Cap. 12 Gli apostoli traditori

L’Erode di cui si parla in questo capitolo è Agrippa I, nipote di Erode il Grande, re della Giudea e Samaria dal 41 al 44 e che, come spiega il testo, si limitò a perseguitare solo «alcuni membri» della comunità cristiana, quelli più in vista, e certo non per le aperture ellenistiche viste nel capitolo precedente.

Sappiamo che nel 40 l’imperatore Claudio, abolita la provincia di Giudea, l’aveva concessa ad Agrippa, dotandolo della potestà consolare e che questi, pur essendo stato educato nell’ambito della cultura romana, si diede alla pratica scrupolosa e zelante della religione giudaica, cercando di rendersi gradito alla corrente farisaica.

La persona più importante che Agrippa, in questo frangente, fa uccidere, e senza processo, è Giacomo Zebedeo, fratello dell’evangelista Giovanni, che non si era certo rassegnato, come Pietro, all’idea di non poter ricostruire in patria il regno davidico in funzione antiromana, specie dopo l’infausto quinquennio dell’impe-ratore Caligola (37-41).

Poiché grazie alle ambiguità di Pietro, gli apostoli avevano potuto convivere, più o meno pacificamente, coi carnefici del Cristo, Luca è costretto ad affermare che Agrippa, prima di procedere anche contro Pietro, volle vedere se il suo delitto era stato gradito agli ebrei e, avendone ottenuto il consenso, decise di arrestarlo.

Nonostante che gli apostoli fossero stati rispettati proprio perché considerati politicamente inoffensivi dalle autorità sinedrite e romane, Agrippa ha comunque bisogno di scaricare su qualcuno le responsabilità dei disordini presenti in Giudea-Samaria, dimostrando così a Roma che la situazione era sotto controllo: il rischio era quello d’essere sostituito da qualche governatore di origine latina. Non dimentichiamo che Agrippa s’era guadagnato i favori di Caligola e di Claudio al punto che gradualmente aveva ottenuto il governo di tutta la Palestina.

Pietro tuttavia, essendo più popolare di Giacomo, non poteva essere eliminato senza salvare le apparenze della legalità, per quanto qui i redattori degli Atti non abbiano fatto nulla per evitare un remake del processo a carico di Gesù. Nonostante l’appoggio di molti ebrei, Agrippa non se la sente di procedere con un’esecuzione sommaria, tanto più che quelli «erano i giorni degli azzimi», cioè della Pasqua, festa in cui molti si riunivano a Gerusalemme e dove le possibilità di disordini e sommosse non erano remote.

La somiglianza rispetto ai racconti della passione di Cristo sta anche in questo, che i capi-giudei si servono di un re filo-romano per risolvere i loro contrasti coi cristiani. Pietro infatti è sì rispettato ma fino a un certo punto, poiché l’idea propagandata di un messia morto e risorto ai capi-giudei non piaceva affatto; con essa infatti la teologia petrina chiedeva di rinunciare alla speranza di un ritorno del regno davidico, almeno nell’immediato. Non a caso l’esperienza della tomba vuota venne sfruttata da Pietro per rinunciare definitivamente alla lotta politica: in un primo momento nella convinzione di una parusia imminente, poi nella convinzione opposta, di una parusia da rimandare sine die.

Agrippa qui rappresenta l’incapacità del potere costituito (romano) di scorgere nel cristianesimo apostolico una fonte di stabilità politica più sicura dell’ebraismo ufficiale.

Che Pietro fosse un personaggio di spicco è testimoniato anche dal numero di sentinelle che lo devono sorvegliare: sedici (sei ore per ogni picchetto di quattro guardie di cui due addirittura incatenate con lui tutto il giorno). Agrippa probabilmente aveva intenzione di processarlo dopo pasqua per condannarlo a morte.

Questa volta però i cristiani non si lasciano prendere di sorpresa e forti dei loro legami con l’ebraismo di potere fanno di tutto per liberarlo. Scrivendo che «pregavano» per lui, Luca vuol farci capire, indirettamente, che cercarono qualunque strada, legale e illegale, per ottenere la scarcerazione. Il misticismo correlato alla descrizione di questa evasione è servito, a livello redazionale, per metterne in luce il carattere miracoloso, ma anche per nascondere le ambigue trame che occorsero allo scopo.

La fuga avviene il giorno prima del processo, quando non c’era più nulla da fare: quasi certamente si era convinti che, pur in presenza di un regolare processo, Pietro sarebbe stato fatalmente condannato.

Dormendo legato alle due guardie, sarebbe stato impossibile liberare Pietro senza ucciderle o corrompere chi le comandava. L’angelo in questione sarà stato un capo ebreo o un militare romano di alto grado, simpatizzante dei cristiani: una figura molto importante di cui si è sempre taciuto il nome. Già nei vangeli tuttavia si vedono personaggi di spicco simpatizzare per i nazareni: Giuseppe di Arimatea, Nicodemo, Zaccheo, Giairo, il funzionario di Erode… C’è anche un precedente in At 5,19, che fa pensare si tratti della stessa persona.

La dinamica dell’evasione è abbastanza realistica. Tutto ovviamente avviene di notte, qualcuno entra nella cella con una torcia accesa, trova Pietro addormentato, che evidentemente non si aspettava questa fortuna, lo libera dalle catene, non prima d’aver drogato o stordito le guardie, e lo fa uscire in tutta fretta, temendo l’arrivo di altri militari.

Luca rasenta la comicità quando scrive che «la porta si aprì da sé» e che «le catene gli caddero dalle mani». Il motivo di ciò resta forse legato alla sorte delle due guardie legate a Pietro, che non potevano essere state corrotte, poiché la regola voleva che, essendo Pietro destinato a morire, in caso di evasione, esse sarebbero state uccise al suo posto. Nessuno quindi poteva garantire la loro incolumità fino al punto da doversi rivelarsi come autore della fuga dell’apostolo. Il loro destino era segnato.

Pietro ovviamente si rese subito conto che si trattava di un’evasione, tuttavia qui appare molto strano che si faccia ordinare delle cose («Mettiti la cintura e legati i sandali», «Avvolgiti il mantello, e seguimi!») che avrebbe dovuto capire da solo; forse si era già rassegnato all’idea di dover morire come Gesù, oppure temeva di compiere qualcosa di cui poi non avrebbe saputo come rendere conto: p.es. che le guardie sarebbero state giustiziate o che era stato liberato non da un cristiano ma da un ebreo o, peggio ancora, da un romano.

Luca dice, fingendo, che Pietro non si rendeva conto della realtà, proprio per evitare, a sé e allo stesso Pietro, di dare ulteriori spiegazioni sull’identità del liberatore. Pietro infatti è stato l’unico testimone del fatto, oltre ovviamente alle persone che si sono lasciate corrompere. E Luca può tranquillamente insistere su questa finzione perché a quell’epoca poteva apparire del tutto naturale che un inaspettato «salvatore» venisse considerato come un angelo mandato da Dio…

È notte fonda, Pietro cerca rifugio presso una certa Maria, ove i cristiani erano soliti riunirsi. Maria era madre di Giovanni Marco, autore del primo vangelo, cugino di Barnaba e discepolo dello stesso Pietro.

Di nuovo (come al momento del primo processo a carico di Gesù) Pietro s’imbatte, prima d’incontrare Maria, in una serva. Bussa alla «porta esterna», che dava sul giardino antistante alla casa, e gli si presenta Rode, che stava dormendo in una dimora separata dalla casa, non lontana dall’ingresso principale.

Pur riconoscendolo dalla voce, non gli apre: sapeva infatti che era in prigione, inoltre è buio, lei non è che una «fanciulla» al servizio della padrona di casa… Luca, cercando di sdrammatizzare, dice che «per la gioia non aprì» e «che corse ad annunziare che fuori c’era Pietro»: una descrizione straordinariamente somigliante a quella dei vangeli, là dove si descrive l’atteggiamento delle donne al cospetto della tomba vuota.

La ragazza viene trattata come una stupida domestica. Evidentemente non sapevano che qualcuno aveva avuto intenzione di organizzare l’evasione: d’altra parte in quei casi la segretezza era ingrediente fondamentale del piano di fuga.

Rode ha una personalità semplice: è obbediente ma non servile, proprio perché insiste, si preoccupa, non è indifferente alla situazione, e non si lascia smontare dall’incredulità e dall’ironia dei padroni, che la prendono in giro evocando il «fantasma» di Pietro. Qui è significativo che una popolana non abbia creduto alla finzione del fantasma o dell’angelo (di Pietro) quando la storia redazionale di questo racconto ha indotto milioni di lettori a credere in una finzione maggiore: quella dell’angelo liberatore.

I padroni di casa o comunque i suoi ospiti si rendono conto che diceva la verità, sentendo bussare insistentemente alla porta e quindi andando a vedere di persona.

Pietro fu tassativo nel raccomandare loro di tacere sul modo come era stato liberato, per non compromettere il destino del suo anonimo «salvatore». E dispose che venisse sostituito alla guida della comunità da Giacomo, uno dei Dodici, fratello di Gesù, legato forse ancor più di lui alle tradizioni giudaiche. Dopodiché emigra verso Antiochia o comunque fuori della Giudea-Samaria.

Grande, il mattino seguente, fu lo «scompiglio tra i soldati», che ovviamente si saranno accusati a vicenda. Il tentativo di ritrovarlo e risparmiarsi così da morte sicura andò a vuoto e Agrippa li fece giustiziare.

Da notare che mentre Pietro accettò di fuggire sapendo che le guardie sarebbero state uccise, Paolo, quando verrà il suo turno, non lo farà (16,28). Pietro sapeva di questa legge, eppure qui non se ne preoccupa. Sa che se vuole fuggire, questo è il prezzo che dovrà far pagare. (è probabile però che Paolo si sia comportato diversamente perché su di lui non pesava un sicuro verdetto di condanna).

Ma perché Pietro non accettò di affrontare il processo? Perché aveva capito che la sua morte non sarebbe servita a niente. Gesù si lasciò uccidere per evitare un male peggiore: la distruzione del movimento, e sperava di essere liberato da una sommossa popolare, ma ai tempi di Pietro i cristiani e lo stesso Pietro non avvertivano più la necessità di una lotta rivoluzionaria contro Roma e le autorità del tempio. Il fatto stesso che qui Pietro sia stato liberato grazie non alle pressioni popolari, ma a un funzionario romano (o comunque legato ad Antipa) la dice lunga sul carattere inoffensivo del cristianesimo apostolico.

Quanto al resto forse si può ipotizzare che dopo il 44 Pietro sia tornato a Gerusalemme (e non solo in occasione del Concilio), senza però togliere a Giacomo la guida della comunità, e che in questo suo soggiorno Paolo l’abbia incontrato.

La chiusura sull’Antipa è del tutto indecifrabile. Sappiamo che fuori della Giudea Agrippa non si fece scrupolo di erigere statue, istituire ludi gladiatorii, edificare un anfiteatro a Beyrouth, battere moneta con effigie umana… Egli probabilmente voleva che anche Tiro e Sidone diventassero sue colonie o che gli permettessero di fruire di qualche particolare privilegio. Le due città sembrano qui voler barattare la pace e una maggiore libertà commerciale in cambio di riconoscerlo come loro dio. Ma Luca fa notare come Agrippa ebbe la peggio proprio nel momento culminante del suo potere, molto probabilmente restando vittima di un complotto. Alla sua morte la Galilea e la Giudea passarono sotto la diretta giurisdizione dei procuratori romani.

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Autore: laicusblog

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