L’epilettico di Dabereth e l’orgoglio del padre

MARCO (9,14-27)

[14] E giunti presso i discepoli, li videro circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro.

[15] Tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo.

[16] Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?».

[17] Gli rispose uno della folla: «Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto.

[18] Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti».

[19] Egli allora in risposta, disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me».

[20] E glielo portarono. Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando.

[21] Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia;

[22] anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci».

[23] Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede».

[24] Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: «Credo, aiutami nella mia incredulità».

[25] Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: «Spirito muto e sordo, io te l’ordino, esci da lui e non vi rientrare più».

[26] E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto».

[27] Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.

MATTEO (17,14-18)

[14] Appena ritornati presso la folla, si avvicinò a Gesù un uomo

[15] che, gettatosi in ginocchio, gli disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio. Egli è epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e spesso anche nell’acqua;

[16] l’ho già portato dai tuoi discepoli, ma non hanno potuto guarirlo».

[17] E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatemelo qui».

[18] E Gesù gli parlò minacciosamente, e il demonio uscì da lui e da quel momento il ragazzo fu guarito.

LUCA (9,37-43)

[37] Il giorno seguente, quando furon discesi dal monte, una gran folla gli venne incontro.

[38] A un tratto dalla folla un uomo si mise a gridare: «Maestro, ti prego di volgere lo sguardo a mio figlio, perché è l’unico che ho.

[39] Ecco, uno spirito lo afferra e subito egli grida, lo scuote ed egli da’ schiuma e solo a fatica se ne allontana lasciandolo sfinito.

[40] Ho pregato i tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti».

[41] Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa, fino a quando sarò con voi e vi sopporterò? Conducimi qui tuo figlio».

[42] Mentre questi si avvicinava, il demonio lo gettò per terra agitandolo con convulsioni. Gesù minacciò lo spirito immondo, risanò il fanciullo e lo consegnò a suo padre.

[43] E tutti furono stupiti per la grandezza di Dio.

Marco (9,14-27)

14) E giunti presso i discepoli, li videro circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro.

Ormai mancano pochi mesi alla tragedia di Gerusalemme. Quando compie questa guarigione, Gesù si trovava ancora in Galilea: presso il monte Tabor – lascia intendere Marco –, forse a Dabereth. Ai piedi del monte infatti erano rimasti i discepoli che non avevano parteci­pato alla sua cosiddetta «trasfigurazione» (stando almeno a quanto di­cono i sinottici) e che ora appunto da Gesù, Pietro, Giacomo e Giovan­ni, che lo stanno scendendo, vengono visti discutere con gli scribi locali, circondati dalla folla.

Matteo e Luca non hanno difficoltà ad accettare il quadro spa­zio-temporale offerto da Marco, tuttavia omettono completamente la di­sputa in corso, forse per non dover evidenziare – come vedremo – i limi­ti degli apostoli. Che però alcuni di questi siano lì presenti, entrambi gli evangelisti lo dicono esplicitamente più avanti, allorché parlerà il princi­pale protagonista della folla. Va inoltre detto che, essendo Matteo e Luca preoccupati, anzitutto, di delineare la figura di un Cristo dalle ca­ratteristiche «sovrumane», inevitabilmente gli apostoli, nei loro vangeli, risultano per così dire «schiacciati» dalla sua autorevolezza, per cui la possibilità stessa di un loro agire autonomo (come appare nel racconto di Marco, ove il rapporto Cristo/discepoli è più di tipo paritetico, anche se fino a un certo punto: si pensi p.es. alle cosiddette «profezie della passione») non viene, in genere (la possibilità), neppure presa in consi­derazione, se non quando si vogliono sottolineare alcuni aspetti negativi della loro personalità o della loro ideologia.

15) Tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutar­lo.

L’istintiva calorosità della folla, che avvicina Gesù appena lo vede, coglie in contropiede i discepoli alle prese con gli scribi. Dalla crisi di Cafarnao, relativa ai pani moltiplicati (stando sempre alla versione dei vangeli), essa l’aveva perso di vista. Secondo Marco, Gesù, dopo quel­l’evento, era addirittura uscito dalla Galilea per un certo tempo; secondo Giovanni invece si era solo allontanato dai luoghi abituali della predica­zione, senza varcare i confini.

Matteo e Luca qui non parlano di «meraviglia» della folla: anzi, al dire di Matteo, non è la folla che accosta Gesù ma il contrario, e la fol­la non è neppure «molta»; mentre nella versione di Luca non si capisce affatto il motivo per cui una «gran folla» voglia incontrarlo, giacché la ri­chiesta terapeutica del postulante appare alquanto incidentale, inaspet­tata e comunque avulsa dalla premessa del suo racconto. In realtà, que­ste lacune sono dovute al fatto che né Matteo né Luca hanno mai pre­sentato l’episodio dei pani moltiplicati come un momento di grave défail­lance per la causa politica del vangelo.

La cordialità manifestata sembra tradire, da parte della folla, un’opinione negativa riguardo all’operato degli apostoli, nel senso che la folla mostra d’aver fiducia esclusivamente in Gesù. Ovviamente non penseremmo questo se qui non ci trovassimo alla fine della sua attività terapica. In altre parole, l’improvvisa apparizione di Gesù ha suscitato nella folla soltanto il ricordo dell’avvenimento più significativo accaduto in Galilea: la cosiddetta «moltiplicazione dei pani» (che fu comunque un episodio politicamente negativo, probabilmente trasformato in evento re­ligiosamente positivo proprio da quella miracolosa moltiplicazione… re­dazionale). Perché dunque – visto che Gesù ha già fatto chiaramente capire di non apprezzare le tendenze spontaneistiche e velleitarie della folla – i discepoli continuano a soddisfare le richieste di guarigione? Perché non cercano il singolo o il gruppo che nella folla anonima e dispersiva sia desideroso di cambiare veramente mentalità?

16) Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?».

Quasi volesse tagliare corto con quegli omaggi, Gesù chiede alla folla quale sia l’argomento del diverbio con gli scribi, che non erano certo corsi a salutarlo. Fa capire che è questo ad interessarlo di più. Si potrebbe però riferire il pronome «loro» agli stessi discepoli, se togliamo di scena l’improbabile presenza degli scribi, cioè se consideriamo ag­giunta la parte finale del v. 14. Non avrebbe in effetti molto senso che s’interpellino gli scribi su un problema di natura terapica, né sarebbe illo­gico vedere i soli discepoli «questionare» con la folla (anche se ciò nei vangeli è rarissimo). Qui gli scribi possono essere stati citati per addos­sare soprattutto a loro il motivo dell’invettiva che fra poco Gesù lancerà.

17) Gli rispose uno della folla: «Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto.

Il motivo di quell’accorrere festoso ed eccitato diventa finalmen­te chiaro: l’interesse in gioco non riguarda tanto «il vangelo per tutti» quanto «la guarigione di uno solo».

Uno della folla, che riconosce Gesù come «maestro», dice di essere lì perché bisognoso di un «esorcismo» per il figlio «indemoniato» e precisa, inoltre, che il «demonio» è di quelli «muti». Quest’uomo, nella sua ignoranza, è convinto che la malattia del figlio sia una diretta conse­guenza della prevaricazione del «demone» e afferma di non poterlo cacciare.

L’argomento non è importante come Gesù avrebbe voluto: è di tipo personale non politico, privato non pubblico, mentre i tempi richie­devano ben altro. I discepoli vi si erano lasciati coinvolgere ingenua­mente.

18) Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti».

L’atteggiamento di quest’uomo è piuttosto maldestro: da un lato dice di volere l’esorcismo, dall’altro sconfessa apertamente e davanti alla folla i discepoli di Gesù, attribuendo esclusivamente a loro l’insuc­cesso del «rito». Fa inoltre mostra di conoscere a perfezione il tipo di malattia del figlio, elencandone i molti e gravi sintomi, e però non si ren­de conto di avere di fronte a sé un grande taumaturgo, capace di capire da solo la serietà di certe malattie o gli effetti ch’esse provocano. Insom­ma, l’unica vera cosa di cui si preoccupa è quella di chiarire d’aver fatto l’impossibile per curare il figlio, e che se ha ceduto alle insistenze della folla di rivolgersi a Gesù (in questo caso tramite i suoi discepoli) è stato solo perché era convinto di non avere alternative: il fatto stesso che neppure gli apostoli siano stati in grado di guarirlo, sta appunto a dimo­strare – secondo lui – che la malattia era veramente grave.

Nella sua ostentata autogiustificazione, quest’uomo (al quale forse non è dispiaciuto più di tanto vedere abortire il tentativo terapico degli apostoli) ha preteso anche d’essere lungimirante, in quanto ha cer­cato di dare una spiegazione logica o plausibile alla malattia del figlio, senza però accorgersi che qualcosa gli era sfuggito. In effetti, dicendo che il figlio è epilettico perché «muto» (nel senso che è incapace di una normale comunicativa), egli non s’è accorto che lo stesso mutismo, pre­so in sé, non può essere considerato come causa originaria o ultima della malattia, poiché anch’esso, di necessità, non è che il sintomo psi­cosomatico di qualcos’altro, qualcosa che Gesù evidenzierà nel corso della terapia.

19) Egli allora, in risposta, disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me».

Luca e Matteo devono aver faticato alquanto a capire il motivo per cui di fronte alla richiesta del postulante, Gesù si sia indispettito al punto da maledire la sua generazione. Luca infatti addebita la causa della collera all’atteggiamento passivo e superficiale della folla, che si li­mita alla «meraviglia» per le guarigioni, senza raggiungere la fede nel vangelo. Alla fine del suo racconto, Gesù confessa addirittura agli apo­stoli che proprio a causa di questa incredulità egli sarà «consegnato nel­le mani degli uomini» (9,44). Da notare che per Luca «incredula» è solo la folla e non anche i discepoli rimasti a Dabereth.

Per quanto invece riguarda il postulante, Luca ne dà un’immagi­ne abbastanza positiva: se in lui vi sono degli aspetti negativi, essi al massimo rientrano in quelli più generali che caratterizzano la folla. Il suo atteggiamento resta comunque più scusato che negli altri vangeli: quel­l’uomo merita la guarigione perché il figlio è «l’unico che ha», e se «gri­da» lo fa solo per attirare l’attenzione del terapeuta, al quale si rivolge supplicando con «preghiera» d’intervenire, come già aveva fatto con i suoi discepoli.

Anche nella versione di Matteo si tende a giustificare il postu­lante presentandolo in una luce già «cristiana»: egli si mette «in ginoc­chio», riconosce Gesù come «Signore», chiede subito «pietà»… Sia in Matteo che in Luca il postulante non offende Gesù accusando i suoi discepoli di aver fatto fiasco, o almeno non sono queste le sue inten­zioni. Egli semplicemente afferma d’essere stato costretto a rivolgersi a lui dopo aver costatato l’incapacità dei discepoli: cioè si «scusa», essen­do a conoscenza dell’indisponibilità di Gesù a concedere guarigioni. Viceversa in Marco – come si è visto – egli dà l’impressione di uno che si giustifica, nella quasi soddisfazione d’aver visto fallire i discepoli.

In Matteo l’ira di Gesù non è relativa all’atteggiamento orgoglio­so di quest’uomo, ma semmai al fatto che di fronte a determinati proble­mi, gli uomini (in senso lato), nonostante gli stimoli offerti dal Cristo, an­cora non riescono a trovare da soli le giuste soluzioni: in tal senso l’ira può essere stata motivata sia dagli atteggiamenti superficiali di quell’uo­mo e anche della folla (la presenza della quale, peraltro, è in Matteo del tutto irrilevante), sia dall’ingenuità o impreparazione degli apostoli, che per la loro «poca fede» sono usciti sconfitti dal confronto con la malattia e con gli scribi o con la folla (17,20). Matteo però li farà rimproverare dal Cristo «in disparte», alla fine del suo racconto.

Nella versione di Marco, Gesù rimprovera d’incredulità (cui Luca e Matteo aggiungono, enfaticamente, la «perversione») soprattutto il padre del ragazzo, poi la folla e gli scribi lì presenti e, indirettamente, anche i suoi discepoli, fino a tutta la generazione ebraica a lui contem­poranea, che a causa appunto dell’incredulità rischia di mandare in rovi­na l’intera nazione. È evidente che la categoricità del suo giudizio va messa in relazione al momento in cui viene formulato. Se la gente dimo­stra ancora tanto scetticismo, significa che i suoi insegnamenti non han­no ottenuto l’effetto sperato: egli ha guarito e predicato invano.

20) E glielo portarono. Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convul­sioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando.

Perché Gesù accetta di guarirlo? 1) Perché ha bisogno del con­senso della folla, senza il quale nessuna liberazione politico-nazionale sarà mai possibile; 2) perché di questo caso si sta facendo un dramma di dominio pubblico e lui è nella condizione di poter fare qualcosa. Non è semplicemente la compassione per il malato che lo convince: lo atte­sta almeno il fatto che questa sarà l’ultima guarigione nella terra di Ero­de, dopodiché egli intraprenderà il viaggio decisivo verso Gerusalemme (Mc 10,1), ove incontrerà, in occasione delle festività pasquali, molte delle stesse folle galilaiche.

Da notare che in questo versetto Marco conferma l’opinione del padre di quel ragazzo, secondo cui l’epilessia era una forma di «posses­sione»: opinione peraltro condivisa dalla mentalità dell’epoca e che fa ovviamente comodo a quanti sostengono la «divinità» del Cristo. Anche Luca e Matteo ne hanno approfittato: quest’ultimo addirittura sembra scusare la scarsa dimestichezza di quell’uomo con il vangelo di Gesù, mostrandolo incapace di comprendere la «possessione» del figlio (nel racconto di Matteo infatti si parla di «demonio» solo al momento dell’e­sorcismo). Dal canto suo, Luca, sulla scia di Marco (o di un suo secon­do redattore), ha voluto trasformare la fortuita coincidenza degli spasmi dell’infermo al cospetto di Gesù, in un evento necessario, indispensabile (cosa che, al massimo, può essere stata causata dallo stress psicologi­co subìto in quel frangente).

21) Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia;

Gesù interroga il padre, non più la folla. Avendolo già apostrofa­to d’incredulità, è probabile che ora gli abbia posto questa domanda sul tempo proprio per fargli comprendere che la gravità della malattia non dipendeva dalla presenza del «demone», ma piuttosto dalla sua grande mancanza di fede, cioè dal suo carattere ottuso ed egoista. Che si evi­denzia, indirettamente e involontariamente, allorché il padre dichiara che suo figlio è malato non dalla nascita bensì dall’infanzia. La malattia non era dovuta a un difetto congenito, né a un disgraziato errore com­messo al momento del parto e neppure ad una qualche «responsa­bilità» del ragazzo.

Con ciò Gesù vuole invitare il padre ad avere speranza, cioè a credere che il male, seppur divenuto cronico, è ancora curabile. La tera­pia consisterà nel risalirne alle origini, anche se questo dovrà necessa­riamente comportare, per il padre, una riflessione autocritica sul proprio modo di vivere, un percorso a ritroso dal presunto «demone», cui fino a quel momento ha scaricato il peso di talune responsabilità, alla propria coscienza.

22) anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell’acqua per ucci­derlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci».

I sintomi più gravi li ha detti per ultimi, ma, ancora una volta, per giustificarsi. Essendosi accorto che la domanda sul tempo smascherava una responsabilità di genitore malamente gestita, egli rievoca, per difen­dersi, i momenti peggiori della malattia, come se volesse far capire che di fronte alla forza di questo dramma egli è sempre stato impotente. Solo adesso inizia a supplicare Gesù: qui è notevole la differenza dai racconti di Matteo e Luca.

L’unica cosa che sa dire è d’aver fatto tutto il possibile: «Se tu puoi far qualcosa di più – aggiunge –, aiutaci». Quest’uomo non si sente affatto responsabile della condizione del figlio, neppur lontanamente pensa che questa malattia possa essere una reazione negativa al suo modo di vedere le cose, al suo modo di comportarsi nelle diverse situa­zioni della vita. È vero che dice «aiutaci», ma lo dice in modo generico e superficiale, senza alcun riferimento alle cause concrete che possono aver provocato l’epilessia, cioè senza nessun «esame di coscienza».

L’espressione «Se tu puoi, aiutaci» cela di fatto una concezione negativa degli uomini e della vita in genere, benché non nel senso del «se» dubitativo del lebbroso di Mc 1,40 ss. Là si dubitava della volontà di Gesù, qui del potere; là si dubitava agli inizi della sua attività pubblica in Galilea, qui alla fine.

Quest’uomo in realtà è convinto che si possa veramente fare ciò che si desidera non se si possiede la volontà, ma se si possiede il potere. Tra volere e potere, a suo giudizio, esiste un abisso, in quanto il primo non riesce da solo a determinare il secondo. Ora, se Gesù può fare qualcosa, non è perché ha più volontà, ma solo perché ha più pote­re.

Il possesso del potere sembra dipendere, nella concezione di questo postulante, da fattori estrinseci alla persona: sono le circostanze, la fortuna, il caso o la natura che lo procurano al soggetto. La volontà non è altro che la capacità di saper mettere a frutto i poteri che già si possiedono e di cui si ha consapevolezza.

Quest’uomo è un fatalista: i filosofi direbbero un «determinista». Egli infatti nega recisamente la possibilità di un cambiamento qualitativo delle cose o dell’esistenza, nega valore all’operato di quei gruppi sociali che nei rapporti di forza rischiano spesso di essere relegati ai margini. È vero che la volontà non può produrre automaticamente il potere, ma in assoluto questo non è vero. Sulla base di certe situazioni, per il concor­so di determinati fattori e circostanze, molte volte accade che la volontà (anche, anzi soprattutto quella degli «ultimi») genera il potere, un potere nuovo, in grado di trasformare la vita degli uomini. Credere in questo si­gnifica credere non solo nell’oggettività dei fatti storici, ma anche nelle concrete possibilità degli uomini. Sono i fatti stessi che possono indurre l’uomo a rendersi conto delle sue (a volte insospettate) capacità, quelle capacità in grado di determinare un mutamento sostanziale della realtà.

Le conseguenze che la filosofia negativa di quest’uomo implica­va sono evidenti. Egli era persuaso che se il destino aveva voluto, arbi­trariamente, preferire una persona invece che un’altra, dotandola di par­ticolari «poteri», non c’era nessun valido motivo d’aver fiducia in questa «fortunata» persona. In effetti, se il possesso di tali poteri non è trasmis­sibile, né garantisce un loro uso non arbitrario, non c’è alcuna valida ra­gione per desiderare di avere una volontà positiva o costruttiva.

Quel padre incredulo si era deciso a chiedere l’intervento di Gesù solo perché la folla gli aveva fatto pressione, e qui gli chiede la «pietà» proprio perché è convinto che un uomo dotato di grandi poteri, se non ha anche compassione e pietà, difficilmente li userà per un fine di bene (o comunque per un fine che non coincida immediatamente col proprio interesse). Chi ha il potere, se non ha allo stesso tempo la pietà, non è mai spontaneo nell’aiuto che concede. Il «se» quindi non è soltan­to riferito al potere di Gesù, ma anche alla sua pietà. Il pregiudizio sta nel fatto ch’egli ritiene Gesù capace di fare preferenze di persona.

23) Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede».

Gesù mostra di meravigliarsi alquanto della filosofia di quest’uo­mo, sia perché esattamente antitetica al messaggio del suo vangelo, da tempo predicato in quella regione, sia perché priva di quel minimo di fi­ducia nella vita e nelle umane risorse, tale da permettere di affrontare le situazioni con serenità e coraggio. (Da notare che l’omnia è in posizione predicativa senza articolo, indicando con ciò proprio tutto, senza ecce­zioni, mentre la fede richiesta non è quella momentanea ma quella per­manente. Essendovi, nel testo greco, un participio presente il testo an­drebbe tradotto così: «Tutto è possibile a colui che continua a crede­re»).

La reazione di Gesù non è solo di stupore, ma anche di fastidio. In fondo la fiducia che chiedeva non era un salto nel buio, poiché il pri­mo a rischiare le conseguenze di quello che diceva e faceva era lui stesso. L’atteggiamento di fede non era altro che la possibilità di crede­re in un cambiamento, in una trasformazione qualitativa dell’esistenza, di cui la stragrande maggioranza della popolazione aveva bisogno. Tut­ti, indistintamente, e non pochi eletti o privilegiati, potevano sperimenta­re, se volevano, questa lotta per la liberazione politico-nazionale, per l’e­mancipazione degli oppressi. L’unica condizione richiesta per fruire dei benefici derivanti dall’incontro personale col movimento messianico di Gesù era il riconoscimento che solo con una partecipazione collettiva al vangelo il limite personale e sociale poteva essere superato. Gesù non chiedeva soltanto una disponibilità personale, ma anche la capacità di guardare le cose in modo obiettivo, ponendosi dal punto di vista della collettività che crede nella transizione.

24) Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: «Credo, aiutami nella mia incredulità».

In modo traumatico il padre comincia a rendersi conto d’essere responsabile della malattia del figlio: Marco dice ch’egli ammise la pro­pria incredulità «ad alta voce» (meglio sarebbe tradurre: «esclamò gri­dando»), come se gli costasse un enorme sacrificio, come se non gli ri­manesse altro da fare!

Fino a quel momento Gesù non aveva fatto nulla per guarire il giovane che gli si rotolava davanti sbavando. Il fatto è che, senza fede, la guarigione non sarebbe servita. Troppi casi analoghi l’avevano dimo­strato. Occorreva che questo fosse soprattutto chiaro a quell’uomo, dal­la cui conversione sarebbe dipeso il risanamento psicofisico del figlio. E qualcosa in effetti è avvenuto: l’aiuto richiesto acquista per la prima vol­ta un carattere personale. Le necessità dell’autocritica avevano posto fine alla teatralità.

25) Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito im­mondo dicendo: «Spirito muto e sordo, io te lo ordino, esci da lui e non vi rientrare più».

Mentre alcuni della folla erano andati a prendere il ragazzo, Gesù si era appartato con quell’uomo, ma la folla non se n’era andata; anzi, appena sentito l’urlo del padre, essa corre subito per vedere il pro­digio. Sennonché Gesù, non avendo più intenzione di lasciarsi coinvol­gere in questi atteggiamenti infantili e strumentali, la previene, anticipan­do i tempi della terapia.

Nella sua minaccia, che si fa fatica a credere sia stata pronun­ciata in quei termini, vi è un novità: il ragazzo non era epilettico perché «muto», ma muto perché «sordo». L’incapacità di comunicare era dovu­ta in realtà al rifiuto di ascoltare. Egli non aveva fatto altro che somatiz­zare il conflitto che aveva col padre e, proprio come il padre, era diven­tato sordo ai richiami della vita, incapace di mettersi in relazione colle esigenze della vita.

26) E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il fanciullo di­ventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto».

La guarigione non fu facile, il male covava in profondità. La folla però tradisce la propria incredulità suggerendo al padre l’idea che il fi­glio non sia riuscito a sopportare la terapia, e lo vuole convincere del suo decesso. Ovvero, essa esprime un «giudizio di fatto» fuori luogo, in quanto non attende la versione del guaritore, cioè una conferma dei fatti da parte di chi, in quel momento, poteva darla con maggiore sicurezza e cognizione di causa. Questo dimostra che la folla, nonostante le grandi terapie del Cristo, restava incredula: qui addirittura lo sospetta d’aver fatto morire il giovane. Il padre tuttavia non si pronuncia e, come lui, una parte della folla, poiché il testo greco fa capire chiaramente (ma lo si in­tuisce anche nella versione italiana) che lo scetticismo riguardava «mol­ti» non «tutti».

27) Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.

Proprio mentre molti credono che sia morto, pur potendo imma­ginare che il messia-terapeuta non avrebbe mai messo in preventivo un’eventualità del genere accettando la supplica del postulante, né mai si sarebbe sognato di «contrattare» la ritrovata fede di un padre con la morte di un figlio, Gesù invita quest’ultimo a «stare in piedi», cioè ad af­frontare la vita con fiducia e coraggio.

Qui si può concludere dicendo che Luca e Matteo hanno trala­sciato completamente la critica della filosofia pessimista di questo ano­nimo postulante. Per entrambi non si è trattato che di un mero esorci­smo, neppure tanto difficile. Non v’è traccia nei loro racconti del dramma psicologico che ha coinvolto quell’uomo, né del significato etico, politico e filosofico sotteso al racconto di Marco. Benché sia chiara l’indisponibi­lità di Gesù a concedere favori «fuori tempo» e soprattutto senza un mi­nimo delle condizioni richieste, l’infermo viene sanato – nei loro vangeli – per la pietà che suscita il suo caso. La protesta di Gesù, infatti, viene da entrambi messa in relazione col fatto che dopo tanti mesi di predica­zione e di guarigioni, egli era convinto che la coscienza della folla aves­se ormai acquisito la superiorità dell’una sulle altre.

In particolare, se in Matteo Gesù dà per scontato che la folla non sia capace di questa maturità, mentre gli stessi discepoli devono essere ripresi, privatamente, per la loro «poca fede» (qui ovviamente «religiosa»), Luca invece si limita a dire che di fronte a questa ennesima guarigione tutti furono «meravigliati». Il che però non significa nulla, in quanto un atteggiamento del genere, in quel contesto spazio-temporale, non può essere considerato come un preludio alla fede (religiosa o no), ma semmai come una forma di miscredenza, essendo qui evidente ch’esso è fine a se stesso. Per quanto riguarda Marco, il passo corri­spondente a quello di Matteo, ove in luogo della «poca fede» dei disce­poli, si parla di «poca preghiera», ha tutta l’aria d’essere un’aggiunta in­felice, poiché esso mira a confondere la fede esistenziale con quella «religiosa» e la fede nell’uomo con quella in «dio».

Per concludere: in Matteo e in Luca il ragazzo guarisce a causa dell’esorcismo su di sé; in Marco a causa dell’«esorcismo» sul padre, il quale ha sì «fede», ma in maniera del tutto umana, senza alcun riferi­mento alla «religione».

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Autore: laicusblog

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