Ateismo e politica nella congiura contro Gesù

Dal momento in cui Gesù realizza l’intesa coi seguaci di Lazzaro, a Betania, ai fini di un’insurrezione armata contro Roma, al momento in cui la maggior parte dei sinedriti decide la sua morte, devono essere accadute delle cose i cui risvolti politici sono stati alquanto mistificati dai redattori del quarto Vangelo.

Uno dei problemi più difficili da capire è quello relativo al identità politica di Lazzaro, che è del tutto sconosciuto ai Sinottici: era uno zelota o un fariseo progressista? Stando a Gv 11,46 si è più propensi a credere che fosse uno zelota. O comunque la parte moderata del suo movimento doveva aver visto negativamente l’intesa tra la parte progressista e il movimento nazareno: di qui l’esigenza, anzi l’urgenza di avvisare i farisei moderati di Gerusalemme, presenti nel Sinedrio.

Quest’ala moderata del partito farisaico convoca subito il Sinedrio insieme al sommo sacerdote Caifa e, molto probabilmente, ai sadducei, per discutere quali provvedimenti prendere dopo l’intesa di Betania. Era infatti evidente che Lazzaro non aveva ottenuto l’appoggio del Sinedrio nella sua attività eversiva e ora si temeva che dalle ceneri del suo movimento potesse venir fuori qualcosa di ancora più pericoloso per il potere giudaico collaborazionista1.

Ecco, la mistificazione cristiana s’insinua in questi frangenti. L’autorità politica del Cristo viene trasformata in potenza taumaturgica e miracolistica: “Che facciamo? – si chiedono i sinedriti. Quest’uomo fa molti miracoli. Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui; i romani verranno e ci distruggeranno come città e come nazione” (11,47 s.).

Si noti l’incongruenza: Gesù fa molti miracoli (qui intesi come straordinarie guarigioni) e, solo per questa ragione, i romani dovrebbero distruggere l’intera nazione! In questo rapporto di causa ed effetto è difficile trovare un senso logico.

Supponiamo, in realtà, che la preoccupazione dei sinedriti fosse un’altra, e cioè che il Cristo volesse servirsi delle proprie capacità taumaturgiche per acquisire un consenso politico contro il potere giudaico costituito. Se così fosse, ci sarebbe di mezzo qualcosa di “politico”, che i redattori però non dicono. Ma in tal caso perché gli occupanti romani avrebbero dovuto distruggere la nazione? Cosa avrebbe impedito loro di trovare un’intesa con il Cristo e il suo movimento? In nessuna parte dei quattro vangeli viene detto che il Cristo fosse “contro” i romani: i suoi veri nemici restano sempre i giudei tenacemente attaccati a quelle che ritengono delle “tradizioni mosaiche” e che invece sono soltanto dei privilegi ingiustificati o delle interpretazioni distorte dell’autentico messaggio degli antichi patriarchi. Quindi è da presumere che i redattori volessero dire che il Cristo, coi suoi miracoli, voleva sostituirsi al potere giudaico di Gerusalemme e che, solo per questo, sarebbe stato visto con sospetto dai romani, i quali erano abituati a interferire nella nomina del sommo sacerdote e nei poteri effettivi del Sinedrio.

Cioè solo per il fatto di non fare “miracoli” in nome del Sinedrio, quest’ultimo si sentiva autorizzato a temere che l’uso di questi prodigi sarebbe stato politicamente eversivo per il potere colluso dei sacerdoti e quindi, indirettamente, sarebbe stato considerato pericoloso dal prefetto Ponzio Pilato.

Quindi i miracoli in realtà avevano un contenuto politico che i vangeli tacciono. Gesù avrebbe usato i suoi poteri taumaturgici per dimostrare ch’era “figlio di dio” e quindi titolato a sostituirsi, nelle loro funzioni religiose, ai sommi sacerdoti, i quali avrebbero pensato, sbagliando, che, di fronte a tale ribaltamento o, meglio, avvicendamento dei poteri costituiti, i romani avrebbero reagito molto negativamente.

In altre parole il messia sarebbe stato giustiziato per un malinteso di fondo, in quanto che egli, nella realtà, se aveva intenzione di sostituirsi ai sommi sacerdoti, non aveva però intenzione di rifiutare un’intesa coi romani (ovviamente su basi diverse rispetto a quelle del giudaismo ufficiale). Gesù Cristo rivendicava soltanto un potere religioso, non politico; cioè, per quanto nel mondo ebraico la politica fosse pesantemente determinata dalla religione, egli sarebbe stato disposto a non contestare la politica degli imperatori romani.

Tuttavia, se l’interpretazione da dare ai passi evangelici fosse questa, sarebbe ben strana. Infatti, una persona che compie miracoli così prodigiosi, al punto da resuscitare dei cadaveri e che pretende di farli in quanto “figlio di dio”, non si capisce perché non avrebbe potuto usare quegli stessi poteri anche contro Roma.

In tal senso, supponendo cioè che Gesù volesse utilizzare i propri poteri taumaturgici per rivendicare un potere politico e religioso con cui scardinare lo status quo, appare del tutto motivata la richiesta di Caifa di farlo fuori quanto prima. Egli infatti non ritiene affatto che quei poteri siano sufficienti per abbattere una superpotenza come Roma, né quindi per giustificare un’alternanza alla carica del sommo sacerdozio. E così, fingendo addirittura di non essere neppure preoccupato per la propria sorte, ma, anzi, col fare distaccato di un supervisore, Caifa afferma: “torna a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione” (11,50). In altre parole se i farisei, che non fanno miracoli come lui, avvertono Gesù come una crescente minaccia per la loro autorità, nei cui confronti si sentono impotenti, devono per forza convincersi che la soluzione migliore è quella di eliminarlo fisicamente, anche se questo dovesse comportare una sollevazione popolare da parte dei suoi seguaci: l’importante è, se si vuole salvaguardare l’interesse nazionale, far vedere che il Sinedrio non è disposto a ribellarsi a Cesare.

Nel testo di Giovanni non appare minimamente una discussione tra Caifa e quella parte progressista del fariseismo che avrebbe anche potuto prospettare l’idea di sostenere l’operato del Cristo proprio per liberare la Palestina dagli invasori romani. Il dibattito è tra un sommo sacerdote prono ai diktat di Roma (insieme al suo partito sadduceo) e un partito, quello farisaico, incerto sul da farsi. Infatti è a questo partito che Caifa dice: “Voi non capite nulla” (11,49). Cioè in pratica non capivano che i rischi che avrebbero incontrato ammazzando Gesù sarebbero stati di molto inferiori a quelli che avrebbero incontrato se non l’avessero fatto. E così “da quel giorno deliberarono di farlo morire” (11,53): lo deliberarono ufficialmente come Sinedrio, mentre prima era stata un’esigenza, per così dire, non ufficiale del potere costituito.

Cosa c’è che non va in questa ricostruzione dei fatti? Tutto. Neanche una tesi è sostenibile. E il fatto che fino adesso l’esegesi laica abbia avuto così tante difficoltà a interpretare tale congiura, probabilmente è dipeso dalla tendenza che i redattori evangelici hanno di mescolare la realtà con la finzione, facendo da un lato credere che una certa attività politica avesse in realtà un contenuto semplicemente religioso e, dall’altro, che una certa attività religiosa non potesse non avere delle ripercussioni politiche.

Insomma, dove sta la mistificazione di fondo? Anzitutto nel fatto che s’è trasformato il Cristo politico in un Cristo teologico e taumaturgico: i suoi miracoli prodigiosi servivano appunto a dimostrare ch’egli era una divinità. Negando l’evidenza, i giudei vengono fatti passare per un popolo irrimediabilmente corrotto, almeno nei suoi livelli istituzionali. Tant’è che nel racconto in oggetto viene detto, là dove è usata la parola “giudei”, che, se è vero che, di fronte alla cosiddetta “resurrezione di Lazzaro”, “alcuni di loro andarono dai farisei a riferire quel che avevano visto” (11,46), mentre “molti di loro credettero in lui” (11,45), è però anche vero che, quando si tratta dei poteri costituiti, non si fa alcuna distinzione tra progressisti e conservatori: dopo che il Sinedrio deliberò la sua morte, “Gesù non andava più apertamente tra i giudei” (11,54).

Qui però è evidente un’incongruenza che non depone a favore neppure dei giudei che credevano nel Cristo. Infatti il redattore scrive che molti di loro “ch’erano venuti da Maria [sorella di Lazzaro], credettero in Gesù perché avevano veduto la resurrezione” (11,45). Cioè i giudei progressisti sono quelli in realtà che hanno bisogno di vedere coi loro occhi dei segni assolutamente prodigiosi. I giudei peggiori sono invece quelli che, pur avendoli visti, continuano a non credere.

Al leggere queste cose è difficile non accorgersi che i redattori stanno subordinando la fede alla visione di miracoli eccezionali proprio per dimostrare che, nonostante i giudei li avessero visti di persona, essi, in ultima istanza, continuavano a non credere nella divinità del Cristo. Questo, in poche parole, significa essere antisemiti: la definizione di “popolo deicida” viene da qui. Il giudeo viene fatto passare per uno che crede solo dopo aver visto segni prodigiosi e che, in definitiva, non crede neppure dopo averli visti.

La contrapposizione che i redattori cristiani pongono tra la fede in un dio unico assolutamente invisibile e la fede in un dio-figlio ben visibile, è tutta interna alla teologia, e quindi già appartiene alla mistificazione operata nei confronti del messaggio originario del Cristo.

Per non essere antisemiti, bisogna invece, e quanto meno, dare per scontato che Gesù non avesse compiuto alcun miracolo e che non avesse mai dichiarato d’essere “figlio di dio” in via esclusiva, ovvero che non volesse servirsi delle proprie guarigioni per dimostrare la propria diversità dal genere umano; oppure, se anche si vuole ipotizzare l’esistenza di una qualche guarigione, bisogna però precisare che nessuna di esse può essere considerata umanamente impossibile. Non solo, ma anche nel caso in cui, in assenza di qualsivoglia miracolo o guarigione prodigiosa, Gesù abbia detto d’essere “come dio”, ciò non può essere interpretato come se “solo lui” potesse esserlo, ma va inteso in maniera estensiva o traslata, nel senso cioè che tutti gli uomini devono sentirsi “come dio”, proprio perché non esiste nessun dio oltre l’uomo.

Cerchiamo allora di ricapitolare. Se Gesù Cristo non ha compiuto alcun miracolo per dimostrare d’essere dio, ma ha invece detto che “tutti gli uomini sono dèi” (Gv 10,34), cos’è che “molti giudei” (non “tutti”) facevano così tanta fatica ad accettare? Era il suo ateismo.

Ma se questa tesi è vera, si faccia ora attenzione alla sua conseguenza operativa. Se non esiste alcun dio e tutto dipende dagli uomini, non è possibile aspettare che la liberazione dall’oppressione romana e dal potere collaborazionista possa venire da un dio o da un messia che faccia prodigi spettacolari e neppure dalle autorità costituite, che sono religiose e, per di più, politicamente corrotte. Gli uomini devono liberarsi da soli. Quindi il messaggio politico del Cristo era eversivo sia nei confronti dei sinedriti, che avevano tradito il loro popolo, accettando l’imperialismo romano, sia nei confronti degli stessi romani, cui non avrebbe riconosciuto alcun potere in Palestina.

Questo era un messaggio politicamente rivoluzionario e il suo principale contenuto non era affatto l’ateismo, bensì l’unità nazionale che prescindesse dalle differenze religiose (quelle appunto tra giudei, galilei, samaritani, esseni ecc.). Gesù Cristo si risolse a compiere l’insurrezione quando, dopo la disfatta del movimento di Lazzaro, vide che vi erano sufficienti motivazioni per realizzare un’intesa tra tutte le etnie e le tribù della Palestina. Le possibilità di liberarsi dell’imperialismo romano e del potere collaborazionistico giudaico erano del tutto realistiche.

Nota

1 Da notare che in Gv 12,10 s. i sommi sacerdoti deliberarono di far morire anche Lazzaro, per il fatto che s’era alleato col Cristo. Ma non è da escludere che ciò venga detto per avvalorare la versione redazionale di quanto Gesù aveva fatto nei giorni precedenti a Betania.

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Autore: laicusblog

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