Cap. 1 Gli apostoli traditori

Si ritiene che l’autore degli Atti degli Apostoli, scritti non prima del 135, sia Luca, poiché questi esordisce facendo un riferimento al suo vangelo: in realtà il testo è stato scritto da più redattori, esattamente come i vangeli, con la differenza che mentre i vangeli, rispetto al messaggio originario del Cristo, rappresentano una sorta di compromesso e sono quindi carichi di molte ambiguità e contraddizioni, gli Atti invece sono chiaramente un testo orientato verso la difesa della predicazione di Paolo di Tarso, e quindi costituiscono la legittimazione definitiva dello snaturamento spiritualistico operato ai danni del messaggio del Cristo.[1]

Nei vv. 1-8 viene elaborato il mito dell’ascensione, conseguente a quello della resurrezione, che è presente in tutti i vangeli come aggiunta spuria alla scoperta della tomba vuota. Col mito revisionista della resurrezione gli apostoli propagandarono l’immediato ritorno trionfale del Cristo, per la ricostituzione del regno davidico in funzione antiromana. Col mito dell’ascensione posticipano questo ritorno a un futuro imprecisato, rinunciando definitivamente al regno politico-nazionale di stampo davidico: di qui l’equiparazione etica e politica di ebrei e pagani, che verrà continuamente rimessa in discussione negli Atti dagli elementi più filo-ebraici tra i primi cristiani.

Dopo la morte di Gesù i discepoli temevano di restare a Gerusalemme. Probabilmente erano ritornati in Galilea, come vuole il finale evangelico di Marco. Ad un certo punto (e qui è difficile dire «quando», anche se certamente non prima del 70), calmatasi l’ostilità ebraico-romana nei loro confronti, e visto che Gesù «non ritornava», gli apostoli devono esser rientrati a Gerusalemme per prendere un’importante decisione circa il futuro del loro movimento, che rischiava di disgregarsi: in gran segreto infatti elaborarono il mito spiritualista e quindi politicamente conservatore dell’ascen-sione, proprio per rispondere a quanti chiedevano l’ora del ritorno del Cristo (mito in cui evidentemente non tutti credevano).

Il secondo aspetto da sottolineare in questo racconto è che mentre il mito della resurrezione viene collegato al Gesù scomparso, l’ascensione invece la si vuole collegare alla comparsa del suo sostituto: lo Spirito, un concetto, questo, del tutto astratto e tipicamente ellenistico (la Galilea era senz’altro più soggetta della Giudea a influenze del genere). Cioè a un riferimento concreto, seppur distorto da interpretazioni falsificanti, si sostituisce una rappresentazione simbolica, idealistica, facilmente manipolabile, com’è già ben visibile nel quarto vangelo. È dunque plausibile che il concetto di «assunzione» sia un’interpolazione redazionale, successiva al definitivo crollo della nazione israelitica, in quanto Pietro conclude il suo discorso a Gerusalemme ribadendo l’importanza che il sostituto di Giuda sia «testimone della resurrezione di Cristo», cioè sia disposto a credere in questa falsificazione della realtà (nessun apostolo, infatti, aveva mai visto il Cristo redivivo). Tale testimone doveva essere stato anche un discepolo della prima ora, cioè doveva aver conosciuto il Cristo «incominciando dal battesimo di Giovanni» (gli esegeti han creduto di ravvisare in queste parole una conferma del battesimo del Cristo ad opera di Giovanni; in realtà l’affermazione sta semplicemente ad indicare una concomitanza spazio-temporale tra la missione del Cristo e quella di Giovanni). Pietro non parlò mai né di «ascensione» né di «Pentecoste».

Il testo in oggetto vuole mostrare che fra i Dodici, al momento di prendere questa storica decisione per il futuro del movimento, era presente la consapevolezza della loro collegialità, cioè il fatto che nessuno di loro avrebbe potuto sostituire Gesù e continuarne il messaggio senza il consenso degli altri. Con la morte di Gesù muore anche il suo messaggio e inizia il messaggio degli apostoli (resurrezione, ascensione, spirito santo, figlio di dio ecc.), per quanto il concetto di «Dodici» venga qui usato come un artificio letterario a sfondo ecclesiologico. Nella realtà i Dodici non esistevano più già al momento della formulazione delle due tesi petrine relative alla «morte necessaria» del Cristo e alla sua «resurrezione». Quando si inizia a parlare di «ascensione» e di «Pentecoste», gli apostoli erano già morti da tempo.

L’elenco del v. 14 viene dato in ordine d’importanza onorifica non politica: Pietro, Giovanni ecc. Sarà la chiesa romana a stravolgere questi e altri passi rivendicando per Pietro e quindi per la propria sede un primato privo di fondamenta storiche e ideologiche. Tra i discepoli c’erano anche la madre di Gesù (il padre evidentemente era già morto o scomparso) e i fratelli di lui (il termine può includere anche le sorelle) di sangue, che facevano comunque parte del movimento nazareno[2]. Pietro viene presentato al v. 15 come il più autorevole (al mito della resurrezione egli certamente aveva non poco contribuito) e Luca, enfaticamente, fa notare che al suo cospetto i discepoli erano tutti «assidui e concordi» (v. 14), quando in realtà sappiamo che Giovanni Zebedeo gli fu particolarmente ostile, in quanto non condivideva l’idea di usare il concetto di «resurrezione» per attendere passivamente il ritorno glorioso di Cristo.

Il terzo aspetto da sottolineare è la rinuncia a ricostituire il regno davidico e la decisione di propagandare il messaggio di Gesù (riveduto e corretto) in tutto l’impero romano, a tutti i pagani. Quindi finisce il primato della politica e della nazione d’Israele: il regno da realizzare non è più terreno ma celeste, non è temporale ma solo spirituale, non è nazionale ma universale, non c’è più liberazione dalle contraddizioni sociali e dall’oppressione straniero ma solo redenzione dal peccato originale.

Poiché questi aspetti matureranno piuttosto lentamente o comunque si svilupperanno pienamente solo a partire dalla predicazione di Paolo, non sarebbe azzardato sostenere che tutto il racconto dell’ascensione in realtà non va considerato come una premessa del racconto degli Atti, bensì come un epilogo che l’autore ha voluto usare come prologo. Questo vale anche per il racconto della Pentecoste. Essi non solo non hanno alcun fondamento storico, non solo hanno un chiaro intento apologetico, ma le riflessioni teologiche che li hanno prodotti risalgono probabilmente a un tempo di molto posteriore a quello ch’essi lasciano supporre. Non sarebbe azzardato sostenere che i miti dell’«ascensione» e della «Pentecoste» siano stati formulati non dopo la tragedia del 70, ma addirittura dopo l’ultima sconfitta militare del giudaismo contro Roma.

Ma la parte più significativa di questo capitolo è il discorso di Pietro, che dell’ascensione rappresenta per così dire la giustificazione teorica.

Pietro esordisce paragonando, con una certa forzatura, Giuda ad Achitofel (2 Sam 17,23), e lo fa perché in realtà vuole paragonare Gesù a Davide, mostrando che Gesù gli era superiore (Achitofel il Ghilonita tradisce Davide e s’impicca perché tradito a sua volta da Assalonne, che aveva tramato contro Davide). Andava tuttavia spiegata una differenza sostanziale: Davide non morì in seguito al tradimento, Gesù sì. Tra i due non può esistere una continuità di tipo politico. Di qui la duplice esigenza, da parte di Pietro, di presentare agli occhi dei discepoli un traditore mille volte peggiore di Achitofel (At 1,18) e, nel contempo, di presentare un Cristo mille volte più importante del re Davide, proprio perché il tradimento di Giuda era stato per così dire previsto dall’economia salvifica di Dio-padre (At 1,16).

Nel racconto di Pietro infatti, Giuda muore come un «criminale comune» preso dai rimorsi (ha venduto il messia per denaro), non muore come un «idealista politico» vittima di una propria strategia fallimentare; stranamente non si parla neppure di suicidio, ma di una caduta accidentale: «precipitando in avanti si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le sue viscere» (v. 18); il che però ha il sapore di un’esecuzione sommaria.

Pietro ha bisogno di dire queste cose perché vuole ricollegare gli avvenimenti tragici della morte di Cristo con la storia d’Israele, al fine di sostenere che tutto era già stato predetto. Pietro considera il tradimento «necessario», in quanto appunto prefigurato nel rapporto tra Davide e il suo fidato consigliere. L’uso strumentale (apologetico) delle citazioni veterotestamentarie, spesso riportate anche in maniera errata, sarà una costante della fase revisionista della primitiva comunità cristiana.

Il sillogismo politico di Pietro è infatti molto semplice e di presa efficace sui discepoli: se il tradimento di Giuda era stato preannunciato (dalle profezie o da fatti analoghi accaduti in precedenza), allora la morte di Gesù è stata necessaria. E se è stata necessaria, Giuda va sostituito, proprio per continuare inalterato il messaggio di Gesù.

In realtà che questo messaggio non venga proseguito così com’era stato detto, è dimostrato dal fatto che Pietro vuole che Giuda venga sostituito da una persona che abbia accettato sia il mito della resurrezione che quello dell’ascensione (v. 22). Da notare che Pietro non propone alcuna persona, né tanto meno impone la propria volontà: la proposta dei nomi viene fatta dalla comunità e si usa la prassi del sorteggio. Questo a testimonianza non solo dello spirito collegiale tra i Dodici e i discepoli, ma anche della tendenza revisionista già abbondantemente condivisa tra quei cristiani.

Il ragionamento deterministico di Pietro era conseguente al fatto ch’egli non riteneva opportuno proseguire sulla strada della rivoluzione politica antiromana intrapresa dal Cristo. Infatti, se avesse accettato il tradimento di Giuda e la morte di Gesù come mera possibilità virtuale (e non come necessità soteriologica), avrebbe certamente posto all’ordine del giorno il problema della sostituzione non di Giuda ma dello stesso Cristo.

Accettando invece e del tradimento e della morte la necessità metafisica o comunque l’ineluttabilità teologica (dovuta alle fonti bibliche, ispirate da Dio), Pietro era costretto a trasformare Gesù in un superuomo insostituibile e a fare dei Dodici una mimesi delle vecchie tribù d’Israele. Sicché proprio mentre egli sosteneva di voler continuare il messaggio del Cristo, in realtà lo tradiva, e in maniera non meno dolorosa di quanto aveva già fatto Giuda.

Note

[1] Il 135 è l’anno della definitiva distruzione di Gerusalemme ed è l’anno in cui i cristiani di origine giudaica scomparvero. La loro memoria è conservata solo molto debolmente negli Atti, i quali non avrebbero mai potuto parlare di “ascensione” prima del 135. Questo non vuol dire che parte degli Atti non sia stata scritta prima. Il testo però non è stato concluso da Luca (non pochi esegeti sostengono che l’autore aveva semplicemente a sua disposizione un diario di viaggio tenuto da un compagno di Paolo). Consideriamo inoltre che quanto attribuito a Pietro (e molto di quello attribuito a Paolo) ha un carattere completamente leggendario: il che presuppone la scomparsa anche di quelle generazioni coeve ai due protagonisti. Luca inoltre non sa nulla delle lettere di Paolo, che infatti vennero raccolte solo nel II secolo.

[2] Abbastanza strana qui la presenza della madre di Gesù, nei cui confronti il vangelo di Marco non era certo stato tenero e che solo il quarto vangelo cita fra le donne ai piedi della croce. Probabilmente la figura di Maria venne recuperata quando cominciò a diffondersi il mito del parto verginale.

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Autore: laicusblog

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