Sepoltura di Gesù

MARCO
(15,42-47)

[42] Sopraggiunta ormai la sera, poi­ché era la Parasce­ve, cioè la vigilia del sabato,

[43] Giuseppe d’Ari­matea, membro au­torevole del sine­drio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggio­samente da Pilato per chiedere il cor­po di Gesù.

[44] Pilato si mera­vigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo inter­rogò se fosse morto da tempo.

[45] Informato dal centurione, conces­se la salma a Giu­seppe.

[46] Egli allora, comprato un len­zuolo, lo calò giù dalla croce e, avvol­tolo nel lenzuolo, lo depose in un sepol­cro scavato nella roccia. Poi fece ro­tolare un masso contro l’entrata del sepolcro.

[47] Intanto Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses sta­vano ad osservare dove veniva depo­sto.

GIOVANNI
(19,38-42)

[38] Dopo questi fat­ti, Giuseppe d’Ari­matea, che era di­scepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo con­cesse. Allora egli andò e prese il cor­po di Gesù.

[39] Vi andò anche Nicodemo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre.

[40] Essi presero al­lora il corpo di Gesù, e lo avvolse­ro in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza sep­pellire per i Giudei.

[41] Ora, nel luogo dove era stato cro­cifisso, vi era un giardino e nel giar­dino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto.

[42] Là dunque de­posero Gesù, a mo­tivo della Prepara­zione dei Giudei, poiché quel sepol­cro era vicino.

MATTEO
(27,57-66)

[57] Venuta la sera giunse un uomo ric­co di Arimatea, chiamato Giuseppe, il quale era diventa­to anche lui disce­polo di Gesù.

[58] Egli andò da Pi­lato e gli chiese il corpo di Gesù. Allo­ra Pilato ordinò che gli fosse consegna­to.

[59] Giuseppe, pre­so il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo

[60] e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sul­la porta del sepol­cro, se ne andò.

[61] Erano lì, davan­ti al sepolcro, Maria di Màgdala e l’altra Maria.

[62] Il giorno se­guente, quello dopo la Parasceve, si riu­nirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i farisei, dicendo:

[63] «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore dis­se mentre era vivo: Dopo tre giorni ri­sorgerò.

[64] Ordina dunque che sia vigilato il se­polcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi di­scepoli, lo rubino e poi dicano al popo­lo: È risuscitato dai morti. Così quest’ul­tima impostura sa­rebbe peggiore del­la prima!».

[65] Pilato disse loro: «Avete la vo­stra guardia, andate e assicuratevi come credete».

[66] Ed essi andaro­no e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e metten­dovi la guardia.

LUCA
(23,50-56)

[50] C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sine­drio, persona buona e giusta.

[51] Non aveva ade­rito alla decisione e all’operato degli al­tri. Egli era di Ari­matea, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio.

[52] Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù.

[53] Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo de­pose in una tomba scavata nella roc­cia, nella quale nes­suno era stato an­cora deposto.

[54] Era il giorno della parasceve e già splendevano le luci del sabato.

[55] Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giusep­pe; esse osservaro­no la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù,

[56] poi tornarono indietro e prepara­rono aromi e oli pro­fumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.

*

Se testimoni della crocifissione del Cristo furono varie donne del mo­vimento nazareno, il principale protagonista della sepoltura di Gesù fu – è il caso di dirlo – un illustre sconosciuto: Giuseppe d’Arimatea, probabil­mente chiamato in causa dalle stesse donne. Su questo sono concordi tutti e quattro gli evangelisti, anche se non lo sono sul tipo di sepoltura che ha allestito.

Per motivi di sicurezza nessun apostolo (in città erano rimasti, nasco­sti, solo Pietro e Giovanni) se la sentiva di esporsi, anche se nel vangelo di Giovanni vi sono descritti troppi particolari inediti della crocifissione per non pensare che in quel momento l’apostolo dovesse beneficiare di una fonte diretta, molto vicina ai luoghi tragici del Golghota (probabil­mente la stessa madre Salome).

Solo Giovanni sostiene che il giudeo Giuseppe d’Arimatea era come Nicodemo, un discepolo alla lontana, «occulto, per timore dei Giudei» (Gv 19,38), molto probabilmente un fariseo (Marco e Luca sostengono che fosse un membro autorevole del Sinedrio), che appoggiava Gesù indirettamente, non avendo il coraggio di manifestarlo pubblicamente: un membro di quell’ala moderata del fariseismo, detta di Hillel, che si opponeva a quella più radicale, detta di Shammai, e che solo dopo il 70 riuscirà ad avere la meglio.

A differenza di Matteo, che ritiene Giuseppe un discepolo esplicito di Gesù, Marco e Luca, evitando di dire ch’era «occulto», danno per scon­tato che fosse sì un «discepolo» ma non nel senso che fosse un «naza­reno» (altrimenti non si spiegherebbe il fatto che il suo nome, che è quello di una persona importante, venga citato solo in questa occasione), quanto, più genericamente, nel senso ch’era uno che aspet­tava «il regno di Dio» (leggi: la liberazione della Palestina dai romani), «una persona buona e giusta», un simpatizzante della causa del Cristo, che, per questa ragione – dice Luca – «non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri», cioè di quei parlamentari che nel Sinedrio ave­vano deciso di spiccare il mandato di cattura contro Gesù e, successiva­mente, di appoggiare la decisione della condanna a morte.

Matteo, che deve aver fatto fatica ad accettare una fede «cristiana» in un uomo appartenente al Sinedrio, si limita a precisare che Giuseppe era influente non dal punto di vista politico ma economico, in quanto «ricco», in grado, nella fattispecie, di possedere un proprio sepolcro nuovo, ancora non usato, nei pressi del Golghota. Quindi alla contraddi­zione di associare «istanza rivoluzionaria» con «appartenenza alle istitu­zioni giudaiche collaborazioniste», Matteo sostituisce l’appartenenza con la facoltosità, senza rendersi conto che anche in questa maniera si veniva a creare una contraddizione di non poco conto, essendo rarissimi i casi di persone agiate al seguito del movimento nazareno (la parabola del «giovane ricco» era in tal senso sintomatica). Una persona, guarda caso, era stata proprio Matteo.

Giovanni, che guarda le cose in maniera storica e politica, mentre i Sinottici in maniera catechetica e apologetica (il che li porta a mostrare come Giuseppe, durante la gestione petrina del movimento nazareno, fosse diventato un cristiano vero e proprio), non sostiene chiaramente che Giuseppe fosse un sinedrita, però, parlando di «nicodemismo», lo lascia intendere, anche perché, mentre per i Sinottici si ha l’impressione ch’egli potesse essere «esplicito» nella sequela, pur appartenendo al Si­nedrio, in Giovanni, invece, che aveva già stigmatizzato questi compor­tamenti ambigui in occasione dell’ingresso messianico (12,42), Giusep­pe non poteva essere «esplicito» proprio perché apparteneva attiva­mente al Sinedrio.

Ora, prima di parlare di come Giuseppe organizzò la sepoltura del Cristo, bisogna fare un passo indietro spendendo alcune parole su una importante precisazione: il momento della morte.

Scrive Mc 15,25: «Erano le nove del mattino quando lo crocifissero», cioè era «l’ora terza». Ma l’ora terza include il tempo dalle nove a mez­zogiorno. Tradurre «nove del mattino», come fa la Bibbia di Gerusalem­me, non ha molto senso, poiché contraddice sia la versione di Gv 19,14, che pone la crocifissione «verso mezzogiorno», dopo un lungo e tortuo­so processo pubblico, in cui non si dava affatto per scontata la morte di Gesù (e Giovanni, in questi dettagli, è sempre più preciso di Marco); sia la stessa affermazione di Mc 15,44, secondo cui Pilato, al momento in cui Giuseppe di Arimatea gli chiese il cadavere di Gesù, «si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse mor­to da tempo».

Gesù dunque morì nel primo pomeriggio del venerdì di Pasqua: se-condo Mc 15,34 alle tre, e questo coincide con la versione di Giovanni.

Dal momento in cui Giuseppe chiese la salma al momento in cui la ottenne, passarono sicuramente un paio d’ore. Giuseppe dovette cerca­re la tomba (se non era già sua, come dice il solo Matteo) e comprare il lenzuolo per avvolgere il cadavere (sempre che non fosse già suo). Si spiega così il motivo per cui tutti gli evangelisti dicono che al momento della sepoltura ormai era «sera», cioè in pratica «sabato», stando al modo ebraico di contare le ore della giornata.

Giuseppe si decise a chiedere il corpo di Gesù a Pilato solo dopo che i giudei avevano dichiarata l’intenzione di far seppellire i cadaveri in una fossa comune, essendo per loro «indecoroso» tenerli appesi al patibolo nella festività della Pasqua, e quindi solo dopo che Pilato, assicuratosi che Gesù fosse davvero morto (e la cosa venne verificata col colpo di lancia) aveva acconsentito di togliere i tre giustiziati dalle croci, onde fare un piacere ai giudei. Qui – come si può notare – c’è dell’ironia tragi­ca, in quanto da un lato il potere giudaico non si fece scrupoli nel far giu­stiziare un messia che avrebbe potuto liberarlo dai romani; dall’altro pre­tende che Pilato rispetti la specifica diversità religiosa del proprio culto.

Giuseppe non andò a chiedere il corpo subito dopo che Gesù era morto, ma solo dopo aver appreso la notizia che le autorità giudaiche volevano seppellire i tre crocifissi in una fossa comune. Se avesse chie­sto il corpo subito (il Cristo morì ben prima degli altri due zeloti, che ven­nero finiti con la rottura delle ginocchia o crurifragium), la sepoltura sa­rebbe stata regolare e non affrettata. La salma, se non unta e profuma­ta, sarebbe stata almeno lavata.

Giuseppe quindi non dovette avere alcun particolare «coraggio» (come invece dice Marco), anche perché i romani non si curavano affat­to della sepoltura dei giustiziati; è vero che di regola quelli crocifissi, es­sendo «criminali politici», perdevano il diritto alle onoranze funebri e ve­nivano quindi sepolti in fosse comuni, ma è anche vero che il funziona­rio, preposto a far eseguire la sentenza, in genere non poneva particola­ri difficoltà a concedere la salma ai parenti o ai conoscenti che la richie­devano. Erano gli ebrei che non concedevano mai il diritto a un condan­nato a morte d’essere sepolto in una tomba privata.

In tal senso Giuseppe ebbe «coraggio» non tanto a chiedere a Pilato la salma, quanto a impedire ai suoi colleghi sinedriti di farla seppellire in una fossa comune: per ottenere una sepoltura privata doveva per forza esporsi pubblicamente. Tuttavia Giovanni fa capire che quel tipo di co­raggio fu ben poca cosa se messo a confronto con quello ch’egli avreb­be dovuto manifestare all’interno del Sinedrio, dove peraltro era già noto che non tutti erano favorevoli alla condanna di Gesù. Cioè Giuseppe, anche se soggettivamente fu «buono e onesto» – come dice Luca -, og­gettivamente fu «opportunista», anche se grazie a questo opportunismo noi oggi possiamo avvalerci di un documento eccezionale come quello della Sindone.

Quanto a Pilato, è evidente, in considerazione della piena riuscita del processo-farsa imbastito per eliminare un pericoloso sovversivo, che per lui l’obiettivo principale era già stato raggiunto, per cui non vi sarebbe stato motivo d’infierire ulteriormente non concedendo la salma. Pilato non ebbe bisogno di vedere un Giuseppe «coraggioso» intento a chie­derla, anche perché non poteva non sapere chi nel Sinedrio simpatizza­va per il Cristo; pertanto, non volendo creare ulteriori complicazioni dopo una sentenza così difficile, concesse molto tranquillamente il corpo, limi­tandosi soltanto a verificare, attraverso il centurione, che il Cristo fosse morto davvero.

Su questo aspetto Marco aggiunge qualcosa di inedito là dove scrive che «Pilato si meravigliò che Gesù fosse già morto» (15,44). La cosa è strana, sia perché Pilato doveva aspettarsi che un condannato già or­rendamente fustigato e torturato morisse prima degli altri due, sia per­ché lui stesso aveva ordinato di spezzare le gambe ai crocifissi per af­frettarne la morte e seppellirli in una fossa comune, com’era stato chie­sto dai capi giudei. Si può quindi pensare che questo versetto sia stato messo per respingere l’idea «anticristiana» della «morte apparente» del Cristo: Marco infatti non riporta la trafittura del costato, descritta da Gio­vanni. In effetti i crocifissi potevano anche restare in vita per alcuni gior­ni e, se in qualche modo vi si riusciva, potevano anche essere staccati dalla croce mentre ancora respiravano.

Luca, che pur riuscì a intuire che, quando seppellirono Gesù, nessu­no ebbe il coraggio di trasgredire il sabato della Pasqua e di compiere una inumazione degna di quel personaggio, ha tolto l’atteggiamento «coraggioso» di Giuseppe, facendo capire ch’egli, essendo «giusto e buono», era nel suo diritto ottenere la salma.

Matteo invece non si rende conto che, dicendo che Giuseppe era un discepolo esplicito di Gesù, non avrebbe mai potuto rivolgersi a Pilato con una semplice richiesta, senza formali preghiere e soprattutto senza temere delle conseguenze. Neppure Pietro e Giovanni si sarebbero mai sognati di fare una cosa del genere in un momento così delicato (ricor­diamo che durante il processo davanti al sommo sacerdote Anna, la pri­ma domanda che rivolsero a Gesù fu quella di fare i nomi dei propri luo­gotenenti – Gv 18,19).

Come venne tumulato Gesù? Marco, il primo a scrivere, sostiene che Giuseppe avvolse Gesù in un lenzuolo appena comprato e lo depose in una tomba scavata nella roccia, chiusa poi con una pietra fatta rotolare. Luca non parla di lenzuolo «nuovo» e, essendo di origine pagana, non sa nulla di «pietre rotolanti», però, esattamente come Giovanni, dirà che in quel sepolcro non era mai stato messo nessuno: una precisazione im­portante per evitare dubbi sull’identificazione della salma e del corredo usato per seppellirla, soprattutto alla luce di quanto accadrà il giorno se­guente.

Quanto a Matteo, egli scrive semplicemente che il lenzuolo era «puli­to», non necessariamente «nuovo», facendo così credere ch’esso non fosse stato comprato per l’occasione: forse Matteo avrà pensato che Giuseppe non poteva comprare il telo in un momento in cui, per il com­puto degli ebrei, le attività commerciali erano già proibite a causa della festività del sabato. Aggiunge anche, per dimostrare che la resurrezione non poteva spiegarsi con un eventuale errore logistico da parte delle donne che ne costatarono l’apertura il giorno dopo, che la tomba nuova apparteneva allo stesso Giuseppe: cosa che non viene confermata dagli altri evangelisti, i quali però devono averla data per scontata, essendo da escludere che anche la tomba potesse essere acquistata lì per lì, in quel frangente.

Quali sono gli elementi comuni a tutti gli evangelisti? Sono tre: la pre­senza di Giuseppe, vero protagonista della sepoltura, la presenza del lenzuolo (chiamato anche telo, sudario, sindone) e il fatto che la tomba fosse scavata nella roccia, segno di agiatezza da parte del suo proprie­tario.

Delle quattro versioni quella giovannea, stranamente, presenta le maggiori difficoltà interpretative, cioè proprio quella dell’unico evangeli­sta che poté avere informazioni dirette sulla divisione delle vesti del Cri­sto, sulla decisione di giocarsi a dadi la tunica senza cuciture, sulla con­testazione dei capi giudei circa il significato del titolo della croce e sulla trafittura del costato (lo stesso apostolo, stando al suo vangelo, ricevette dal Cristo, ai piedi della croce, la consegna di accudirne la madre!).

In Gv 19,39 risulta che al momento della sepoltura fosse presente anche Nicodemo e che avesse portato ben 100 libbre (circa 32 kg) di profumo: una mistura di mirra (resina odorosa usata dagli egiziani per l’imbalsamazione) e aloe (una polvere aromatica per profumare vestiti e ambienti). Data l’enormità del quantitativo, molti esegeti hanno pensato a un errore di qualche copista, oppure al tentativo di far sembrare Nico­demo grande quanto Giuseppe. Non è infatti da escludere che Nicode­mo fosse diventato un cristiano seguace del movimento guidato da Pie­tro, mostrando in questo di saper riconoscere eticamente un messia morto là dove non era riuscito a riconoscerlo politicamente quand’era vivo.

Va però escluso a priori, per una serie di ragioni, ch’egli, in quel mo­mento, avesse partecipato in qualche modo alla tumulazione:

1. sarebbe stato nell’interesse dei Sinottici far presenziare alla sepol­tura un personaggio di rilievo come questo, sicuramente più importante di Giuseppe d’Arimatea;

2. è citato solo da Giovanni (è vero che anche la madre di Gesù lo è, ma è anche vero ch’era nell’interesse dei Sinottici non metterla, in quan­to sulla croce Gesù aveva fatto capire che Giovanni avrebbe dovuto su­bentrargli nella guida del movimento);

3. la Sindone esclude che il corpo di Gesù sia stato lavato e profuma­to. In tal senso va considerato interpolato anche il versetto successivo (il 40), quello che parla di inumazione «secondo l’usanza tipica dei Giudei». Peraltro proprio il fatto che l’evangelista parli di sepoltura affret­tata risulta contraddittorio con la presenza di oli e aromi il cui uso avreb­be sicuramente richiesto un certo tempo.

Giovanni fu uno dei pochi che poté avvalersi di testimonianze oculari (e lo dimostrerà quando, il giorno dopo, correrà insieme a Pietro per ve­rificare di persona se quanto aveva detto la Maddalena circa la scom­parsa del cadavere corrispondeva al vero). Non avrebbe mai potuto ca­dere in tutta una serie di contraddizioni quali risultano da questi due ver­setti (39 e 40): ripete due volte l’espressione «presero il corpo» (vv. 38 e 40); ripete due volte che c’erano gli aromi (vv. 38 e 40); parla di bende o pannolini o panni di lino (othónia), facendo credere si trattasse di una sepoltura tradizionale (come quella di Lazzaro), quando invece essa fu affrettata a motivo del sabato (parasceve), cosa che spiegherebbe ap­punto l’uso del lenzuolo; non avrebbe mai potuto usare l’espressione «secondo l’usanza giudaica», sia perché l’avrebbe data per scontata, sia perché lui stesso era un giudeo, sia perché secondo quella «usanza» non si sarebbero certo sprecati 32 kg di aromi!

Se saltiamo dal v. 38 al 41 il discorso resta perfettamente coerente: Gesù venne sepolto nei pressi del Golghota, in un sepolcro nuovo posto in un orto; Giuseppe fu aiutato da qualcuno a schiodare il corpo e a tra­sferirlo nella tomba; la sepoltura dovette durare pochissimo tempo, in quanto il cadavere fu sepolto così com’era (le donne non entrarono nep­pure nel sepolcro, limitandosi ad osservare la scena dall’esterno). Gio­vanni non parla di lavaggio né di unzione. Non parla neppure di lenzuolo o Sindone (syndon) o sudario (soudarión), perché questo particolare gli risulterà molto importante non tanto nel momento della sepoltura quanto in quello della scoperta della tomba vuota (20,7).

Al v. 42 Giovanni dice esplicitamente che si scelse la tomba disponi­bile più vicina al luogo della crocifissione e che la sepoltura fu molto af­frettata (senza lavaggio né unzione), perché ormai era sabato (parasce­ve), per cui non c’era più tempo per una sepoltura più dignitosa. La fret­ta che il fariseo Giuseppe impose all’inumazione probabilmente dipese dal rischio ch’egli correva d’essere accusato di violare le regole giudai­che circa il contatto di cadaveri in giorni proibiti.

Tuttavia questa mancata unzione risulterà inaccettabile alla comunità primitiva, la quale cercherà di rimediare alla pusillanimità di Giuseppe specificando, nelle versioni di Marco e Luca, che le donne, nei pressi nel sepolcro, avevano assistito alla frettolosa sepoltura con l’intenzione di ungere il cadavere il giorno dopo (che poi i giorni diventeranno tre, in quanto si dirà che le donne si recarono al sepolcro la domenica mattina!).

Invece i manipolatori del quarto vangelo, accorgendosi che le due donne, nella versione giovannea, non si recarono affatto al sepolcro per ungere il cadavere, si sono preoccupati d’inserire i vv. 39 e 40 in cui ri­sultava che durante le onoranze funebri erano stati rispettati tutti i crismi ebraici: il che però risulta smentito proprio dalla Sindone!

Quindi da un lato Marco e Luca lasciano capire che nel sepolcro nes­suno ebbe il coraggio di compiere una regolare sepoltura, in quanto «già splendevano le luci del sabato» (e quel sabato era per giunta «santo», «pasquale»), dall’altro cercano di rimediare maldestramente a questa debolezza mostrando che le donne si recarono al sepolcro il giorno dopo il sabato, avendo in mano profumi e unguenti. Solo che, per ironia della sorte, sono stati costretti ad aggiungere, per dare un minimo di coerenza al testo, che le donne mirofore non avevano la forza necessa­ria per far rotolare la pietra e che, pur avendo chiara questa consapevo­lezza, esse decisero ugualmente di recarsi al sepolcro… che poi per for­tuna trovarono aperto e vuoto!

In particolare Luca doveva aver provato qualche difficoltà ad accetta­re integralmente la tesi di Mc 16,1 s., secondo cui le donne che avevano osservato dove era stato sepolto Gesù, l’avevano fatto con l’intenzione di imbalsamarlo, alla maniera ebraica, «il giorno dopo il sabato».

Luca infatti, essendo di origine pagana, doveva essersi chiesto il mo­tivo di tutti quegli scrupoli al momento della sepoltura, visto e considera­to che il Cristo aveva sempre violato il sabato. Per cercare di risolvere questo problema, egli, nella sua ignoranza del costume ebraico relativo all’inumazione, è caduto in una contraddizione non meno insostenibile di quella di Mc 16,1, che manda le donne a comprare gli aromi «al sorgere del sole». Luca infatti afferma che le donne, visto il luogo ove Gesù era stato sepolto, «tornarono indietro a preparare aromi e oli profumati» (23,56). Le fa lavorare proprio nel giorno proibito e nella convinzione che aromi e oli profumati si possano preparare in un solo giorno!

Qualcuno, di origine ebraica, successivamente aggiunse la precisa­zione che «il giorno di sabato esse osservarono il riposo secondo il co­mandamento» (Lc 23,56). Così addirittura s’induce il lettore a credere che le donne obbedirono al precetto del sabato non tanto per timore dei giudei quanto per convinzione: loro che erano state seguaci del Cristo sin dall’inizio, per il quale il sabato non aveva più alcun vero significato!

Luca insomma aveva capito che per timore dei giudei i pochi seguaci di Gesù rimasti sul Golghota non lavarono né unsero il suo corpo, e cer­cò, sulla scia di Marco, di giustificare tale atteggiamento mettendo in evidenza la buona volontà delle donne, anche a costo di farle compiere cose vietate e per giunta materialmente impossibili (non hanno il corag­gio di lavare il cadavere di Gesù, però hanno il coraggio di preparare tut­ti gli aromi in un giorno proibito). Rendendosi cioè conto della difficoltà di far accettare al lettore una falsità come quella riportata nel vangelo di Marco, Luca cercò di condirla con motivazioni che toccassero i senti­menti. Le donne non imbalsamarono subito Gesù – questa è la sua tesi – non tanto perché era il giorno della Parasceve, quanto perché non ave­vano pronto il materiale necessario.

Viceversa lo sbrigativo Matteo, che conosceva bene le usanze ebrai­che, non dice assolutamente nulla circa la presunta intenzione delle donne di imbalsamarlo, che peraltro non erano neppure titolate a farlo su un corpo maschile. Egli cioè doveva aver capito che la versione mar­ciana non avrebbe avuto senso per almeno due ragioni: 1. in un paese caldo come la Giudea l’inumazione andava compiuta subito e non dopo tre giorni dal decesso (stando a Gv 11,39 bastavano quattro giorni di se­poltura perché il cadavere entrasse in decomposizione); 2. le donne non sarebbero riuscite a smuovere di un millimetro la pietra che occludeva l’accesso al sepolcro.

I suddetti «tre giorni» sono canonici per la chiesa cristiana, in quanto s’era deciso, per motivi apologetici, di farlo risorgere non il giorno dopo della morte (che avvenne di venerdì), ma finito il precetto festivo del sa­bato, al mattino presto, che per i cristiani divenne la domenica (l’ottavo giorno, quello appunto della resurrezione).

Tuttavia, pur evitando le ridicolaggini di Marco e Luca, Matteo ne in­venta altre due ancora più grandi, una relativa al sospetto che i capi giu­dei avevano che i nazareni, trafugando il cadavere del Cristo, potessero poi sostenere ch’era risorto, per cui avrebbero chiesto a Pilato delle guardie per vigilarlo di notte; l’altra relativa al momento stesso della re­surrezione, in cui si fa accadere «un gran terremoto» con tanto di «an­gelo del Signore» che, con la propria spada, faceva rotolare la pietra per poi sedercisi sopra (28,2)!

Di rilievo invece resta il fatto che Luca (23,53), pur parlando espres­samente di «lenzuolo» usato al momento della sepoltura, lo fa scompa­rire al momento in cui Pietro, da solo, entra nella tomba per verificare se davvero il corpo era stato trafugato (24,12). Per terra Pietro vide soltan­to delle bende, quelle usate per avvolgere il corpo nel lenzuolo.

Che fine aveva fatto la Sindone ai tempi in cui Luca scriveva il vange­lo? Qui è evidente che l’evangelista vuol sostenere la tesi petro-paolina secondo cui per giustificare l’idea di resurrezione non c’era bisogno di alcuna Sindone, la quale però nel vangelo di Giovanni risulta centrale per credere non tanto nella resurrezione (un’idea, questa, che implicava l’altra della «morte necessaria»), quanto in una misteriosa scomparsa del cadavere, cosa che non avrebbe dovuto essere usata per legittimare la rinuncia all’insurrezione armata. Si può quindi presumere che la Sin­done fosse stata conservata dall’apostolo Giovanni.

Ipotetica ricostruzione dei fatti sulla sepoltura del Cristo

Gv 19,25: Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala.

Gv 19,38: Dopo questi fatti, Giuseppe d’Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù.

Mc 15,44: Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo in­terrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giu­seppe.

Mc 15,46: Egli allora, comprato un lenzuolo, calò Gesù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia.

Gv 19,41: Infatti, nel luogo dove era stato crocifisso vi era un giardino e nel giardi­no un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto.

Mc 15,46: Poi Giuseppe fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro.

Gv 19,42: Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei [vigi­lia di Pasqua], poiché quel sepolcro era vicino.

Gv 20,1: Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.

Annunci

Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...