Scomparsa di Gesù

MARCO
(16,1-8)

[1] Passato il saba­to, Maria di Magda­la, Maria di Giaco­mo e Salome com­prarono oli aromati­ci per andare a im­balsamare Gesù.

[2] Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole.

[3] Esse dicevano tra loro: «Chi ci ro­tolerà via il masso dall’ingresso del se­polcro?».

[4] Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotola­to via, benché fosse molto grande.

[5] Entrando nel se­polcro, videro un giovane, seduto sul­la destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura.

[6] Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’aveva­no deposto.

[7] Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto».

[8] Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timo­re e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.

GIOVANNI
(20,1-10)

[1] Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.

[2] Corse allora e andò da Simon Pie­tro e dall’altro disce­polo, quello che Gesù amava, e dis­se loro: «Hanno portato via il Signo­re dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

[3] Uscì allora Si­mon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al se­polcro.

[4] Correvano insie­me tutti e due, ma l’altro discepolo cor­se più veloce di Pie­tro e giunse per pri­mo al sepolcro.

[5] Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò.

[6] Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra,

[7] e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.

[8] Allora entrò an­che l’altro discepo­lo, che era giunto per primo al sepol­cro, e vide e credet­te.

[9] Non avevano in­fatti ancora compre­so la Scrittura, che egli cioè doveva ri­suscitare dai morti.

[10] I discepoli in­tanto se ne tornaro­no a casa.

MATTEO
(28,1-15)

[1] Passato il saba­to, all’alba del primo giorno della setti­mana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro.

[2] Ed ecco che vi fu un gran terremo­to: un angelo del Si­gnore, sceso dal cielo, si accostò, ro­tolò la pietra e si pose a sedere su di essa.

[3] Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bian­co come la neve.

[4] Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite.

[5] Ma l’angelo dis­se alle donne: «Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso.

[6] Non è qui. è ri­sorto, come aveva detto; venite a ve­dere il luogo dove era deposto.

[7] Presto, andate a dire ai suoi discepo­li: È risuscitato dai morti, e ora vi pre­cede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto».

[8] Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’an­nunzio ai suoi di­scepoli.

[9] Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: «Salute a voi». Ed esse, avvi­cinatesi, gli presero i piedi e lo adoraro­no.

[10] Allora Gesù disse loro: «Non te­mete; andate ad an­nunziare ai miei fra­telli che vadano in Galilea e là mi ve­dranno».

[11] Mentre esse erano per via, alcu­ni della guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accadu­to.

[12] Questi si riuni­rono allora con gli anziani e delibera­rono di dare una buona somma di denaro ai soldati di­cendo:

[13] «Dichiarate: i suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormiva­mo.

[14] E se mai la cosa verrà all’orec­chio del governato­re noi lo persuade­remo e vi liberere­mo da ogni noia».

[15] Quelli, preso il denaro, fecero se­condo le istruzioni ricevute. Così que­sta diceria si è di­vulgata fra i Giudei fino ad oggi.

LUCA
(24,1-12)

[1] Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si re­carono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato.

[2] Trovarono la pie­tra rotolata via dal sepolcro;

[3] ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.

[4] Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgo­ranti.

[5] Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: «Per­ché cercate tra i morti colui che è vivo?

[6] Non è qui, è ri­suscitato. Ricorda­tevi come vi parlò quando era ancora in Galilea,

[7] dicendo che bi­sognava che il Fi­glio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il ter­zo giorno».

[8] Ed esse si ricor­darono delle sue parole.

[9] E, tornate dal sepolcro, annunzia­rono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri.

[10] Erano Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli.

[11] Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse.

[12] Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupo­re per l’accaduto.

*

Chi sostiene che il racconto della tomba vuota di Cristo sia leggenda­rio e che tale leggenda abbia generato la fede pasquale dei cristiani, non si rende conto che è esistita una censura proprio sull’interpretazione che Giovanni diede della tomba vuota e che non coincideva affatto con quella che ne diede Pietro.

Infatti, secondo Giovanni, che si basa sul reperto della Sindone (uni­co indizio di una misteriosa scomparsa del cadavere), l’esperienza della tomba vuota non poteva in alcun modo garantire, con sicurezza inconfu­tabile, che il Cristo fosse risorto, in quanto nessuno lo vide mai tornare in vita. Lo stesso Paolo, dicendo che se Cristo non fosse risorto sarebbe stata vana la sua fede (1Cor 15,14), ammetteva l’esistenza di un «se ipotetico», la cui possibilità poteva essere superata solo dalla fede.

Sarebbe stato un lusso pensare a una inequivocabile testimonianza oculare. Quando nei vangeli e nelle lettere di Paolo vengono scritte frasi del genere: «Cristo apparve a Pietro» e poi agli apostoli e poi alla Mad­dalena e poi ad altri 500 discepoli e così via, si deve sempre intendere non una visione diretta del Cristo redivivo, ma semplicemente l’accetta­zione di una tesi: quella della resurrezione, che per la prima volta venne formulata da Pietro. Cristo non è mai «apparso» ma ad alcuni suoi di­scepoli è «parso» che…

Nel vangelo di Marco è sintomatica la frase con cui vengono accolte le donne che constatano la tomba vuota: «È risorto, non è qui» (16,6). Non viene detto il contrario: «Non è qui, è risorto». La tesi della resurre­zione non poteva essere creduta soltanto perché s’era trovata una tom­ba vuota, altrimenti si sarebbe anche potuto credere a quella del trafu­gamento del corpo o a quella della morte apparente, ma doveva essere creduta perché Cristo era «figlio di dio» (Marco lo dice, «con tono paoli­no», sin dal primo versetto del suo vangelo) e, in quanto tale, egli dove­va per forza morire, «secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio» (come dice Pietro in 1Pt 1,2 o in At 2,23), per riscattare i giudei (poi Paolo dirà l’umanità) dai propri peccati. Pietro infatti darà alla classe sa­cerdotale la possibilità di pentirsi a condizione di riconoscere Gesù come messia.

È vero che nel racconto marciano il giovane seduto sulla tomba si li­mita a dire che il Cristo avrebbe preceduto gli apostoli in Galilea, ma proprio la citazione di questa regione implicava già il rifiuto di continuare la lotta politica in Giudea. Nel vangelo originario di Marco non vi è alcun racconto di resurrezione (il che la dice lunga sull’attendibilità dei racconti di questo genere), ma ciò non significa ch’essi non furono elaborati allo scopo di convincere il lettore che Gesù era risorto. Che poi Pietro s’at­tendesse in Galilea il ritorno immediato di un Cristo trionfante in groppa a un cavallo alato, affinché liberasse la Palestina dai romani, o che avesse preferito ad un certo punto credere alle tesi paoline di una rinun­cia definitiva alla liberazione politico-nazionale, ritardando sine die il mo­mento della parusia, non fa molta differenza: in entrambi i casi egli ave­va rinunciato al concetto di democrazia come governo del popolo, aveva rinunciato all’idea di proseguire l’azione del proprio leader, così come lui l’aveva impostata, cioè senza far dipendere l’insurrezione nazionale dal­l’iniziativa demagogica di qualche fantomatico dittatore.

Gli apostoli (di sicuro Pietro in primis) hanno diffuso la fede nella re­surrezione di Cristo a partire dal momento in cui hanno creduto, sba­gliando, che con le loro forze non avrebbero potuto continuare la lotta di liberazione della Palestina. Il fatto che Paolo non parli di «tomba vuota», ma solo di «resurrezione», stava appunto a indicare la sua ferma inten­zione di rinunciare a qualunque battaglia rivoluzionaria; al massimo (esattamente come Pietro ed altri apostoli) egli fu disposto ad accettare l’idea di una «parusia imminente e trionfale» del messia redivivo, ma quanto più questa parusia tardava tanto più egli trasformava il suo Cri­sto in un redentore morale che avrebbe compiuto il suo giudizio univer­sale soltanto alla fine dei tempi.

Alcuni esegeti sostengono che se Paolo avesse conosciuto il raccon­to della tomba vuota, l’avrebbe riportato nelle sue lettere, poiché esso poteva costituire un’ulteriore prova della resurrezione di Gesù. In realtà egli, che sicuramente attraverso Pietro, incontrato a Gerusalemme, ven­ne a sapere di quel fatto, si rifiutò sempre di citarlo nelle sue lettere non solo – come già detto – perché irrilevante ai fini della nuova «fede cristia­na», ma anche perché ai suoi tempi erano ancora vivi i testimoni di quel­la esperienza, i quali non avrebbero potuto avvalorare senza problemi la tesi che il Cristo era necessariamente risorto soltanto perché il corpo era scomparso dalla tomba.

Paolo insomma si rendeva perfettamente conto che nell’idea di resur­rezione si poteva credere soltanto per fede, soprattutto se ci si rivolgeva a un uditorio, come decise di fare lui, non residente in Palestina e il più delle volte neppure di origine ebraica, anche se egli, per un certo perio­do, poté sostenere, al cospetto degli ebrei ellenisti (quelli della dia-spora), la tesi petrina dell’imminente parusia del Cristo, proprio per­ché i primi discepoli nazareni avevano costatato che la tomba del Cristo era stata trovata inspiegabilmente vuota.

Non a caso Paolo fu il primo a parlare di Cristo come «figlio di dio»: cosa che la sola esperienza della tomba vuota non poteva certo autoriz­zare a fare. Gli ebrei non avevano alcuna idea di un dio-figlio di un dio-padre. In che senso andava intesa questa pretesa ed esclusiva «figlio­lanza divina»? Fino a quel momento col termine «figli di dio» s’era inte­so, in maniera traslata o metaforica, l’intero popolo ebraico, e in tal sen­so esso andava considerato un equivalente del termine «figli di Abramo». Oppure, al massimo, venivano considerati «figli di dio» i gran­di profeti, quasi sempre assassinati o giustiziati. Ma di nessun uomo un ebreo si sarebbe mai sognato di dire ch’era «figlio di dio», nel senso di avere caratteristiche non semplicemente «umane» ma «divine». Sareb­be stato come bestemmiare, come fare professione di ateismo, come mettersi sullo stesso piano dei pagani. Anche quando si parlava di «re­surrezione», p.es. in riferimento al Battista reincarnato nel Cristo, la si intendeva sempre in senso figurato (Mc 6,14).

Certo, Paolo sfruttò l’idea petrina di resurrezione per svolgerla in dire­zione di un accentuato misticismo, che in fondo a molti apparve inevita­bile, poiché sarebbe parso assurdo aspettarsi una parusia non trionfale, dimessa, da parte di un Cristo che non era morto di vecchiaia ma in cro­ce. Il Cristo doveva per forza tornare per fare giustizia dei propri nemici: che volesse poi dimostrare ch’era più o meno un dio, sarebbe stato per gli ebrei-cristiani un problema secondario.

Anzi, ci si può chiedere, in tal senso, come detti ebrei si sarebbero comportati, nel caso si fosse davvero verificata la parusia e il Cristo avesse detto che non esisteva alcun dio (o Jahvè), e che l’unico vero dio era lui. Gli avrebbero creduto? Avrebbero accettato davvero la liberazio­ne della Palestina dai romani, da parte di uno che in sostanza diceva la stessa cosa degli imperatori che li dominavano? Non erano stati forse loro a prendere i sassi per lapidarlo quando diceva, nel vangelo di Gio­vanni (10,34), che non esisteva alcun dio e che tutti gli uomini sono dèi? E se Cristo pretendeva davvero, come appare nei vangeli, d’essere con­siderato come un «dio», non hanno forse fatto bene gli ebrei a ostaco­larlo in tutte le maniere?

Quello che qui non si riesce a capire è il motivo per cui in tutto il Nuo­vo Testamento manchi qualunque forma di autocritica da parte del movi­mento nazareno. È probabile che anche Giovanni abbia creduto in un imminente ritorno trionfale del Cristo: lo attesta il fatto che nei primissimi capitoli degli Atti egli predichi insieme a Pietro, ed è altresì probabile ch’egli, ad un certo punto, debba aver smesso di far dipendere da tale speranza l’esito della rivoluzione politico-nazionale; nel senso che le al­ternative, ad un certo punto, gli saranno sembrate ridursi soltanto a due: o il Cristo tornava subito, ponendo fine in maniera autorevole a una si­tuazione insostenibile, o rischiava di non tornare più in tempo utile, e in questo secondo caso il movimento avrebbe fatto bene a basarsi soltanto sulle proprie forze. Di qui il rinnovato impegno rivoluzionario, che porte­rà, nel 44, alla morte di suo fratello Giacomo e successivamente Gio­vanni all’esilio nell’isola di Patmos, dove scriverà l’Apocalisse (68-69), in cui considera ancora imminente il ritorno di Cristo, ma in un contesto di disperazione apocalittica, come ultima spiaggia prima della definitiva ri­nuncia agli ideali rivoluzionari.

Ciò che più stupisce è che fino al 70 non si trovi minimamente un di­battito «cristiano» sulle conseguenze politiche del fallimento dell’insurre­zione del Cristo. L’unica cosa che si evince dai testi che ci sono giunti è che se il Cristo «doveva morire», la liberazione della Palestina non era più possibile, sicché i nazareni dovevano trasformarsi in seguaci di una nuova religione (una sorta di «eresia giudaica», che in Paolo finiva addi­rittura con l’uscire definitivamente dal giudaismo).

Pietro infatti, finché rimase a Gerusalemme, non riuscirà mai a spie­garsi il motivo per cui Cristo, se veramente non desiderava liberare poli­ticamente la Palestina, si fosse lasciato uccidere in quella maniera. Un leader politico, disposto ad accettare la crocifissione, pur potendola evi­tare in quanto dio (ciò che dimostra ridestandosi dalla morte), non avrebbe potuto non tornare in maniera trionfale. Anche Paolo la pensa­va uguale (basta leggersi la sua prima lettera ai Tessalonicesi) e, pro­prio di fronte a quell’inspiegabile ritardo, arriverà a formulare l’ipotesi della morte redentrice dell’umanità schiava del peccato originale.

Quel che manca nei testi cristiani è l’idea che l’accettazione della cro­ce non andava considerata come una conseguenza della tesi della «morte necessaria», ovvero che questa tesi non andava interpretata come una forma di dipendenza religiosa da una «volontà divina». Se il Cristo avvertì come «necessaria» la propria morte, dovette esserlo per ragioni esclusivamente umane, di opportunità politica, pur nella tragica esperienza del tradimento, ima garanzia in extremis a favore del movi­mento nazareno, che infatti sino al momento del processo riuscì a rima­nere integro, perfettamente in grado di proseguire la missione rivoluzio­naria. La sconfitta del leader politico non andava vista come una sconfit­ta dei suoi ideali rivoluzionari, proprio perché essi non appartenevano soltanto a lui ma anche all’intero movimento; e in ogni caso con l’accet­tazione consapevole della morte, la sua grandezza umana non aveva bisogno d’essere interpretata religiosamente, come invece farà opportu­nisticamente Pietro subito dopo aver costatato la tomba vuota.

Sotto questo aspetto bisogna dire francamente che il cristianesimo ha trionfato sull’ebraismo non tanto per meriti propri, ma semplicemente perché l’imperialismo romano era stato in grado di distruggere in manie­ra devastante l’intera nazione palestinese. Chi pensa che il cristianesi­mo abbia trionfato perché più universalistico dell’ebraismo, cade in erro­re, perché se il Cristo poté opporsi all’interpretazione restrittiva del saba­to, alle ossessionanti regole dietetiche o al culto prioritario presso il Tempio di Gerusalemme, significa che nella Palestina di allora esisteva­no già le condizioni culturali per affermare l’universalismo della condizio­ne umana. Stupisce anzi che gli Atti degli apostoli rappresentino un pas­so indietro rispetto alle dinamiche dei vangeli, specie dopo la gestione petrina del movimento. Ma la cosa può essere spiegata considerando che il giudaismo religioso, con cui il galileo Pietro entrò a patti, rappre­sentava un elemento regressivo rispetto al movimento nazareno del Cri­sto.

Il giudaismo poteva essere rimproverato d’usare il nazionalismo in maniera settaria, esclusivista, in quanto considerava di molto inferiori le altre etnie e nazionalità, ma ne aveva ben donde, poiché esse non prati­cavano una legge avanzata come quella mosaica, non conoscevano l’u­nità tribale e popolare, sul piano etico erano generalmente lassisti, su quello religioso erano politeisti e, di fronte all’avanzare delle legioni ro­mane, non avevano saputo opporre alcuna efficace resistenza.

Possiamo dunque dire con sicurezza che, col proprio universalismo, il cristianesimo abbia davvero dimostrato d’essere superiore all’ebrai­smo? Non ha forse dovuto rinunciare a un’istanza politica rivoluzionaria? Non ha forse dovuto accettare l’individualismo dei pagani, la loro etica strumentale, strettamente connessa all’edonismo e alla mercificazione, la loro scarsa propensione a vivere la politica in maniera democratica? Se la guerra giudaica contro Roma fosse stata vinta dalla Palestina, davvero il cristianesimo si sarebbe diffuso così tanto? Davvero l’idea di resurrezione avrebbe avuto così tanto successo? O non sarebbe forse rimasto una semplice eresia nell’ambito del giudaismo?

Tornando ai testi evangelici della scomparsa del corpo del messia, qui si può sottolineare che fu così forte la pretesa d’imporre la tesi petri­na della «morte necessaria» (fatta debitamente anticipare dai tre annun­ci di Gesù in Mc 8,31; 9,12; 10,33) che tutti e quattro gli evangelisti sono stati costretti ad affermare che la scoperta della tomba vuota, cioè della «resurrezione», avvenne non il giorno dopo la crocifissione bensì «il pri-mo giorno della settimana», che la chiesa chiamò «domenica», «giorno del dominus = signore». E questo non tanto allo scopo di mostrare un’a­nalogia con Giona, rimasto nella bocca della balena per un tempo identi­co (Mt 12,39), quanto piuttosto per marcare un netto distacco dalla prin­cipale festività ebraica.

Così facendo però Marco (16,9), a differenza di Matteo e Giovanni, che inviano le donne soltanto in visita, non s’accorse dell’incongruenza di mandare le mirofore intenzionate a ungere il cadavere non subito dopo la sua morte ma ben tre giorni dopo, quando già presentava i primi cenni di decomposizione (in quell’afosa Giudea). Luca le manda sì a profumare il corpo, ma evita di porle nell’imbarazzante situazione di do­ver smuovere un masso di pietra: probabilmente era convinto che non sarebbe stato così difficile farlo.

La versione più assurda in tal senso è proprio quella di Marco, che è anche la più antica. Le «sue» donne non poterono fare una sepoltura re­golare perché Giuseppe, devoto fariseo oltre che simpatizzante cristia­no, mise loro molta fretta al fine di rispettare le regole previste per la pa­rasceve (non solo non riuscirono a ungerlo ma neppure a lavarlo, am­messo e non concesso che le donne facessero tali cose a cadaveri ma­schili); non poterono quindi provvedere alla bisogna nel corso di tutto il sabato, non perché fosse festivo (loro erano cristiane doc, non «occulte» come Giuseppe, anche se Luca scrive che invece lo vollero ri­spettare), ma perché, secondo Pietro, doveva risorgere dopo tre giorni (Mc 8,31; 9,31; 10,34); quindi neppure poterono provvedere dopo il tra­monto del sole di quel sabato (quando per gli ebrei è già il giorno dopo), poiché di notte non si fanno lavori del genere nelle tombe; quindi hanno dovuto aspettare il mattino presto del terzo giorno, quando anche in questo giorno restava irrisolto il problema del giorno precedente, e cioè chi le avrebbe aiutate a spostare quel pesante masso rotolante che ostruiva l’ingresso: forse Pietro e Giovanni, che se ne stavano nascosti in qualche abitazione di Gerusalemme, ancora completamente scioccati da quel ch’era successo il giorno prima (secondo i vangeli, ovviamente, due giorni prima)? O forse le avrebbe aiutate lo stesso Giuseppe d’Ari­matea, che s’era già esposto troppo nei confronti dei suoi colleghi di par­tito, allorché era andato da Pilato a chiedere quel corpo onde evitare la sepoltura in una fossa comune?

Dunque cosa andavano a fare al sepolcro se tanto non sarebbero riu­scite a compiere assolutamente nulla? Ci andarono semplicemente per dimostrare che s’erano vergognate di non aver insistito abbastanza con Giuseppe nel compiere una regolare inumazione, a dispetto delle regole giudaiche relative al sabato. Poi il caso ha voluto premiarle facendole trovare un sepolcro completamente vuoto.

Insomma per quale ragione i vangeli vogliono far credere che il Cristo risorse dopo tre giorni? Non sta scritto da nessuna parte dell’Antico Te­stamento che il messia sarebbe morto in croce e risorto il terzo giorno. Faceva parte tuttavia di una certa tradizione ebraica quello di considera­re il «terzo giorno» come il giorno del «riscatto», non solo in riferimento all’esempio di Giona (2,1) nel ventre della balena, ripreso da Mt 12,39 ss. e Lc 11,29 ss., ma anche sulla base di quello di aveva scritto Osea (6,1): «Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vi­vremo alla sua presenza».

La questione del «terzo giorno», già presente in 1Cor 15,3-4, viene ri­petuta per ben tre volte nelle profezie fatte pronunciare dallo stesso Cri­sto nel primo vangelo (8,31; 9,31; 10,34). E, considerando che Marco scriveva per cristiani di origine romana, è impossibile non vedere, in questo, un’allusione alla domenica latina (dies solis), dedicata alla divini­tà del Sol Invictus, che poi con Costantino diverrà giorno festivo e che con Teodosio, nel 383, verrà appunto rinominata dies dominicus.

C’è infine un altro aspetto da considerare: la questione del «sudario», di cui parla il testo di Gv 20,7. Questa parola appare solo un’altra volta nel suo vangelo, al momento del racconto di (presunta) resurrezione di Lazzaro: «Il morto uscì con i piedi e le mani avvolti in bende e il volto co­perto da un sudario» (Gv 11,39), ch’era una specie di mentoniera.

Ora, lasciamo perdere il fatto che nessun cadavere legato in quella maniera sarebbe mai potuto uscire da solo dal proprio sepolcro, qui ciò che interessa è cercare di capire il motivo per cui la parola «sudario» sia stata usata, parlando del corpo di Cristo, al posto della parola «Sindone».

In tutti i vangeli, incluso quello di Giovanni, si parla, in riferimento al momento della sepoltura, di «lenzuolo» o «Sindone», in grado di avvol­gere (frettolosamente) l’intero corpo. Perché ora parlare di «sudario», cioè di fazzoletto che avvolge la sola faccia?

Qui le ipotesi interpretative sono due, considerando peraltro che se davvero la parola «sudario» fosse autentica e se la sepoltura fosse stata regolare, Giovanni non l’avrebbe mai usata, ritenendola superflua: o il copista ha sostituito la parola «Sindone» con la parola «sudario» per confermare l’interpolazione fatta nel testo giovanneo coi versetti 19,39-40, in cui si parla di regolare sepoltura (analoga a quella fatta per Lazza­ro, che infatti non fu avvolto in un lenzuolo, ma bendato); oppure la pa­rola «sudario» veniva a escludere la scomoda presenza della «Sin-done», unico indizio della inspiegabile scomparsa del cadavere.

La Sindone è un reperto archeologico importante, poiché essa con­traddice apertamente i vangeli, i quali presentano non un Gesù politico ma un Cristo redentore, che se fosse stato tale non avrebbe certamente subìto tutto ciò che appare in quel lenzuolo. È forse l’unica fonte di tutto il Nuovo Testamento che possa pretendere una qualche autenticità, per quanto sia stata oggetto di molteplici mistificazioni, che perdurano a di­stanza di duemila anni.

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Autore: laicusblog

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