L’uomo dalla mano secca e l’ideologia del sabato

MARCO (3,1-6)

[1] Entrò di nuovo nella sinagoga. C’era un uomo che aveva una mano inaridita,

[2] e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo.

[3] Egli disse all’uomo che aveva la mano inaridita: «Mettiti nel mezzo!».

[4] Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?».

[5] Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell’uomo: «Stendi la mano!». La stese e la sua mano fu risanata.

[6] E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

MATTEO (12,9-14)

[9] Allontanatosi di là, andò nella loro sinagoga.

[10] Ed ecco, c’era un uomo che aveva una mano inaridita, ed essi chiesero a Gesù: «È permesso curare di sabato?». Dicevano ciò per accusarlo.

[11] Ed egli disse loro: «Chi tra voi, avendo una pecora, se questa gli cade di sabato in una fossa, non l’afferra e la tira fuori?

[12] Ora, quanto è più prezioso un uomo di una pecora! Perciò è permesso fare del bene anche di sabato».

[13] E rivolto all’uomo, gli disse: «Stendi la mano». Egli la stese, e quella ritornò sana come l’altra.

[14] I farisei però, usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo.

LUCA (6,6-11)

[6] Un altro sabato egli entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. Ora c’era là un uomo, che aveva la mano destra inaridita.

[7] Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva di sabato, allo scopo di trovare un capo di accusa contro di lui.

[8] Ma Gesù era a conoscenza dei loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano inaridita: «Alzati e mettiti nel mezzo!». L’uomo, alzatosi, si mise nel punto indicato.

[9] Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o perderla?».

[10] E volgendo tutt’intorno lo sguardo su di loro, disse all’uomo: «Stendi la mano!». Egli lo fece e la mano guarì.

[11] Ma essi furono pieni di rabbia e discutevano fra di loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.

Marco (3,1-6)

Questo episodio, se non si esulasse dal nostro argomento, an­drebbe esaminato con quello posto da Marco subito prima: Le spighe strappate di sabato (2,23 ss.). Entrambi, infatti, in modo sufficientemen­te chiaro e organico, descrivono l’atteggiamento che i farisei (il gruppo politico-religioso di base più significativo) avevano nei confronti di Gesù su uno dei precetti più importanti del giudaismo: il sabato. Tale atteggia­mento, sin dall’inizio dell’attività pubblica di Gesù, era stato piuttosto ne­gativo: lo stesso Giovanni, nel suo vangelo, lo conferma dicendo che i giudei cercavano di ucciderlo perché «violava il sabato» (5,18).

Per gli ebrei il sabato aveva un triplice significato: come simbo­lo religioso della creazione, in quanto – stando al Genesi – dio il settimo giorno «cessò da ogni lavoro», ovvero «fece sabato» (cfr. Gen 2,2-3 e Es 20,11); come segno di una liberazione politica, in quanto l’ebreo, mentre riposa dopo le fatiche del suo lavoro, deve anche ricordare d’es­sere stato tratto dalla schiavitù d’Egitto al tempo dell’Esodo (cfr. Es 23,12 e Dt 5,14 s.); infine come strumento pedagogico per una convi­venza sociale pacifica, in quanto gli ebrei, nel giorno in cui smettono di lavorare, sono convinti di potersi sottrarre completamente al rischio di derubare o ingannare il prossimo, o comunque alla tentazione di far pre­valere i loro interessi personali. È in fondo questa la vera motivazione del sabato: le giustificazioni religiose, simboliche o evocative hanno – secondo noi – un valore secondario.

Nell’Esodo si legge che chi profanava questo giorno lavorando doveva «essere condannato a morte» (31,14), e in effetti nessuna so­lennità dell’anno esigeva un riposo così assoluto. Al tempo di Gesù gli ebrei se ne servivano anche per opporsi ai romani: non lavorando, se schiavi; non portando armi né marciando, se militari nelle legioni (cosa che poi determinerà la loro definitiva esenzione). Dal canto loro, i farisei, al fine di mantenere il popolo unito e per conservare tradizioni usi e co­stumi in funzione antiromana, avevano accentuato ancora di più il ri­spetto formale di questo precetto, impedendo praticamente quasi ogni forma di attività (cfr Mc 2,23-28).

Un fatto però s’imponeva alla coscienza di molti israeliti coevi a Gesù: il tradizionale senso di liberazione, implicito nel sabato, stava sempre più perdendo la sua ragion d’essere sotto il dominio assoluto di Roma. In effetti, come si poteva esser fieri della «terra promessa» con l’oppressione del nemico in patria? Come si poteva ricordare la «libera­zione» dal Faraone se non ci si poteva liberare dalla schiavitù di Cesa­re? In che modo si poteva essere «se stessi» di sabato se durante gli altri giorni si dovevano subire le prepotenze, gli arbitrii dell’invasore, nonché gli abusi, le indecenze di chi preferiva «collaborare»? Proprio a causa di queste domande, che da tempo gli ebrei si ponevano, i farisei, nel racconto delle spighe strappate, non si sentirono autorizzati a de­nunciare i discepoli di Gesù. In quel racconto, infatti, la legge era stata violata, ma senza che la coscienza morale se ne sentisse in colpa.

1) C’era un uomo che aveva una mano inaridita,

Marco colloca questo episodio nell’ambito della sinagoga di Ca­farnao (non ricordando la città si può presumere che la dia per scontata) e poco tempo dopo l’episodio del paralitico. Luca non fa altro che imitar­lo. Stando a Matteo invece, è letteralmente impossibile definire il luogo, poiché dal suo racconto del paralitico è passato molto più tempo, al punto che appare inverosimile una violazione del sabato così tardiva.

Sin dal primo versetto Marco fa capire che Gesù voleva com­piere una guarigione proprio di sabato, alla presenza di tutti (il giorno non è citato semplicemente perché, anche qui, lo considera ovvio, a dif­ferenza di Luca che si rivolge a lettori poco avvezzi alle usanze ebrai­che). Nel vangelo di Marco Gesù ha già violato il sabato almeno due volte: privatamente, in casa di Pietro, mentre gli guarisce la suocera (1,29 ss.) e pubblicamente, davanti ai farisei, mentre permette ai suoi di­scepoli di raccogliere delle spighe di grano per sfamarsi (2,23 ss.).

Visto il carattere ufficiale, irreversibile, con cui il Cristo vuole rompere con l’interpretazione rabbinica del sabato, facendo così com­piere un passo in avanti alla sua polemica contro l’opinione dominante che unificava malattia e colpa, si può addirittura pensare che tra lui e il malato in oggetto vi sia stato come un accordo preventivo, una sorta di intesa prestabilita (in nessun momento infatti il malato gli chiederà di guarirlo). Anche leggendo Matteo lo si può intuire (questi peraltro, non senza disprezzo, usa l’espressione «loro sinagoga»). Luca invece esclude completamente tale ipotesi: il suo Gesù entra in sinagoga per insegnare e solo in un secondo momento incontra il malato. La casualità dell’incontro è evidente in più punti della sua versione.

L’uomo di questo episodio è un malato incurabile. L’acquisita malattia, forse non sanata con decisione al suo nascere, si era col tem­po acutizzata, tanto da divenire cronica. Marco si guarda bene dal forni­re delle aggravanti per meglio giustificare l’intervento «illegale» di Gesù: questo fare moralistico è più consono a un evangelista come Luca, che si sente in dovere di precisare come la mano secca in questione fosse la «destra».

2) e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo.

Qui si ha la conferma che Gesù era entrato nella sinagoga per cercare con la comunità locale, e soprattutto con i suoi portavoce più si­gnificativi: i farisei, un confronto diretto e ufficiale sulla questione del sa­bato. Essi infatti sembrano attenderlo, sapendo già in anticipo quel che vorrà fare. Il loro modo di «osservare» non è innocente (si potrebbe ad­dirittura tradurlo con «lo stavano spiando»). Consapevoli che Gesù ha già in precedenza violato il sabato, ora lo guardano con un senso di sfi­da, che è un di più del sospetto e della diffidenza, in quanto – essendo quello un luogo pubblico – sperano vivamente ch’egli cada in recidiva, così potranno tranquillamente denunciarlo. Non lo osservano per com­prendere le sue ragioni, ma per vedere se viola la legge con aperta in­tenzionalità, davanti a testimoni autorevoli. Ciò che finora hanno visto e udito è per loro sufficiente: la decisione di condannarlo pare già unani­me. Matteo ne è così convinto che nella sua versione essi pongono su­bito, in modo capzioso, una domanda: «È lecito far guarigioni in giorno di sabato?». Il risentimento di Gesù, ovviamente, è qui immediato.

Le prescrizioni del sabato vietavano le cure per la salute, quan­do naturalmente non fosse in pericolo la vita della persona. Una deroga a questo principio poteva essere concessa, al massimo, dal Sinedrio (il senato giudaico), non certo da un privato cittadino né da un leader politi­co. Una trasgressione del precetto equivaleva praticamente a mettere in discussione il potere delle autorità costituite o comunque il potere di quei gruppi politici che basavano il loro prestigio, fra l’altro, sul modo in cui applicavano il precetto o lo facevano applicare. In questo senso, né le autorità (nella fattispecie gli erodiani, come dirà più avanti Marco), né i farisei riuscivano ad accettare che la guarigione di un uomo in giorno di sabato, potesse farsi per un fine di bene. Che un così grande potere, esterno o estraneo alla loro influenza, avesse intenzione di contrastare quello istituzionale (degli erodiani della Galilea) o quello sociale (dei fari­sei, che pretendevano d’essere gli unici veri oppositori del mondo roma­no in Palestina), appariva cosa inammissibile: entrambi i partiti erano convinti che tutto l’operato terapeutico di Gesù fosse strumentale a una più complessa strategia ad essi chiaramente ostile.

3) Egli disse all’uomo che aveva la mano inaridita: «Mettiti nel mezzo!».

Gesù voleva ufficializzare, mediante un confronto pubblico e di­retto con le autorità, la sua trasgressione del sabato, verso la quale già erano state mosse delle critiche in modo ufficioso. Di qui la decisione di far mettere quell’uomo al centro: non solo a tutti doveva essere chiaro che il caso in questione era molto grave, ma anche che il superamento della concezione del sabato egli intendeva realizzarlo all’interno del giu­daismo, sottoponendosi al giudizio della pubblica opinione. Gesù non vuole violare il sabato per un arbitrio personale, ma per affermare, in po­sitivo, la realtà di un’esperienza più significativa per il giudaismo: un’e­sperienza insieme umana e politica, con la quale opporsi al sistema do­minante. Non ha paura degli astanti, almeno non lo dimostra: vuole re­stare coerente con l’intenzione di guarirlo lì dentro, e non perché si sen­te un provocatore, non perché ritiene di non aver nulla da perdere, ma per offrire alla sua gente un’alternativa credibile, praticabile. Giovanni ri­corda nel suo vangelo (10,38) che Gesù, come soluzione di compro­messo, era disposto ad accettare che credessero se non in lui, almeno nelle sue opere.

Lo stesso Giovanni descrive bene la sostanziale differenza, sul­la questione del sabato, fra la posizione di Gesù e quella dei gruppi poli­tico-religiosi di Gerusalemme: «Mosè vi ha dato la circoncisione – non che essa venga da Mosè, ma dai patriarchi – e voi circoncidete un uomo anche di sabato. Ora se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia trasgredita la legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché ho guarito interamente un uomo di sabato? Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio!» (7,22 ss.). La differenza stava nel fatto che i «giudei» – come li chiama il quarto van­gelo – non riuscivano a comprendere la caratteristica «simbolica» di leg­gi come ad esempio quella della circoncisione o dello stesso sabato. Trasformando queste leggi propedeutiche, valide solo storicamente, in idoli sovratemporali, era poi ovvio che non riuscissero ad accettare il su­peramento realistico proposto da Gesù (superamento che non consiste­va – come più avanti vedremo – in una semplice estensione delle dero­ghe alla rigidità del precetto, ma piuttosto in una sua definitiva abolizio­ne, come lo stesso evangelista Giovanni lascia capire quando parla di guarigione «intera», «totale»).

Ora, per giudicare con «retto giudizio» occorre un atteggiamen­to di autocritica, di ascolto, ma l’unico che, in questo senso, si vede, nel racconto di Marco, è quello del malato, il quale, mettendosi nel mezzo, non si vergogna di mostrare il male che l’ha colpito, né il desiderio di guarirlo in un giorno proibito: egli non ha timore delle intenzioni di con­danna che serpeggiano nella sinagoga.

Su questo punto Luca continua a sostenere la tesi dell’incontro fortuito, poiché Gesù interviene proprio per dimostrare che non teme gli avversari. Egli lo fa mettere al centro («in piedi», mentre tutti sono sedu­ti per terra!) solo dopo aver «conosciuto i loro pensieri», nel senso cioè ch’egli lo guarisce appunto perché gli sono ostili, ostentando così la pro­pria netta differenziazione. Il Gesù di Luca, infatti, non ha la preoccupa­zione pedagogica di far comprendere a scribi e farisei che la legge del sabato, quando non è al servizio dell’uomo, diventa un’assurda ideolo­gia. Egli in realtà è già così «padrone del sabato» che non ha alcun bi­sogno di dimostrarlo, attraverso una coerenza di teoria e prassi: gli ba­sta riconfermarlo in virtù dei suoi poteri taumaturgici o addirittura della sua «divinità», con la quale naturalmente egli non può lasciarsi sorpren­dere né intimidire da nessuno.

Nonostante questo però, Luca si è sentito in dovere di precisare che il malato «obbedì» all’ordine impartitogli: come se di fronte a una «divinità» (qui onnisciente e onnipotente) sarebbe anche potuto accade­re che il malato declinasse l’invito, temendo d’essere mal giudicato dai suoi concittadini! Nel contesto di Marco invece la precisazione di Luca non avrebbe avuto alcun senso, proprio perché fra Gesù e il postulante esiste già un accordo preventivo: il semplice fatto di mettersi al centro equivaleva in sostanza a una richiesta ufficiale di guarigione, a dispetto delle leggi vigenti.

Matteo addirittura non fa alcun cenno a questo spostamento lo­gistico: non gli interessa minimamente il rapporto di Gesù con un uomo che non dirà per tutto l’episodio la benché minima parola. Gli basta evi­denziare una questione di principio. Matteo infatti giustifica la violazione del sabato sulla base della realtà dei bisogni: «Chi è colui tra di voi che, avendo una pecora, se questa cade in giorno di sabato in una fossa, non la prenda e la tiri fuori? Certo un uomo vale molto di più di una pe­cora!» (12,11-12).

In realtà Gesù non chiedeva che si aumentassero le eccezioni alla regola, ma che si mutasse la regola stessa, subordinando il sabato a tutte le esigenze degli uomini, non soltanto a quelle più importanti. In fondo una deroga alla legge avrebbe anche potuto essere concessa, se la sostanza fosse rimasta salva. In altre parole Matteo non coglie la di­mensione globale della rottura. Il suo Cristo rompe con un giudaismo ot­tuso, ipocrita, superficiale: insomma un giudaismo irrecuperabile, che non s’è neppure piegato a concedere un «favore» al Cristo. Al contrario, il Cristo di Marco ha una concezione più elevata delle leggi fondamentali dell’ebraismo, in quanto è disposto a riconoscere a quella del sabato un valore propedeutico, normativo, storicamente valido, cui si può e si deve rinunciare solo in presenza di una valida alternativa; un’alternativa – si badi – non tanto o non solo al «sabato» in sé, quanto piuttosto ai rap­porti di potere che lo legittimano, che lo usano come mero strumento di controllo sociale. Marco esprime la posizione di quella comunità cristia­na (di origine petrina) che, sulla questione del sabato, sarebbe stata an­che disposta ad accettare molti compromessi col fariseismo, se questo avesse riconosciuto al Cristo una sorta di primato «etico-religioso»: cosa che avverrà solo con la conversione di Paolo di Tarso. Ufficialmen­te il fariseismo rimase sempre ostile al cristianesimo, proprio perché, pur avendo rinunciato, come il petrinismo, alla rivoluzione politica, non voleva rinunciare alle tradizioni giudaiche. In tal senso il cristianesimo, per come è venuto definitivamente configurandosi a partire dal paolini­smo, non è stato che un fariseismo spiritualizzato al massimo, previa accettazione della reinterpretazione galilaica del vangelo di Gesù opera­ta dal petrinismo, con le sue due tesi fondamentali della «morte neces­saria del messia» e della sua «resurrezione» (il paolinismo non farà che aggiungere le tesi dell’«unigenita figliolanza divina» e della «parusia alla fine dei tempi»).

4) Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?».

Ecco quindi la domanda cruciale: che cosa si può fare di saba­to, il bene o il male? La risposta sembra essere scontata, e il silenzio degli astanti lì a dimostrarlo. Ma non è così. Gesù non aveva posto una questione formale, cui si potesse facilmente rispondere, ma un grave problema di coscienza. Quell’uomo, indubbiamente, aveva bisogno d’essere guarito; non era in pericolo di morte ma la sua malattia non aveva speranze per la medicina dell’epoca. La legge mosaica – stando agli scribi e ai farisei – impediva di sanarlo nel giorno festivo. Gesù ap­punto chiede come sia possibile che Mosè abbia dato una legge così contraria alla vita.

La risposta che i farisei (e gli erodiani) avrebbero potuto dare, in quel momento, è facilmente intuibile: eccetto il caso di pericolo di morte, era vietato, di sabato, assistere un ammalato, poiché ciò costituiva «la­voro». Ora, la malattia di quell’uomo non rientrava nel suddetto caso, per cui il Cristo non aveva il diritto di sanarla (né doveva sentirsi in do­vere di farlo). Scribi e farisei non mettevano in dubbio il valore della vita, ma tale valore – onde evitare ogni forma di «arbitrio» – acquistava la sua validità solo nella misura in cui non contraddiceva alla norma della legge, la quale appunto affermava, con assolutezza, che il sabato è giorno di «riposo assoluto». Nessuno avrebbe impedito a Gesù di gua­rirlo in un giorno feriale.

Il problema da risolvere, in sostanza, era il seguente: che cosa può essere considerato prioritario nell’esistenza degli uomini? E, di fron­te ad esso, che cosa è lecito fare? Se è veramente vietato lavorare di sabato, per quale motivo si permette che in questo giorno si salvino de­gli animali in pericolo di vita? Perché Gerico poté essere conquistata di sabato (cfr Gs 6,4)? Perché invece l’uomo che raccoglieva legna, citato in Nm 15,33, venne messo a morte?

A tale proposito, la tesi di Matteo è abbastanza chiara: se si vio­la il sabato per un bisogno minore (ad es. salvare una pecora nel fosso) lo si può fare anche per un bisogno maggiore (guarire un uomo). Tutta­via, l’esempio scelto da Matteo non faceva che confermare la posizione dei farisei, i quali avrebbero potuto obiettare che là si trattava di salvare una vita in pericolo (seppur quella di un animale), qui si tratta soltanto di guarire un arto paralizzato. Matteo in sostanza non ha capito che è sul concetto di vita, di esistenza e non di «sabato» che Gesù si scontrava con la mentalità farisaica. All’interno di una logica che equipara la vita ai suoi ritmi biologici, o che misura la dignità di una persona sul modo come rispetta la legge, è impossibile superare non solo la concezione del sabato, ma anche quella di qualunque altra legge. Sotto questo aspetto si può aggiungere che, guarendo di sabato un malato cronico, Gesù voleva in realtà affermare un principio che permettesse agli uomini di considerare positivamente, in qualunque momento, anche quelle azioni di bene compiute in assenza di un bisogno più o meno grave, o quelle azioni non espressamente previste da alcuna normativa.

La posizione degli scribi e dei farisei era schematica ma non semplicistica. Essi erano convinti, come al tempo di Mosè, che, aste­nendosi dal lavoro, di sabato, l’uomo avrebbe potuto sottrarsi alle con­traddizioni che si determinavano, nei giorni feriali, fra l’interesse indivi­duale e quello collettivo. È vero che Mosè, nell’istituire tale precetto, aveva cercato di dargli un senso il più liberatorio possibile, senza affatto impedire il «bene» nei confronti del prossimo, specie in caso di bisogno; ma è anche vero che questo suo tentativo poteva aspirare al successo solo in condizioni socialmente favorevoli. Viceversa, al tempo di Gesù, la constatazione negativa delle contraddizioni sociali si era così accen­tuata che per gli scribi e i farisei le tradizioni e le leggi del passato avrebbero potuto conservare la loro credibilità solo a condizione di au­mentarne artificiosamente il peso. Si era cioè arrivati all’assurdo che la dignità dell’uomo veniva alimentata dalla più completa indifferenza ver­so le necessità del prossimo. La verità di sé veniva ad essere determi­nata non anzitutto dalla disponibilità a condividere le esigenze degli uo­mini, nella concretezza della vita quotidiana (feriale e festiva), ma piutto­sto dall’assenza di movimento, dalla rinuncia a compiere qualsiasi azio­ne che non fosse rigidamente circoscritta dalla legge, dalle tradizioni orali e scritte e dal perimetro del Tempio e della sinagoga.

Per gli scribi e i farisei il sabato era diventato l’idolo dell’indiffe­renza, il feticcio magico da usarsi nei rapporti interpersonali, al fine di valorizzare al massimo un’entità puramente astratta: Jahvè o meglio l’«Uno». Nel giorno festivo si «costringeva» il popolo all’altruismo sem­plicemente impedendogli di compiere qualsiasi azione, anche quelle che potevano apparire degne e meritevoli. Era diventata talmente grande la sfiducia nelle capacità umane di bene, che, vietando ogni azione di sa­bato, le autorità religiose (istituzionali e/o sociali) si erano attribuite sia il diritto di considerare tendenzialmente negativi i gesti compiuti nei giorni feriali, sia il potere di stabilire, dal modo in cui si viveva il sabato, quali «colpe» meritavano d’essere perdonate (da dio) e quali no. Oltre a ciò, naturalmente, le autorità si assicuravano, in modo del tutto formale, di non essere ingannate da quei lavori compiuti solo in apparenza per il bene del prossimo (salvo poi soprassedere, nel giorni feriali, ogniqual­volta esse avevano consapevolezza del carattere obiettivamente negati­vo di tali lavori).

Gesù in pratica proponeva di formulare dei casi, anche ipotetici, che giustificassero la neutralità davanti alle esigenze vitali degli uomini, in considerazione del fatto che la legge vietava di condividerle nel gior­no festivo. In altre parole, egli chiedeva di rimettere in discussione il mo­tivo per cui determinate azioni come fare del bene, assistere o addirittu­ra salvare una vita venivano ritenute nei giorni feriali un aspetto positivo dell’esistenza, mentre di sabato dovevano essere biasimate, condanna­te o accettate in via del tutto eccezionale. Se chi ha il potere di compiere il bene, è tenuto a metterlo a disposizione ogni giorno, al servizio della collettività, chi omette di fare il bene, quando l’evidenza lo rende neces­sario, non compie forse il male? L’indifferenza, in tal caso, non è forse una forma di orgoglio e di disprezzo per gli uomini che vivono in uno stato di necessità (quegli stessi uomini che gli «idealisti» sono soliti con­siderare fonte di tutti i mali sociali, causa prima della mancata realizza­zione dei loro astratti principi)? È vero che in ogni gesto, in ogni iniziati­va umana e sociale c’è sempre il rischio che si faccia prevalere l’interes­se individuale su quello generale (ammesso e non concesso che ciò sia sempre illecito), ma forse questo rischio può essere considerato come un pretesto per impedire che l’uomo agisca?

I farisei tuttavia pensavano che la riduzione del sabato a giorno comune fosse in realtà finalizzata a estendere l’alienazione del popolo (la sua logica negativa di vita quotidiana) anche al giorno in cui le autori­tà religiose o comunque la legge potevano in qualche modo garantire, con il divieto assoluto di lavorare, una dimensione etica dell’esistenza. Se il settimo giorno diventa come gli altri – pensavano i farisei – non ci sarà più modo di opporsi all’antagonismo che gli uomini vivono normal­mente, negli altri giorni, sul piano socioeconomico. La conseguenza sarà un loro progressivo allontanamento dalle leggi e dalle tradizioni ebraiche.

Senonché le intenzioni di Gesù non erano affatto quelle di com­piere una critica puramente distruttiva di questa ideologia del sabato. Il dualismo fra l’interesse personale, prevalentemente manifestato – se­condo i farisei – nei giorni feriali, e la dedizione a dio nel giorno festivo, non poteva essere risolto dimostrando che anche di sabato si è come negli altri giorni, sebbene in modo mascherato. Se Gesù avesse voluto legittimare anche per il sabato la logica negativa della vita feriale, avreb­be proposto una soluzione di comodo facilmente contestabile. In realtà, egli poneva un problema di ordine qualitativo: per quale ragione gli uo­mini vivono la loro esistenza dominati dall’interesse privato? Che cosa impedisce loro di accettare anche l’interesse collettivo con la stessa in­tensità e passione? C’è la possibilità di convogliare le esigenze di una vita collettiva verso un progetto di liberazione che valorizzi ogni singolo uomo? Se gli ebrei sono capaci di rispettare il prossimo solo in forza del sabato, in che modo potranno costituire una valida alternativa al domi­nio dei romani?

Relativamente al suo tempo, Gesù diede una risposta positiva ed esauriente a queste domande, superando con sicurezza il formali­smo deteriore del tardo giudaismo. La coerenza dimostrata in tutte le sue azioni, pubbliche e private, si fondava appunto sull’identità di verità e giustizia, solo grazie alla quale si può salvaguardare la coincidenza degli interessi personali e collettivi. La sua preoccupazione era quella d’indurre gli uomini non tanto a considerare il sabato un giorno qualsia­si, quanto a vivere ogni giorno secondo una logica positiva dell’esisten­za, una logica fondata sulla condivisione concreta del bisogno sociale, sulla priorità in ogni momento del fattore umano. Chi vive la vita con questa tensione non ha bisogno di mettersi una maschera (in questo caso il sabato) per nascondere i propri difetti.

Ecco perché Gesù sosteneva che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Mc 2,27). Ecco perché, in questo racconto, non ha timore, nonostante il divieto della legge, di «ridare» la vita a chi gliela chiedeva. Gesù parla di «salvare» non soltanto di «guarire»: sal­vare una persona dalla disperazione, non soltanto guarirla da una ma­lattia. Se dopo averla promessa, Gesù non restituisse la vita a quell’uo­mo che, per ottenerla, ha accettato di esporsi pubblicamente, in realtà gliela toglierebbe, poiché col tempo, di fronte al persistere del male (fisi­co e sociale), il desiderio di vincerlo verrebbe meno. In effetti, qui è an­che in gioco il desiderio di vivere una vita autentica. Sapendo bene a quali difficoltà, rischi e pericoli andava incontro, lasciandosi guarire in quel modo, il malato – dobbiamo supporre – voleva vivere una vita con­forme alla volontà del guaritore. Ora, cosa accadrebbe se Gesù, pur po­tendolo sanare, decidesse di non farlo per timore della reazione delle autorità? Il malato perderebbe solo la possibilità di una guarigione fisica o anche la fiducia in un cambiamento qualitativo delle cose?

5) Ma essi tacevano.

Pur in presenza di una evidente necessità – come lo fu il sacer­dote Achimelec nei confronti di Davide, che per sfamare quest’ultimo violò il divieto di consumare il pane sacro dell’offerta (cfr 1 Sam 21,2 ss.) – gli uomini della sinagoga di Cafarnao restano impassibili, comple­tamente immobili. Tacciono perché credono che la domanda di Gesù sia mal posta: temono di contraddirsi. Per loro la risposta giusta non è scontata, per cui la domanda appare ambigua. Dire «il male» infatti non possono, ma se dicono «il bene» prevedono che Gesù replicherà chie­dendo il motivo per cui in questo caso lo si vuole accusare.

Dunque la domanda per loro è fuori luogo, è avvertita come un pericoloso tranello. Essi sono convinti di fare già il «bene» di sabato e non riescono a comprendere né ad accettare la diversità del «bene» proposto da Gesù. Si chiedono, in definitiva, la ragione per cui egli non voglia accontentarsi di guarire nei soli giorni feriali, rispettando, come tutti, il precetto festivo. E così tacciono, nella generale indifferenza verso il problema di quell’uomo, strettamente vincolati al loro punto di vista, appoggiandosi vicendevolmente in un odio mortale contro chi vuole an­teporre alla necessità della tradizione l’esigenza del rinnovamento.

5) E guardandosi tutt’intorno con indignazione, rattristato per la du­rezza dei loro cuori, disse a quell’uomo: «Stendi la mano!».

Né in Matteo né in Luca Gesù aspetta la reazione degli astanti: è come se la desse per scontata, talmente scontata che non li guarda neppure con indignazione e/o tristezza. Luca ha voluto conservare solo lo sguardo circolare di Gesù, ma più che altro per dimostrare ch’egli aveva tutte le ragioni di questo mondo per guarire il malato. Cosa che nel vangelo di Marco – abbiamo visto – non era così evidente.

In quali casi l’indifferenza è giusta? Alla luce di quanto fin qui si è detto, si potrebbe essere tentati dal rispondere «mai». In realtà nessu­no si sognerebbe di criminalizzare l’indifferenza quando sono in gioco le idee degli uomini (politiche, culturali, religiose…). In molti casi l’indiffe­renza non solo è possibile e legittima, ma anche inevitabile, soprattutto quando, in mancanza di altro, non si sa quali antidoti non-violenti usare contro certe forme di intolleranza.

Tuttavia, nel contesto del nostro racconto non sono soltanto le idee (relative alla concezione del sabato) quelle nei cui confronti gli uo­mini sono chiamati a esprimersi: qui è anche in gioco una vera situazio­ne di bisogno. La pedagogia del Cristo, estremamente concreta, inse­gnava a non fare dell’astrazione fine a se stessa, ma a porre sempre le idee in relazione a bisogni specifici.

Di nuovo quindi ci chiediamo: quando l’indifferenza è giusta di fronte a una situazione di bisogno, di cui si è in qualche modo consape­voli? (Naturalmente si dà qui per scontato che chi presta assistenza sia in grado di farlo e chi la ottiene disposto a riceverla). Solo in un caso l’indifferenza è lecita: quando è in gioco un bisogno più grande. E anche in questo caso, l’indifferenza nei confronti del bisogno minore sarebbe lecita solo in via temporanea. (Da notare che Gesù non ha qui la preoc­cupazione di doversi difendere dall’accusa di aver scelto una situazione di bisogno non molto grave per trasgredire il precetto del sabato. D’altra parte se il caso fosse stato «estremo» il problema non si sarebbe nep­pure posto).

La reazione dei membri della sinagoga non fu quella auspicata da Gesù, anche se poteva essere prevista. In questo versetto Marco sottolinea molto bene i due atteggiamenti emotivi che ha avuto Gesù di fronte al loro silenzio: ira e tristezza. Preoccupato di salvaguardare l’og­gettività dei fatti e delle relative valutazioni teoriche, Gesù li guarda «in­dignato», manifestando chiaramente la sua disapprovazione. Di fronte a un’evidenza così lampante – egli vuol far capire – la posizione neutrale va qualificata come unipocrisia. Intenzionato però a non imporre la sua interpretazione del sabato e disposto a comprendere che l’atteggia­mento degli astanti non è naturale ma frutto di un legame distorto con determinate idee, Gesù li guarda «rattristato».

Ira e tristezza sono due sentimenti che si valorizzano reciproca­mente. Senza tristezza, l’ira porterebbe l’uomo a non tenere mai in con­siderazione alcuna attenuante, a giudicare secondo criteri rigidi e sche­matici, a confondere «errore» con «errante». Ma senza l’ira la tristezza rischierebbe l’opposto, e cioè il relativismo dei valori e degli atteggia­menti, fino a giustificare, con l’opportunismo più sofisticato e vergogno­so, qualunque idea o situazione.

In effetti, se ci fosse stata solo l’ira, il terapeuta, per restare coerente con le proprie idee, avrebbe dovuto guarire lo stesso il malato, naturalmente non prima d’aver espresso un severo giudizio di condan­na. Ma avrebbe anche potuto rifiutare, limitandosi ad accusare i farisei d’essere diventati gli autori morali della disperazione del malato. Mentre se avesse avuto solo tristezza, certo non l’avrebbe guarito in sinagoga o comunque non l’avrebbe fatto di sabato (forse avrebbe addirittura smes­so di guarire, temendo il potere degli avversari). Dal canto suo il malato (una volta guarito), se avesse visto soltanto dell’ira, sarebbe forse di­ventato un fanatico o un estremista del vangelo di Gesù; se invece avesse visto solo tristezza, avrebbe ovviamente perso la fede.

La presenza di entrambi gli stati d’animo fa invece capire l’equi­librio politico-morale del messia-terapeuta, oltre al fatto che il giudizio (espresso qui addirittura in forma interrogativa: «È forse lecito…?») non aveva pretese di condanna morale. Oggetto di condanna semmai era l’indifferenza, alla quale non si può riconoscere il diritto di auto-giustificarsi di fronte alle situazioni di bisogno. Chi crede che davanti al bisogno sia «naturale» scegliere l’indifferenza, si condanna da solo (a vivere una vita meschina ed egoista). L’importante è che altri abbiano la possibilità di scegliere diversamente.

5) La stese e la sua mano fu risanata.

Quest’uomo non ha detto una sola parola e alla fine del raccon­to scomparirà letteralmente nel nulla, ma dal suo semplice modo di comportarsi riusciamo a intuire lo stesso qualcosa della sua personalità. Egli ha obbedito due volte agli ordini di Gesù: la prima mettendosi al centro, la seconda stendendo la mano. Per poter obbedire egli doveva aver fede non solo nelle capacità di Gesù ma anche nella giustezza dei suoi ragionamenti: pertanto qui si è fatto un passo avanti rispetto all’epi­sodio del paralitico. In modo particolare, se non fosse stato più che con­vinto delle ragioni del terapeuta, al secondo ordine – visto l’odio cre­scente degli astanti – il malato avrebbe potuto non obbedire. Di questo Matteo e Luca non si preoccupano minimamente.

Ma, proprio a motivo del fatto che la fede del postulante era cresciuta in proporzione all’incredulità dei farisei, è difficile parlare di «ordini» o «comandi». Il malato è andato incontro liberamente alla pos­sibilità di guarire in quel modo, ed è rimasto libero sino alla fine, perfet­tamente consapevole che l’odio degli astanti non era solo verso Gesù, ma anche verso di lui, che si lasciava guarire di fronte a tutti, come fos­se un «complice». E così sarà per Lazzaro, a Betania, colpevole per i giudei di aver «accettato»(!) la propria resurrezione (cfr Gv 11,53): que­sto naturalmente a prescindere dal fatto che in realtà i Giudei odiavano Lazzaro proprio per aver accettato l’alleanza politica coi nazareni.

6) E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio con­tro di lui per farlo morire.

Al pari dei discepoli del Battista, i farisei criticavano Gesù per­ché non obbligava al digiuno gli apostoli (Mc 2,18 ss.); ora con gli ero­diani si consultano per eliminarlo. Non tramano coi battisti, in quanto, nonostante le assonanze ideologiche, vi erano forti divergenze politiche. Tramano invece con gli erodiani, che per i farisei sono degli avversari sia ideologici che politici. Infatti, il partito collaborazionista degli erodiani (equivalente a quello dei sadducei a Gerusalemme) vedeva in Erode Antipa, tetrarca della Galilea e della Perea con il beneplacito di Augusto, il messia promesso. Viceversa, i farisei, più fedeli alle tradizioni israeliti­che, non riuscivano ad accettare né che Erode svolgesse una politica legata agli interessi di Roma, né che la sua dinastia fosse di origine ara­ba (Erode il Grande, padre dell’Antipa e strenuo persecutore dei farisei, era idumeo).

Perché dunque questa intesa politica? Perché pur partendo da interessi diversi se non contrapposti, entrambi i partiti vedono minaccia­to il loro potere: istituzionale, quello erodiano; nazional-popolare, quello farisaico. Agli erodiani il rispetto rigoroso del sabato interessa solo nella misura in cui garantisce loro di conservare il potere sugli ebrei della Te­trarchia: non ne fanno una questione di principio (Erode non aveva forse violato la legge mosaica sposando Erodiade?). Dal canto loro i farisei non hanno intenzione di perdere la qualifica di «oppositori» (seppur mo­derati) del sistema dominante, che sono riusciti ad ottenere dopo decen­ni di persecuzioni subite. Che fossero degli «oppositori», lo attesta an­che Luca (14,31), allorché afferma che furono proprio loro ad avvisare Gesù che Erode aveva intenzione di ucciderlo.

Tuttavia né Luca né Matteo hanno colto la valenza politica di questa guarigione. Il primo contrappone a Gesù, in maniera classica, gli scribi e i farisei, tacendo sul fatto che a causa di tale guarigione si era chiaramente deciso di farlo fuori (per Luca i veri artefici della morte di Gesù sono i sacerdoti del Tempio): di conseguenza Gesù non ha seri motivi di preoccupazione. Matteo invece contrappone a Gesù unica­mente i farisei, limitando la polemica a una questione di carattere mora­le, sicché alla fine pare alquanto esagerata la loro decisione di eliminar­lo. Naturalmente anche qui, come in Mc 3,7, Gesù è costretto a fuggire.

La guarigione di quest’uomo, per concludere, può essere vista come uno spartiacque fra la predicazione ancora libera di Gesù e quella non più tollerata dalle istituzioni. Marco vuole appunto dimostrare come il confronto di Gesù con l’ideologia di alcuni importanti gruppi politici, fosse sin dall’inizio assai aspro. In effetti, chi dispone di potere e non vuole assolutamente perderlo e sa di non avere sufficienti ragioni per far tacere con mezzi legali quanti mettono in discussione la sua credibilità e autorità, davanti a sé non ha molte alternative: l’uso della forza diventa inevitabile. I delitti non vengono commessi solo in presenza di una sicu­ra minaccia, ma anche in via del tutto cautelativa, nel timore che questa minaccia acquisti la fiducia delle masse. L’idolatria del potere (gli erodia­ni) e quella della legge (i farisei) hanno portato qui alle medesime con­seguenze: la differenza sta nel fatto che gli uni giustificano le loro ragio­ni stando al potere, gli altri stando all’opposizione.

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Autore: laicusblog

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