almeno alla versione di Giovanni, non premiò una fede in atto né uno spiccato senso umanitario, ma cercò anzi di stimolare un approfondimento delle tematiche politiche suscitate dal nuovo vangelo di liberazione, ovvero l’uscita dal tunnel dello scettici­smo, in cui il funzionario si dibatteva. Tant’è che il Cristo, vedendo una fede ancora immatura, rifiuta di seguire il funzionario a Cafarnao. Vice­versa, in Matteo e in Luca Gesù non va a casa del centurione semplice­mente perché la fede di quest’ultimo rendeva inutile il percorso. La si­tuazione – come si può facilmente notare – è rovesciata, per cui le con­clusioni politiche che si possono trarre sono alquanto discordanti.

Nei sinottici il fatto che il funzionario fosse oggettivamente un collaborazionista viene del tutto ricompreso all’interno di considerazioni di tipo soggettivistico circa le sue qualità umane. La guarigione si pre­senta come un aspetto logico, consequenziale a una fede in atto ed essa quindi ha finalità meramente apologetiche.

Giovanni invece, che è assai più rigoroso, ritiene che le qualità personali non siano sufficienti per un’adesione politica al vangelo, meno che mai se si ricoprono incarichi di potere. Facilmente un politico come Giovanni avrebbe potuto interpretare le parole di Luca circa l’atteggia­mento magnanime del centurione (che amava Israele al punto da volere la costruzione della sinagoga di Cafarnao) come un modo per rendere meno difficili o più tollerabili dei rapporti che, essendo oggettivamente ingiusti, tra popolazione ebraica e truppe romane, necessitavano di ben altre soluzioni.

Tuttavia, proprio come nel caso della conversione del pubblica­no Matteo, Gesù doveva essersi reso conto che l’occasione era favore­vole per lanciare un messaggio alle forze collaborazioniste, cioè per ar­rivare all’amministratore passando per il postulante. È vero, il titolo di dominus poteva essere stato proferito solo per ottenere la guarigione, ma si poteva anche pensare che in virtù di quella guarigione l’ammini­stratore avrebbe potuto trasformarsi in seguace del movimento.

Costatando il coraggio di un funzionario disposto a incontrare un avversario politico, il cui vangelo ormai era ai limiti della legalità, Gesù lo vuole premiare ponendogli, in cambio del favore chiestogli, una condizione tassativa: credere esclusivamente nelle sue parole circa la possibilità di una guarigione a distanza. Il che laicamente voleva dire che potevano esserci «parole nuove» in grado di produrre «fatti nuovi». Con l’espressione «a distanza» andava in realtà inteso il rapporto fidu­ciario tra due leader politici su sponde opposte (seguace effettiva del Cristo sarà soltanto la moglie di Cuza, Giovanna, stando a Lc 8,3 e 24,10).

Si badi: il Cristo non pone il funzionario nella condizione di do­ver scegliere fra la vita del proprio figlio e l’adesione all’ideologia politica filo-romana. Se per credere nel vangelo, cioè nelle parole relative alla li­berazione nazionale, il funzionario ha prima bisogno di credere in que­sta guarigione, rischiando una denuncia per tradimento, il Cristo non può avere motivi inderogabili per opporvisi. Cioè anche dando per scon­tato che il tema sia stato quella della richiesta di una guarigione, restano salvi i problemi relativi a un difficile confronto di natura politica.

51) Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!».

I servi, che ovviamente non sapevano nulla di quanto era acca­duto tra i due protagonisti del racconto, s’incamminarono (i chilometri che separano Cana da Cafarnao sono circa 30) per dire al loro padrone che, essendosi il figlio ripreso, non occorreva supplicare ulteriormente il guaritore (Gv 4,51). Non sospettano di nulla, anzi è probabile che i testi­moni di questa guarigione, se davvero avvenuta, siano stati pochissimi, esattamente come descritto in occasione di un altro prodigio inverosimi­le e per questo risalente sicuramente ad ambienti ellenistici, relativo alla trasformazione dell’acqua in vino.

52) S’informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dis­sero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato».

Cuza, mentre torna a casa nella speranza di non aver perso il proprio tempo, vuole sincerarsi – lui che è discepolo dello scetticismo – se effettivamente la guarigione sia dipesa dalla parola-volontà di Gesù e non sia piuttosto da collegarsi a una fortuita coincidenza. Ha bisogno di escludere con sicurezza che il caso possa costituire una spiegazione sufficiente. Pertanto «s’informò a che ora avesse cominciato a star me­glio. Gli dissero: – Ieri, un’ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lascia­to» (Gv 4,52).

Questa ricerca scrupolosa della verità delle cose ci aiuta a capi­re la personalità contraddittoria di quest’uomo, che umanamente si mo­stra irreprensibile e che politicamente è opportunista. Sul piano filosofi­co si potrebbe dire ch’egli oscilla tra lo scetticismo esistenziale e il prag­matismo logico. Cuza appare pragmatico perché non ritiene sia tempo sprecato rischiare di chiedere un favore a un uomo di cui conosce i po­teri e dal quale sa che potrebbe anche non ottenere nulla, in quanto suo avversario politico: la malattia del figlio è troppo grave perché egli possa pensare di formalizzarsi in questioni che non lo porterebbero da nessu­na parte. Ed è anche logico, poiché vuole sincerarsi di persona della ve­rità delle cose, cioè del nesso che lega la causa all’effetto, anche se di questo nesso non può ovviamente comprendere la concreta modalità. Cuza insomma, anche prescindendo dalla natura apologetica di questo racconto, appare intelligente come uomo e arrivista come politico.

53) Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua famiglia.

Il modo come avvenne questa guarigione resta ovviamente in­spiegabile. Si ha qui l’impressione che Giovanni abbia voluto mettere in relazione lo scetticismo del padre con la malattia del figlio. Cuza non cercò Gesù per un interessamento di tipo ideale ma per ottenere un fa­vore personale. Quando cominciò a capire che il Cristo non poteva es­sere strumentalizzato come taumaturgo, il figlio prese a guarire.

Come nel caso di Giairo, ma in forma molto più soft, sin dall’ini­zio del racconto si ha avuto l’impressione che Cuza confidasse nel pro­prio ruolo per ottenere ciò che desiderava, cioè che volesse arbitraria­mente soprassedere al fatto, in sé oggettivo, che tra lui e il Cristo vi era un abisso politico che li teneva separati, o che comunque non volesse rendersi conto che Gesù non avrebbe potuto avere alcun valido motivo per fare un’eccezione solo per lui.

Cuza – dice Giovanni – fu consequenziale, nel senso che, una volta appurata l’intrinseca, per quanto paradossale, obiettività degli av­venimenti, non ritenne che vi fosse più alcuna ragione per dubitare della effettiva praticità del vangelo di Cristo, per quanto nel racconto in que­stione non viene detto fino a che punto egli abbia deciso di convertirsi, cioè non viene detto ch’egli, come il pubblicano Matteo, smise di fare il suo lavoro. La formula del commiato risente della terminologia missio­naria della chiesa primitiva.

54) Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giu­dea in Galilea.

Questo versetto, su cui già s’è discusso, appare come una dop­pia conclusione del racconto. Il motivo per cui si sia voluto specificare che era il secondo prodigio resta poco comprensibile e anche, se voglia­mo, poco convincente, poiché – come si è visto – il funzionario doveva chiaramente avere una conoscenza di Gesù come taumaturgo.

Si ha come l’impressione che il versetto abbia avuto la funzione di sostituire un’altra conclusione. Risulta infatti incredibile che la conver­sione al vangelo di un funzionario di Erode non abbia avuto alcuna con­seguenza né sul piano politico né su quello redazionale. Vien quasi da pensare che in realtà non vi fu alcuna vera conversione, ma semplice­mente una riconferma della personalità umanitaria di Cuza. Le versioni di Matteo e Luca non avrebbero forza sufficiente per contraddire questa tesi, in quanto l’esaltazione della fede cristiana del centurione può an­che risultare compatibile con un’adesione solo intenzionale o solo mora­le al vangelo di liberazione di Cristo.

In Matteo addirittura Gesù prevede che in virtù della fede di Cuza (il quale sembra qui anticipare i futuri imperatori cristiani) si realiz­zerà nel regno dei cieli un consesso di popoli pagani convertiti al cristia­nesimo che, seduti al tavolo di Abramo, Isacco e Giacobbe, toglieranno il posto agli ebrei ortodossi d’Israele.

Nel vangelo di Giovanni la conclusione è assai diversa. Il signi­ficato politico del racconto non sta affatto nella conversione (peraltro im­probabile) del funzionario al vangelo di Cristo, e non sta neppure in un’artificiosa contrapposizione tra cristiani di origine pagana ed ebrei an­ticristiani, quanto piuttosto nel tentativo di dimostrare che nel concetto di «uguaglianza universale» non si poteva escludere la possibilità di coin­volgere quegli oppressori dal cosiddetto «volto umano» o, nella fattispe­cie del racconto, i collaborazionisti pentiti.

È facile oggi rendersi conto che un concetto del genere avrebbe potuto avere conseguenze di incalcolabile portata se il movimento naza­reno lo avesse fatto proprio come una regola generale: p.es. nei concet­ti di «oppresso» o addirittura di «oppressore pentito» si potevano inclu­dere determinate personalità o classi sociali di origine non ebraica. Se si guardano le cose in quest’ottica diventa del tutto condivisibile la decisio­ne del Cristo di operare una guarigione a una persona che per la menta­lità dominante poteva apparire come un nemico.

Nel racconto di Giovanni questi aspetti sono ricondotti alla diffe­renza tra «segno» e «miracolo»: il primo è un evento che può rappre­sentare un significato politico per i protagonisti e i testimoni. Viceversa, se si vuole ridurre il «segno» a un «miracolo» (come generalmente fan­no i sinottici e quelle esegesi di tipo «confessionale»), il superamento dell’incredulità del funzionario comporta inevitabilmente, sul piano politi­co, una sua riconferma, in quanto è proprio la presenza del «miracolo» che esclude a priori la possibilità di risolvere le crisi di tipo politico.

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Autore: laicusblog

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