Lo scandalo del paralitico

MARCO (2,1-12)

[1] Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa

[2] e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola.

[3] Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone.

[4] Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico.

[5] Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».

[6] Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro:

[7] «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?».

[8] Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori?

[9] Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?

[10] Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati,

[11] ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua».

[12] Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

MATTEO (9,1-8)

[1] Salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città.

[2] Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».

[3] Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: «Costui bestemmia».

[4] Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore?

[5] Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina?

[6] Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: alzati, disse allora il paralitico, prendi il tuo letto e va’ a casa tua».

[7] Ed egli si alzò e andò a casa sua.

[8] A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

LUCA (5,17-26)

[17] Un giorno sedeva insegnando. Sedevano là anche farisei e dottori della legge, venuti da ogni villaggio della Galilea, della Giudea e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni.

[18] Ed ecco alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, cercavano di farlo passare e metterlo davanti a lui.

[19] Non trovando da qual parte introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza.

[20] Veduta la loro fede, disse: «Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi».

[21] Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere dicendo: «Chi è costui che pronuncia bestemmie? Chi può rimettere i peccati, se non Dio soltanto?».

[22] Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Che cosa andate ragionando nei vostri cuori?

[23] Che cosa è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina?

[24] Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti dico – esclamò rivolto al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua».

[25] Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e si avviò verso casa glorificando Dio.

[26] Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».

Marco (2,1-12)

1) Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa

L’espressione «alcuni giorni dopo» presuppone un periodo in cui Gesù, compiuta la guarigione del lebbroso, poté rimanere nascosto, prima di ritornare, senza essere visto, a Cafarnao, ove sarà stato ospite – è da presumere – nella casa di Pietro. Ma l’espressione, se si mette il punto dopo «Cafarnao», potrebbe anche riferirsi al momento in cui gli abitanti del paese si accorgono della sua presenza.

La tattica che Gesù aveva adottato, nella fase galilaica, era re­lativamente semplice e, forse proprio per questo, abbastanza efficace: sulle prime egli lanciava un messaggio di speranza (cfr. Mc 1,15) e, se occorreva, operava delle guarigioni (cfr Mc 1,32 ss.); poi, quando nota­va il successo dell’iniziativa, si trasferiva altrove, sottraendosi al superfi­ciale interesse degli «ammiratori». Dopo qualche tempo però tornava sui suoi passi, cercando fra coloro che la volta precedente l’avevano vi­sto in azione, se c’era qualcuno disposto a diventare suo seguace, di­sposto cioè a lottare per l’obiettivo della liberazione nazionale.

A Cafarnao aveva già compiuto diversi «segni» (come li chiama Giovanni) e grande era diventata la sua fama. Ora che vi è inaspettata­mente rientrato è molto difficile che possa sottrarsi alle richieste o anche solo alla curiosità della folla: questa, in un certo senso, lo tiene sotto controllo. D’altra parte egli ha bisogno dell’appoggio popolare: non vuole predicare nel deserto come il Battista. In questo momento il problema più difficile che deve affrontare è quello di trasformare l’entusiasmo instabile del pubblico che l’ascolta in una solerte e durevole sequela, cioè quello di portare il provincialismo di chi vorrebbe avere un tauma­turgo tutto per sé verso un’esperienza di liberazione politico-nazionale.

Anche Matteo parla di Cafarnao, ma fra questa guarigione e quella del lebbroso fa trascorrere un tempo troppo lungo; inoltre il suo Gesù non entra privatamente in una casa ma pubblicamente nella città. Luca invece preferisce la cronologia di Marco, ma il luogo dell’episodio è ignoto, benché si possa facilmente presumere che ci si trovi in Galilea. Il suo errore fondamentale tuttavia è quello di presentare Gesù come un maestro già autorevole, perché riconosciuto da scribi e farisei (cosa mai verificatasi in Marco, il cui vangelo galilaico è notoriamente anti-giu­daico), un maestro che usa le guarigioni appunto per dimostrare la pro­pria superiorità etico-religiosa (anche questo non è per nulla evidente in Marco, dove anzi Gesù, la cui politicità appare solo indirettamente, rac­comanda il «silenzio messianico», benché Marco usi questo espediente proprio per dimostrare che Gesù non era un messia politico). Oltre a ciò, Luca ha preferito parlare subito di queste autorità politico-religiose, an­che per non trovarsi in imbarazzo allorché dovrà giustificarne l’inconsue­ta presenza nella casa ove Gesù è ospite.

2) e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunciava loro la parola.

Nessuno ha dimenticato i suoi prodigi terapeutici. Ora ne chie­dono altri: forse alcuni son venuti per ringraziarlo o anche solo per curio­sità. Sono così tante le persone che davanti alla porta, nel giardino anti­stante, non c’è più posto. La porta, chiusa, è letteralmente schiacciata dalle esigenze degli uomini. Anche Luca conferma questa situazione. Matteo invece si limita a dire che volevano solo un miracolo.

Ormai Gesù non può più tirarsi indietro: può soltanto fare in modo che la marea di questa gente insieme appassionata e istintiva non lo travolga prima ancora di «cominciare». Nel testo è scritto che «an­nunciava loro la parola», ma ciò è molto improbabile. Certo, è sempre meglio «nutrire» la consapevolezza di un progetto che l’entusiasmo di una guarigione, ma la precisazione riflette un cliché paternalistico ed è quindi fuori luogo. La si può spiegare pensando che a Marco o a qual­che altro redattore/copista sia parso molto strano che Gesù, davanti a tante persone, non facesse niente. In realtà stava già facendo una cosa molto importante: rinunciando a guarire, cercava di far capire a quella folla di non desiderare una facile popolarità. In precedenza si era com­portato allo stesso modo (Mc 1,35 ss.).

Questa apparente indifferenza al bisogno è, a ben guardare, una sorta di accertamento dell’effettivo interesse per il suo programma e la sua strategia. Egli spera di poter aprire la porta non soltanto per la speranza della guarigione, ma anche e soprattutto per la fiducia nel suo vangelo. La sua attesa silenziosa e discreta è una verifica delle capacità di ascolto della folla. Se lo seguono solo per le guarigioni, certamente se ne andranno, vedendo la porta rimanere chiusa; se anche per la pa­rola, aspetteranno con pazienza ch’egli esca.

Matteo non ha assolutamente capito il senso di questa prova e, pur non ricordando alcuna «predicazione», mostra un Gesù disponibilis­simo a guarire! Luca invece è più elastico: da un lato può facilmente omettere la predica perché nella premessa l’aveva già trasformata in un dialogo edificante fra Cristo e il potere religioso; dall’altro accetta bene­volmente la prova, seppure dopo averla alleggerita di molte difficoltà, conformemente alla sua immagine stereotipata di un Cristo amato e sti­mato persino dagli avversari!

3) Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone.

Prima ancora che qualche discepolo esca da quella casa per informare gli astanti che Gesù non ha intenzione di curare gli ammalati; prima ancora che da quella casa esca lo stesso Gesù per fare un impe­gnativo discorso alla folla – qualcuno, tra questa, stanco di aspettare, pensa di accorciare il tempo della prova. Scettici sul fatto che Gesù vo­glia guarire e poco intenzionati ad ascoltare delle «parole», i cinque po­stulanti decidono di andarlo a trovare di persona.

4) Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoper­chiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calaro­no il lettuccio su cui giaceva il paralitico.

La difficoltà che queste cinque persone dovevano affrontare non era soltanto di natura tecnica (l’ostruzione della folla oppure la salita sul tetto), ma anche di natura morale (l’intrusione nella casa sapendo che Gesù non voleva fare guarigioni). Questa seconda difficoltà deve aver scoraggiato non pochi degli ammalati lì presenti, i quali certamente erano a conoscenza della scala esterna, quella appunto che si utilizzava per rifare il tetto ogni anno. Alcuni forse avranno pensato che un malato del genere poteva giustificare un’azione così rischiosa; altri invece si sa­ranno chiesti come avrebbe reagito il guaritore (o lo stesso padrone di casa) di fronte a quella forma di sfrontatezza.

Matteo, anche in questo caso, non ha remore di sorta: avendo già tolto la «prova della fede» richiesta da Gesù, ora può tranquillamen­te eliminare l’azzardo dei postulanti. Luca invece, pur cercando d’essere più fedele al testo di Marco, è costretto ad alleviare il peso dello scoglio morale, in quanto il suo Gesù ha meno bisogno di mettere alla prova una folla che già crede in lui. Tali conseguenze, nel suo vangelo, ad un certo punto appaiono come inevitabili.

Vinta dunque la resistenza del dubbio, i barellieri salgono le scale e, una volta in cima, fanno un’apertura, abbastanza facilmente, fra le canne e il fango seccato, in direzione di Gesù; poi calano il giaciglio col paralitico (Marco usa un termine tecnico che indica il letto di gente povera); probabilmente non hanno neppure usato delle corde: sia per­ché prima di arrivare a quella casa non potevano prevedere quel che avrebbero fatto, sia perché le case palestinesi era generalmente basse. I quattro saranno rimasti sulle travi principali della terrazza (che non ha «tegole», come invece vuole Luca).

5) Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».

La fede che Gesù vede non è semplicemente quella in lui come «grande guaritore» (questa anche il lebbroso l’aveva), ma piuttosto quella in lui come «guaritore buono» (dotato di virtù morali oltre che «bio-radianti»). Essi cioè avevano sfondato il tetto convinti che lui non avrebbe protestato, e questa convinzione era di tutti e cinque: diversa­mente i barellieri non avrebbero accettato di esporsi a quel modo.

È al malato che Gesù direttamente si rivolge, come per indicare che è soprattutto lui ad aver bisogno del suo aiuto, anche se quello che sta per dire non potrà non avere delle ripercussioni sulla coscienza di tutti gli astanti della casa. Lo chiama «figliolo» per la fede, è evidente: in Luca, dove il senso della prova è fortemente sminuito, al posto di «figlio­lo», accettato anche da Matteo, c’è «uomo», che è più generico. In Mar­co invece l’appellativo è molto confidenziale: viene usato non solo per giustificare una buona azione (il coraggio di quella intrusione infatti, seb­bene non indicasse il modello della fede richiesta, era pur sempre una testimonianza di rilievo), ma anche per indurre l’ammalato a credere più facilmente in ciò che ha appena udito: la facoltà di giudicare il bene e il male. Gesù non cerca mai un semplice rapporto medico/paziente, ma soprattutto uno da uomo a uomo. Ciò che Matteo invece non è riuscito a intuire, in quanto il suo Gesù si esprime qui con un tono troppo paterna­listico.

La domanda che ora viene spontaneo porsi è la seguente: a quali peccati si riferiva Gesù mentre glieli perdonava? Anzitutto è da escludere a priori ch’egli volesse ribadire l’equazione rabbinica di malat­tia e colpa, come a prima vista può sembrare. Premiando la fede che il paralitico-discepolo aveva manifestato, Gesù non voleva ricordargli la sua condizione di malato-peccatore, altrimenti l’elogio sarebbe stato una beffa. Inoltre, il perdono dei peccati (qui espresso, peraltro, in una for­mula alquanto spuria perché ecclesiastica) escludeva proprio la suddet­ta identificazione: il paralitico viene perdonato prima ancora d’essere stato guarito. Né si può pensare che Gesù volesse perdonare cose di cui lui solo (oltre naturalmente all’interessato) era a conoscenza: se così fosse il racconto avrebbe ben poco di edificante da comunicarci. Alcuni esegeti, a tale proposito, hanno creduto che il paralitico si fosse amma­lato a causa di qualche «peccato grave», di pubblico dominio, e che Gesù avesse voluto liberarlo dalla «fonte» del suo male; ma questa in­terpretazione – oltre che essere magico-spiritualistica, e non molto dissi­mile da quella rabbinica – non considera che nel contesto è del tutto irri­levante l’ipotesi che i due già si conoscessero (Marco peraltro, nel testo greco, in questo versetto, usa il termine «paralitico» senza articolo).

Si può infine pensare che il paralitico avesse «peccato» nel mo­mento stesso in cui aveva preteso arbitrariamente la propria guarigione, anteponendola all’importanza del vangelo; ma, oltre al fatto che conget­ture simili se ne potrebbero fare a iosa, non è davvero possibile credere che Gesù, all’inizio della sua attività politica, si formalizzasse per ragioni o atteggiamenti di questo tipo. Peraltro, si ha la netta impressione che Marco voglia sottolineare come la lode fosse strettamente subordinata alla constatazione della fede. Il perdono dei peccati qui è un premio concesso alla fede testimoniata. Si potrebbe anzi dire che Gesù si limita unicamente ad attestare o a legittimare che il paralitico, con la sua fede, s’era guadagnato da solo la propria riabilitazione morale agli occhi della gente. Insomma, se rischiando più della folla il malato poteva apparire «peggiore», rischiando in quel modo era diventato «migliore».

Il punto, se vogliamo, è proprio questo. Sul fatto che la guarigio­ne interiore (o morale) fosse da preferire a quella esteriore (o fisica), qualunque rabbino poteva trovarsi d’accordo. Ma che dire del fatto che tale guarigione, secondo Gesù, poteva accadere nella coscienza d’una persona ritenuta dalla mentalità dominante profondamente colpevole proprio perché irrimediabilmente ammalata? Per i rabbini malattia e col­pa si giustificavano a vicenda: in tal modo essi potevano confermare i rapporti sociali esistenti, di oppressione e sfruttamento. Attribuendo le cause della malattia immediatamente al malato, considerato avulso da un contesto storico-sociale concreto, i rabbini non avrebbero certo mes­so in rapporto le capacità terapeutiche manifestate da Gesù con l’esi­genza di modificare il contesto sociale. Su questo c’era poco da spera­re. In fondo per loro non le guarigioni del Cristo costituivano «proble­ma», quanto piuttosto l’uso «anti-sistema» che di esse si poteva fare. E infatti quelle compiute di «sabato» venivano sempre rifiutate.

Ecco perché l’unico modo per ribaltare la concezione ideologica fatalista e politicamente opportunista dei rabbini, era quello di convince­re gli stessi gruppi marginali della società a credere che la malattia pote­va diventare occasione per dimostrare la «grandezza» dell’uomo. Con­cetto, questo di «grandezza», che Gesù non intendeva riferire al suo particolare potere di guarigione, ma piuttosto alla possibilità generale di creare un’alternativa allo status quo. Le terapie volevano appunto esse­re un segno evocativo della possibilità di realizzare questa esigenza col­lettiva.

Ora, diversamente da come aveva agito nel caso del lebbroso, con il paralitico Gesù è molto più esplicito nell’indicare in cosa consista la sua pretesa riformatrice. Dichiarando moralmente sano un uomo fisi­camente malato, cioè sostenendo che il paralitico meritava considera­zione come chiunque altro, anzi più di molti altri, visto il modo in cui si era comportato, Gesù veniva a porsi in qualità di giudice della propria società, in modo particolare di quelle istituzioni e di quei poteri che con una determinata ideologia la governavano. Lo sviluppo della sua tattica qui è notevole.

È quindi evidente che con la sua benevola espressione, mai detta in precedenza, non riferibile ad alcun peccato in particolare ma solo alla mentalità dominante, Gesù ha voluto mettere alla prova quei postulanti e soprattutto il paralitico, che pensava anzitutto di ottenere una terapia risanante. La prova consisteva appunto nel superare la fidu­cia in lui come «guaritore buono» mediante quella in lui come «maestro di vita», cioè come intellettuale in grado di giudicare autonomamente, sotto ogni aspetto, i processi del suo tempo. I cinque postulanti doveva­no in sostanza capire che la «bontà» del Gesù taumaturgo non aveva come scopo unicamente quello di curare gli ammalati, ma, partendo ad esempio, come in questo caso, da una reinterpretazione del nesso di malattia e colpa, risalire fin verso la fonte di tutti gli abusi di potere, le di­scriminazioni e le menzogne del sistema.

Gesù poteva pretendere una fede più matura perché lo stesso paralitico, con i quattro portantini, gliene aveva offerto l’occasione. La differenza fra questa guarigione e quella del lebbroso è tutta qui. Nei vangeli, ogniqualvolta l’interlocutore supera un ostacolo, Gesù, con fare pedagogico, ne propone uno maggiore, invitando tutti a compiere conti­nue e profonde metànoie, sia sul piano della consapevolezza critica che, di conseguenza, su quello della decisione personale. (Buona parte del vangelo di Giovanni è strutturata, redazionalmente, sulla base di questa impostazione politico-pedagogica).

Tuttavia, i cinque si aspettavano la guarigione non il perdono dei peccati. Non immaginavano neanche lontanamente che alla loro fede avrebbe potuto corrispondere un «miracolo» di quel genere. Cre­devano in lui come «guaritore buono», ma fino a che punto avrebbero potuto? Qui non è come se Gesù avesse detto: «Ti perdono l’intrusione, ma non ho intenzione di guarirti». In tal caso il paralitico se ne sarebbe andato, perdendo naturalmente la fede nel guaritore. Viceversa, Gesù ha affermato un principio rivoluzionario per la mentalità dell’epoca: la reintegrazione morale dell’incurabile. Se il paralitico non opera una tor­sione di 180 gradi nella sua coscienza, lo scandalo diverrà inevitabile, nonostante la massima discrezione usata da Gesù.

A tale proposito, alcuni esegeti ritengono che Gesù abbia voluto attenuare la difficoltà della prova evitando di pronunciare la forma attiva: «Io ti rimetto i peccati». Questa loro spiegazione, in realtà, è servita più che altro come pretesto per speculare sulla presunta origine «divina» del Cristo. In verità, per l’opinione rabbinica non passava molta differen­za tra le due forme espressive, in quanto il problema principale verteva unicamente sull’autorizzazione a formularle. Il paradosso dunque resta, e senza un mutamento di prospettiva, col quale si possa accettare que­sta nuova mediazione fra gli ideali di vita e gli uomini, è impossibile non restare impressionati negativamente, ed è pure impossibile trarre le do­vute conseguenze operative sul piano politico (limite che caratterizzerà, ad esempio, un movimento come quello del Precursore). Insomma, chi o che cosa abilita Gesù a farsi mediatore e portavoce delle esigenze de­gli oppressi? Può un guaritore, solo perché guaritore, avanzare pretese del genere? Fino a che punto un uomo può ritenersi indipendente nel giudizio?

6-7) Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: «Per­ché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?».

«Là» dove erano seduti? Certo non nella casa di Pietro. In nes­suna parte del vangelo di Marco si sono mai visti degli scribi parlare pri­vatamente con Gesù, e per di più in casa sua o in casa dei suoi disce­poli: una decisione del genere li avrebbe messi in cattiva luce agli occhi del potere dominante (benché l’espressione qui da loro usata sia chiara­mente di disprezzo). In genere le controversie venivano affrontate pub­blicamente, anche quando, invece di molti scribi, ve n’era soltanto uno.

Ma se gli scribi non erano in casa, è impossibile che abbiano udito le parole di Gesù. È persino improbabile che le abbia udite la folla. Dunque, dove si trovano questi legisti? Si trovano nella fantasia di un secondo redattore del racconto di Marco. Qui siamo di fronte a uno dei molti casi di costruzione simbolica verosimile a scopo apologetico. La verosimiglianza è dovuta al fatto che l’intervento di questi scribi, benché irreale nel contesto, è ideologicamente attendibile. Nel senso che se essi avessero effettivamente potuto ascoltare le parole di Gesù relative al perdono dei peccati, con molta probabilità avrebbero pensato le cose riportate dall’anonimo redattore.

Ma dove sta lo scopo apologetico? In due aspetti: anzitutto nel fatto che non si vuole scandalizzare il lettore dicendo che, all’udire quel­le insolite parole, tutti i presenti (paralitico, barellieri e forse discepoli) cominciarono «in cuor loro», se non addirittura «a viva voce», a porsi delle domande molto imbarazzanti (come imponeva l’inedita situazione), senza però avere il coraggio di formulare esplicite accuse. In secondo luogo, la comunità cristiana primitiva, già abbondantemente spoliticiz­zata, aveva tutto l’interesse a dimostrare che la risposta di Gesù (che ora vedremo) al dubbio interiore degli astanti, era stata formulata con cognizione di causa, essendo egli «l’unigenito figlio di dio».

Gli scribi, che qui inorridiscono al sentire un guaritore volersi fare «come dio», diventano improvvisamente, per la suddetta comunità, i veri «bestemmiatori». Pieni di gelosia e d’invidia, essi avrebbero rifiuta­to di riconoscere in questo «terapeuta pedagogista», che nel mentre sana i corpi guarisce le ferite dell’anima, le specifiche qualità «sovruma­ne» che lo caratterizzavano. Col che, invece di fornire un’immagine rea­listica, laica e umana, dell’episodio (come andava fatto e come forse neppure l’Ur-Markus riuscì a fare), il secondo redattore ne offre una di tipo idealistico-religioso, inserendo cioè elementi del tutto arbitrari e im­pedendo così al lettore di capire che con quella espressione Gesù non voleva affatto dimostrare d’essere un dio o un figlio di dio e neppure un novello sacerdote, ma semmai il contrario, e cioè un uomo che per vive­re «come uomo» non aveva alcun bisogno né di dio né dei suoi sacer­doti. Essere «come dio», in questo caso, altro non avrebbe potuto signi­ficare che essere «senza dio», cioè capace di stabilire da solo dove si trovano il bene e il male. Gli uomini diventano uomini ogniqualvolta si misurano con questa autonoma capacità di giudizio.

Luca ha accettato la manipolazione del vangelo di Marco per­ché così poteva legittimare più facilmente la presenza degli scribi in quella casa, avendoli già citati, in compagnia dei farisei, nella premessa. Per il resto la sua versione dei fatti è ancora più spiritualistica e idealiz­zata. Per quanto riguarda Matteo, questi, situando la scena sulla riva del lago di Tiberiade, non solo ha meno problemi di Luca nel giustificare la presenza anomala degli scribi, ma ha pure tutto l’interesse (lui che è po­lemicamente anti-giudaico) a mostrarli come nemici irriducibili del «Cri­sto-Signore».

Dunque gli ospiti in quella casa di Cafarnao hanno pensato, al­meno per un momento, che Gesù peccasse di presunzione, ma senza proferire parola (stando al testo) sono rimasti in attesa di quel che sa­rebbe successo. In parte temono il confronto, non avendo motivi per ac­cusarlo ed essendo forse consapevoli della pessimistica concezione scriba. Sin dall’inizio, in effetti, i discepoli avevano visto in lui un poten­ziale messia (cfr. Gv 1,41) e il popolo non poteva non essersi accorto che Gesù, chiedendo fiducia nella possibilità di un mutamento sostan­ziale delle cose, non guariva per un tornaconto personale. A chi gli sta­va vicino i dubbi sulla effettiva onestà di questo obiettivo politico-nazio­nale, apparivano assurdi. Luca infatti è costretto a smorzare l’odio degli oppositori eliminando la parola «bestemmia». Nel suo vangelo, tuttavia, si capisce a fatica che sono gli stessi postulanti a dubitare.

Ora però, di punto in bianco, è difficile credere che Gesù non stia abusando dei suoi poteri. Gli scribi, proprio a causa del legame ch’egli poneva fra guarigione e liberazione, lo ritenevano un indemonia­to, temendo ch’egli potesse approfittarne per rivendicare un potere per­sonale, superiore al loro o addirittura ostile a quello del Tempio. Da tem­po abituati a profondi compromessi col potere romano e quindi a ragio­nare in termini di meri rapporti di forza, gli scribi ritenevano che i mezzi usati da Gesù, benché all’apparenza inoffensivi, avrebbero sicuramente minacciato, prima o poi, tutte le loro sicurezze materiali e morali. Una cosa infatti è guarire, assistere, dare fiducia ai gruppi marginali della so­cietà, un’altra è costruire con loro un movimento organizzato con finalità politico-rivoluzionarie.

In che modo ora poteva convincersi chi, più o meno influenzato dall’insegnamento degli scribi e dei farisei, riteneva che la facoltà di giu­dicare il bene e il male appartenesse solo al «Dio Unico» o, al massimo, alle autorità costituite? In che modo Gesù poteva dimostrare che la sua presa di posizione, teorica e pratica, rappresentava l’inizio di una radica­le alternativa al governo istituzionale, che collaborava, seppur malvolen­tieri, con quello romano? La questione era diventata complessa: chi si faceva «come dio», cioè chi scavalcava il potere legale-sacerdotale, era considerato reo di morte e come tale andava lapidato. Questo, nella ver­sione di Matteo, appare assai chiaramente, mentre in quella di Marco le cose sembrano essere in bilico, al punto da legittimare finali contrastan­ti. Nessuna meraviglia infatti ci sarebbe nel vedere quel paralitico che, disposto ad accettare in luogo della guarigione fisica l’insegnamento eti­co, disposto cioè a capire che la dignità morale acquisita è il vero «mira­colo» di cui aveva bisogno, chiedesse ai barellieri di riportarlo a casa così com’era venuto.

8-9) Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?

Era facile immaginarsi i dubbi che passavano per la mente di quegli uomini: non c’è bisogno di pensare che Gesù poteva perdonare i peccati in quanto «conosceva i pensieri» degli uomini allo stesso modo di dio. Questa chiave di lettura non fa che alimentare il culto della perso­nalità, deresponsabilizzando gli individui. In realtà, Gesù chiedeva solo d’essere accettato come uomo, cioè come un soggetto politico e morale disposto a impegnarsi per un rinnovamento qualitativo della società, per l’emancipazione delle masse oppresse. Le guarigioni erano strumentali alla comprensione di questo fine. Non era proprio il caso che gli esegeti trasformassero un semplice intuito in una preveggenza o il suo giudizio umano in una scienza infusa.

Naturalmente Matteo e Luca non hanno interesse a respingere questa evidente manipolazione del testo marciano: il primo poi, avvezzo com’è a ragionare in termini di netta contrapposizione fra bene e male, si sente ancora più autorizzato a palesare un atteggiamento «ostile» di Gesù nei confronti degli scribi. Luca invece resta più sfumato, più di­staccato nelle sue valutazioni, benché ciò non gli abbia impedito di ca­dere nell’incoerenza fra il «domandarsi» reciproco dei farisei con gli scri­bi e il «conoscere i pensieri» da parte di Gesù.

Nel vangelo di Marco, Gesù, resosi conto che quanto aveva ap­pena detto era difficile da accettare, usa tutta la benevolenza, la lungi­miranza e la persuasione di cui è capace. Il fatto è che spesso gli uomi­ni sono sprovveduti di fronte ai fatti che chiedono un coinvolgimento, im­preparati rispetto alle necessità del loro tempo: non sempre o non subito sanno apprezzare le buone intenzioni di chi vorrebbe indirizzarli verso mete più elevate. Chi è abituato ad eseguire passivamente ordini altrui, in cui più o meno crede, o chi, al contrario, li esegue solo formalmente, avendo come unica preoccupazione i propri interessi personali, col tem­po matura la convinzione che gli uomini non abbiano sufficienti capacità di trasformazione e che le cose non possano essere modificate. Ecco perché Gesù non ha voluto considerare il loro dubbio come un pregiudi­zio radicato nelle coscienze e ha preferito non riprenderli severamente. Il suo compito non era quello di fare il moralista, ma l’educatore a una vita nuova o per lo meno alla speranza di ottenerla, e tutti sanno che quando si educa è di fondamentale importanza saper porre le domande giuste nel modo giusto.

Che cosa dunque è più facile riconoscere: il suo potere di guari­gione o il suo diritto di giudicare? La risposta poteva apparire scontata: il primo, non foss’altro perché da diverso tempo lo esercitava e sulle cui fi­nalità ormai solo gli scribi nutrivano ancora dei dubbi. L’altro potere, pre­teso in maniera così autonoma, era considerato fuori dalla portata del comune cittadino, poiché secondo la concezione religioso-giudaica (di allora e di oggi) esso appartiene soltanto a dio, almeno in ultima istanza. Qui di fatto Gesù lo rivendica come proprio, mostrando che né a dio né ai suoi sacerdoti si deve attribuire alcunché. L’espressione di «perdono» va quindi intesa nella sua valenza squisitamente umanistica. È come se avesse detto: «Se mi avete creduto mentre facevo guarigioni, se pensa­vate che le facevo per un fine di bene e non per un interesse personale, perché ora mentre considero innocente l’ammalato pensate che be­stemmi? In che cosa è meglio credere: nell’utilità di una guarigione fisi­ca o nella necessità di modificare la mentalità dominante?».

Una cosa per lo meno era chiara nelle coscienze di quanti in quel momento lo stavano ascoltando: Gesù non aveva alcuna intenzio­ne di proporsi alla collettività come puro e semplice guaritore. Le terapie sui malati – sempre che siano avvenute – erano soltanto degli esempi elementari, benché notevoli (perché di grande effetto), usati per stimola­re gli uomini a credere nella possibilità di una liberazione più grande, ben più importante e decisiva. Di qui la necessità di un chiarimento sullo scopo della sua missione. Se gli scribi si fossero confrontati su questo, senza porre delle riserve pregiudiziali, avrebbero capito che i «segni» di Gesù, pur non costituendo di per sé la prova dell’autenticità del suo van­gelo (ma ne potevano esistere?), venivano sostanzialmente compiuti per un fine di bene, riguardante l’intera collettività, un fine per la realiz­zazione del quale Gesù non aveva bisogno di attendere uno speciale «mandato», in quanto l’autorizzazione a procedere era la storia stessa, erano le stesse contraddizioni del suo tempo che gliela conferivano.

A questo punto il racconto poteva finire nel migliore dei modi (come già più sopra abbiamo ipotizzato). Condiviso l’orientamento ge­nerale del messia-guaritore, che nella piena libertà «dalle» leggi divine e da quelle dei ministri religiosi, poteva decidere autonomamente quando un’azione o un’idea dominante è giusta o sbagliata, il paralitico avrebbe dovuto trarre le debite conseguenze teorico-pratiche: teoriche, perché se per la sequela al movimento di Gesù era irrilevante la condizione fi­siologica o sociale del discepolo, in quanto bastava la conversione della mentalità, allora andava anche modificato il giudizio su coloro che si ri­fiutavano più o meno categoricamente di aderire all’esigenza di tale conversione (cioè su coloro – scribi, farisei ecc. – che l’etica convenzio­nale, politicamente dominante, riteneva «puri» e «ortodossi»); pratiche, perché se è vero che si può essere adatti al rinnovamento anche se ma­lati e si può non esserlo pur essendo «sani», allora la guarigione fisica è un desiderio inutile o comunque un aspetto per il quale non si possono anteporre gli interessi personali a quelli collettivi.

Non solo, ma per come si erano messe le cose, per il livello di consapevolezza manifestato dai postulanti, il rifiuto dell’equivalenza pro­spettata da Gesù, di guarire e giudicare, rischiava di portarli a una incre­sciosa strumentalizzazione dei suoi poteri terapeutici. La logica infatti imponeva una semplice e netta alternativa: o Gesù veniva accettato an­che per quello che diceva, e non solo per quello che faceva, oppure do­veva essere rifiutato in toto. Accettarlo come «guaritore buono» e rifiu­tarlo, nel contempo, come «maestro di vita» o come intellettuale che giudica il suo tempo, non poteva più diventare per il paralitico una solu­zione accettabile. Meno che mai aveva senso credere nella grandezza dei suoi poteri «psicotronici» (come qualcuno li chiama) unicamente per avere la guarigione.

10-11) Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua».

Ancora Gesù non aveva spiegato il motivo per cui si sentiva au­torizzato a perdonare il malato, ovvero a mostrare la falsità dell’equazio­ne rabbinica di malattia e colpa; ma lo scopo della sua missione, se non era quello di fare il taumaturgo, non era neppure quello di fare il moraliz­zatore o il semplice profeta. Scopo della sua missione era quello di testi­moniare a tutti gli uomini la possibilità di una liberazione reale, piena­mente democratica, umana e politica. I mezzi dovevano essere confor­mi allo scopo.

Per la prima volta nel vangelo di Marco (ma già da 1,15 si era­no capite le sue intenzioni), Gesù sceglie per sé un titolo messianico, «Figlio dell’uomo», lo stesso che il profeta Daniele aveva scritto nel suo libro (7,13) e che i giudei contemporanei a Gesù non usavano mai per designare l’atteso messia (cfr Gv 12,34). Un titolo che, con linguaggio moderno, potremmo tradurre come «uomo vero e giusto, profondamen­te umano». Nella visione di Daniele infatti quest’uomo, il cui potere sa­rebbe stato «eterno», in quanto espressione non «singola» ma «colletti­va», non s’impone con la magia, il vigore fisico o la forza militare, né con una particolare sottigliezza di ragionamenti, ma unicamente in virtù dell’autorizzazione concessagli dall’«antico di giorni», cioè dalla storia – si potrebbe dire –, dal popolo che con le sue tradizioni fa la storia. È un uomo il cui potere è basato, oltre che sull’esempio personale e sulla ca­pacità dialettica di discernere il bene dal male, anche dalla forza del po­polo. Il suo è un potere democratico, «partecipato», diremmo oggi.

Gesù vuol far capire chiaramente ch’egli non si sente soltanto un «maestro di vita», un intellettuale che giudica, un rabbino di tipo nuo­vo, indipendente dai poteri delle autorità costituite e dalle scuole tradi­zionali. Egli si sente anche un leader politico-nazionale, in grado di di­mostrare che il suo diritto di giudicare le cose e le azioni degli uomini è un diritto giusto, vero, conforme alle esigenze dei tempi.

«Figlio dell’uomo» è un titolo insieme politico e umano, comple­tamente avulso dalle questioni religiose. Anzi, da questo punto di vista, il titolo è squisitamente antireligioso (lo attesta anche l’espressione «sul­la terra»). L’interpretazione ufficiale di questo racconto (e probabilmente anche quella antica) vuole dimostrare che, oltre a dio, anche Gesù pote­va perdonare i peccati. Nella realtà dev’essere accaduto proprio il con­trario, e cioè che Gesù perdonava i peccati per sostituirsi a dio e ai suoi mediatori, rabbini e sacerdoti del Tempio, che presumevano d’avere il monopolio di tutta la verità sull’uomo. E non solo egli si faceva «come dio», ma – stando a Gv 10,33 ss. – garantiva a tutti il poterlo diventare.

Ecco perché guarisce il paralitico: non tanto per dimostrare, come nel caso del lebbroso, che in lui potere e volere coincidono, quan­to per dimostrare che in lui coincidono il potere di guarire e quello di giu­dicare (il metodo e il contenuto), e che lo scopo di questa equivalenza è l’affermazione di sé come messia, per la liberazione del popolo. Il mala­to insomma viene invitato a credere non solo nell’autonomia di giudizio di un guaritore buono, ma anche nel fine politico-rivoluzionario connes­so a tale autonomia (da notare che nel testo greco si ha molto di più l’impressione che Gesù non abbia mai smesso di rivolgersi a lui).

12) Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Il paralitico era rimasto zitto, allibito, curioso di sapere come sa­rebbe andata a finire. Dopo aver ottenuto la guarigione, immediata e to­tale, chiese a qualcuno di aiutarlo a rialzarsi, poi si rivolse al suo «salva­tore» e gli disse: «Solo tu potevi fare una cosa del genere, nessun altro. Ti sarò sempre riconoscente. Ma c’è una cosa che voglio dirti e te la dico in tutta sincerità: tu per me bestemmi! Non vado a denunciarti per­ché non sono un ingrato, ma d’ora in avanti non rivolgermi più il saluto, perché non ho alcuna intenzione di diventare tuo discepolo. È vero, non mi hai posto come condizione della guarigione quella di credere in te come messia, ma sono convinto lo stesso che tu sia un pericoloso ne­mico della nostra nazione e, per dimostrartelo, ti lascio qui la barella, perché io non prendo ordini da uno che bestemmia».

Il racconto poteva anche finire così, nel modo più drammatico possibile. Quello se ne andò sbattendo la porta e, facendosi largo tra la folla, che, stupita, non riusciva a capire il suo sguardo duro come la pie­tra, se ne tornò a casa, convinto d’aver fatto una buona azione. Se al suo posto ci fosse stato uno scriba, probabilmente sarebbe finita anche peggio: Gesù, su denuncia di quello, avrebbe di nuovo dovuto nascon­dersi nel deserto, e questa volta non per «alcuni giorni».

Naturalmente il racconto non finì in modo così inverosimile. In fondo il paralitico aveva scelto di sfondare il tetto proprio perché non credeva nell’equazione rabbinica di malattia e colpa. Il suo problema, semmai, era stato quello di dover scegliere il «perdono» in luogo della «guarigione»: di qui i dubbi e i sospetti, nonostante i quali però «quegli si alzò» – dice Marco –, proprio perché non aveva chiesto che lo toglies­sero dalla vista di quel «bestemmiatore sovversivo»; «prese il suo giaci­glio» – manifestando così d’aver apprezzato anche la riabilitazione mo­rale; «e se ne andò in presenza di tutti» – Marco lo dice per assicurare il lettore che la guarigione avvenne proprio così, nella maniera più sempli­ce possibile, in presenza di tutti quelli che erano in casa di Pietro. I testi­moni del fatto c’erano, il resto appartiene alla retorica.

La chiusa infatti è stata completata dal secondo redattore, al fine di togliere il più possibile al racconto gli aspetti realistici e squisita­mente umani. Una folla che dichiarasse di «non aver mai visto nulla di simile» mentirebbe sfacciatamente, poiché Gesù aveva già fatto analo­ghe guarigioni (cfr Mc 1,32 ss.). La folla era lì appunto perché le aveva già viste. Se invece la meraviglia si riferisce al fatto che nessuno si aspettava la guarigione dopo lo sfondamento del tetto, anche in questo caso bisognerebbe dire ch’essa è stata evidenziata in maniera esagera­ta. Bastava concludere nel modo più semplice e naturale: «e tutti si me­ravigliarono». Viceversa, con quell’aggiunta si ha la netta impressione che per la folla fosse davvero difficile credere nell’esistenza di «guaritori buoni». Comunque, a parte questo, la folla non può aver visto né sentito nulla, in quanto i protagonisti dell’episodio sono sempre rimasti all’inter­no della casa e con la porta chiusa: è da escludere che Gesù avrebbe rischiato di manifestare la sua volontà di giudizio al cospetto di una folla ancora non in grado di capirlo.

È da presumere che l’anonimo redattore abbia avuto paura che il lettore si meravigliasse anche di un’altra cosa, e cioè della grande li­bertà con cui l’uomo-Gesù giudicava le azioni e le idee degli uomini. Perché appunto non si credesse ch’egli si comportava così a prescinde­re da qualunque riferimento alla sua presunta «divinità», il secondo re­dattore s’è preoccupato di aggiungere che, nel vedere una tale guarigio­ne, la folla glorificò dio ancora di più, convinta che un uomo del genere non avrebbe potuto fare quello che faceva se dio non fosse stato con lui.

Ma c’è di più. L’espressione «non abbiamo mai visto nulla di si­mile» ha un significato del tutto irrilevante, poiché esso non determina alcuna conseguenza operativa sui testimoni del fatto. Il suo significato cioè è meramente contemplativo, in quanto gli autori del vangelo di Mar­co intendono riferirsi a un’utenza che vuol vivere «in pace» con l’oppres­sione romana.

Un rilievo critico dobbiamo farlo anche all’ex-paralitico, che sembra aver preso un po’ troppo alla lettera il comando di «andarsene». In fondo Gesù aveva fatto una dichiarazione politica impegnativa. La conclusione di Marco, in questo senso, appare un po’ ambigua: il risa­nato ha senza dubbio condiviso la dichiarazione, in quanto ha obbedito senza discutere all’ordine impartitogli; ma allo stesso tempo, proprio la fretta con cui lo ha eseguito lascia pensare il contrario, e cioè che la di­chiarazione sia stata condivisa solo per un interesse personale.

Naturalmente leggendo Luca e Matteo non si può sperare d’ot­tenere informazioni più illuminanti. In nessun luogo dei loro racconti si accenna a un’eventuale richiesta da parte del postulante di chiarimenti, di precisazioni o addirittura di partecipazione al movimento messianico guidato da Gesù. Nel finale di Matteo non si comprende neppure se l’or­dine è stato rispettato; inoltre l’accettazione della messianicità appare come un problema del tutto insignificante, poiché questo evangelista ne dà per scontata la soluzione.

Luca, al solito, tenta di restare più fedele al testo-base di Mar­co, ma senza successo. La necessità di condividere l’idea messianica viene da lui ridimensionata in un’astratta dossologia: «e tutti ringraziaro­no Dio», il che peraltro contrasta ancora di più col fatto che il risanato esce immediatamente di casa. Come noto, nel suo vangelo le contraddi­zioni sono alquanto stridenti: ciò dipende appunto dalla preoccupazione dell’autore di voler colmare, senza esserne all’altezza, le lacune dei rac­conti di Marco. Ad esempio, nella sua conclusione, egli ha voluto ag­giungere la parola «timore» per togliere allo «stupore» della folla di Mar­co la sua superficialità, ma poi non s’è accorto d’aver incluso nella cate­goria dei «timorati e stupiti» gli stessi scribi e farisei! Matteo non sareb­be mai caduto in una svista del genere: nel suo finale la folla «teme» sì dio, ma in un odio mortale contro gli scribi che avevano pensato male di Gesù.

Annunci

Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...