Ateismo e mistificazione nel IV vangelo

Quando, nel quarto Vangelo, il redattore scrive: “Nessuno ha mai visto Dio” (Gv 1,18), viene sconfessato il rapporto diretto tra i progenitori Adamo ed Eva e il Dio che camminava tranquillamente con loro nell’Eden, tra Abramo e il Dio che gli chiedeva, personalmente, di sacrificare il figlio Isacco, e tra Mosè e il Dio che, brevi manu, gli consegnava sul Sinai le tavole della legge.

Quindi in pratica è come se l’evangelista avesse negato qualunque valore alla teologia ebraica, probabilmente a motivo del fatto che poco prima aveva scritto che gli ebrei, “popolo eletto” per definizione, avevano giustiziato Gesù Cristo, il messia liberatore: cosa che non avrebbero fatto se davvero l’avessero accettato per la sua divino-umanità.

“Nessuno ha mai visto Dio” è tuttavia un’affermazione così categorica che qui non sembra essere stata formulata in stretta dipendenza da una constatazione storica, quella appunto per cui il popolo prediletto aveva ucciso il figlio unigenito della divinità. Anche perché, se davvero una dipendenza del genere vi fosse stata, si sarebbe dovuto concludere che l’unico dio è il Cristo, il quale diceva d’essere un “figlio d’uomo”, sicché ogni uomo lo è.

Non è da escludere che quella definizione avesse la pretesa di porsi in maniera filosofico-universale, cioè come se si volesse escludere a priori anche la più remota possibilità che un uomo, su questa terra, possa fare esperienza diretta della divinità. Pertanto chi, fino alla crocifissione, aveva sostenuto il contrario, andava considerato un mentitore.

Questa è senza dubbio una posizione ateistica, in quanto tende a negare validità non solo a qualunque racconto religioso del passato, in cui in maniera allegorica o simbolica o metaforica si delineava la possibilità di un’esperienza diretta della divinità, ma anche a qualunque dimostrazione logica o ontologica, presente e futura, relativa all’esistenza di un dio assoluto.

Vengono quindi respinte tutte le metafisiche greche (platoniche e aristoteliche), ma anche, senza ovviamente volerlo, tutte le metafisiche cristiane (della Patristica e soprattutto della Scolastica) che, per reagire alla crisi dell’esperienza della fede, s’inventeranno svariate prove ontologiche, le quali, per la loro tautologia, non dimostrano se non i dubbi e le illusioni di chi le aveva formulate.

L’autore del quarto Vangelo apparirebbe tassativo anche se lo si leggesse in chiave religiosa stricto sensu: solo il “figlio” ha fatto conoscere all’uomo il “padre” (“suo padre” e “padre di tutti”). Quindi la conoscenza della divinità può essere soltanto un vero e proprio atto di fede: per credere nel padre bisogna credere nel figlio.

In quel Vangelo la stessa cosa verrà più volte ribadita, soprattutto al cap. 14, laddove un Tommaso smarrito chiede al Gesù in procinto di morire: “Non sappiamo dove vai; come possiamo sapere la via?” (v. 5). Gli mettono in bocca queste parole perché, evidentemente, Tommaso non aveva accettato l’interpretazione mistica della tomba vuota, che Pietro aveva elaborato.

Al discepolo, notoriamente famoso per il suo scetticismo, un Gesù clericalizzato al massimo risponde: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (14,6). Quindi qualunque frettolosa anticipazione della realizzazione in terra del regno dei cieli, va esclusa a priori. Se e quando ciò accadrà, non potranno certo deciderlo gli uomini.

E qui il redattore fa intervenire un altro discepolo che, molto probabilmente, aveva mostrato le stesse perplessità di Tommaso sul misticismo politicamente rassegnato di Pietro. “Mostraci il Padre e ci basta” (14,8), pretende Filippo, come se avesse voluto dire: “Se non possiamo sapere quando verrà la liberazione terrena, almeno dacci un anticipo, facendoci vedere personalmente la fonte ultima di questa liberazione, visto che tu non hai potuto darcela su questa terra, avendocela promessa solo nei cieli”.

Ma Gesù gli risponde serafico: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (14,9). Il che in pratica voleva dire: “La liberazione sulla terra non è possibile e dio non lo potete vedere se non attraverso di me. In attesa che si compia il giudizio, continuate ad aver fede. Chiederò anzi al Padre di mandarvi lo Spirito di verità a titolo di consolazione. Dovete solo avere pazienza e tutto si sistemerà alla fine dei tempi. Non vi lascerò orfani”.

I redattori di questo Vangelo, sicuramente di origine ebraica, avevano capito che qualunque rappresentazione di dio o dimostrazione della sua esistenza non lo rende più grande dell’uomo che lo pensa. La loro posizione aveva indubbiamente fatto dei passi avanti in direzione dell’ateismo, rispetto alle precedenti religioni pagane ed ebraica.

Tuttavia dietro questa radicalizzazione dell’idea religiosa si è potuto mistificare un tradimento di tipo politico del messaggio originario del Cristo. Cioè proprio nel momento in cui si arrivava dire che non si può avere alcuna percezione della divinità se non avendo fede in un uomo e quindi nei seguaci, a lui contemporanei, che gli avevano creduto, si rinunciava definitivamente a credere nella possibilità di una giustizia terrena, facendo di quell’uomo un’entità divino-umana che invitava gli uomini a sperare in una vera liberazione solo nel regno dei cieli.

*

Secondo l’esegesi confessionale quando Cristo nel quarto Vangelo si paragona espressamente a dio, lo fa per affermare una realtà esterna a sé, diversa (nella facoltà del generare) da sé, da cui egli dipende, come un figlio dal padre. In realtà egli voleva semplicemente dichiarare che l’uomo stesso è dio, cioè l’uomo in generale e non soltanto lui in particolare. Argomentiamo ora questa tesi.

Nel Vangelo di Marco, il primo ad essere stato scritto, il rapporto tra Gesù e il concetto di “dio” o non viene preso in considerazione, in quanto Gesù si presenta come un semplice “figlio dell’uomo” o come “Gesù Nazareno”, oppure viene espresso in forma mistica, per sottolineare che Gesù, per quello che diceva e faceva e soprattutto per come era morto, era l’unigenito figlio di dio (in tal caso anche l’appellativo “figlio dell’uomo” viene stravolto nel suo significato originario). Quindi in questo Vangelo una certa teologia, abbastanza primitiva, si sovrappone a un ateismo spontaneo e naturalistico professato dal Cristo.

Nel quarto Vangelo invece l’ateismo appare con un carattere cosmico-metafisico, nel senso che il Cristo sembra avere una consapevolezza molto forte non solo dell’inesistenza di un qualunque dio diverso dall’uomo, ma anche che l’uomo, nell’universo, rappresenta un qualcosa di speciale, paragonabile a una divinità.

Cioè là dove, nel Vangelo attribuito a Giovanni, si parla di dio o di dio-padre, non andrebbe vista un’entità separata dal Cristo, ma piuttosto una sua intrinseca qualità, un attributo dello stesso Cristo, il quale è “figlio” nel senso che appartiene a una caratteristica universale, quella appunto della “paternità cosmica” o, se si preferisce, della “pro-creazione naturale della materia energetica”. In quanto “figlio”, Cristo, come ogni essere umano, mostra di avere in sé la qualità del generare e, insieme, dell’essere generato, dall’eterno, ovvero del creare, dell’essere creato e del ricreare, del produrre, dell’essere prodotto e del riprodurre, che è parte integrante della materia in movimento e dell’energia perenne, priva di confini spazio-temporali. Essendo di genere maschile, lui si sentiva figlio di una caratteristica “paterna”, ma è evidente che questo ragionamento poteva valere anche per una donna, figlia di una caratteristica “materna”, che, non a caso, nel quarto Vangelo viene chiamata “paraclito”, cioè “pneuma”, l’originale e femminile “ruah” ebraico, il “soffio vitale”.

Sicché quando si dichiara “dio” o “figlio di dio”, egli vuol semplicemente dire che non c’è nessun dio che gli sia estraneo o separato e che questo va naturalmente considerato vero per ogni essere umano, alla cui specie egli appartiene completamente. Insomma il Cristo dà l’impressione di sapere con esattezza che cosa di essenziale vi sia nell’universo. Una qualunque separazione dei concetti di “dio” e di “Cristo” comporta una mistificazione del concetto di “ateismo”, che qui dovrebbe essere usato proprio per indicare che nel Cristo i due concetti venivano tenuti uniti dal punto di vista dell’uomo.

Gesù professava in un certo senso l’ateismo proprio in quanto subordinava il concetto di dio a quello di uomo, intendendo la divinità come connaturata all’umanità, una umanità non solo sua, ma di qualunque essere umano. Gli ebrei ortodossi lo volevano lapidare proprio per questa ragione, perché negava che esistesse un’entità perfetta separata dall’uomo, ovvero perché attribuiva a un’entità imperfetta, quale appunto l’uomo, una caratteristica che non gli poteva appartenere a causa delle sue colpe, risalenti al peccato originale.

Quando gli dicevano: “ti lapidiamo perché ti fai come Dio” (Gv 10,33), ciò che non volevano e non potevano accettare era proprio l’idea che ogni uomo potesse considerarsi paragonabile alla divinità, unica e irripetibile per definizione. Ovverosia non lo volevano anzitutto lapidare perché voleva farsi dio in via esclusiva, negando questa possibilità agli altri esseri umani, ma proprio perché egli pretendeva che ogni uomo si considerasse alla stregua di dio, assumendosi quindi la responsabilità di negare l’esistenza a una entità totalmente diversa da quella umana, perfetta di natura e mai soggetta a corruzione.

È stata l’interpretazione della chiesa cristiana che ha mistificato le cose, facendo credere che Gesù intendesse riferirsi a una propria esclusiva priorità extra-umana, e che gli ebrei lo volessero morto proprio per questo, cioè perché non volevano accettare che lui dicesse di essere l’unico figlio di dio: cosa che se veramente avesse detto, avrebbe in realtà, se non legittimato, certamente resa comprensibile la forte disapprovazione nei suoi confronti, in quanto un uomo che si considera dio in via esclusiva, può anche esser folle, e se pretende di avere dei seguaci, può essere anche pericoloso.

Gli evangelisti hanno poi calcato la mano, facendo vedere che i giudei rifiutavano di credere ch’egli fosse un dio nonostante avessero visto i suoi enormi prodigi (le guarigioni miracolose, ecc.). Non a caso fanno dire al Cristo: “Accettatemi almeno per le opere che faccio” (Gv 10,38), se non proprio per l’autodichiarazione di figliolanza divina, che pur mi sento legittimato a fare, come dovreste esserlo voi. Ma quelli, fatti passare dagli evangelisti come accecati dal loro orgoglio, non potevano fare distinzioni del genere, che sarebbero parse quanto meno sofistiche.

Che però la teologia cristiana non possa mistificare le cose in maniera assoluta, è dimostrato anche dal Prologo del quarto Vangelo, laddove si scrive che “Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere” (v. 18). Qui è evidente che si vuol fare di dio una realtà separata dal Cristo, ma se questo versetto venisse portato alle sue estreme e più logiche conseguenze, difficilmente si potrebbe contestare chi ritenesse che, in definitiva, dio e Cristo sono la stessa persona; sicché la diversità fondamentale tra Cristo e gli uomini starebbe non tanto in questa natura ontologica, quanto piuttosto nella consapevolezza di una identità esistenziale, avente valore universale: lui sapeva di essere “dio”; invece noi, di noi stessi, ancora non lo sappiamo, anche se ora sappiamo che se lui ha avuto questa pretesa, nulla può impedire a noi di fare lo stesso. Infatti – dice ancora l’autore del Prologo – “a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio” (v. 12), cioè di essere come lui, consapevoli che l’unico dio è l’uomo.

Quelli che hanno la sua stessa consapevolezza riescono a superare quell’ateismo volgare di chi dice d’essere nato dal “sangue”, dalla “carne”, dalla “volontà umana” (v. 13), approdando finalmente a quell’ateismo scientifico di chi, essendo “nato da dio”, è consapevole della propria vera origine. Non c’è colpa che possa sminuire questa divinoumanità intrinseca a ogni essere umano.

L’autore di questo Prologo non se l’è sentita, pur essendo cristiano, di fare del Cristo un’entità ontologica diversa o separata dall’uomo, più simile a dio che all’uomo; anzi, è stato costretto ad ammettere che all’uomo, per diventare dio, è sufficiente credere in colui che ha avuto il coraggio d’esserlo sino in fondo, dimostrandolo nei fatti (la grazia) e nelle parole (la verità) (v. 17). Non c’è colpa che non possa essere perdonata, proprio perché non esiste una divinità separata dall’umanità.

Il massimo che si può concedere all’esegesi cristiana è quello di considerare il Cristo come una sorta di “prototipo dell’umanità”, specie là dove viene detto, nel Prologo, che “per suo mezzo fu fatto il mondo che viviamo” (v. 10). Ma in tal caso il Cristo non sarebbe stato altro che un messaggero extra-terrestre, venuto sulla terra a ricordare agli uomini, umani come lui, che hanno un’origine divina come la sua e che solo per causa loro se la sono dimenticata: l’unica vera condanna quindi può essere solo un’autocondanna. Quindi nessun dio esterno a noi ci attende nel cosiddetto “aldilà”, ma solo una diversa esperienza umana e naturale, proprio perché – e qui Cristo lo dice esplicitamente, sfuggendo per miracolo alle manipolazioni dei redattori -: “È scritto nella vostra legge: Io ho detto: voi siete dèi” (Gv 10,34).

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Autore: laicusblog

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