Motivi di autenticità della sindone

Della Sindone conservata a Torino (il lenzuolo di lino è lungo 4,36 m. e largo 1,10 m.) parlano non solo i quattro vangeli canonici, ma anche tre apocrifi: Vangelo degli Ebrei, Atti di Pilato e Vangelo di Nicodemo.

È inoltre attestata dalla tradizione storica: per i primi sette secoli si trova a Gerusalemme, a Edessa fino al 944, poi a Costantinopoli sino alla quarta crociata (1204), poi in varie località francesi e, infine, dal 1578 a Torino.

Quanto è accaduto all’uomo della Sindone (sevizie, morte, sepoltura) corrisponde a quanto descritto nei vangeli: corona di spine (Mc 15,17; Gv 19,2); flagellazione (Mc 15,15; Gv 19,1); torture (Mc 15,19s.; Gv 19,3) e trave sulla spalla (Gv 19,17), cioè il patibolo a cui venivano lega­te le braccia durante il tragitto verso il palo dell’esecuzione.

«Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare, perché fosse crocifisso» (Gv 19,1; Mc 15,15). Lo strumento usato dai romani per fru­stare i condannati a morte si chiamava flagrum. Le cordicelle terminava­no con delle punte di piombo o con degli ossicini. Le frustate furono date su tutto il corpo nudo, ad eccezione della regione cardiaca, poiché il condannato doveva morire sulla croce, cioè con un’esecuzione capitale voluta in qualche modo col consenso popolare. Di regola le frustate era­no assai meno delle oltre 100 che qui si sono contate.

La flagellazione fu usata da Pilato come una forma di screditamento nei confronti del messia Gesù, la cui popolarità era troppo grande per poter procedere a una condanna veloce, a un’esecuzione sommaria. Pi­lato aveva bisogno d’indurre la folla di Gerusalemme a credere che, di fronte a quella pesante flagellazione, la crocifissione poteva anche es­sere considerata come un esito inevitabile del processo. Se questa folla avesse comunque preferito la liberazione del condannato, questi sareb­be stato consegnato soltanto dopo aver subìto una flagellazione così cruenta da farlo diventare assolutamente innocuo per il potere di Roma.

Dopo la flagellazione i soldati condussero Gesù nell’atrio del Pretorio e vi convocarono tutta la coorte. Lo avvolsero in una veste di porpora e, intrecciata una corona di spine, gliela misero sul capo e cominciarono a salutarlo: «Salve, o re dei Giudei». Sul volto del Cristo si trovano molte escoriazioni, specie sulla metà destra, che è deformata. Le due arcate sopracciliari presentano delle piaghe contuse, prodotte da pugni o ba­stonate. Dicono infatti i vangeli che gli picchiavano la testa con una can­na, gli sputavano addosso e, piegando il ginocchio, gli si prostravano davanti. E gli davano schiaffi. (Mc 15,16 ss.; Gv 19,2 s.).

La lesione più evidente è prodotta da una larga escoriazione sullo zi­gomo destro. Il naso è deformato da una frattura della cartilagine dorsa­le, prodotta probabilmente da una bastonata o da una caduta. Si vedono scendere due rivoli di sangue. Altre escoriazioni si vedono sulla guancia sinistra, sulla punta del naso e sul labbro inferiore. La corona di spine, fissata attorno al capo mediante un laccio, era una specie di calotta for­mata di rami spinosi intrecciati, molto pungenti.

La legislazione romana vietava ai condannati a morte, in fase imme­diatamente precedente all’esecuzione, d’essere torturati. Le torture po­terono essere inflitte al Cristo soltanto dopo la flagellazione, ed esse fu­rono non solo feroci (con la corona di spine e i colpi inferti) ma anche denigratorie del fatto che il Cristo era intenzionato a compiere un’insur­rezione armata la notte precedente il processo: cosa che se fosse anda­ta a buon fine, non avrebbe dato alcuna possibilità di manovra alla guar­nigione romana stanziata nella città santa.

«Allora Pilato lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso» (Gv 19,16; Mc 15,15). Avendo già subìto una pesante flagellazione, Gesù cadde più volte lungo il percorso e non riuscì a portare il patibulum sino alla cima del Golghota (poteva pesare anche 50 chili!); per questo i sol­dati obbligarono Simone di Cirene ad aiutarlo (Mc 15,21). La Sindone attesta le cadute mostrando terriccio nelle ginocchia e al naso: in parti­colare vi è una zona escoriata e contusa tra lo zigomo destro e il naso, provocata probabilmente da una caduta, la cui violenza ha rotto la carti­lagine del naso.

Giunto sul Golghota (a piedi nudi, come attesta la polvere trovata sui talloni), si pensò alla soluzione dei chiodi anche per i polsi, che general­mente venivano legati con corde. Il chiodo rompe il nervo mediano con­traendo il pollice all’interno della mano; infatti nella Sindone il pollice non si vede. Il piede sinistro è sovrapposto a quello destro perché usarono un solo chiodo, direttamente contro la croce, senza alcun appoggio. Gesù fu inchiodato stando sdraiato per terra e poi fu issato sullo stipes. La crocifissione era considerato il più crudele dei supplizi. Di regola, i crocifissi morivano asfissiati.

Trafittura al costato. Il colpo di lancia al costato, in direzione del cuo­re, fu dato poche ore dopo la morte, per constatare l’avvenuto decesso e permettere quindi la sepoltura del cadavere, che generalmente avve­niva in una fossa comune. Il sangue della ferita del torace è sgorgato da una persona già cadavere: la parte seriosa bianca è separata da quella rossa (Gv 19,34).

Gli studi scientifici della Sindone sono praticamente iniziati quando venne fotografata per la prima volta nel 1898 dall’avvocato Secondo Pia, il quale scoprì che la figura umana impressa sul telo si vedeva meglio sul negativo della foto che sul telo stesso. Due fenomeni quindi si nota­no facilmente: le parti che nella realtà sono chiare appaiono scure e vi­ceversa; le parti che nella realtà sono a destra appaiono a sinistra e vi­ceversa. Questo esclude che l’immagine possa essere un dipinto. Nes­suno sarebbe stato in grado di produrre un’immagine in negativo prima ancora che fosse stata inventata la fotografia.

Nel 1977 i ricercatori americani E. J. Jumper e J. P. Jackson, utiliz­zando strumenti informatici, evidenziarono nella Sindone la presenza di un’informazione tridimensionale, che – come noto – è possibile solo quando l’illuminazione ricevuta dall’oggetto dipende dalla sua distanza.

Un anno dopo l’équipe del prof. italiano G. Tamburelli riuscì col com­puter a togliere al volto sindonico tutti i segni delle torture patite e a «ri­pulire» l’immagine dalle modifiche prodotte dalla struttura geometrica della tela e dalle vicissitudini da essa subite nel corso dei secoli, esal­tando i dettagli con potenti ingrandimenti.

Senza introdurre alcuna informazione aggiuntiva, l’équipe riuscì a ot­tenere l’unica immagine tridimensionale esistente del volto di Cristo an­tecedente alla crocifissione. L’immagine è tridimensionale sia per l’im­magine frontale che per quella dorsale e si comporta come un negativo fotografico. Le informazioni tridimensionali possono essere utilizzate per ricostruire il corpo avvolto dal lenzuolo (è possibile una relazione inver­samente proporzionale al quadrato della distanza). L’immagine corporea ha una risoluzione pari a 5 mm, che permette di distinguere particolari di dimensioni fino a circa mezzo centimetro.

Grazie a questi e ad altri studi scientifici si è arrivati a risultati per molti versi sconcertanti.

Il corpo impresso nella Sindone è in stato di rigor mortis e non pre­senta decomposizione.

La Sindone non è un dipinto o un disegno. L’immagine non risulta dall’applicazione di una sostanza colorante (pigmento, tinta, polvere, in­chiostro…), e neppure è stata ottenuta da un cadavere per contatto. Non vi sono tracce di cementazione e di pigmenti negli interstizi fra le singole fibrille di lino componenti il filo della trama, tali da poter giustificare una formazione artificiale dell’immagine: solo le fibrille più esterne dei fili di lino sono interessate dall’immagine.

L’immagine è stabile alle alte temperature e all’acqua e non può es­sere sbiancata o mutata da alcun agente chimico standard.

L’immagine corporea non è fluorescente, se non ai raggi ultravioletti, ed è visibile nella sua completezza (l’altezza dell’uomo è di circa 175 cm) solo se un osservatore è a circa due metri di distanza.

Ci sono tracce di emoglobina. Il gruppo sanguigno è AB, tipico dei paesi mediorientali. Le macchie di sangue non sono in rilievo, ma come segnate a fuoco dentro il tessuto. Le impronte del sangue seguono per­fettamente la legge dell’emodinamica e non presentano sbavature o se­gni di distacco, come sarebbe potuto avvenire se il corpo fosse stato tra­fugato togliendolo da essa.

L’uomo rimase avvolto nel lenzuolo al massimo per una quarantina di ore, non avendo tracce di putrefazione. E il lenzuolo è stato legato con bende.

Non sono evidenti ombre dovute a sorgenti di luce situate in posizioni ben definite: è dunque facile supporre che tutto il corpo abbia emesso la radiazione che ha causato l’immagine sindonica, anche se il volto pre­senta una luminosità maggiore del 10% rispetto al corpo.

Nel 1954 il teologo di Chicago p. F. L. Filas, sulla base di alcune la­stre fotografiche del volto sindonico, affermò d’individuare sulla palpebra destra impronte simili a una moneta dell’epoca di Cristo. Successiva­mente l’elaborazione tridimensionale dell’immagine negativa ingrandita della palpebra destra metteva in evidenza la presenza di quattro lettere: Y, C, A, I, nonché un’impronta centrale, un bastone, simile a un punto interrogativo.

La scritta poteva essere, verosimilmente, questa: TIBERIOY CAICA­POS, corrispondente all’errore di conio (abbastanza frequente sulle mo­nete dell’epoca) della scritta TIBEPIOY KAI APO (una «C» al posto della «K»). In questo caso si trattava del «dilepton lituus», moneta emessa da Pilato nell’anno XVI del regno di Tiberio, corrispondente al 29-30 d.C. Si confermava così l’usanza ebraica di ricoprire con monete gli occhi del morto.

La seconda moneta fu trovata dai docenti B. Bollone e N. Balossino. Si tratta di un «lepton» che ha sul verso una coppa rituale con manico («simpulo») e la scritta di Tiberioy Kaisaros, nonché la sigla finale LIS, che indica la datazione: «L» sta per «anno», «I» indica il valore «dieci» e «S» il valore «sei». Quindi ancora una volta anno XVI dell’imperatore Tiberio.

Nelle icone e nelle monete bizantine vi sono evidenti tracce sindoni­che (p.es. la barba a due punte o la ciocca di capelli a forma di virgola che ricade sulla fronte e che corrisponde, sulla Sindone, a una macchia di sangue). Fra icone, monete e Sindone i punti di convergenza vanno dai 145 ai 190 (a volte si arriva a 250!). Per la medicina legale ne basta­no 50-60 per stabilire l’identica origine di due rappresentazioni diverse.

Come noto, le prime immagini di Gesù si ispirano a modelli pagani, a motivo del fatto che il cristianesimo perseguitato preferiva usare, per motivi di sicurezza, i simboli della cultura dominante (il volto di Cristo, p. es., è imberbe). Ma a partire dalla seconda metà del IV sec. appare sui sarcofagi romani un volto di Gesù con barba e capelli lunghi (il più antico dei ritratti pittorici di questo tipo risale invece al VI sec., presso il monastero del monte Sinai). Il modello che ha ispirato gli artisti sarebbe il Mandylion (panno) conservato a Edessa (Urfa), in Siria, nelle steppe dell’Anatolia centrale, durante il primo millennio, fino al 944, poi trasferito a Costantinopoli.

Il Mandylion non era che la Sindone ripiegata per mostrarne soltanto il volto, il quale veniva definito come «immagine non fatta da mano d’uo­mo». Il lenzuolo venne visto interamente dispiegato soltanto a Costanti­nopoli.

Il tipo di tessitura del telo, filato a mano in maniera rudimentale, con un intreccio a spina di pesce, corrisponde a quello in uso nel Mediorien­te (ambiente siriano-palestinese), già nel I sec. La composizione del tes­suto, con tracce di cotone (non presente in Europa nel periodo coevo) tra le fibre di lino, ma senza alcuna traccia di fibra di origine animale, ap­pare in consonanza con le leggi di purezza dell’ambiente ebraico. Il len­zuolo è simile a quelli trovati in antiche sepolture egizie, a Pompei e in Siria (patria originaria di questa tessitura). È addirittura identico a un len­zuolo trovato nella fortezza di Masada.

Nel 1973 e nel 1978 il botanico Max Frei Sulzer individuò sulla Sindo­ne granuli di polline di piante presenti in Francia e in Italia, ma anche di molte altre presenti in Palestina, a Costantinopoli e nell’Anatolia, ove si trova Edessa. Spore, funghi e acari simili sono stati trovati in tombe del­lo stesso periodo, a Gerusalemme, ma anche, successivamente, a Edessa e a Costantinopoli. I pollini provengono da almeno 58 specie di piante, di cui solo 17 tipiche dell’Europa (molte di queste piante non esi­stono più). Il polline più frequente è identico a quello che si trova presso il lago di Tiberiade e nelle zone limitrofe al Giordano. Una particolare va­rietà di cappero (Zygophillum dumosum) si trova soltanto nell’area di Gerusalemme, nella Giordania occidentale e nel Sinai.

L’analisi chimica spettrografica dell’aragonite trovata nel tessuto indi­ca ch’esso è stato in diretto contatto con una cava o tomba calcarea di Gerusalemme.

I fisici teorici hanno affermato che le immagini sono compatibili con un bombardamento di protoni o di particelle alfa.

Considerazioni

La venerazione popolare di questo lenzuolo è certamente legata a manifestazioni di tipo fideistico. La stessa chiesa, che pur ha accettato nel 1988 il verdetto di falsificazione degli scienziati, continua a praticare ostensioni al solo scopo di non perdere i fedeli e di incamerare nuovi in­troiti.

Tuttavia, non vi sono dubbi convincenti per ritenere quel reperto un falso medievale, nel senso cioè che le prove a favore della sua autenti­cità appaiono nettamente superiori. Ed è quindi condivisibile il parere del chimico russo Kuznetsov, secondo cui l’incendio che lo danneggiò nel 1532 avrebbe alterato i risultati dell’analisi del C-14, «ringiovanendo» il telo.

Ragioniamo ora e concessis. Supponendo, in via del tutto ipotetica, che Cristo sia «risorto» (anche se sarebbe meglio dire «misteriosamen­te scomparso»), che bisogno aveva di farlo sapere, visto che poi non è più riapparso? (Ovviamente diamo per scontata l’inesistenza delle sue riapparizioni e quindi l’inattendibilità di tutti i racconti di resurrezione.)

Ovvero, s’egli fosse «scomparso» lasciando il sepolcro chiuso, chi avrebbe pensato ch’egli voleva comunicare qualcosa a qualcuno? E co­s’era ciò che voleva comunicare (per l’ultima volta) se non se stesso nel lenzuolo che l’aveva avvolto e che fu trovato piegato in un angolo del sepolcro (cfr Gv 20,7)?

Per quale motivo quel lenzuolo doveva essere conservato? È forse l’unica vera testimonianza che abbiamo sul mistero della sua morte e, più in generale, sul mistero (scientifico!) della perenne trasformazione della materia in energia e dell’energia in materia?

Per quale ragione, noi che ci indisponiamo quando qualcuno nega l’esistenza di altri esseri pensanti nell’universo, siamo così ostili a crede­re che la morte comporti una nuova nascita? In natura il fenomeno è normalissimo: lo si vede quotidianamente. Perché facciamo così fatica ad accettarlo nell’essere umano e, più in particolare, nel Cristo? Temia­mo forse di fare un favore alla chiesa, quando è stata proprio la chiesa a negare qualunque vera storicità al Cristo!?

A ben guardare il vero torto della comunità post-pasquale non è stato quello di credere nella «resurrezione» del messia, ma quello di aver ba­sato su tale fatto la rinuncia all’istanza umana e politica di liberazione, trasformandola in un’esperienza di rassegnato «misticismo». Prima di essere nato come «nuova religione», il cristianesimo nasce come tradi­mento di un’esperienza che di religioso non aveva nulla.

Se si partisse da questa premessa, noi daremmo alla Sindone un’im­portanza relativa, senza per questo cadere in atteggiamenti pregiudizie­voli, che non aiutano certo a capire le ricerche che una ventina di disci­pline, tra scientifiche e umanistiche, hanno compiuto per decenni su quel telo di lino. O forse possiamo ancora permetterci il lusso dell’obso­leto razionalismo positivistico, il quale, per indurre il credente a rinnega­re la propria fede, si limitava, un secolo fa, a sostenere che il Cristo dei Vangeli non era mai esistito?

Oggi probabilmente dobbiamo limitarci a chiedere ai cristiani, anzi ai credenti in genere, di rendersi conto che se dio esiste non è certo alla portata dell’uomo: chi sostiene il contrario è perché non crede nell’uma­nità dell’uomo, in quanto vede nell’uomo solo il lato negativo o comun­que il prevalere di questo su quello positivo.

L’uomo deve «accontentarsi», se così si può dire, del Cristo storico, considerandolo come semplice «uomo» e non anche come «dio» (a meno che «uomo» e «dio» non vengano fatti coincidere dal punto di vi­sta dell’uomo, nel senso che ogni uomo veramente umano è un «dio», cioè un essere superiore, almeno rispetto al mondo animale). Ciò che del Cristo appare «sovrumano» non è cosa che possiamo storicamente comprendere.

Se gli uomini oggi appaiono così assurdi e spietati, ciò non dipende dal fatto che adorano un dio sbagliato, né che adorano male il dio giu­sto, ma semplicemente perché non sanno essere uomini sino in fondo: lo dimostra appunto il fatto che hanno continuamente bisogno di crearsi delle divinità o di adorare degli idoli (sesso, soldi e potere, cioè la «con­cupiscenza della carne, quella degli occhi e la superbia della vita» – vien detto in 1Gv 2,16).

Se proprio si vuol credere in un «dio», bisogna limitarsi a credere nel­l’eterna metamorfosi della materia, cioè nella possibilità di poter conti­nuare a sviluppare la propria umanità in un’altra dimensione, ancora più perfetta di quella terrena.

Ma questo non è un problema che riguarda i vivi. Gli uomini devono cercare anzitutto di essere «umani» sulla terra e, a tale scopo, non han­no bisogno di alcun dio. Lo stesso Cristo (grazie anche alla Sindone, se si vuole) è sufficiente lo si consideri come un modello universale di umanità.

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Autore: laicusblog

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