Paura e coraggio: dal Getsemani al sepolcro

«Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo» (Mc 14,51 s.).

«Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una ve­ste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: Non abbiate paura! È risorto, non è qui» (Mc 16,5 ss.).

Il «giovane» del sepolcro è descritto da Marco con evidente riferi­mento al «giovanetto» del Getsemani, probabile testimone della cattura di Gesù. L’orto degli ulivi era forse di proprietà degli stessi genitori di Marco e forse quel «giovanetto» è proprio lui, svegliatosi dal sonno al momento della cattura di Gesù.

C’è una differenza non solo di età ma anche di maturità. Sul luogo della sconfitta, infatti, si resta «piccoli»; sul luogo della vittoria invece si diventa «grandi».

Il giovanetto era vestito di un «lenzuolo»; il giovane indossa una «ve­ste bianca». Il lenzuolo rappresenta la speranza, che è un desiderio an­cora timoroso, soprattutto nel momento dell’arresto. La veste bianca rappresenta invece la fede, che è coraggio e certezza.

Infatti, se nella veste il giovane parla sicuro e con calma, nel lenzuolo tace e fugge. Là dove la volontà di seguire il movimento nazareno era venuta meno di fronte all’eventualità della morte di Gesù, qui invece il di­scepolo trova la sua pace interiore di fronte alla «tomba vuota», segno per lui di «resurrezione».

Nel lenzuolo il giovanetto è in piedi perché «ricerca», nella veste in­vece il giovane è seduto perché ha «trovato». Là è in piedi perché «guarda», qui è seduto perché vuole (anzi deve) essere «visto». Guar­dando «teme», osservato è «temuto». Nel timore del lenzuolo è incerto e si nasconde, stando dietro e subendo violenza; nella fede della veste, invece, incoraggia, conforta, dà speranza, si manifesta, stando davanti, alla «destra», luogo della sapienza, poiché non ha più paura di niente e di nessuno.

La cattura di Gesù fa cadere nell’incredulità, poiché si pensava che tutto dovesse dipendere da una persona straordinariamente autorevole; la tomba vuota invece fa alzare nella fede, poiché si crede che tutto dipenda da un «dio fatto uomo».

Il lenzuolo della speranza può essere tolto da altri, benché il deside­rio resti nel corpo nudo che fugge; la veste della fede invece non può essere tolta da nessuno se non da se stessi.

Dei due candidi indumenti, solo della veste si dice ch’era «bianca», cioè di uno splendore tale che le donne, ancora prive della necessaria fede, si spaventano. Le donne possono soltanto scorgere un giovane e ascoltarne le parole: in parte credono (in quanto «amano»), ma la loro fede non sa rendere ragione di sé.

Il potere aveva tolto al giovane la speranza, ma la certezza della «re-surrezione», acquisita mediante la fede, ha rivestito la sua nudità di una luce potente, sfolgorante.

Il giovane del Getsemani è la realtà, amara ma vera. Il giovane del sepolcro è la fantasia, l’utopia religiosa, l’illusione di chi vede nella «tom­ba vuota» non un fatto di secondaria importanza, ma la definitiva solu­zione delle principali contraddizioni degli uomini. Al mito della resurre­zione deve per forza corrispondere il culto della personalità, cioè la con­vinzione che la felicità del genere umano possa dipendere dall’iniziativa di una persona sola, dotata di superpoteri.

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Autore: laicusblog

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