Se la sindone è vera i vangeli mentono

Fino all’analisi del radiocarbonio (1988) molti si servivano dell’imma­gine della Sindone per far credere che Gesù era veramente risorto. Ora invece la scienza sembra essere venuta incontro alle esigenze di quei biblisti che da almeno vent’anni tentano invano di concordare i dati evangelici con quelli sindonici.

La Sindone – è stato detto – non è una «reliquia» del Cristo, ma solo un’icona, ovvero un oggetto di venerazione come tanti altri. Lo ha dimo­strato appunto il fatto che il C-14 colloca la data del lenzuolo (contraddi­cendo tutti gli altri esperimenti scientifici) fra il 1260 e il 1390 (si ricordi che, non a caso, la prima notizia certa di questo telo risale al 1357, allor­ché venne esposto a Lirey in Francia).

Con viva soddisfazione il card. Ballestrero aveva affermato testual­mente: «Questa è stata una ricerca scientifica, che nulla ha a che vede­re con la teologia. Chi ne ha approfittato per costruirci sopra delle teolo­gie, è andato fuori strada». L’avvertimento insomma era chiaro: la fede con la Sindone non c’entra niente o quasi; guai a coloro che si servono di questa per contestare quella.

A questo punto la domanda che s’impone sembra essere la seguen­te: perché la chiesa cattolica ha preferito far tacere gli esegeti scomodi dicendo che è falsa una cosa vera, piuttosto che far contenti i suoi fedeli sostenendo la verità?

La risposta è relativamente semplice: se la Sindone di Torino è vera, i vangeli mentono, e se mentono, la chiesa cristiana (occidentale e orientale) si regge in piedi sulle delle falsificazioni.

Una già la conosciamo, ed è la più colossale, quella su cui poggia tutto l’edificio ecclesiastico: si sostiene che il momento essenziale della vita di Gesù sia stata la sua resurrezione, e la Sindone, fra le altre prove – secondo molti – starebbe appunto a confermarlo.

In altre parole, la chiesa, di fatto, afferma che la vittoria di Cristo sulla morte è stata più importante della sua lotta contro il potere costituito. Tesi, questa, che trova la sua più completa formulazione già nelle lettere dell’apostolo Paolo, alcune delle quali sono fra i documenti più antichi del Nuovo Testamento.

Ora, supponiamo che la Sindone di Torino sia effettivamente il len­zuolo che ha avvolto il corpo di Gesù: in che modo dovrebbero essere riletti i racconti evangelici che parlano della sua sepoltura e della sco­perta della tomba vuota?

Sull’argomento la pubblicistica, prevalentemente confessionale, è già molto vasta e se ne può consultare una sintesi storiografica in G. Ghi­berti, La sepoltura di Gesù, ed. Marietti 1982.

Vediamo cosa dicono i testi biblici.

Il primo problema che salta agli occhi, mettendo a confronto, nei rac­conti evangelici della sepoltura, le versioni dei sinottici (Marco, Matteo e Luca, in ordine d’importanza) con quella di Giovanni, è che ci si trova di fronte a tradizioni abbastanza diverse.

Come noto, il principale artefice della sepoltura di Gesù non fu alcun apostolo, bensì Giuseppe d’Arimatea, definito da Giovanni «discepolo occulto», cioè favorevole in privato alla causa di Gesù, ma titubante in pubblico.

Già sulla figura di questo ambiguo personaggio i sinottici divergono fortemente. Marco infatti lo esalta dicendo che pur essendo Giuseppe un membro autorevole del Sinedrio, aspettava anche lui «il regno di Dio»; inoltre afferma ch’egli «andò coraggiosamente da Pilato» per chie­dere il corpo di Gesù.

Giovanni invece, a tale proposito, sembra lasci intendere proprio l’op­posto, e cioè che sarebbe stata opera ben più meritoria esporsi pubbli­camente quando Gesù era ancora in vita (ma non ne fa una questione personale, perché Giovanni sa che anche i discepoli diretti di Gesù eb­bero le loro responsabilità riguardo alla sua morte).

In ogni caso un sinedrita come Giuseppe aveva ben poco da temere dalle ire appena placate di un despota come Pilato, il quale infatti, pur potendo evitarlo, non ebbe alcuna difficoltà a concedergli la salma. Ge­neralmente i crocifissi venivano sepolti in fosse comuni (anche come forma di disprezzo per la loro causa politica), in quanto nemici dello Sta­to romano, ma, conoscendo la popolarità del messia-Gesù, Pilato, da esperto fantoccio qual era nelle mani di Tiberio, poteva facilmente intui­re che il rifiuto gli avrebbe procurato delle noie più che non il consenso.

Dal canto loro, Luca e Matteo, che qui come altrove copiano da Mar­co, si rendono conto di quanto sia ostico conciliare l’appartenenza di Giuseppe al Sinedrio (il tribunale giudaico che osteggiava fortemente tutto l’operato di Gesù) col fatto che fosse un filocristiano, per cui en­trambi decidono di modificare, più o meno radicalmente la versione del loro prototipo.

Luca, che tende sempre a sdrammatizzare, accentua il carattere «buono e giusto» di Giuseppe, specificando che «non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri [sinedriti]» e che anche lui aspettava il regno di Dio. Poi prosegue mandando Giuseppe da Pilato a chiedere il corpo di Gesù, come se fosse un suo diritto averlo (appunto perché lui era «buono e giusto»).

Matteo invece, coerente coi suoi metodi sbrigativi, preferisce tagliare corto sull’appartenenza di Giuseppe al Sinedrio, limitandosi a notare ch’egli era un ricco discepolo del Nazareno. Ciò che, a ben guardare, costituisce un esempio senza precedenti nei vangeli. In altri casi, infatti (si pensi a Zaccheo e allo stesso Matteo, ma anche al giovane ricco o al funzionario di Erode), mai si era visto un ricco incontrare Gesù e restare ricco come prima. Generalmente la richiesta, da parte di Gesù, era quel­la di cambiare vita e nel miglior modo possibile, altrimenti non si poteva diventare discepoli.

Insomma, si può ben dire che la contraddizione principale si pone nei seguenti termini: per i Sinottici Giuseppe era un discepolo esplicito di Gesù (cioè più di un semplice simpatizzante), e poté esserlo pur appar­tenendo al Sinedrio (o pur essendo ricco, come vuole Matteo); secondo Giovanni invece egli non poté essere esplicito proprio perché apparte­neva in maniera attiva al Sinedrio. Quale delle due tesi sia la più convin­cente, è facile capirlo.

Ma procediamo. Giuseppe – dice Marco – compra un lenzuolo (sindòn nel testo greco) per avvolgere il corpo di Gesù (si tratta di un lenzuolo adatto proprio allo scopo), che depone in un sepolcro scavato nella roc­cia, successivamente chiuso da un grosso masso rotolante.

La salma non venne né lavata né unta: Marco lo lascia chiaramente intendere spiegando che due donne stavano ad osservare dove veniva deposta (saranno poi le stesse che, in compagnia di un’altra donna, an­dranno – sempre secondo la versione marciana – a completare l’inuma­zione, passato il sabato).

Questa versione dei fatti fu praticamente accettata sia da Luca che da Matteo. Le differenze sono minime: Luca dice che la tomba era nuo­va, benché trovata frettolosamente (ma su questo anche Giovanni è d’accordo); Matteo dice che la tomba apparteneva a Giuseppe (che però era di Arimatea).

Luca dice che anche la Sindone era nuova; Matteo invece ch’era «candida» (ma il significato è equivalente: lenzuoli del genere non pote­vano essere riciclati).

Gli elementi più importanti che i sinottici hanno in comune sono che Giuseppe è unico protagonista attivo (per lo schiodamento e il trasporto del cadavere alla tomba saranno però occorsi almeno altri due uomini); c’è un lenzuolo acquistato dallo stesso Giuseppe e la tomba è scavata nella roccia.

Le donne, dal canto loro, stanno a guardare senza intervenire, poiché era venerdì sera, cioè già sabato, stando al computo ebraico. Luca non le elenca secondo i loro nomi (però in 24,10 parla di Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo): forse gli sarà parsa strana l’assenza del­la madre di Gesù; in ogni caso, contraddicendosi sul precetto del saba­to, fa tornare a casa le donne per preparare aromi e oli profumati per la domenica mattina.

E ora vediamo Giovanni. I vv. 39 e 40 del c. 19 contengono due gros­se novità. La prima è che insieme a Giuseppe c’era anche il fariseo Ni­codemo, pure lui discepolo occulto di Gesù (stando almeno a Gv 3,1 ss.). Costui avrebbe portato per la sepoltura qualcosa come 32 kg di so­stanze aromatiche! Fino a poco tempo fa s’era pensato a un errore di trascrizione di qualche copista; oggi invece si è propensi a considerare falsi entrambi i versetti.

Per quale motivo? Anzitutto perché se veramente Nicodemo fosse stato presente, anche gli altri evangelisti avrebbero dovuto ricordare una persona così importante; in secondo luogo, perché se la Sindone di To­rino ha veramente avvolto il corpo di Gesù, questo – come vogliono an­che i Sinottici – non venne né lavato né unto; in terzo luogo, perché l’in­serimento di Nicodemo acquista un chiaro valore apologetico e diploma­tico: molti farisei, dopo la morte di Gesù e della sua ideologia rivoluzio­naria, divennero cristiani (il più importante dei quali fu senza dubbio Saulo di Tarso); in quarto e ultimo luogo, perché la falsificazione è servi­ta a giustificare il motivo per cui nel racconto tradizionale della tomba vuota, l’apostolo Giovanni non parla di donne intenzionate a ungere Gesù.

Tuttavia, se entrambi i versetti sono un’interpolazione, allora va rifiu­tata anche la tesi da essi sostenuta secondo cui i necrofori fecero un se­poltura tradizionale (o legale), con tanto di unguenti, profumi e panni di lino.

Anzi, a proposito di questi versetti, E. Haenchen sostiene che non solo essi sono falsi, ma anche che il redattore non conosceva minima­mente la prassi giudaica di seppellimento, né era ben informato circa l’imbalsamazione.

Giovanni dunque non usa la parola «Sindone» o perché è stata de­pennata da qualche manipolatore del testo originale (sostituita con le parole «panni di lino»?), oppure perché non riteneva il lenzuolo, al mo­mento della sepoltura, un elemento importante (nei sinottici sembra sia servito per dimostrare la magnanimità di Giuseppe).

Ma se Giovanni è stato oggetto di censure e manipolazioni lo vedre­mo più avanti. Qui si può rilevare il fatto che nel suo racconto appare chiaramente come la sepoltura sia stata compiuta in gran fretta: il sepol­cro scelto, infatti, era vicinissimo al Golghota (il che peraltro contribuisce a smentire l’attendibilità dei vv. 39 e 40, per i quali si aveva avuto il tem­po necessario per fare una sepoltura regolare).

Giovanni giustifica la fretta lasciando capire che, a causa della Para­sceve, non avevano alternative: o una fossa comune o una tomba priva­ta senza unzione (di sabato infatti non si poteva lavorare né entrare nei sepolcri, meno che mai il sabato di Pasqua).

Tuttavia, proprio questa irregolarità dovette risultare inaccettabile alla comunità cristiana primitiva, la quale, negli episodi della tomba vuota, ad un certo punto decise d’introdurre la figura di alcune donne intenzionate a completare la sepoltura.

Ci si accorse subito che i discepoli (quanti erano rimasti a Gerusa­lemme dopo la cattura di Gesù? Solo Pietro e Giovanni?) avrebbero do­vuto avere più coraggio a violare il sabato, soprattutto in considerazione del fatto che il Cristo, con le sue opere di bene, lo aveva trasgredito più di una volta, rischiando la sentenza capitale.

La comunità cristiana, dunque, rimedia alla pusillanimità dei discepoli – peraltro inevitabile in quel momento di tragica sconfitta – inviando delle donne (!) a togliere l’enorme masso posto davanti all’ingresso della tom­ba (a una contraddizione si rimedia aggiungendone un’altra ancora più grossa).

È curioso notare come nel vangelo di Marco queste donne siano ben consapevoli della difficoltà che devono superare e come, nonostante ciò, decidano lo stesso di andare al sepolcro per completare la sepoltu­ra. Naturalmente la provvidenza le toglierà dall’imbarazzante situazione facendo loro trovare la pietra già spostata.

Giovanni non cade in questa incongruenza e scrive che soltanto Ma­ria Maddalena si recò al sepolcro, probabilmente perché ancora scioc­cata dall’evento inaspettato e comunque senza oli e profumi (più avanti si scoprirà ch’era in compagnia di un’altra donna). Trovatolo vuoto, Ma­ria e l’anonima amica si recano da Pietro e Giovanni, rimasti nascosti in città. Questi corrono a vedere se le donne dicono il vero e Giovanni, il primo che arriva, si china e nota per terra i lini coi quali il lenzuolo che avvolgeva il corpo di Gesù era stato in più punti legato, per tenerlo fer­mo.

Al pari di Maria, Giovanni sospetta che il corpo sia stato trafugato da qualcuno, ma non entra. Attende l’arrivo di Pietro, meno spedito di lui. Una volta entrati si guardano attorno e cosa vedono? Non solo le bende per terra, ma anche la Sindone piegata e riposta da una parte, come se dovesse essere conservata. Cosa pensano? Pensano che il corpo non può essere stato rubato: i ladri l’avrebbero portato via così com’era, op­pure non avrebbero perso tempo a piegare il lenzuolo. Dunque era suc­cesso qualcosa di strano. Ma cosa? La prima menzogna è nata lì, in quel momento. Pietro avrà guardato in faccia Giovanni, che nel suo van­gelo dice di se stesso, dopo aver costatato la Sindone piegata: «e vide e credette», e gli avrà chiesto d’inventare con lui un’altra storia…

Quale storia s’inventò Pietro? La storia di un giovane dentro il sepol­cro che, seduto sulla destra e vestito di un abito bianco, destava sgo­mento alle donne recatesi per ungere Gesù, e alle quali disse in tono rassicurante: «Non abbiate paura. Voi cercate Gesù Nazareno, il croci­fisso. È risorto, non è qui. Ora egli vi precede in Galilea». In altre parole, per l’apostolo Pietro sarebbe stato meglio sostenere che Gesù era risor­to perché un angelo lo aveva rivelato alle donne (donne che poi in Mar­co fuggono spaventate, senza raccontare niente a nessuno, cosicché – lascia intuire l’evangelista – nessuno poté interpellarle o contestarle).

Questa la versione che, secondo Pietro, avrebbe dovuto accettare una comunità da lui ritenuta troppo immatura per poter credere alla ver­sione di Giovanni, secondo cui era meglio continuare a battersi per la causa rivoluzionaria del Cristo. E così infatti sarà.

Luca, in seguito, arriverà addirittura a parlare di due uomini sfolgo­ranti e del loro annuncio pasquale a tutti gli apostoli e discepoli vicini e lontani.

Matteo è ancora più fantasioso: pur avendo detto che le donne si re­carono al sepolcro senza portare gli unguenti, parla esplicitamente di un «angelo del Signore» disceso dal cielo, lucente come la folgore (o come la neve!), di una pietra che rotola da sola, di terremoti d’ogni genere, di guardie tramortite… insomma, siamo ben oltre i limiti dell’apocrifo.

Ma come metterla con la versione di Giovanni che, essendo stata scritta per ultima, capitò, questa sì!, come un fulmine a ciel sereno?

Qui le manipolazioni, oltre a quelle viste in precedenza, sono state di due tipi. La prima è l’aggiunta dei vv. 9 e 10 del c. 20, secondo cui i di­scepoli Pietro e Giovanni, entrando nella tomba, non avevano capito che la Scrittura prevedeva la resurrezione del messia. Un’aggiunta, que­sta, davvero strana: sia perché non c’è alcun passo dell’Antico Testa­mento che profetizzi questo; sia perché, proprio osservando la Sindone piegata, Giovanni poté scrivere di sé «e credette» (evidentemente per il falsario la Sindone non costituiva alcuna prova e gli apostoli avrebbero potuto credere nella resurrezione di Gesù solo dopo averlo rivisto sulla terra: di qui i racconti di resurrezione).

La seconda manipolazione sta, presumibilmente, nella sostituzione della parola «Sindone» con la parola «Sudario», già usata da Giovanni per indicare non un intero lenzuolo, ma solo la mentoniera che nel rac­conto di Lazzaro era servita per tener chiusa la bocca al cadavere di quest’ultimo.

Grazie a tale sostituzione, con la quale peraltro si poteva confermare il racconto interpolato di Giovanni sulla sepoltura, la Sindone risulta pra­ticamente scomparsa e di essa per molto tempo non si parlerà più. Gio­vanni insomma, ufficialmente, vide piegato soltanto il sudario.

Oltre a queste due falsificazioni ve n’è un’altra, extratestuale ma mol­to significativa, al v.12 del c. 24 di Luca, laddove si afferma che al sepol­cro corse solo Pietro (e non anche Giovanni) e ch’egli vide solo delle bende (e non anche la Sindone) e che di ciò egli stupì (ma senza crede­re come Giovanni). Questo è un versetto che la stragrande maggioranza degli esegeti considera spurio.

Col passare del tempo (i vangeli, come noto, non sono stati scritti «di getto», né da una persona sola) i teologi della comunità cristiana s’in­ventarono, sulla scia della versione di Pietro riportata nel testo di Marco, tutti i racconti di apparizione di Gesù redivivo, nei quali egli più che altro dà delle direttive di ordine ecclesiale. Luca addirittura supera abbondan­temente l’apocrifo descrivendo l’ascensione di Gesù in cielo (per molto meno altri testi sono stati esclusi dal canone). Come noto, le versioni più antiche di chiusura del vangelo sia di Marco che di Giovanni non riporta­vano alcun racconto di apparizione.

Per concludere, proprio la Sindone attesta che non esiste alcuna pro­va, se non la Sindone stessa (che però non prova nulla al 100%), circa la presunta resurrezione del corpo di Gesù. Gesù non è mai riapparso, non c’è stata alcuna angelofania, il concetto stesso di «resurrezione» non ha senso, poiché il corpo non è mai stato ritrovato né avrebbe potu­to esserlo (al massimo lo si può applicare a Lazzaro o alla figlia di Giai­ro, ma a condizione di non uscire dai racconti mitologici dei vangeli). Il concetto di «resurrezione» è un’interpretazione teologica a un fatto sto­rico: la scomparsa di un cadavere. Nel caso in questione ci si dovrebbe limitare a parlare, al massimo, di trasformazione della materia in ener­gia: un processo che con gli studi sull’atomo abbiamo appena comincia­to a decifrare.

Un’altra conclusione che infine si può trarre è la seguente. I sinottici raccontano una verità «tecnica», «formale» (si usò un lenzuolo), ma mentono sulle cose «sostanziali», cioè sul fatto che oltre al lenzuolo non esiste alcuna altra prova della presunta resurrezione di Gesù.

Viceversa, il testo originale di Giovanni diceva molto probabilmente la verità sia sulle questioni «tecniche» (la sepoltura fu affrettata e non ci fu alcuna intenzione di completarla), sia sulle questioni «sostanziali» (l’uni­co indizio a disposizione era la Sindone). Solo che il testo è stato mano­messo da chi voleva far credere due cose: 1. che il crocifisso aveva ot­tenuto una sepoltura in piena regola (cosa che nei Sinottici doveva av­venire la domenica mattina) e 2. che la fede nella misteriosa scomparsa del corpo di Gesù non dipese dalla constatazione della tomba vuota e quindi della Sindone riposta e piegata, bensì dall’annuncio serafico del­l’angelo di dio.

Nel vangelo di Marco, infatti, l’angelo non dice alle donne: «Non è qui, è risorto», ma proprio il contrario: «è risorto, non è qui». A tale di­chiarazione apodittica, incontrovertibile, fa da pendant nel vangelo di Giovanni il dialogo del messia risorto con la Maddalena, che inspiegabil­mente era tornata a piangere sulla tomba vuota. Alla donna un secondo redattore del vangelo, già consapevole che la tomba era situata in un «orto», in quanto l’aveva precisato lo stesso Giovanni, farà dire: «Non sei tu l’ortolano? Dimmi dove l’hanno messo!».

Annunci

Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...