L’arroganza di Giairo

MARCO (5,21-24.35-43)

21] Essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare.

[22] Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi

[23] e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva».

[24] Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

[35] Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?».

[36] Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!».

[37] E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.

[38] Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava.

[39]Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme».

[40] Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina.

[41] Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!».

[42] Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore.

[43] Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.

MATTEO (9,18-19.23-26)

[18] Mentre diceva loro queste cose, giunse uno dei capi che gli si prostrò innanzi e gli disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà».

[19] Alzatosi, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli.

[23] Arrivato poi Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse:

[24] «Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme». Quelli si misero a deriderlo.

[25] Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò.

[26] E se ne sparse la fama in tutta quella regione.

LUCA (8,40-42.49-56)

[40] Al suo ritorno, Gesù fu accolto dalla folla, poiché tutti erano in attesa di lui.

[41] Ed ecco venne un uomo di nome Giairo, che era capo della sinagoga: gettatosi ai piedi di Gesù, lo pregava di recarsi a casa sua,

[42] perché aveva un’unica figlia, di circa dodici anni, che stava per morire. Durante il cammino, le folle gli si accalcavano attorno.

[49] Stava ancora parlando quando venne uno della casa del capo della sinagoga a dirgli: «Tua figlia è morta, non disturbare più il maestro».

[50] Ma Gesù che aveva udito rispose: «Non temere, soltanto abbi fede e sarà salvata».

[51] Giunto alla casa, non lasciò entrare nessuno con sé, all’infuori di Pietro, Giovanni e Giacomo e il padre e la madre della fanciulla.

[52] Tutti piangevano e facevano il lamento su di lei. Gesù disse: «Non piangete, perché non è morta, ma dorme».

[53] Essi lo deridevano, sapendo che era morta,

[54] ma egli, prendendole la mano, disse ad alta voce: «Fanciulla, alzati!».

[55] Il suo spirito ritornò in lei ed ella si alzò all’istante. Egli ordinò di darle da mangiare.

[56] I genitori ne furono sbalorditi, ma egli raccomandò loro di non raccontare a nessuno ciò che era accaduto.

 

Marco (5,21-24.35-43)

21) Essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare.

Qui due cose si possono facilmente notare. Anzitutto la diffe­renza di atteggiamento da parte delle folle: nella Decapoli i ceti bene­stanti, dopo la guarigione del pazzo geraseno, l’avevano sollecitato ad andarsene; qui invece lo stimano, anzi lo esaltano, tanto che fra non molto, cioè al momento dei pani moltiplicati, lo riconosceranno ufficial­mente come messia, seppure con l’esigenza nazionalistica di restaurare il regno davidico.

In secondo luogo si comprende, da questo versetto, come l’in­teresse della folla galilaica non fosse unicamente indirizzato alle capaci­tà taumaturgiche di Gesù, ma anche ai suoi discorsi, al suo «nuovo in­segnamento» – dice Marco (1,27); per quanto forse non nella misura idealizzata intesa da Luca, per il quale la folla «stava ad aspettarlo» lungo la riva (senza poter sapere, ovviamente, quando sarebbe tornato). Senza dubbio però la folla descritta da Marco non teme il giudizio di condanna già emesso dagli scribi di Gerusalemme, mandati dalle auto­rità sinedrite a controllare la situazione (Mc 3,22), anzi, fa mostra di volerlo proteggere sia contro costoro che contro gli stessi parenti di Gesù, venuti da Nazareth a prenderlo (Mc 3,21).

Tipologia, questa della folla galilaica, che Matteo rifiuta decisa­mente. Il suo Gesù, dopo aver litigato con gli scribi in occasione del pa­ralitico guarito, dopo aver polemizzato con i farisei (nella casa dello stesso Matteo) e con i battisti (durante o subito dopo il famoso pranzo offerto dall’apostolo neo-convertito ai «molti pubblicani» suoi amici – gli esattori delle tasse – e a gente che l’opinione dominante considerava di «cattiva reputazione»), il suo Gesù – si diceva – incontrerà il postulante di questo racconto (che Matteo neppure ricorda per nome) mentre è an­cora intento a discutere con pubblicani e peccatori, farisei e battisti sul «puro» e l’«impuro», sulla «misericordia» e il «sacrificio», ovvero sulla giustizia sostanziale e formale. Nella sua versione, l’unica folla che ap­pare sono i parenti del postulante. Matteo insomma, che per il mestiere che faceva era considerato una specie di «traditore», avendo voluto scrivere un vangelo contro gli ebrei, cercando di dimostrare che Gesù era il messia di cui loro avevano bisogno, non ha mai saputo liberarsi pienamente dai suoi personali rancori. Naturalmente la tradizione che ha voluto ispirarsi alla sua opera (non dimentichiamo che il vangelo ara­maico di Matteo è andato perduto), non ha fatto altro che accentuare il suo antisemitismo.

Viceversa, Marco è un po’ più distaccato nei suoi giudizi, anzi qui è addirittura poetico. Quando dice che Gesù se ne «stava lungo il mare», cioè nei pressi del lago di Tiberiade o di Gennesareth, fa venire in mente che proprio qui avvennero i contatti più significativi fra Gesù e la popolazione locale, le esperienze pubbliche più impegnative (in terra galilaica). Stando sempre a Marco (ma Giovanni smentisce o quanto meno non conferma) è stato proprio «lungo il mare» che Gesù chiamò alla militanza attiva apostoli come Andrea, Pietro, Giacomo, Giovanni e lo stesso Matteo.

22) Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il qua­le, vedutolo, gli si gettò ai piedi

Non tutti i sacerdoti o gli scribi della Palestina rifiutavano Gesù. È vero che i vangeli non si preoccupano granché di documentarlo, ma non si deve dimenticare ch’essi sono stati scritti per addossare agli ebrei le maggiori responsabilità della morte di Gesù e per dimostrare ai romani la lealtà politica dei cristiani. Con ciò, tuttavia, non si vuole so­stenere che il postulante di questo episodio sia stato favorevole alla causa di Gesù.

Qui «uno dei capi della sinagoga» (Matteo dice di Cafarnao), preposto alle funzioni religiose, si avvicina a Gesù, mentre questi parla alla folla, per chiedergli un intervento di tipo terapeutico. Quale tipo di «consapevolezza» lasci supporre un atteggiamento del genere, è presto detto. Anzitutto Giairo sa di avere a che fare con un grande taumaturgo, altrimenti ora non rischierebbe di esporsi così tanto, lui che, probabil­mente, condizionato com’è dal ruolo che ricopre, non è un suo seguace, anzi, semmai un suo diretto avversario (per quanto soggettivamente possa condividere alcuni aspetti della sua causa). In secondo luogo, Giairo, che non può non conoscere Gesù anche come leader politico, sa perfettamente ch’egli non è più disponibile a fare guarigioni fini a se stesse: altrimenti non gli si sarebbe prostrato ai piedi. In terzo luogo, Giairo, mettendosi pubblicamente in ginocchio davanti a Gesù, pur avendo scelto un momento sbagliato (poiché ha interrotto un’attività più significativa), spera d’ottenere lo stesso ciò che desidera, a motivo della nuova situazione ch’egli, in quanto archisinagogo, è venuto a creare. In altre parole, se da un lato Giairo non ha tenuto conto del proprio ruolo, inginocchiandosi davanti a un ebreo gerarchicamente inferiore e politi­camente addirittura ostile, dall’altro invece ne ha tenuto conto, in quanto l’ha fatto pubblicamente, sperando di mettere Gesù nella condizione di non poter rifiutare.

Gesù in effetti dovrà decidere se offrire una proroga al tempo in cui il postulante può giungere al vangelo passando per le guarigioni, o se considerare questo tempo già definitivamente concluso. Trattandosi, in questo caso, di un’autorità religiosa, del cui appoggio egli poteva sempre aver bisogno, c’era, almeno in teoria, un motivo in più per non formalizzarsi. Ma sul piano etico e politico le cose non erano così sem­plici.

23) e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vie­ni a imporle le mani perché sia guarita e viva».

Il fatto che preghi «con insistenza» sta non solo ad indicare la gravità della situazione, ma anche che Giairo cerca di avvalersi del pro­prio ruolo. Peraltro, da quello che dice è facile osservare come egli sia unicamente interessato a ottenere la guarigione della figlia. Il suo atteg­giamento infatti non è solo strumentale (poiché s’interessa di Gesù solo nel momento del bisogno), ma anche superficiale, in quanto priva le guarigioni di Gesù del loro contenuto socio-politico. Lo si comprende dal tipo di terapia che gli suggerisce: l’imposizione delle mani (una pratica usata fin dall’antichità per indicare la guarigione degli infermi – cfr 2 Re 5,11). Con ciò Giairo sottovaluta Gesù sia come politico che come gua­ritore, nel senso che lo considera sì «grande» ma non al di là della tradi­zionale concezione di «taumaturgo» (quale mago, evocatore, teurgo…). Ecco perché Gesù, pur sapendo che la figlia era «agli estremi», lo ha la­sciato insistere nella supplica.

Davanti all’apparente indifferenza con cui Gesù ascoltava la sua richiesta di guarigione, Giairo avrebbe dovuto capire sostanzialmen­te due criteri di priorità: 1) il primato delle esigenze degli oppressi su quelle degli oppressori (non perché lui è un archisinagogo può preten­dere un’immediata soddisfazione); 2) il primato del vangelo sulle guari­gioni (se questo è vero per gli oppressi, tanto più lo è per gli oppressori). Viceversa, Giairo non solo è rimasto insensibile a queste motivazioni etico-politiche, ma non ha neppure compreso il semplice criterio di equi­valenza delle malattie, che Gesù da tempo aveva evidenziato con la sua notevole attività pranoterapica.

Anche quando è il «potere» a supplicarlo di un favore, Gesù non può fare preferenze, non può concedere delle deroghe di questo tipo ai suoi princìpi, neppure nel caso di una grave malattia. Il preceden­te che si costituirebbe potrebbe procurargli in futuro dei fastidi molto più grandi del vantaggio che ora può ottenere. Che penserebbero i discepoli nel vederlo rispondere con solerzia alle esigenze di chi comanda e di chi collabora, più o meno, con Roma? Un’eccezione alla regola sarebbe possibile se il postulante si aprisse alla fede, ma Giairo, in tal senso, non sembra offrire una vera disponibilità, per quanto con la sua pubblica prostrazione egli, da un lato, pare abbia capito le difficoltà politiche di Gesù nell’affrontare il suo caso, e dall’altro abbia sicuramente rischiato, in qualche modo, un richiamo da parte dei colleghi: cosa di cui lo stesso Gesù deve essersi reso conto, poiché se lo lascia insistere significa che non era del tutto disinteressato alla sua supplica, né voleva metterlo in una situazione imbarazzante congedandosi da lui.

Leggendo Luca e Matteo si ha una ben altra impressione della personalità di Giairo. Nel vangelo di Luca, Giairo merita la guarigione per motivi squisitamente «morali» – com’è nello stile dell’evangelista: la figlia è «unica» e appena «dodicenne» (informazione, quest’ultima, pre­sa da Marco), per cui non c’è insistenza nella preghiera e Gesù reagi­sce subito positivamente. Si ha addirittura l’impressione che la prostra­zione sia una conseguenza del fatto che Giairo aveva per Gesù un’altis­sima considerazione. Cosa che in Matteo appare ancora più evidente, poiché Giairo, essendo la figlia «già morta», è sicuro che gliela risorge­rà! Comportandosi già come un «buon cristiano», Giairo non trova diffi­coltà a credere nel Gesù-rianimatore, benché il suo caso fosse senza precedenti. Ovvero, in Matteo Giairo non giunge alla fede passando per la disperazione, ma si serve della propria fede per chiedere quanto gli sembra del tutto naturale. Secondo Marco invece i postulanti sono ge­neralmente individui di poca fede, mentre i veri «credenti» (come ad es. gli apostoli) non chiedono mai delle guarigioni (l’unico caso è quello della suocera di Pietro – Mc 1,30 s.).

24) Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

La reazione di Gesù, in Marco, è positiva, ma senza entusia­smo. Egli spera che tramite la soddisfazione di un’esigenza secondaria (la salute fisica), Giairo giunga a comprendere la necessità di soddisfare le esigenze che l’uomo dovrebbe considerare come primarie (la libera­zione sociale), ovvero giunga a comprendere la sostanziale differenza tra essere e vivere. Ovviamente Gesù non ha intenzione di servirsi della guarigione per indurlo a mettersi dalla sua parte: egli accetta di guarirlo prima ancora che Giairo manifesti un qualche interesse per il vangelo.

Probabilmente Gesù si convince a intervenire anche per non scandalizzare la folla, la quale, pur sapendo che Giairo non ha fiducia nel vangelo (almeno pubblicamente), può aver giudicato come eccessi­vo – considerata l’estrema gravità della situazione – l’attendismo di Gesù. La folla anzi pare eccitata al vedere un caposinagoga abbassarsi a quel livello e ha tutto l’interesse a che venga confermata, da parte di un esponente così autorevole della comunità, la propria adesione al Cri­sto.

35) Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga ven­nero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il maestro?».

Qui bisogna anzitutto premettere che all’interno di questo rac­conto, Marco (o un secondo redattore) ne ha inserito un altro, quello dell’emorroissa. Il motivo di questa insolita interpolazione (accettata an­che da Luca e Matteo) non è facile capirlo. Si può però ipotizzare – sen­za andare a scomodare le analogie simboliche, come generalmente fan­no gli esegeti – che alla comunità cristiana primitiva sia parso inaccetta­bile che la morte della figlia di Giairo fosse dipesa da una colpevole len­tezza di Gesù. Se infatti si toglie il brano interpolato, l’espressione del v. 35: «Mentre ancora parlava», non ha come interlocutore l’emorroissa ma lo stesso Giairo. In altre parole: nella versione originaria di questo racconto probabilmente si capiva meglio che le «cause di forza maggio­re» che avevano indotto Gesù a posticipare l’intervento, non riguardava­no tanto l’incontro fortuito con l’emorroissa, quanto piuttosto l’esigenza di salvaguardare l’immagine politica del suo vangelo, che Giairo ovvia­mente non poteva condividere in quel momento. Questa decisione deve aver scandalizzato non poco una comunità in procinto di spoliticizzarsi e di legarsi ad una concezione moralistica o spiritualistica del Cristo quale «maestro di vita», «signore», «figlio di dio», ecc. Matteo – come già det­to – taglierà corto, nel suo vangelo, con questa forma di scandalo, mo­strando, da subito, che Gesù era in grado di resuscitare quella ragazzi­na.

E comunque non è molto importante sapere se i due episodi siano avvenuti proprio così o no. Ciò che conta è il fatto che «mentre Gesù ancora parlava» vengono a riferire a Giairo che la figlia era morta. Non è Gesù a testimoniare la realtà di questo decesso, né a dissuadere l’archisinagogo dal continuare a supplicarlo. Non avendo egli mai fatto «risorgere» nessuno prima di questo momento, è ovvio che la folla (in questo caso i parenti di Giairo) abbiano dei dubbi sulle sue capacità. Lo stesso Giairo, se fin dall’inizio – con buona pace di Matteo – si fosse tro­vato al cospetto di una figlia morta, non l’avrebbe certo scomodato. E anche adesso che è venuto a saperlo, potrebbe benissimo rinunciare al proposito di condurlo a casa sua: Gesù è conosciuto e apprezzato come taumaturgo (oltre che come profeta), non come «resuscitatore di morti»: un suo fallimento potrebbe costar caro a Giairo.

Tuttavia, qui c’è qualcosa di fastidioso, di poco edificante, an­che se può sembrare sintomatico dell’atteggiamento che i ceti bene­stanti, in genere, avevano nei confronti di Gesù. I parenti (non i servi) di Giairo, in effetti, non si sono limitati a una semplice constatazione di fat­to, dicendo che la figlia era morta, ma hanno anche voluto esprimere un giudizio di valore negativo sulle capacità di Gesù (che pur riconoscono formalmente come «maestro»). Chi li aveva autorizzati a questo? Con quale diritto si sono presi la responsabilità di togliere a Giairo l’ultima speranza? Non doveva forse essere il guaritore, eventualmente, a disil­luderlo?

36) Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!».

Gesù lo esorta a non disperare, soprattutto adesso che molto forte è diventata la tentazione di maledire un guaritore apparso «lento di riflessi», tardo nelle decisioni, schematico nelle sue «scelte di classe»… In realtà Giairo viene invitato a superare proprio quella concezione tradi­zionale della natura umana che ritiene impossibili o irrealizzabili deter­minate azioni. Ovvero a credere che tutto è possibile, se si ha fede non in un dio astratto e impotente, ma nell’uomo concreto, capace di coeren­za. Nella fattispecie Giairo deve continuare ad aver fede nei poteri del taumaturgo, sebbene l’evidenza possa indurlo a fare il contrario.

Gesù infatti non ha affermato che la constatazione del decesso è falsa, non ha contraddetto i testimoni oculari: ma non ha neppure la­sciato intendere ch’essa fosse vera. È in questa incertezza che si gioca la fede di Giairo, il quale – ora che la situazione è mutata – anche se ha meno da perdere nei riguardi della figlia, sa di rischiare moltissimo di fronte ai suoi colleghi: un taumaturgo (peraltro «eretico» come quello) che fallisse nel tentativo di rianimargli la figlia, metterebbe in discredito la sua autorevolezza, comprometterebbe sia la sua reputazione (e la carriera) sia la credibilità della direzione sinagogale. Facilmente egli poteva immaginarsi con quali frasi l’avrebbero accusato: «Come ha po­tuto un uomo saggio e avveduto come te fidarsi della parola di un impo­store?». Dunque la fede che Giairo deve avere in questo momento è molto più grande di quella che aveva avuto poco prima.

Da notare, infine, che in Marco i latori di quella tragica notizia sono almeno un paio, in Luca invece è uno solo, al quale Gesù «sem­bra» addirittura rivolgersi invitandolo ad aver fede (mentre Giairo ovvia­mente l’aveva già!). Peraltro, in Luca Gesù promette chiaramente la re­surrezione, in quanto conferma il decesso della bambina dicendo che la «salverà».

37) E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.

Non lo permise appunto perché non avevano una «fede» matu­ra, cioè non avevano quella fede sufficiente a ridimensionare l’importan­za di terapie del genere ai fini della liberazione politico-nazionale. Egli in sostanza teme che la folla si entusiasmi al punto da comportarsi poi in maniera infantile, difficilmente controllabile. Non è che si lamenti del fat­to che qui la folla crede più in lui come «taumaturgo» (cui da tempo era abituata) e non anche come «rianimatore di cadaveri». Non era questa la fede di cui aveva bisogno. Sono gli esegeti confessionali, malati di «culto della personalità», che solitamente interpretano la poca fede del­la folla nel senso ch’essa non credeva sino in fondo che a lui e solo a lui «tutto era possibile». Le guarigioni non venivano fatte per dimostrare una qualche «sovrumanità», ma per indicare all’uomo le infinite poten­zialità che lo caratterizzano.

Gesù qui permette che siano solo i tre apostoli più fidati a se­guirlo non tanto perché spera che la loro fede si irrobustisca davanti a questa nuova grande manifestazione «bioradiante», quanto perché gra­zie alla loro riservatezza potrà evitare una fastidiosa popolarità. Se Giai­ro ha capito il senso di questa scelta oculata, deve aver anche intuito che le intenzioni di Gesù erano serie.

38) Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava.

La seconda prova dell’avvenuto decesso della bambina è offer­ta dalla presenza, allora consueta, di lamentatrici (e «flautisti», aggiunge Matteo). Nel testo greco si capisce meglio la presenza dei vicini di casa, dei parenti e dei familiari più stretti, oltre alle piangenti di mestiere. Mar­co ha voluto sottolineare con cura gli indizi e i particolari più significativi.

39) Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme».

Gesù non voleva semplicemente denunciare l’ipocrisia di un pianto funebre a pagamento (usanza forse tipica delle classi agiate), ma voleva anche verificare il tipo di reazione degli astanti ad una sua affer­mazione apparentemente senza senso. È evidente che se Giairo aves­se chiesto il favore quando Gesù era appena agli inizi della sua attività terapica e tutti avessero ascoltato un paradosso del genere, l’atteggia­mento irrisorio degli astanti sarebbe stato del tutto legittimo. Qui tuttavia è diverso. S’egli ha potuto essere così provocatorio, sfidando l’unanime opinione, è stato proprio perché sapeva d’essere conosciuto e da molti stimato come «grande taumaturgo». Quindi la reazione che si aspettava non era quella categorica dell’incredulità (altrimenti non ci sarebbe stata una prova da superare), ma almeno quella sospensiva dello stupore, in quanto, conoscendolo, era meglio non giudicare le sue parole prima del tempo.

In effetti qui le alternative sono due: o Gesù è un pazzo, perché non sa quello che dice (e c’è semmai da meravigliarsi della fiducia di un Giairo-archisinagogo, mentre si può comprendere la sua riluttanza, co­me «padre», ad ammettere l’evidenza del decesso); oppure, se Gesù sa quello che dice, bisogna attendere che lo dimostri, come ha già fatto in altre occasioni. Naturalmente egli sperava che gli astanti scegliessero la seconda soluzione. Se soltanto l’avessero fatto, lui, sostenendo di fronte a chi non ne era convinto, che la bambina dormiva, forse avrebbe anche potuto dimostrare che la morte è diversa da come generalmente appa­re, meno orribile di quel che sembra: un fenomeno inerente e non anti­tetico alla vita. Viceversa, non avendo ottenuto fiducia, che cosa riuscirà a dimostrare a quella gente scettica e prevenuta: che la terapia è una semplice esercitazione di poteri sciamanici, oppure ch’essa, come tutte le altre, ha un significato prolettico, propulsivo, teso verso una liberazio­ne molto più grande?

40) Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina.

La terza prova della morte della bambina sta in questa derisio­ne. Invece di tacere e aspettare, lo accusano. Neppure la curiosità li trattiene dal dileggiarlo. Gesù non solo, per costoro, è un pazzo che non sa quel che dice, ma anche un impostore, crudele e sadico, perché vuo­le illudere i genitori in un momento così tragico. Essi così si prendono la responsabilità di togliere a Giairo e a sua moglie anche l’ultima speranza.

Ecco perché Gesù è costretto a cacciarli tutti fuori (facendolo di persona!). Se avesse permesso a questa gente di assistere alla riani­mazione, che per loro sarebbe stata spettacolare, molti sicuramente, non prima d’essersi scusati per averlo irriso, ne avrebbero approfittato per chiedergli cose analoghe, oppure per indurlo, sul piano politico, a compiere scelte affrettate o non desiderate. Altri invece, dopo aver am­messo il proprio errore circa la morte della bambina, avrebbero condivi­so la versione di Gesù relativa al «sonno» della bambina, accettando, con passività e rassegnazione, la «solita guarigione di una malata», senza cogliere in questa «insolita rianimazione di una deceduta» (offer­ta a un esponente dei ceti benestanti) il suo carattere segnico. Ecco perché Gesù tenne con sé, oltre agli apostoli, i genitori della bambina, che non si erano associati al pubblico scherno.

La versione di Luca, a causa del suo moralismo, è più idealiz­zata e quindi meno attendibile. Arrivati alla casa di Giairo, Gesù – dice Luca – «non lasciò entrare nessuno con sé, tranne Pietro e Giovanni [Giacomo, che al tempo di Gesù, era non meno importante di Giovanni, è sparito!], unitamente al padre e alla madre della fanciulla» (8,51). La folla cioè, inclusi i latori che avevano annunciato la morte della ragazza, seguì Gesù sino alla casa di Giairo ed è solo qui che viene da lui conge­data, con un certo fair play. Una volta entrato in casa, Gesù incontra i parenti e gli amici di Giairo che «piangono» e si «lamentano» (il perso­nale specializzato non c’è); dopodiché egli afferma il paradosso del dor­miveglia, ottenendone in cambio scherni e beffe; infine, senza cacciare nessuno, ma anzi giustificando in un certo qual modo la derisione, deci­de di risvegliarla. Come si può facilmente notare, Luca ha attenuato i lati duri (in realtà giusti e necessari) della personalità di Gesù, facendogli chiaramente un torto sul piano etico e politico.

La versione di Matteo è ancora peggio. La folla – come già det­to – non esiste, né i latori, in quanto la bambina è già morta. I discepoli non sono citati per nome. Gesù, dubitando in anticipo della fede dei pa­renti, ne chiede l’espulsione prima ancora di pronunciare il paradosso della morte apparente e quindi prima ancora che lo irridano. Con un at­teggiamento così prevenuto egli dovrà poi guarire la bambina in assen­za di testimoni oculari.

41) Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che signifi­ca: «Fanciulla, io ti dico, alzati!».

Giairo gli aveva chiesto di porre le mani sul capo di lei, avendo in mente una concezione tradizionale (e politicamente inoffensiva) del guaritore. Gesù invece «la prende per mano», con molta naturalezza, senza usare strumenti magici, né formule o scongiuri particolari e so­prattutto senza invocare il soccorso divino (ciò che ha scandalizzato Luca, che non ha resistito alla tentazione di descrivere la rianimazione come un «ritorno dello spirito in lei»). Alcuni esegeti sostengono, peral­tro giustamente, che l’espressione aramaica è stata messa per dare sto­ricità e concretezza al racconto e che proprio la traduzione greca di Marco esclude che si debba credere in una sua presunta potenza magi­ca.

42) Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore.

La guarigione è immediata e totale, come spesso accade in questi racconti: lo attesta il fatto che la bambina può «camminare». «Essi [soprattutto i genitori, ma anche i discepoli] furono presi da grande stupore» – dice Marco: è da presumere non solo per l’evento in sé, ma anche per il «modo» in cui era accaduto. Gesù mostrava un’assoluta padronanza di sé, nella più totale assenza di riferimenti alla divinità (in contrasto con le modalità terapeutiche di allora).

Lo stupore di Giairo (che non dimentichiamo è un’autorità pre­posta al culto religioso) è del tutto normale, anche se, pur essendo un di più dell’incredulità, resta un di meno della fede.

43) Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a sa­perlo e ordinò di darle da mangiare.

Gesù «insiste» (come faceva Giairo al momento della supplica) non per aver costatato, dopo la rianimazione, un atteggiamento di scan­dalo o di paura, ma per aver costatato un semplice atteggiamento di stupore. Che qui manchi, da parte di Giairo, una chiara ed esplicita ade­sione al vangelo, lo si comprende anche dal fatto che Gesù non s’intrat­tiene con i genitori della bambina per parlarne: peraltro, dopo questo episodio, di Giairo, attraverso i vangeli, non sapremo più nulla.

Gesù – scrive Marco – deve pregarli con insistenza di non rac­contare a nessuno quanto è veramente accaduto. Nessuno infatti dovrà sapere che la ragazza era morta per davvero. Secondo l’opinione di Gesù, espressa pubblicamente, si trattava di una morte apparente o di un sonno profondo («comatoso», diremmo oggi). Era in questo che la gente doveva credere e, seppure con qualche difficoltà, vi avrebbe cre­duto, se i testimoni oculari fossero rimasti zitti, cioè se avessero soste­nuto la versione ufficiale del guaritore. In caso contrario egli non avreb­be potuto evitare in alcun modo il fanatismo devozionale, ovvero l’isteria collettiva.

Gesù quindi mette di nuovo alla prova Giairo chiedendogli di ta­cere la verità delle cose, e se Marco dice che ebbe bisogno di insistere, significa che Giairo aveva intenzione di parlare, forse per vantarsi d’aver creduto nella persona giusta. Certo è che gli sarà sembrato inverosimile che un guaritore così capace, con aspirazioni politiche così manifeste, non avesse intenzione di approfittare dei suoi poteri: al suo posto egli avrebbe chiesto il contrario o comunque non avrebbe dato disposizioni così tassative. Tuttavia, l’evangelista non dice che i genitori trasgrediro­no il divieto e, considerando che nel vangelo questo episodio non ebbe conseguenze di rilievo, è da presumere che non l’abbiano fatto. In fon­do, dopo aver avuto fede nella rianimazione, non era impossibile rispet­tare questa esigenza di riservatezza.

Al contrario, per Matteo la fama di Gesù «si sparse per tutto il paese» (9,26), e non tanto perché i genitori e gli apostoli vennero meno al dovere di tacere (la loro testimonianza visiva non è neppure ricordata da Matteo), quanto perché è lo stesso Gesù che, presentata la bambina rediviva ai parenti cacciati in precedenza, vuole farsi pubblicità. Il che la­scia supporre che la precedente espulsione fosse stata dettata da un forte risentimento personale, quello dovuto al fatto di non essere stato creduto subito sulla parola quando diceva che la ragazza dormiva. E tut­tavia la fama che di lui si sparse era relativa proprio al fatto che aveva «resuscitato» una morta e non semplicemente «guarito» un’ammalata, per cui il suddetto risentimento risulta contraddittorio.

In Luca l’ordine di tacere viene dato esplicitamente a chi ha «meno fede», cioè ai genitori, perché sono questi che rimangono «sba­lorditi», non (anche) ai due discepoli. In precedenza, tuttavia, Luca ave­va omesso, per scrupolo, l’espulsione dei parenti, per cui l’ordine finale di Gesù non ha senso o è comunque incoerente con la trama del rac­conto. In pratica avrebbero dovuto essere gli stessi genitori a convince­re i parenti ch’era meglio tacere.

Ora veniamo al secondo ordine dato da Gesù, che Matteo però non cita e che Luca fa precedere a quello di tacere: l’ordine di dare da «mangiare» alla fanciulla. Generalmente gli esegeti lo interpretano nel senso convenzionale secondo cui Gesù voleva rassicurare che la bam­bina era veramente viva (e non un fantasma), poiché, se si fosse tratta­to di una semplice guarigione, sarebbe stato sufficiente dire che «cam­minava». Tuttavia, se un’interpretazione del genere calza a pennello per il testo di Luca, non è sufficiente a spiegare quello di Marco. Lo stesso Luca, probabilmente, ha deciso di mettere l’ordine di sfamarla subito dopo la rianimazione, perché gli sarà apparso alquanto strano vederlo come ultima disposizione nel racconto di Marco.

Peraltro, se l’ordine andasse inteso alla lettera, con lo scopo voluto dagli esegeti confessionali, verrebbe da dubitare o dell’intelligen­za di Giairo che, per quanto «uomo di fede», non poteva esserlo fino al punto di apparire uno stupido, oppure dell’intelligenza di Gesù, il quale non poteva non sapere che per un genitore, dopo settimane o forse mesi di sofferenze di un proprio figlio, sarebbe stato del tutto naturale rimetterlo in forze dandogli da mangiare. Il «cibo» in questione quindi se va senza dubbio inteso in senso materiale, come soddisfazione di un bisogno elementare, dev’essere compreso anche in una valenza spiri­tuale, secondo cioè una finalità etica o esistenziale. Se così non fosse, l’ordine non sarebbe stato riportato da quel grande sintetizzatore che è Marco, in quanto l’avrebbe ritenuto poco significativo.

Probabilmente la bambina era morta perché non mangiava e non mangiava non perché non poteva (Giairo era un benestante e non aveva intenzioni «omicide»), ma perché non voleva. Se consideriamo la sua età: dodici anni, possiamo ipotizzare che la fanciulla fosse morta per anoressia. Chi muore di questa malattia solitamente è perché si sente trascurato, non capito o scarsamente valorizzato (forse l’espres­sione usata da Gesù per svegliarla può anche essere letta come un ten­tativo di affrontare questo suo problema).

In questa malattia si evidenzia il limite della personalità di Giai­ro, che è l’egocentrismo (in verità si era già notata una forma di esibizio­nismo nella sua pubblica prostrazione davanti a Gesù, anche se l’ogget­to della supplica la rendeva in qualche modo giustificabile). Forse Giairo trascurava la figlia perché aveva tendenze «maschiliste» o forse perché era troppo impegnato come archisinagogo o come intellettuale: ora co­munque se vuole continuare a veder vivere la figlia, deve modificare qualcosa d’importante nel suo modo di rapportarsi alla realtà. Non può cioè continuare a tener separati il pubblico dal privato, le esigenze politi­co-religiose da quelle familiari. La rianimazione della figlia non può ga­rantire di per sé la sua futura sopravvivenza.

Dunque con l’azione del mangiare Gesù non intendeva riferirsi unicamente al cibo quotidiano, ma anche al senso delle cose. Se la bambina era morta di inedia o di depressione, il suo problema era quello di ritrovare il gusto per la vita, la gioia di vivere. Essa aveva bisogno di sostanze vivificanti per non tornare ad ammalarsi. A nulla servirebbe es­sere guariti o addirittura rianimati se non si avesse voglia di vivere, se non si desiderasse amare la vita. Ecco, in questo senso, Giairo forse deve aver compreso sia che la morte non è peggiore della disperazione, sia che l’impegno per rendere la vita migliore deve avere come obiettivo non solo la propria vita ma anche e soprattutto quella degli altri.

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Autore: laicusblog

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